
Ogni due minuti curano una persona. Da 19 anni. Anche in Italia, da un pò di tempo a questa parte.
Grazie di cuore per quanto fate. E per come lo fate.
Auguri Emergency!

Ogni due minuti curano una persona. Da 19 anni. Anche in Italia, da un pò di tempo a questa parte.
Grazie di cuore per quanto fate. E per come lo fate.
Auguri Emergency!

Mostrata, nei giorni scorsi, attraverso una pluralità di modalità (con i leghisti sempre in primo piano per la loro raffinatissima dialettica), nei confronti del Neoministro dell’Integrazione Cecile Kyenge (qui nella sua prima intervista da ministra) è assolutamente indecente. Inaccettabile. Sono una esigua minoranza, si dirà. Sarà cosi, ma la stragrande maggioranza che tollera questo modus comportandi ed essendi si rende complice e correo di questo scempio etico, culturale e sociale.
In Italia i cittadini di origine straniera, poco meno di 6 milioni, la stragrande maggioranza dei quali fa – proprio nel Nord, culla di questi umori primordiali e primitivi – tutti quei lavori che gli italiani da anni hanno smesso di voler fare, in nome di una presunta superiorità morale, sono una risorsa. Sono un valore aggiunto. Prima lo capiamo e meglio sarà.
Perché i delinquenti non sono per definizione, come sottolinea esasperantemente da anni una parte politica ponendo la questione dell’immigrazione soltanto da un punto di vista della sicurezza e dell’ordine pubblico, i cittadini stranieri. Con la criminalizzazione di una condizione ontologica. I criminali ci sono sia italiani sia stranieri. E chi sbaglia deve pagare. A supporto di questa banalità, peraltro, ci sono tutta una pluralità di dati e di statistiche che rivelano con chiarezza quanto grave sia, in realtà, lo spread culturale degli italiani verso gli omologhi cittadini degli altri Paesi europei che affrontano il problema da un punto di vista della coesione sociale e dell’integrazione, con l’intento di riconoscere il valore sociale (che è anche un valore economico) delle comunità straniere che si radicano nelle nostre città.
E il ritardo, lo vediamo ogni giorno sfogliando i quotidiani, si manifesta anche con un linguaggio subdolo e poco rispettoso della diversità. In America, infatti, si stanno ponendo seriamente il problema. Lo stesso Ministro Kyenge, a cui va tutta la mia solidarietà per gli attacchi oltraggiosi e violenti subiti in queste prime settimane, lo ha evidenziato:
La fatica di trovare le parole giuste e corrette per dire le cose che succedono è un segno del ritardo culturale. E tra i compiti di un ministero dell’Integrazione c’è anche quello di impegnarsi per colmare questo ritardo.
P.s. Mi sono già occupato, come si può vedere dalla colonna delle categorie sul lato sinistro del blog, in tante altre occasioni di integrazione e cittadinanza. A questo proposito, sullo Ius Soli, segnalo questa interessante riflessione, tratta da Lavoce.info.
L’Italia non è un paese per bambini, soprattutto se nati nel Meridione. Nel Sud sono 417.000 i ragazzini in condizioni di indigenza, 720.000 quelli nelle stesse condizioni in tutto il territorio nazionale. A lanciare l’allarme è Save the Children col nuovo rapporto “Fare comunità educante: la sfida da vincere di crescere al Sud”, realizzato in collaborazione con Fondazione con il Sud. L’Italia, spiegano le associazioni, “non è un Paese adatto per bambini e adolescenti, sono stati dimenticati da tempo, non investe su di loro e sul loro futuro; la deriva più grave riguarda quelli che vivono al Sud”. Tra il 2010 e il 2011, le famiglie con minori povere sono aumentate del 2%. E proprio qui la spesa sociale comunale che li dovrebbe sostenere è la più bassa d’Italia, 61 euro in media nelle principali regioni meridionali che scendono a 25 in Calabria, rispetto ai 282 dell’Emilia-Romagna o ai 262 del Veneto. Se la povertà pesa così tanto su bambini e adolescenti del Sud, il percorso di crescita e quello educativo spesso non riescono a fare la differenza in positivo. Fra le emergenze, quella dei piccoli da 0 a 2 anni , in regioni come Sicilia, Calabria, Campania e Puglia sono in media solo 5 su 100 quelli presi in carico negli asili nido pubblici o nei servizi integrati, rispetto ai 27 di Valle d’Aosta e Umbria o ai 29 dell’Emilia-Romagna. L’abbandono scolastico precoce nelle stesse regioni riguarda almeno un adolescente su 5. Ma fuori dalla scuola i ragazzi rischiano spesso di cadere nella rete della criminalità organizzata. Sono 681.942 i ragazzini residenti nei comuni sciolti per mafia al Sud, o quelli delle aree contaminate da impianti siderurgici, chimici, petrolchimici, attività portuali, discariche urbane e industriali fuori controllo che soffocano quasi un milione di bambini e adolescenti, più di 840.000 solo in Campania e Puglia. Aree disagiate che finiscono per influire e compromettere il futuro di tanti ragazzini.
A questi dati, per provare a comprendere meglio quanto la crisi stia alterando gli equilibri sociali nel nostro Paese, e quanto stia in parte modificando proprio l’antropologia (con la Banca d’Italia che ci dice che la metà più povera delle famiglie italiane detiene il 9,4% della ricchezza totale, mentre il 10% più ricco ha il 45,9%.), occorre aggiungere quelli forniti dall’Ismu (Iniziative e Studi sulla MUltietnicità) e leggerli tutti insieme. Perché il nostro è il tempo della complessità e dobbiamo sforzarci di articolare le nostre proposizioni sulla base di approcci sempre più multidisciplinari. Come un albero in cui i rami si aggrovigliano spontaneamente. L’Ismu ci dice che dopo Portogallo e Spagna, ora anche in Italia, è in corso un fenomeno particolarmente importante: le emigrazioni sono di più delle immigrazioni. Aumentano gli italiani (+9%), specialmente giovani e qualificati, che scelgono di cercare fortuna altrove: i connazionali residenti all’estero sono 4 milioni e 200 mila, un numero che tocca da vicino quello degli stranieri in Italia. Lo scorso anno sono arrivati 27 mila stranieri mentre hanno fatto le valigie per l’estero 50 mila italiani. Uno scenario impensabile anche solo in tempi recentissimi: dal 2002 al 2009 ha varcato la frontiera italiana una quota oscillante tra i 350 mila e i 500 mila migranti l’anno. Gian Carlo Blangiardo, il docente di Demografia all’Università Milano-Bicocca che ha presentato il rapporto, rivela il dato secondo cui alto è il numero dei migranti che hanno deciso di lasciare il nostro Paese: sulla base del censimento effettuato dall’Istat lo scorso anno, circa 800 mila stranieri iscritti all’anagrafe non sono più presenti sul territorio italiano. Al primo gennaio 2012, inoltre, gli stranieri in Italia erano 5 milioni 430 mila contro i 5 milioni e 403 mila rispetto a un anno prima. Secondo l’Ismu questo non significa che gli stranieri smetteranno di venire e che abbandoneranno gradualmente il Belpaese, significa che l’incremento sarà lento e graduale, con i residenti non italiani che aumenteranno di 6 milioni entro il 2041, passando a rappresentare dall’attuale 8% della popolazione al 18%. E aumentando i migranti che soggiornano da lungo tempo, crescerà il numero delle concessioni di cittadinanza (70 mila solo nel 2011) e diminuirà anche la quota di irregolari (-26%). Se la prossima sfida, perciò, è l’integrazione di coloro che ormai vivono qui stabilmente, occorrerà tenere a mente soprattutto quei 756 mila alunni nati da genitori stranieri che frequentano le nostre scuole e che non possono ottenere la cittadinanza italiana prima della maggiore età.
Chiudo questo intervento con le parole di Alessandro Gilioli.
Usciamo da un’epoca in cui la politica è stata quasi sempre sporcarsi non solo le mani, ma anche l’anima, la coscienza, il cuore. La vera politica invece è come il vero amore: spesso si nasconde. Si nasconde nel bisogno di fare qualcosa, senza accontentarsi più della rabbia, della protesta, del lamento. La vera politica parte dalla consapevolezza che siamo tutti interconnessi, e non da Internet, ma dalle nostre coscienze. Dalla consapevolezza cioè che non può esistere nessuna persona veramente felice se quelle che ha intorno sono disperate. Dalla consapevolezza che la lotta per cambiare gli altri non sarà mai vincente senza una lotta quotidiana per migliorare se stessi. Dalla consapevolezza che i mezzi qualificano il fine e che quindi le nostre pratiche individuali e collettive sono la vera chiave per arrivare il più vicino possibile a ciò che vogliamo.