Archivi Categorie: Legalità

Lo stesso mandante per Aldo e Peppino?

Questa domanda mi tormenta, a dire il vero, da anni (ne ho scritto anche qui e qui). E, probabilmente, resterà una domanda che non riceverà risposta alcuna, non essendoci niente, ad oggi, che possa indurre i curiosi a fare considerazioni diverse, a cominciare da pronunciamenti definitivi della magistratura. Giusto, quindi, sottolineare questo aspetto, in apertura, ma è altrettanto legittimo, però, partire da alcuni fatti certi per elaborare alcune considerazioni. Esercitando scrupolosamente il dubbio.

Il 9 maggio 1978 è uno dei giorni più infelici della Storia di questo Paese. Vengono assassinati Aldo Moro e Peppino Impastato. Uno a Roma, l’altro a Cinisi. Uno dalle Brigate Rosse – secondo la vulgata dominante – l’altro da Cosa Nostra. Il primo sarebbe stato rapito ed ucciso per il suo disegno “eversivo” di superare le consolidate divisioni politiche tra democristiani (divisi in varie correnti) e comunisti (divisi in varie correnti) per dare finalmente una stabilità e una governabilità al Paese, lacerato già allora da politicismi inauditi e da veti dettati più dall’opportunismo di salvaguardare uno status quo che dall’opportunità coraggiosa di cambiare il Paese; il secondo, invece, fu fatto esplodere, nel vero senso della parola, per la sua capacità ritenuta insopportabile di sbeffeggiare, con ironia e spontaneità, il superboss Gaetano “Tano Seduto” Badalamenti.

Ora, lo dico subito, anche a rischio di essere preso per uno che farnetica, io alle coincidenze non ci credo. Non posso crederci perché la Storia di questo Paese è anche una Storia criminale (come ha pure scritto Roberto Scarpinato ne “Il Ritorno del Principe”). Sin dalla sua origine. Fondata sul mistero e sull’occulto. Basterebbe ricordare l’inchiesta a fine Ottocento del filantropo meridionalista Leopoldo Franchetti o il primo eccellente e misterioso delitto di mafia con vittima Notarbartolo.

La Democrazia Cristiana è sempre stata il braccio politico del Vaticano. Il Papa Paolo VI era – parole sue – molto vicino per sensibilità e cultura ad Aldo Moro. Pur cristiano praticante, Aldo Moro aveva, verso la politica, un approccio laico, pragmatico, risolutivo. Aveva capito che l’unica possibilità per cambiare e riformare radicalmente il Paese, accettando qualche compromesso, era  quella di stringere un’alleanza con i comunisti di Berlinguer, il quale, pur muovendo da una cultura antitetica, condivise enormemente, da persona politicamente saggia, l’approccio dello statista democristiano. I comunisti erano, però, i nemici pubblici principali per gli americani e per la Curia (e con un flash mi torna in mente pure quel Pio La Torre, segretario comunista siciliano ucciso dalla mafia, sempre in quegli anni). Se fossero andati al Governo del Paese sarebbe stata una sciagura. Sarebbe stata scritta un’altra storia. E forse, oggi, avremmo un altro Paese. Con il rapimento di Moro e la sua successiva eliminazione, il disegno fu stracciato.

Gli esecutori materiali furono rintracciati nei brigatisti. Dopo alcuni anni, soprattutto con Giancarlo Caselli e il Generale Dalla Chiesa, il terrorismo fu sconfitto. Con la dimostrazione, quindi, che se appoggio politico c’era stato, con la fine di questa stagione dolorosa, era venuto meno. Usati ed abbandonati. Almeno ufficialmente, fino ad oggi e fino a prova contraria, nessuno ha sollevato il dubbio che possa esserci stato anche un coinvolgimento, seppur indiretto, di Cosa Nostra.

In quegli anni, tuttavia, non possiamo dimenticare lo strapotere eversivo della Loggia di Rinascita Democratica P2. E’ fatto, ormai, storicamente comprovato che erano suoi illustri componenti il plenipotenziario della Dc, Giulio Andreotti, il cardinale Marcinkus che  gestiva lo Ior e il primo superboss di Cosa Nostra Stefano Bontate. Bontate era siciliano. E la Sicilia non era solo un feudo politico della Dc. Era un feudo di Andreotti.

Ma Bontate non era l’unico “capo”. L’altro superboss di Cosa Nostra era Tano Badalamenti. Colui che nel 2002 fu condannato all’ergastolo per l’omicidio di Peppino Impastato. Il pentito Buscetta (che si fidava soltanto di Giovanni Falcone), in uno degli interrogatori a cui fu sottoposto, parlando dell’omicidio del giornalista Pecorelli, rivelò di un avvenuto incontro a Roma tra il boss e Andreotti, chiamato, affettuosamente, “zio” dai picciotti. Non è mai stato provato. E per il delitto Pecorelli, Andreotti fu assolto. Con la strage rimasta senza mandante.

Come è rimasta sostanzialmente impunita e avvolta nel mistero, ancora una volta con la figura di Andreotti sullo sfondo, la Strage di Via Carini del 3 settembre 1982, quando fu ucciso il Generale dei Carabinieri e Prefetto di Palermo Dalla Chiesa, avvenuta secondo una ritualità – hanno sempre dichiarato negli anni gli studiosi e gli esperti – non tipicamente mafiosa. Venendo colpita, per esempio, anche la moglie Manuela Setti Carraro. Una sorta di “femminicidio” ante-litteram, potremmo definirlo oggi. Ma dopo oltre tre decenni, purtroppo, la Verità sembra ancora lontana.

Da quel 9 maggio 1978 sono trascorsi 35 anni. L’Italia è oggi un Paese culturalmente ed eticamente fallito. Le diverse organizzazioni criminali hanno inquinato tutti i gangli della nostra società. Non si può più parlare di infiltrazione mafiosa. Dovremmo, semmai, parlare di infiltrazione politica. Le mafie sono dentro le Istituzioni. La mafiosità, intesa come cultura dell’Anti-Stato, permea la quotidianità. E’ diventata la nostra cultura, senza accorgercene. Perché noi non ci accorgiamo più di niente. Non ci indigniamo più davanti agli scandali. Li accettiamo, li tolleriamo e proseguiamo come se non fossero, ciascuno di essi, una coltellata alla nostra dignità e moralità.

E niente cambierà se non inizieremo ad assumerci la nostra quotidiana e doverosa parte di corresponsabilità. E ad agire di più, parlando di meno, con coraggio. Con passione. Con umiltà. Ricordando l’esemplarità, non soltanto in giornate commemorative come questa, di figure come il democristiano Aldo Moro e il comunista Peppino Impastato. Tanto diverse quanto simili. Abbattute, forse, se non dagli stessi mandanti politici e morali, certamente dallo stesso Potere criminale ed occulto, composto anche da servitori infedeli dello Stato. Due facce di una stessa medaglia. Quella di un’Italia che ha perso l’opportunità di cambiare la sua Storia e di consegnare alle future generazioni un Paese dove sia bello vivere nel rispetto delle regole e nel rispetto reciproco.

Demoliamo l’abusivismo edilizio

L’abusivismo edilizio, in Italia, non passa mai di moda. Purtroppo. E’ una di quelle tendenze di cui faremmo volentieri a meno. E’ un cancro per il paesaggio italiano. Chi ha promesso condoni e sanatorie da un lato e chi ha compiuto, quasi a prescindere, per un proprio vantaggio, uno o più abusi, dall’altro, ha dimostrato di non voler bene al Paese, di non aver alcun rispetto per il suo futuro e per quello delle prossime generazioni. L’abusivismo edilizio non è solo l’ennesima dimostrazione di come si possa oltrepassare, restando sostanzialmente impuniti, il limite imposto dalle leggi – definite nell’interesse di tutti i cittadini di una stessa comunità – o di come le norme paesaggistiche siano manipolabili a proprio uso e costume, quasi per un’ostentazione sfacciata del potere, ma è anche un atto di violenza – uno stupro – che commettiamo consapevolmente nei confronti della natura.

Nel nostro Paese, praticamente da sempre, non esiste una diffusa cultura ambientale. Il paesaggio è considerata una risorsa infinita e, quindi, sfruttabile all’infinito. Consumabile e sprecabile. I disastri procurati dal dissesto idrogeologico, come frane o alluvioni, spesso vengono attribuiti, per ignoranza e malafede, più alla fatalità che all’incapacità dell’uomo di riconoscere la propria corresponsabilità. L’abusivismo edilizio prende a pugni la bellezza. Le impedisce di esprimersi e di manifestarsi. Quando ci lamentiamo, spesso, della bruttezza delle nostre città, con la stessa spontaneità, dovremmo interrogarci più seriamente sulle ragioni di certi scempi. La bruttezza, come la bellezza, si crea. Ma quando è presente è da criminali lasciarla morire. Bisogna difendere la bellezza. Proteggerla per poterla diffondere. Solo nella bellezza noi possiamo ritrovare la nostra identità. Il 40% del patrimonio artistico, storico e culturale del mondo è in Italia.

Non disponendo ancora dei dati del 2012, si può rilevare che, nel 2011, in Italia, sono stati realizzati quasi 26 mila abusi, tra nuove case o grandi ristrutturazioni, pari al 13,4% del totale delle nuove costruzioni. E dal 2003, anno dell’ultimo condono edilizio, a oggi, sono state costruite oltre 258 mila case illegali, per un fatturato complessivo di 1,8 miliardi di euro.

Il terremoto che sconvolse l’Emilia Romagna e quello ancor più devastante che ha quasi raso al suolo L’Aquila, sembra siano stati rimossi, come insopportabili detriti della memoria, da un Paese che non si sente corresponsabile per quelle tante morti ingiuste, molte delle quali sprofondate sotto una quantità intollerabile di cemento abusivo e di costruzioni non edificate a regola d’arte.

Cosa si è fatto da allora? Quali politiche di prevenzione sono state messe in campo? Quali miglioramenti sono stati apportati ai nostri edifici pubblici, in un Paese dove ad avere problemi strutturali sono persino le scuole e gli ospedali? Quali speranze sono date ai cittadini italiani che dovrebbero aver imparato che quei terremoti non sono stati i primi e non saranno gli ultimi?

Da una ricerca di Legambiente si evince che in 72 comuni capoluogo di provincia sono state emesse 46.760 ordinanze di demolizione, ma ne sono state eseguite solo 4.956, ovvero circa il 10%. Legambiente, peraltro, partendo proprio da dati come questi, ha presentato una proposta di legge per “la demolizione del cemento illegale”, dopo aver pubblicato un interessante “manuale d’azione“. Sulla stessa lunghezza d’onda troviamo la Regione Puglia che, tra le prime in Italia, ha emanato una legge (la L.R. 15/2012)- sebbene oggi non sia totalmente attuata – orientata a contrastare il fenomeno dell’abusivismo edilizio, favorendo l’istituto della demolizione, dal titolo: Norme in materia di funzioni regionali di prevenzione e repressione dell’abusivismo edilizio. Con la Guardia di Finanza, infine, che proprio in Puglia, il 23 aprile scorso, ha sequestrato 165 immobili illegali.

Abbattiamo l’abusivismo edilizio. Salviamo l’Italia.

Nessun dispiacere per un mafioso

E’ morto Giulio Andreotti. Il divo Giulio, nella cui gobba – disse Grillo una volta – “si nasconde la scatola nera della Prima e della Seconda Repubblica”, fino alla primavera del 1980, ossia quando interviene la prescrizione pur in presenza di fatti accertati, è da considerare a tutti gli effetti un mafioso. Poi, evidentemente, sempre rispetto alle sentenze definitive della magistratura, ha smesso di esserlo. Un mafioso, quindi, elevato dall’allora Presidente della Repubblica Franscesco Cossiga a Senatore a vita, dopo essere stato 7 volte Presidente del Consiglio e 18 volte Ministro. Andreotti era già sulla scena politica nel 1955 quando ci fu la prima strage mafiosa di Portella della Ginestra. E’ stato quello che più di tutti ha ostracizzato Aldo Moro e il suo tentativo di cambiare l’Italia, con Berlinguer. E’ stato, da politico vaticanista quasi per definizione, con il cardinale Marcinkus e il primo vero boss di Cosa Nostra Stefano Bontate, uno dei fari della Loggia P2. La sua figura è stata ottenebrata ulteriormente con la strage del 3 settembre del 1982 quando fu assassinato il Prefetto di Palermo, il Generale Dalla Chiesa. E ancora dubbi furono sollevati quando avvenne l’omicidio del Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, essendo stato l’indiscusso leader del gotha siciliano della Democrazia Cristiana composto negli anni ’80 e ’90 da una galassia di spregiudicati uomini in carriera riconducibili sia ai cugini Salvo sia a Salvo Lima. Poi tutti giustiziati dalla mafia. Si potrebbero scrivere un’infinità di cose. Ma, sinceramente, non ne ho voglia. E’ stata una persona che ha fatto, politicamente parlando, molto male all’Italia. E mi auguro possa emergere un giorno dai suoi archivi tutta la verità sui periodi più bui e sui misteri più indicibili della nostra Repubblica. Ma, oggi, è giusto che cali il sipario e si faccia silenzio. Non per rispetto. Non può essercene per un mafioso amico di Totò Riina. Ma perché non c’è più niente da dire. Un silenzio di pietà per la nostra decenza.

Al sit-in per il Pm Di Matteo

Sabato scorso le Agende Rosse di Bari e il neonato presidio locale dell’Associazione dedicata a Rita Atria hanno promosso a Bari, sotto il Palazzo del Comune, un sit-in per esprimere solidarietà al Pm della Procura di Palermo, Nino Di Matteo, vittima negli ultimi mesi di una pluralità di intimidazioni a causa del suo impegno teso ad accertare le responsabilità e l’identità dei mandanti delle Stragi di Stato del 1992-1993. All’evento ho partecipato anche io, con gratitudine verso i promotori, a nome della Scuola Caponnetto.

Dichiariamo guerra all’azzardo, anche a Bari

Da circa un anno e mezzo, ossia da quando è stato sdoganato pericolosamente, anche attraverso i nuovi mezzi digitali, il gioco d’azzardo (legittimato anche dallo Stato che ci guadagna attraverso i monopoli, senza poi esercitare rigorose funzioni di controllo capillare sul territorio), osservo l’evoluzione del fenomeno che si annida sempre più nelle pieghe della disperazione di coloro che, a prescindere dall’età, sfidano la fortuna per cercare di ricostruire una quotidianità flagellata dalla precarietà o dalla disoccupazione. Si gioca per soldi, altro che l’ipocrisia del passatempo o della mera curiosità. Si inizia, quasi sempre, dalla curiosità, certamente. Senza accorgersi, poi, che per entrare nella spirale, spesso della perversione inconsapevole, non ci vuole molto tempo. E non tutti quelli che praticano questo vizio sono ludopatici.

Anche se le statistiche eleborate ora dal Censis ora da altri istituti di monitoraggio dovrebbero imporre a tutti riflessioni più serie e mirate. Essendoci, purtroppo, il rischio elevato che dietro “il mondo dell’azzardo” (sale giochi di tutti i tipi, reali o virtuali che siano) si celino le organizzazioni criminali che hanno, da sempre, la necessità di reinvestire in attività legali o borderline i loro miliardi sporchi e nauseabondi. In questa sede, però, non intendo pubblicare gli esiti di un nuovo studio – come feci qui, tempo fa – ma evidenziare, semmai, i tentativi virtuosi elaborati dai sindaci dei Comuni di Reggio Emilia e di Genova, Delrio e Doria, per contrastare il fenomeno richiamato che nuoce gravemente alla salute della collettività e, in particolare, sull’integrità delle persone più giovani e fragili. Iniziative concrete che vanno ad aggiungersi a quelle già avanzate dall’organizzazione Avviso Pubblico, tra le quali, segnalo, il Manifesto dei Sindaci per la legalità contro il gioco d’azzardo.

Mi auguro, quindi, un’assunzione di corresponsabilità anche da parte del nostro comune, quello di Bari, affinché si attivi immediatamente, e finalmente, per arginare e debellare il fenomeno che nella nostra città sta mietendo molte vittime, non solo giovani, e che, probabilmente, è gestito dalla criminalità organizzata locale.

Le Istituzioni nazionali sono corrotte?

L’Italia è al 72esimo posto nella classifica diffusa dall’associazione non governativa Transparency International che ogni anno misura l’Icm: l’indice corruzione mondiale. Questo dato che ci colloca tra i peggiori in Europa, non stupisce, probabilmente, più nessuno essendo quasi quotidiani gli scandali o gli appelli – inascoltati – ad operare con forza e coraggio in direzione opposta, per la legalità e il ripristino dell’etica pubblica. Come pure cadono molto spesso, dolentemente, nel vuoto gli spunti propositivi di riflessione, per il varo di nuove politiche di contrasto, promossi da magistrati specializzati nel settore come Davigo. Al tema della corruzione, in questo blog, ho già dedicato diversi post, proprio perché la ritengo una odiosissima e perniciosa piaga sociale. Tanto più si diffonde tanto più gli italiani vivono male. Quando questo passaggio, nella sua semplicità, sarà compreso dalla stragrande maggioranza degli italiani che oggi, spesso, la giustificano o la legittimano a causa di altre piaghe sociali, allora, in quello stesso momento, si inizierà in questo Paese a contrastare efficamente e per davvero questo cancro della nostra democrazia. Di seguito il mio articolo per Cercasi un Fine.

L’87% degli italiani ritiene la corruzione uno dei più seri problemi del Paese, in crescita del 4% negli ultimi due anni; il 95% pensa che vi sia corruzione nelle Istituzioni nazionali e oltre il 90% in quelle regionali e locali; il 75% ritiene inefficaci gli sforzi compiuti dal Governo. Questi dati, allarmanti per il loro impatto sociale, sono stati diffusi dallo storico studioso del fenomeno Alberto Vannucci, sulla base del rapporto di Eurobarometro. Ma per un’analisi ancor più precisa e completa, forse, occorre aggiungere qualche altra informazione, per inquadrare ancora meglio questa patologia endemica del nostro sistema politico-amministrativo: la corruzione costa annualmente 60 miliardi di euro e pesa per circa 10 miliardi all’anno in termini di Pil. Dodici italiani su cento, ossia qualcosa come quattro milioni e mezzo di cittadini, si sono visti chiedere, almeno una volta nella vita, una tangente. E c’è poco da stare allegri. Come rivela, infatti, uno studio predisposto lo scorso anno dalla Commissione Europea, la corruzione si annida principalmente negli uffici pubblici, con l’edilizia, in particolare, che rappresenta il settore maggiormente aggredito dal fenomeno.

Il nostro sguardo, perciò, non può non ampliarsi anche alla burocrazia e alla sua inefficienza da un lato (con un danno stimato in 17 miliardi di euro), al clientelismo e al conflitto di interessi dall’altro. La Corte dei Conti, lo scorso anno, ha ricordato che su 33 Grandi Opere, nel triennio 2007-2010, si è passati da una spesa prevista di 574 milioni di euro a una spesa effettiva di 834 milioni di euro, con un aggravio del 45% di risorse pubbliche, drenate esclusivamente per “oliare la macchina”.  Prima ancora di eco-mafie, si dovrebbe, forse, parlare di corruzione ambientale: insieme al comparto dell’edilizia, l’altro grande microcosmo avvelenato dalla corruzione è quello della gestione dei rifiuti e delle bonifiche.

Davanti a questa eclissi morale e culturale di tutta la nostra classe dirigente che, da decenni e in modo oggettivamente trasversale, oltre che a tutti i livelli, con atteggiamenti via via sempre più spudorati e non esemplari, ha geneticamente modificato l’italica antropologia, approfittando della nostra tendenza alla pigrizia e all’indifferenza, sarebbe necessaria e non più procrastinabile una presa di coscienza collettiva. Non una rivoluzione, ma una ribellione. “Io mi ri-bello. Rivoglio il bello”, dovrebbe diventare l’imperativo categorico con cui spronarci per esigere un cambiamento in cui la legalità non sia più evocata, come spesso succede soltanto nel corso di alcuni retorici convegni, ma praticata. Frequentata, ogni giorno. Con un di più di responsabilità. Individuale e collettiva. Il fiorire di una nuova consapevolezza civica ci spingerebbe, credo, immediatamente a remare per una nuova direzione, per un lido in cui la regola sia la proposta, non la protesta.

Provo, pertanto, ad elencare una serie di proposte che una legge autorevole e rigorosa – ben diversa da quella confezionata ultimamente dal Ministro alla Giustizia Severino – dovrebbe prevedere. Prima di tutto dovrebbe esserci nuovamente il reato di falso in bilancio; poi, sulla scia della convenzione europea del ’99 mai pienamente recepita dal nostro Paese, dovrebbero considerarsi l’auto-riciclaggio, la corruzione tra privati e le cosiddette interferenze illecite negli affari privati. Bisognerebbe riformare il sistema sanzionatorio con l’innalzamento delle pene minime con la possibilità che sia risarcito il danno arrecato fino a quattro volte, confiscando il bene nei casi più gravi. Bisognerebbe rivisitare l’istituto dei rimborsi pubblici o privati ai partiti e alle fondazioni, rendendo tutte le transazioni trasparenti mediante le nuove tecnologie. Introdurre un’anagrafe tributaria e patrimoniale degli eletti e dei principali dirigenti pubblici, a tutti i livelli. E soprattutto operare negli appalti: potrebbe essere vantaggioso pubblicare sul sito internet dell’ente pubblico le white lists dei privati per conoscere la composizione delle compagnie societarie, con il casellario giudiziario di titolari e soci, l’elenco dei fornitori e dei subappaltatori, i bilanci dell’ultimo anno di attività.

Probabilmente, anche con questi accorgimenti, ove presenti, il male della corruzione non sarebbe sconfitto. Certamente limitato. Ma il primo cambiamento non può che partire da noi. Dalla nostra voglia prepotente e genuina di un cambiamento reale e leale. Per non dover dare ancora ragione, a distanza di decenni, al giornalista e scrittore Corrado Alvaro che sentenziava: “La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile”.

La coerenza di Ingroia: verso le Politiche/2

“Riprenderei un incarico legato ovviamente alla mia attività ma certamente fuori dal fuoco della polemica e dell’esposizione politico mediatica dell’Italia”. (Antonio Ingroia, 7 gennaio 2013)

“Ingroia? Ognuno è libero di fare quello che vuole ma io credo che i magistrati non debbano candidarsi alle elezioni politiche, non perchè la politica abbia qualcosa di sporco ma perchè sono due cose diverse. Non si possono limitare i diritti politici, ma secondo me se c’è qualcuno che vuole fare politica dovrebbe essere una strada senza ritorno. Difficile dare l’impressione di imparzialità, dopo essere stato in Parlamento”. (Piercamillo Davigo, 19 dicembre 2012)

“Sarebbe sommamente opportuno che i giudici rinunciassero a partecipare alle competizioni elettorali in veste di candidato o, qualora ritengano che il seggio in Parlamento superi di molto in prestigio, potere ed importanza, l’ufficio del giudice, effettuassero una irrevocabile scelta, bruciandosi tutti i vascelli alle spalle, con le dimissioni definitive dall’ordine giudiziario”. (Rosario Livatino, 7 aprile 1984)

Antonino Caponnetto, un esempio per i giovani

“Ragazzi godetevi la vita, innamoratevi, siate felici ma diventate partigiani di questa nuova resistenza, la resistenza dei valori, la resistenza degli ideali. Non abbiate mai paura di pensare, di denunciare e di agire da uomini liberi e consapevoli ribadiscono e sollecitano di diventare protagonisti e partecipi nella salvaguardia della comunità in cui vivono”.

Dieci anni fa moriva Antonino Caponnetto. Il magistrato sceso volontariamente dalla sua Firenze a Palermo per sostituire Rocco Chinnici e che ha voluto fortemente il pool antimafia con Falcone e Borsellino. Era un uomo mite, gentile, buono, generoso. Un vero servitore dello Stato. Amava i giovani e si spese fino all’ultimo per loro, per educarli alla legalità spingendo sul senso del dovere e sulla corresponsabilità. Per questo a lui è stata dedicata la nostra Scuola di Formazione Politica.

“Perché la mafia teme la scuola più della giustizia, la mafia prospera sull’ignoranza della gente, sulla quale può svolgere opera di intimidazione e di soggezione psicologica: solo così la mafia può prosperare”.

Finis Terrae: tra sogno e realtà

Presentato a Bari, qualche giorno fa, nella sala consiliare del comune, il progetto Finis Terrae. Fondazione per il Sud e le tante altre realtà sociali e cooperative che lo sostengono, promuoveranno nei territori dell’ottava circoscrizione una pluralità di iniziative, per i prossimi due anni. Di seguito il mio articolo per Epolis.

Ecco allora che questa iniziativa – come ha evidenziato Don Mario Sangiovanni, direttore dell’istituto dei salesiani – deve essere sostenuta da tutta la città, perché “i giovani hanno bisogno di speranze, loro sono il nostro punto di forza e soltanto esaltando il dialogo, agendo insieme, si vincono le sfide del presente e del futuro”.

I partiti e le primarie. Come ti dimentico la mafia

La riflessione da leggere, da rileggere, da scolpirsi in testa, è di Nando Dalla Chiesa. E la leggete, integralmente, qui.

Ma che diavolo deve succedere in questo paese perché la politica si occupi di mafia? E’ difficile dire quale sia il sentimento che prevale nel vedere partiti così tenacemente assenti, così beatamente refrattari ad affrontare un nemico che si è inchiodato, incistato dentro la vita pubblica e proprio non la molla. E la condiziona, e la inquina, e la travolge. Ci si immaginerebbe che i partiti, davanti al discredito che li circonda, se non altro per un istinto di sopravvivenza, dessero un’occhiata a questo sconcio permanente, ai movimenti di rivolta che scuotono il paese, che riempiono sale e cinema anche nelle sere della nazionale, e decidessero di farsi un lifting. Di darsi una mossa, come si dice. Macché, proprio non ci riescono. Sembrano posseduti da una misteriosa allergia, da una riluttanza malarica, a schierarsi sulla prima frontiera di un paese civile: quella della legge, del diritto, della libertà. Una sola cosa si capisce. Che questo paese è indifeso. Che si dovrà difendere da solo, come un esercito pieno di traditori e abbandonato da ufficiali inetti. Costretto a combattere mentre i generali giocano a canasta. Ma sì, si può fare. Soprattutto si deve fare.