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Habemus Papam! Francesco I
“Annuntio vobis gaudium magnum: habemus Papam! Eminentissimum ac reverendissimum dominum, dominum Giorgio Marium Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Bergoglio, qui sibi nomen imposuit Francisco I”.
La sorpresa, alla fine, è arrivata. Uno dei cardinali meno gettonati, l’argentino di origini italiane Jorge Mario Bergoglio – visto i nomi fatti negli ultimi giorni – è diventato il 266° successore di Pietro. Il nuovo Vescovo di Roma, sconfitto nel 2005 da colui che diventò Benedetto XVI, affacciatosi sul balcone con una croce di ferro battuto al collo e dimostrando subito una limpida spontaneità, ha colpito molto, non solo i fedeli ma anche gli opinionisti di tutto il mondo. Come si evince dai primi articoli di stampa già disponibili online. Stupisce, inoltre, oltre al coraggio che lo ha portato a scegliere l’appellativo assai evocativo di Francesco – cosa mai accaduta nella Storia – la forte personalità dimostrata, tipica dei gesuiti, fusa nella visione di fratellanza cristiana che la Chiesa deve ritornare a frequentare. E’ stato, infatti, il richiamo a questo valore, insieme a quello, ben inteso, della collegialità delle scelte, la prima dimostrazione della volontà di lavorare per riformare la Curia, scardinando quel sistema di potere corrotto e poco esemplare che ha rappresentato uno dei motivi, probabili, delle dimissioni di Joseph Ratzinger.
Il nuovo Pontefice, cardinale di Buenos Aires e sostenitore di un’evangelizzazione spinta che avviene nelle strade vissute da chi ha scelto di non andare più in chiesa, pare sia molto sensibile ai diritti dei poveri, dei più fragili, degli ultimi.
“Il nuovo imperialismo del denaro toglie di mezzo addirittura il lavoro, che è il modo in cui si esprime la dignità dell’uomo, la sua creatività, che è l’immagine di Dio. L’economia speculativa insegue l’idolo del denaro che si produce da se stesso. Per questo non si hanno remore a trasformare in disoccupati milioni di lavoratori”.
In più occasioni, inoltre, con espressioni molto severe e rigide, ha contestato il vizio della “vanità” della Curia Romana.
La vanità, il vantarsi di se stessi, è un atteggiamento della mondanità spirituale, che è il peccato peggiore nella Chiesa.
Tutti felici e contenti, quindi, per questa elezione che in molti gonfia il cuore di fede e di speranza per l’avvenire? Purtroppo no. Perché, legittimamente, è stata immediatamente ricordata questa “brutta storia“. (Smentita, nella sostanza, da questo articolo del Corriere della Sera). Non conoscendo bene, approfonditamente, la vicenda, non posso giudicarla. Mi può amareggiare, certamente.
Posso solo evidenziare, in conclusione, un aspetto. Trovo indecente – da cittadino, prima che da cristiano – l’atteggiamento di quanti si comportano da tuttologi, in ogni situazione, e non mostrano alcuna prudenza, oltre che rispetto per chi può pensarla diversamente, prima di parlare. Senza informarsi accuratamente prima di emettere parole che risuonano già come sentenze inappellabili.
In questo “mare magnum”, nel mezzo, ci siamo noi. Ciascuno ritrovi la propria fede. Per non naufragare in questo oceano di egoismi e di individualismi. Perché la salvezza è possibile, senza alcuna ipocrisia, soltanto se condividiamo la scialuppa della fratellanza.

Il nuovo Papa
A differenza di quel che avvenne nel 2005, quando fu eletto il cardinale tedesco Joseph Ratzinger, il Conclave che inizia nel pomeriggio è segnato da grande incertezza. Non solo perché sembra mancare una figura idonea, unanimemente riconosciuta, a governare la Chiesa; ma proprio perché in questi ultimi anni l’Istituzione del Vaticano, danneggiando la Chiesa, è stata profondamente dilaniata dagli scandali come “Vatileaks” (anche qui), dalla pedofilia/omosessualità del clero e dalla gestione poco trasparente dello Ior. Il Conclave che si apre, inoltre, sarà il primo con un Pontefice ancora in vita, essendosi reso necessario per la storica decisione di Benedetto XVI di dimettersi “per il bene della Chiesa”. Non sappiamo quanto abbiano inciso i suddetti scandali nella decisione del grande teologo e cosa troverà scritto il nuovo Pontefice nella relazione predisposta dai tre “oo7 porporati” sullo stato di salute, soprattutto, della Curia romana afflitta da una corruzione, anche morale, senza precedenti. Ma è indubbio, però, che la svolta che si attende sia epocale. Per una sfida globale senza precedenti. La speranza di molti è che il nuovo Papa – non pochi, me compreso, vorrebbero che fosse eletto l’americano cardinale francescano Sean O’Malley, per l’umanità e il coraggio, la concretezza e l’onestà intellettuale dimostrate – sappia non solo riformare il Vaticano (ossia “convertire” quelle componenti che “hanno deturpato il volto della Chiesa”) privandolo di tutti quegli sfarzi e lussi immorali restituendo dignità ed etica, sobrietà e senso della misura; ma possa, con un linguaggio carismatico e davvero comunicativo, conciliarsi e confrontarsi pacificamente, nello spirito francescano, con le altre religioni e sui temi della contemporaneità socialmente più delicati: diritti civili e sociali, su tutti. Non sappiamo cosa accadrà, ma sperare, con fede, in un cambiamento possibile, è doveroso. Nell’interesse non di una parte di mondo. Ma per l’amore fraterno che dobbiamo testimoniare, quotidianamente e corresponsabilmente, verso tutti. Il cambiamento non può esserci se prima di tutto non cambiamo noi, accogliendo il prossimo.

Benedetto XVI si dimette: il suo discorso

“Carissimi Fratelli – ha detto il Papa ai cardinali – vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino”. “Sono ben consapevole – ha aggiunto – che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”. “Ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice”. Il Conclave potrà dunque tenersi nel mese di marzo.
Don Tonino, mi manchi tanto!
Il 20 aprile 1993 moriva a Molfetta Don Tonino Bello. Un prete ed un uomo straordinario che non ho mai avuto il piacere di ascoltare dal vivo e di incontrare fisicamente, ma che ho imparato a conoscere e ad amare attraverso il racconto di chi lo ha incrociato nel proprio destino, e mediante le sue parole. Ha fatto del Vangelo il suo pane quotidiano, lo ha praticato quotidianamente con una coerenza mirabile, ostentando un’ umanità e una prossimità rare. Il prossimo o l’Altro era per lui uno specchio nel quale bisognava riflettersi, per poter lealmente e gioiosamente esaltare quella “convivialità delle differenze” per cui ciascuno poi può diventare “un’arca di pace e non un arco di guerra”. A questo proposito, è notissimo il suo impegno a favore dei migranti e degli ultimi. In particolare colpì profondamente per la sua tenacia all’inizio degli anni ’90 quando la Puglia fu invasa dagli albanesi. Lui predicò il valore dell’accoglienza. Il dono dell’incontro. Da vivere senza pregiudizi di sorta. Oggi il suo esempio, la sua bontà, la sua umanità, il suo carisma, sarebbero utilissimi in questa società logorata dagli egoismi e dagli individualismi, sfibrata da una carestia valoriale e di moralità in ragione della quale l’Altro è quasi criminalizzato per definizione e nessuno sa parlare con sincerità al cuore delle persone. Non alla testa o alla pancia. Al cuore. E questo si traduce, per la mia generazioni e per quelle ancora più giovani, in una mancanza di speranza e di fiducia verso il futuro. La nostra catarsi sociale può avvenire, senza perdersi d’animo, anche facendo tesoro dei suoi insegnamenti e restituendo dignità all’umanità che costituisce la nostra quotidianità.
Voglio ringraziarti, Signore, per il dono della vita. Ho letto da qualche parte che gli uomini sono angeli con un’ala soltanto: possono volare solo rimanendo abbracciati. A volte, nei momenti di confidenza, oso pensare, Signore, che anche Tu abbia un’ala soltanto; l’altra la tieni nascosta, forse per farmi capire che Tu non vuoi volare senza di me: per questo mi hai dato la vita, perché io fossi tuo compagno di volo. Insegnami, allora, a librarmi con Te, perché vivere non è trascinare la vita, non è strapparla, non è rosicchiarla, vivere è abbandonarsi come un gabbiano all’ebbrezza del vento. Vivere è assaporare l’avventura della libertà. Vivere è stendere l’ala, l’unica ala, con la fiducia di chi sa di avere nel volo un partner grande come Te. Ma non basta saper volare con Te, Signore. Tu mi hai dato il compito di abbracciare anche il fratello e aiutarlo a volare. Ti chiedo perdono, perciò, per tutte le ali che non ho aiutato a distendersi.
L’oscenità del Potere del Vaticano
L’ultima puntata de “Gli Intoccabili”, soprattutto per la parte conclusiva dedicata alla corruzione morale che sta attraversando con veemenza i corridoi del Vaticano, mi ha lasciato una certa inquietudine. Non bisogna essere ferventi cristiani, infatti, per essere preoccupati per le notizie che ci raccontano dell’attuale regressione morale che ha investito il clero. Lo Stato del Vaticano, per quanto estero e per quanto vincolato all’Italia dai Patti Lateranensi che non sono mai stati rispettati integralmente da ambo le parti, non è uno Stato come gli altri. Piaccia o non piaccia, anche psicologicamente, “i fatti della Curia” hanno sempre avuto una certa presa sui cittadini fedeli al cristianesimo come pure una certa influenza sulle italiche vicende. La puntata e le rivelazioni delle ultime settimane mi hanno fatto tornare in mente una serie di dubbi e di interrogativi che mi accompagnano da qualche anno, da quando con l’associazione di cui faccio parte, la Scuola di Formazione Politica “Antonino Caponnetto”, ho invitato a Bari per alcuni convegni dedicati ai temi della legalità, illustri testimoni del nostro tempo come Antonio Ingroia, Gioacchino Genchi, Salvatore Borsellino. E spesso, avendo letto moltissimi libri in questi anni ed essendo un ragazzo curioso che attraverso la storia del suo Paese cerca di comprendere meglio come mai le mafie non siano mai state debellate – e a causa delle quali oggi l’Italia non è proprio un bel posto - nei nostri discorsi è finito lo Ior, la Banca Vaticana, per essere stato il luogo nel quale sono confluiti gli interessi di una certa mafia, di una certa massoneria, di una certa politica, di una certa economia, a partire dagli anni ’70 – ’80. Storie, tra loro interconnesse dal sangue, di un Paese che non ha quasi mai conosciuto la verità.
Il seguente pensiero, lo sottolineo a scanso di equivoci, è un mio pensiero che dagli illustri interlocutori non è mai stato confutato e supportato in alcuna maniera. E poggia su alcuni fatti storici accertati che mai sono stati smentiti. E su altri che dovranno necessariamente essere valutati. Ma intanto sono proposti per invitare alla discussione e alla riflessione.
Faccio una premessa storica. In Sicilia, dopo la seconda guerra mondiale, i primi picciotti, sostenuti dagli americani che temevano una possibile ascesa politica dei comunisti, si organizzarono elettoralmente iniziando a sostenere in modo stabile la Democrazia Cristiana. Che infatti sull’isola ha sempre avuto una fertilissima tradizione. E un consenso notevole. E’ degli anni ’50 la strage di Portella della Ginestra, una delle prime stragi mafiose, dove i sindacalisti a difesa dei contadini, come Placido Rizzotto, vennero trucidati violentamente, per aver osato alzare la testa contro certi soprusi per difendere i diritti dei lavoratori. In quegli anni era (già) Ministro dell’Interno un giovanissimo Giulio Andreotti. Il quale in poco tempo divenne il plenipotenziario del partito “amico della Chiesa” e non pochi erano i suoi fedelissimi in Sicilia. Organizzati, dagli anni ’70, in una corrente (quelle attuali, in confronto, sono spifferi!) poichè iniziavano a farsi largo le tesi politiche anche di altri esponenti politici, su tutti Aldo Moro. Sono gli anni del Terrorismo. Sono gli anni della P2. Sono gli anni del superpotere mafioso di Cosa Nostra. Il cui capo è Stefano Bontate. Si scoprirà, poi, che questi era iscritto alla loggia massonica P2. Un mafioso massone. Inquietante. Alla P2 pare che fosse iscritto pure il cardinale Marcinkus, storico presidente dello Ior.
Il triangolo perverso, pertanto, sembra essere questo: membri di una certa Dc, membri di una certa Cosa Nostra e membri di un certo Vaticano iscritti alla massoneria e con l’interesse di affidare allo Ior i propri capitali, essendo questo un istituto invalicabile e coperto da segreti inespugnabili, trattandosi, peraltro, di uno Stato estero. Nel giro di pochi anni furono uccisi Aldo Moro (a causa del “Compromesso Storico”?), Pio La Torre e il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Non sono state stragi “normali”, ossia per gli esecutori storicamente riconosciuti, ma per i mandanti politici che non si sono mai scoperti e per come esse sono maturate. Per la valenza che hanno avuto. Il Principe, ossia il potere della classe dirigente, che era sovrapposto in non pochi casi al trasversale potere criminale, da queste efferatezze ne è uscito potenziato. Non voglio, però, ora approfondire questioni pur importanti e delicatissime riguardanti il connubio tra la politica e le mafie, sulle quali potrò anche tornarci con un altro post – nel ventennale delle stragi del 1992 – ma soffermarmi sul Vaticano. Sulla Santa Sede che non deve essere confusa con la Chiesa.
La Chiesa siamo noi tutti. La Chiesa sono le persone umili, pulite e spontanee che si ritrovano nelle parrocchie per testimoniare e difendere la propria fede. La Chiesa è Don Lorenzo Milani, è Don Primo Mazzolari, è Don Pino Puglisi, è Don Peppe Diana, è Don Tonino Bello, è Don Andrea Gallo, è Don Paolo Farinella, e i tanti che ora non ricordo ma che esistono. Il Vaticano è un’altra cosa. La Curia è l’organo politico – decisionale che non ha nulla da invidiare al peggior organo politico parlamentare. E’ di questo che voglio parlare. Ed è di questo che si dovrebbe parlare. Diffusamente. Enormemente. Con serietà, onestà e competenza. Non inventando tesi o facendo supposizioni istintive. Il nostro Paese, sin dalla sua nascita, ha potuto contare essenzialmente su due pilastri storici che mai sono venuti meno: il Vaticano e le Mafie.
Le storie richiamate in questo post e in generale quelle di cui è possibile venire a conoscenza da non pochi e ben scritti volumi (penso a quello scritto ottimamente da Saverio Lodato e da Roberto Scarpinato, il “Ritorno del Principe”) documentano, con grandissimo realismo, sulla base di oggettive convergenze, come queste due realtà non solo si siano parlate nel corso dei decenni, ma come spesso abbiano intrattenuto rapporti mediante rispettivi componenti, per una questione di potere. Maledettissimo potere. Influenzando vicendevolmente e piegando più agevolmente, con la complicità di corrotti ed infedeli amministratori, l’ordine democratico repubblicano. E’ l”oscenità del potere. L’ob-scenum: il fuori dalla scena. Quella a cui assistono gli italiani sarebbe, perciò, una grandissima messa in scena, una rappresentazione fittizia, finta e menzogniera con protagonisti un manipolo di servi e di furbi. Il vero potere, quello che ha ucciso, forse, i migliori italiani che il Paese abbia mai avuto, e che continua a muovere le pedine a piacimento e sulla base delle convenienze, è osceno. Non si vede. Ma c’è. Mai, fino ad oggi, per esempio, documenti curiali sono stati consegnati ai giornalisti affinchè fossero pubblicati con il preciso intento di denunciare la corruzione morale e il demonio che vive in certi porporati e nelle più alte sfere della Santa Sede. Qualcuno, probabilmente, se certe denunce dovessero proseguire o dovessero salire di livello, potrebbe iniziare ad avere paura. Ma ormai il dato è tratto. Non si può tornare indietro. Il vaso di pandora è stato scoperchiato. Che Dio aiuti la Chiesa. Che Dio ci aiuti.
Servizio pubico
Gli oltre 50 minuti di show di Celentano hanno mandato, due sere fa, su tutte le furie il Vaticano, a testimonianza di un’ incapacità ad accettare la critica, fosse anche la più severa. La Rai, che ha un’autonomia operativa e di coscienza nulla, sia rispetto al potere clericale sia rispetto al potere politico, si è conseguentemente adeguata, spedendo il “commissario” Marano dopo la prima puntata. Ieri sera, ancora una volta, a fare notizia non certamente la musica italiana e i cantanti con i loro testi, più o meno di qualità, e neanche l’arrivo della bellissima velina cecoslovacca, ma la nudità di Belen Rodriguez che ha mostrato, senza alcun pudore, il suo tattuaggio inguinale. Che ha generato nel corso della giornata una valanga di critiche e di battute satiriche. Tutte le reazioni, però, hanno lasciato in silenzio, questa volta, sia il Vaticano sia il Direttore Generale della Rai, Lorenza Lei. La risposta ci è fornita, forse, dalla vignetta di Nico Pillinini. Trattasi, indubbiamente, di Servizio Pubico.

Abito da prete, anima da demonio
Questa storia, purtroppo, non ha il carattere dell’esclusività perchè di tragedie analoghe ce ne sono state tante in passato e chissà quante ancora oggi ce ne sono. Ma fa straordinariamente male. E tanto. Rompere il muro del silenzio, però, è fondamentale. Avere il coraggio di parlare e di denunciare questi crimini e queste violenze può solo servire a far capire quanto demoniaco sia oggi un certo clero. Una minoranza che rischia di danneggiare la credibilità della maggioranza. Perchè la maggioranza, voglio crederlo, è fatta da sacerdoti straordinari. Ce ne sono stati e ce ne sono. Di noti come anche di meno noti. Ma non ho intenzione di elogiare un’istituzione come il Vaticano che in questi anni ha avuto come plenipotenziario un cardinale come Bertone che, come ha denunciato in queste settimane la trasmissione “Gli intoccabili”, sguazza nel potere politico e finanziario con l’intenzione di poterlo condizionare in virtù del ruolo che esercita e al quale sono giunte, per esempio, le richieste di rogatorie internazionali da parte dei magistrati della Procura di Roma che indagano attualmente sullo Ior, sulla sua poca trasparenza procedurale e amministrativa nonchè sui titolari degli ingenti capitali ivi depositati.
Come è responsabilità morale e penale di un certo clero non occultare le vicende di violenza carnale che si consumano nelle parrocchie tra preti e laici, che siano donne o bambini. Un clero non inquinato dal demonio dovrebbe non solo operare con lo sgomento nel cuore per ricercare la verità e restituire dignità ai tanti uomini donne e bambini offesi, ma dovrebbe anche dare il buon esempio. Il famoso buon esempio che ci si aspetterebbe in modo inequivocabile da chi dovrebbe rappresentare in Terra il nostro Signore. E invece tradisce e lo disonora. Ripeto per chiarezza, è una minoranza che però fa male tanto ai laici e alla maggioranza di sacerdoti che operano davvero in modo eccezionale e per il bene comune.
Ma dalla parte sana, però, ci si aspetta una reazione che fino ad oggi è stata non all’altezza degli scandali. Una reazione di orgoglio. Una reazione di amore. Di amore. Perchè queste schifezze non devono più accadere. Perchè chi violenta il corpo delle donne o dei bambini e mediante di essi violenta Cristo e la sua testimonianza di carità, di fratellanza e di solidarietà, non può continuare ad operare nella Chiesa. E simili uomini cosi come gli alti prelati che li difendono, in pieno stile mafioso per la cultura espressa, quella dell’omertà e della reticenza, testimoniata poi anche in altri ambiti, non possono operare nella Chiesa e per la Società.
Ior. La Santa Sede non risponde alle rogatorie
Qualche settimana prima delle feste natalizie, in prossimità del varo della manovra di Monti, fece parecchio scalpore – anche a seguito di alcuni scoop firmati sia da Report sia dal segretario dei Radicali, Mario Staderini – la scaltrezza con cui il Vaticano rispose alla critica di non pagare la tassa nota come Ici (ora Imu) per i beni di proprietà dello Stato del Vaticano non destinati a funzioni di culto, quali per esempio gli ostelli e tutte le attività commerciali. Critica tanto più vigorosa alla luce dell’italica crisi economica – finanziaria – politica a causa della quale non pochi milioni di italiani si sarebbero ritrovati, in vista del nuovo anno, a fare i conti con una tassazione consistente, poi giudicata unanimemente poco equa e poco calibrata su tutti i ceti sociali del Paese.
Ora, a distanza di alcune settimane, e per gli amanti del genere letterario “La Chiesa è santa, forse, solo a parole”, ecco il possibile boom con gli inediti sviluppi sulle inchieste che riguardano la potentissima Banca dello Stato del Vaticano, lo Ior.