La mafia è una montagna di merda

Il 9 maggio non è soltanto il giorno del 30° anniversario della morte dello statista Aldo Moro, ma è anche il giorno del 30° anniversario della morte di Peppino Impastato.

Sin dal 1978 ogni anno, nella giornata del 9 maggio, viene organizzato un evento commemorativo per ricordare Aldo Moro nel corso del quale tutti i politici, passati e presenti, sentono l’impellente necessità di parteciparvi e di dimostrare con la loro evanescente presenza la loro solidarietà: tutt’altro che emotivamente coinvolgente visto quello che poi dimostrano con la loro condotta nei 364 giorni successivi.

E per circa 25 anni, purtroppo, di Peppino Impastato si è parlato poco o niente con questi “reo” di essere morto nello stesso giorno del Moro e di “meritarsi” poca attenzione per quello che, secondo alcuni, aveva fatto da vivo.

In questi decenni di assordante silenzio, fortunatamente, con un impegno straordinario, suo fratello Giovanni e il Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato” hanno, con le loro mirabili e innumerevoli iniziative, tenuto sempre acceso la fiamma del ricordo di un uomo intenso, passionale, ostinato e determinato nell’affermazione del suo pensiero e della sua voglia di sentire, in una terra difficile come la Sicilia, il profumo della libertà e non il puzzo del compromesso, dei ricatti, delle violenze della Mafia.

Sono cosi riusciti, anche attraverso le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Salvatore Palazzolo, a far riaprire una inchiesta e un caso che colpevolmente lo Stato aveva deciso di insabbiare e di abbandonare nei cassetti dell’indifferenza.
Dichiarazioni e testimonianze che hanno portato, dopo non pochi ingiustificati anni, solo nel 2001 e nel 2002, rispettivamente alla condanna a 30 anni di reclusione per Vito Palazzolo e all’ergastolo Tano Badalamenti.

Altrettanto positiva, poi, è stata la rappresentazione cinematografica de “I cento passi“, film di Marco Tullio Giordana, che ha permesso, negli anni in cui l’iter giudiziario contro Palazzolo e Badalamenti non si era ancora concluso, che la vita e la storia di Peppino, a molti ancora ignota, fosse divulgata ampiamente e liberamente innescando, meravigliosamente, una reazione quasi epidermica in moltissimi siciliani e non solo, atti a identificarsi in Peppino per la sua straordinaria testimonianza di lealtà, di coraggio, di trasparenza e di denuncia contro un sistema criminale perverso come Cosa Nostra in quegli anni, gli anni ’80, imperversava e dettava legge con la forza delle armi e del “sangue facile”.

Mio padre, la mia famiglia, il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!

In questa memorabile riflessione di Peppino si evince chiaramente il suo rifiuto alla mafia, la sua riluttanza a un mondo e a un modo di concepire la vita con tutte le sue sfumature, le sue contraddizioni, le sue amare constatazioni e deludenti verità.

E rileggendo, instancabilmente, la biografia di Peppino sorprende, sconforta, avvilisce, come lo Stato, il nostro Paese, quello per cui sono morti, lungo i decenni della Storia, centinaia di migliaia di eroi e di valorosi servitori delle istituzioni, per la Patria, ancora una volta, abbia dimenticato o peggio rinnegato uno dei suoi più nobili figli attraverso un calcolato e manovrato disegno criminale che doveva annullare Peppino anche dalle coscienze.

Dice il fratello Giovanni:

Fu un depistaggio sistematico, scientifico, che aveva un fine preciso: dopo averlo ucciso, Peppino andava anche rimosso; la cultura di regime voleva che la sua figura venisse dimenticata.
Ci hanno provato in tutti i modi, ma non ci sono riusciti…

E aggiunge che:

Lottare contro la mafia è come lottare contro te stesso, contro un modo di pensare, di vivere… Contro una “forma mentis” che è nostra, perché la cultura mafiosa è profondamente radicata dentro di noi.

Insomma, non abbiamo avuto come nemico solo la mafia, ma pure le Istituzioni.


E nel momento in cui lui affida a noi giovani e a tutti quei cittadini illusi da uno Stato che Stato non è e che per assurdo potrebbero rifugiarsi nell’Anti-stato come esigenza naturale e primordiale di protezione, di tutela, di identità, ecco che con forza e coraggio occorre affermare, anche attraverso il ricordo e la memoria dell’ impegno e dell’attività di Peppino Impastato, che
“Bisogna presidiare la nostra democrazia”.

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Commenti

  • sylvie  On 10 maggio 2008 at 15:42

    Questo commento è stato eliminato dall’autore.

  • indiano  On 10 maggio 2008 at 17:30

    Grazie per questa preziosa segnalazione.. :-))

  • cerchilavoro2010  On 15 dicembre 2010 at 09:34

    Delinquente giudice Minudri Maria di Voghera e Bianchi di Tortona hanno preso soldi per truccare il processo e poi condannato l’innocente che non aveva dato la bustarella di soldi per il giudice corrotto. Sapevate che i giudici italiani sono i più corrotti e fannulloni d’Europa? Vi consiglio di cercare in google cosi: –Scaricate da spedire agli amici:www.cattivagiustizia.comwww.ingiustiziaitaliana.com

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