Ciao Anna

Il seguente articolo di Andrea Riscassi, tratto da Articolo 21, nel secondo anniversario della morte della giornalista russa Anna Politkovskaja, è importante non solo perchè ricorda la Memoria di una grande professionista che è stata assassinata da alcuni mafiosi russi a causa del suo lavoro, ma perchè invita alla riflessione tutti quei cittadini che non si sentono rappresentati e tutelati da una Informazione di Regime che risponde non al volere collettivo ma alla rappresaglia di una lurida oligarchia che si spartisce il potere e i capitali.

E se in Russia i giornalisti “scomodi” li ammazzano, in Italia li censurano e li isolano.

E il denominatore comune è sempre lo stesso: la Mafia.

Cambiando il prodotto, è evidente, il risultato non cambia: l’Informazione è una merce rara e preziosa, chi detiene il potere lo sa e ne manovra le redini con abilità e maestria perchè il consolidamento del consenso passa attraverso di essa, spesso e volentieri oscurando la verità al cittadino qualunque affinchè possa credere quello che taluni vogliono che si creda e si sappia.

A noi l’impeto e il coraggio di riappropriarci di una Informazione vera e pulita.

Libera Informazione in Libero Stato.

Anna Politkovskaja è morta da ormai due anni. Ma grazie ai suoi scritti continua a vivere. Rizzoli ha appena pubblicato “Un piccolo angolo d’inferno”, libro che racconta gli orrori della Cecenia. Un testo uscito nel 2002 proprio mentre infuriava la guerra scatenata da Putin nel Caucaso. Essendo stata assassinata, Anna non ha potuto seguire il nuovo conflitto che questa estate ha visto ancora l’ex tenente colonnello del Kgb guidare le sue truppe.
Anna odia la guerra, la combatte con i suoi scritti. Ma riesce persino a trovarne degli elementi positivi, personali. Dopo che il marito, obnubilato dall’alcool e dalla propaganda, l’ha lasciata, commenta: “Sono grata a questa guerra. Sono finita qui per caso, e ci sono rimasta invischiata sempre per caso. Ma ora so come tirarmi fuori da tutto questo delirio. La guerra è orribile, ma mi ha purificata da tutto quel che era superfluo, irrilevante. Come potrei non essere riconoscente?”.
Avanza per paradossi Anna, giornalista russa alla quale, da tempo chiediamo che il Comune di Milano dedichi un albero nel Giardino dei giusti. Perché di giornalisti come lei ne nascono pochi, in Russia come altrove. Lei, capace di denunciare un conflitto senza regole. Lei, obbligata dalla sua deontologia a descrivere quel che accadeva, malgrado le pesanti conseguenze alle quali sapeva sarebbe andata incontro. Lei, arrestata, umiliata e minacciata di morte dai soldati e persino dall’imberbe leader della Cecenia normalizzata. Lei che fatica a farsi credere persino dagli amici, financo dai più stretti colleghi. Una sensazione che descrive bene in “Un piccolo angolo d’inferno”: “Mi trovo nel cortile dell’industria alimentare di Šali, dove sono registrati circa sessantamila rifugiati, Aišat Junaidova, capo dell’ufficio immigrazione, mi dice: “Richiami all’attenzione di Mosca il fatto che questi aiuti governativi non sono affatto sufficienti; molti dei nostri rifugiati sono comunque condannati a soffrire la fame”. Ovviamente gli prometto che riferirò, ma lo faccio senza enfasi alcuna. In effetti non prometto nemmeno: mi limito ad annuire e a borbottare qualcosa, perché sarebbe difficile spiegargli che, primo, al Cremlino non importa niente a nessuno di quel che riferisco io e, secondo, l’atteggiamento di Mosca in merito alla guerra nel Caucaso è molto complesso: se nessuno sa niente è perché non vuole saperlo. Terzo, anche i miei più intimi amici non credono alle storie che racconto quando torno dalla Cecenia, e così ormai ho smesso di spiegare qualunque cosa. Quando mi invitano da qualche parte mi limito a restare in silenzio. Infine: nemmeno il giornale per cui scrivo, che pure si oppone alla linea del partito di Governo, è poi così impaziente di mandare in stampa i miei servizi sulla Cecenia. E se lo fa, a volte taglia le parti più dure, per non scioccare il pubblico. In redazione spesso e volentieri scoppiano lite furiose sull’argomento e per me diventa sempre più difficile far pubblicare l’intera verità”. Da quando Anna è morta, tante cose sono cambiate anche in Cecenia. Non si combatte più anche se soldati russi vengono ancora uccisi in attentati. La guerra caucasica si è spostata un po’ più a sud-est. Le frontiere della Federazione russa si sono allargate, finendo per annettere Ossezia meridionale e Abkhazia. Ora aspettiamo pazientemente che, sempre per difendere i diritti umani, Putin (che in Cecenia non mi pare si sia preoccupato di fosse comuni o esecuzioni arbitrarie da parte di – suoi – uomini in divisa) si annetta anche la Transnistria e la Crimea. In fondo lì ci abitano i russi e chi meglio dell’uomo forte di Mosca può difendere i suoi connazionali?
La Russia è andata peggiorando da quando Anna Politkovskaja è stata assassinata a casa sua il 7 ottobre del 2006. Si sono svolte altre elezioni non regolari e i bulloni del regime si sono ulteriormente ristretti. I giornalisti continuano ad essere uccisi e la giustizia continua a non fare giustizia. Rispetto a quando Anna denunciava queste cose, nel mondo c’è ora però più consapevolezza su quale sia il vero volto della Russia (che in fondo è quello vecchio, depurato dal profilo ideologico, ma ancora ben presente a livello di strutture e di mentalità). Ora i leader politici europei parlano di “putinismo” e gli imprenditori (tantissimi quelli italiani, peraltro) cominciano a chiedersi se sia una buona idea restare in un paese politicamente stabile ma geopoliticamente così aggressivo. A Washington invece di un partner, Putin rischia di vedersi eletto un avversario. E persino l’Europa di Sarkozy è riuscita a fermare l’Orso russo. Certo Putin, tra i ventisette leader europei, grazie alla dipendenza da gas, ha più amici che nemici. Ma intanto si è accorto che le sue avventure militari non godono di grande sostegno mondiale. Sull’occupazione della Georgia, i vicini cinesi sono rimati silenziosi e al suo fianco il novello zar si è ritrovato regimi squisitamente democratici, quali quello iraniano, il bielorusso o il venezuelano.
L’aria insomma è davvero cambiata. Forse più nell’opinione pubblica che nelle cancellerie, sempre attente più al portafoglio che ai diritti umani. Il sacrificio di Anna è servito poi da cartina di tornasole per tante persone. Ha permesso di capire la Russia di Putin più di tanti mille paludati convegni. Lo dimostrano le migliaia di firme raccolte, anche in Italia, in memoria di Anna. Proprio per onorare questa coraggiosa giornalista, per impedire che venga dimenticata, l’associazione Annaviva ha deciso di organizzare due presidi il 7 ottobre alle 20.30, secondo anniversario dell’omicidio (e cinquantaseiesimo compleanno di Putin). A Roma ci si troverà in Campo dei Fiori sotto la statua di Giordano Bruno, a Milano in Piazza Scala sotto la statua di Leonardo. Siete tutti invitati a partecipare perché conservare la memoria è un esercizio che non si fa solo con le parole incrociate. Chi ha ucciso materialmente Anna è ancora a piede libero, così come colui che ha pagato il killer. Chiediamo giustizia per lei. E chiediamo che l’Italia (uno dei paesi più filo-russi d’Europa) non dimentichi il sacrificio di una giornalista che voleva solo fare il suo mestiere: informare. E per questo è stata uccisa.
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Commenti

  • Kylie  On 7 ottobre 2008 at 21:26

    Quell’omicidio mi aveva parecchio sconvolto perchè quasi quasi fatto sotto gli occhi di tutti come se nulla fosse.Mah… come hai scritto tu, che il suo sacrificio serva a qualcosa.

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