Esiste un "Obama" in Europa..??

Dalla Gran Bretagna, alla Francia, alla Germania, all’Italia si sta scatenando un’estenuante ricerca di un “Obama europeo”, di una leadership che scompagini i vecchi apparati dei partiti di centrosinistra e che rinnovi strategie, tattiche e modi di operare, pensare e parlare. Ricerca al momento vana! In Gran Bretagna, un deputato laburista di colore inglese ha criticato il proprio partito perché non lascerebbe spazio alle minoranze etniche e generazionali per arrivare nei posti di comando, anche se il Labour party è il più rappresentativo rispetto ai conservatori. Il suo “lamento politico” comunque ha già alzato un polverone tra i laburisti, guidati dal “grigio” Gordon Brown, 57 anni, premier con scarso appeal nell’opinione pubblica.
In Francia, i maggiori giornali ( tra i quali spicca Liberation) stanno pubblicando inchieste sul tema, ma sconsolatamente concludono che all’orizzonte non si intravedono nuovi Obama, nonostante la multietnicità della società francese. E intanto la Segolene Royal, 55 anni, già sconfitta da Nicolas Sarkozy, 53 anni, nella battaglia per l’Eliseo, è in testa nelle mozioni per il prossimo congresso del Partito socialista e se la deve vedere nella corsa alla presidenza con altri ultracinquantenni come la Martine Aubry, 58 anni, sindaco di Lille ( e figlia dello storico ex- presidente della UE Jacques Delors), e il sindaco di Parigi Bertrand Delanoe, 58 anni. Ma almeno i francesi hanno stilato un Manifesto bipartisan “per l’uguaglianza reale”, con cui si denuncia la complicata realta’ francese, dalla vita in periferia all’accesso alle università, fino alla visibilita’ delle minoranze nelle sedi istituzionali e, piu’ in generale, nella classe dirigente. Il Manifesto e’ anche un appello a trarre la lezione dal successo di Obama, “in contrasto crudele con i ritardi della societa’ francese”. Un interessante e stimolante programma politico-culturale che ha trovato il pieno sostegno della “premiere dame” Carla Bruni, 41 anni (qualche osservatore d’oltralpe ritiene che dietro a tutto ciò ci sia la “mano invisibile” dello stesso presidente Sarkozy), la quale si è anche tolto lo sfizio di dare una lezione di “bon ton” al nostro Berlusconi in merito alle sue cabarettistiche esternazioni razzistiche su “Obama abbronzato”. In Germania, al momento, sembra già profilarsi un candidato al “Premio speciale per l’Obama europeo”: il forte partito dei Verdi ha infatti scelto come nuovo Co-presidente un eurodeputato di origine turca, ma nato in Germania, Cem Ozdemir, 42 anni. Un primo inizio stimolante, ma la strada per le nuove leadership della sinistra europea è tutta in salita! Anche in Italia ci si interroga su chi potrebbe essere il nuovo “Obama” della politica nostrana. Ma da noi più che inglobare le diversità etniche, culturali e generazionali, si creano muri insormontabili e, tranne qualche eccezione, ai posti di comando nei partiti e nelle istituzioni restano abbarbicati personaggi che potremmo richiamare all’epoca della “Vecchia Prima Repubblica”, anche se con età differenti, che vanno dai 40 ai 70 anni. Da noi, poi, nessuno emigrante, tranne qualche sparuto esempio, può ambire ad entrare in Parlamento, vista anche la legge antistorica e discriminatoria che non permette ancora di considerare a tutti gli effetti italiani gli oltre 650 mila figli di emigranti nati nel nostro paese. Una discriminazione assurda, antistorica, che richiama alla memoria la “legge salica”, che un tempo non permetteva alle figlie primogenite dei regnanti italiani, e non solo, di diventare regine.
Nell’era della globalizzazione, della costante crescita dell’uso delle nuove tecnologiche che hanno contribuito fortemente anche all’elezione di Obama a presidente degli USA, in Italia si vive ancora ai tempi della “proto-storia”, con la scelta dei gruppi dirigenti fatta da strette cerchie oligarchiche sia in politica (dove il sistema delle primarie non è stato ancora accettato del tutto né codificato), sia nel mondo imprenditoriale, sia nei settori nei quali dovrebbero contare solo i curriculum (università, centri di ricerca, ecc.). Qualche acuto osservatore, come Ilvo Diamanti e Tito Boeri, sostiene che neppure la generazione del Sessantotto è riuscita ad imporre nuovi sistemi di selezione né di rappresentanza. Non è così! La generazione del Sessantotto, tranne qualche sparuta eccezione, è stata tenuta lontana dalle “stanze del potere”. Certo, esistevano fino agli inizi degli anni Novanta, i partiti di massa (essenzialmente PCI e DC), oltre ai tre sindacati confederali, che al proprio interno selezionavano le nuove classi dirigenti. Ma il “peccato originale” di essere stati protagonisti del Sessantotto e dintorni ha sempre bloccato le “carriere politiche” di quegli esponenti, sottoposti a veri e propri “esami del sangue”.
Va poi ricordato il clima politico del dopo-Sessantotto, con le stragi di stato, il terrorismo e la potente forza occulta della massoneria segreta, che a tutt’oggi conserva un potere di indirizzo e di discriminazione non indifferenti in molti settori della vita pubblica, istituzionale e lavorativa.
E così si è formato un “tappo” generazionale e culturale, che poteva essere in grado di modificare proprio questo sistema arcaico e autoreferenziale, che di fatto sta precipitando in una degenerazione il sistema politico-economico-sociale del nostro paese.
E nemmeno gli imprenditori sono immuni da questa malattia. Nonostante il ricambio lento, ma più numeroso, dei vertici aziendali e imprenditoriali, la Confindustria e i suoi associati preferiscono cooptare le nuove leve tra i figli, i nipoti e gli apparentati, più che aprire le porte delle loro stanze del potere a giovani energie estranee al “familismo aziendale” (Emma Marcegaglia, 43 anni, e Federica Guidi, 39 anni, sono “figlie di…”, allevate e coccolate nelle aziende dei loro padri e cresciute nelle organizzazioni sindacali giovanili confindustriali).
L’unica anomalia di selezione viene dalla destra berlusconiana e leghista, ovvero dai due “raggruppamenti politici”, sorti sulle ceneri della vecchia partitocrazia della “Prima Repubblica”. La prima sceglie i suoi dirigenti per cooptazione e selezione aziendale, integrandone ai vertici di Forza Italia, ora PDL, alcuni esponenti che provengono dalle frange più estremistiche e anti-PCI del Sessantotto (ironia della storia!). Nella Lega esiste una specie di selezione di stampo sovietico, con la scelta dei leader locali più estremisti, spesso scarsamente “acculturati” ma sicuramente esperti trascinatori demagoghi. Ecco, allora, che i politici del centrosinistra di casa nostra volgono lo sguardo all’estero, innamorandosi di volta in volta di qualche nuovo leader emeregente: ieri Clinton e Blair, oggi Zapatero ed Obama. Uno sport provinciale in cui purtroppo eccelliamo da sempre! Si spera sempre che ad ogni sorgere di nuovi movimenti, da quelli pacifisti nei primi anni Duemila, agli attuali degli studenti universitari (che richiamano molto al primo Sessantotto!) si possa trarre nuova linfa per rinnovare i partiti della disastrata sinistra, riformista e radicale che sia. Speriamo che stavolta qualcosa si smuova! Ma non sarà facile, perché in realtà non esistono sistemi di selezione né è terminata la cronica malattia di cooptare i più fedeli, i replicanti, o di fare spazio ad espressioni neo-corporative del tipo: i giovani, le donne, gli imprenditori, gli intellettuali, i conduttori TV, gli sportivi, e chi ne ha più ne metta.
Tramontate le scuole di partito e del sindacato, strappati i rapporti di interconnessione tra vertici nazionali e locali con le “realtà sociali” e locali, dalle quali un tempo si sfornavano dirigenti espressione di lotte o di movimenti e associazioni spontanee, la sinistra tutta deve attrezzarsi a ricercare le nuove leve con tecniche anche sperimentali. Intanto, facendo ricerche sui siti informativi dei tanti movimenti spontanei e autonomi dai partiti, ma anche sui public network, come Facebook o My space, dove si trovano blog e siti autogestiti e dove soprattutto le nuove generazioni “si parlano e mostrano” al pubblica le loro idee. Poi ci sono le ricerche sul territorio, all’interno di lotte specifiche e magari lontane dalle grandi emergenze nazionali: le battaglie dei ragazzi contro le tante mafie, i gruppi impegnati nel volontariato a favore degli emarginati ( che siano clochard, nomadi, extracomunitari, drogati, ecc..), i giovani delle Università in rivolta, i delegati sindacali di base nelle realtà lavorative, da quelle precarie come i call-center e altri servizi, a quelle più “storiche” (le fabbriche metalmeccaniche, ma anche nel commercio e nell’agricoltura). Finora, invece, la sinistra tutta si è basata ancora sulla scelta di chi si avvicinava alle loro organizzazioni, magari durante le campagne elettorali o le primarie, fino a proporre esempi disastrosi come stage o scuole estive sul tipo dei Master americani. Appunto “americanate”! Trasparenza, meritocrazia, dirittto uguale per tutti alla scuola pubblica, compresa l’Università, lotta alle baronie, erano alla base dei movimenti studenteschi del Sessantotto alle origini, come lo sono ora con questa “Onda”. Facciamo in modo che da questa occasione storica ne derivi una nuova classe dirigente.

Chi l’ha visto? Alla ricerca dell’Obama in Europa, Gianni Rossi, Articolo 21

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