Aldo e Peppino.. Due volti di un’Italia dimenticata


Trentuno anni fa morivano Aldo Moro e Peppino Impastato.

Il primo, uno dei leader più discussi della Democrazia Cristiana, uno dei fautori del dialogo con Berlinguer per la definizione del Compromesso Storico, il 16 marzo del 1978, nel giorno della presentazione del nuovo governo Andreotti, in Via Fani, fu rapito durante un attentato nel corso del quale tutta la sua scorta fu massacrata e annientata.

Come ho scritto, lo scorso anno, in questo blog, in una riflessione dedicata alla “vicenda Moro” (che suggerisco di rileggere..), è probabile che dietro l’eliminazione fisica dello statista democristiano ci fosse la P2, costituita non soltanto da facinorosi e guerriglieri, ma anche da soggetti appartenenti alle deviate istituzioni.

Scrissi:

“Il 10 maggio 1978, all’indomani del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani, il ministro dell’interno Francesco Cossiga si dimise con un comunicato che celava con cinica chiarezza la copertura offerta alla banda piduista vincitrice occulta sulla resa dello Stato. Non a caso quelle dimissioni consentirono alla P2 di mantenere il controllo dei servizi segreti e di pilotare le indagini sul sequestro e l’uccisione di Moro. Cossiga mentirà ai magistrati dicendo di aver conosciuto Gelli dopo il caso Moro tramite il segretario di Donat Cattin, Ilio Giasolli, ma Gelli invece, dichiarerà di aver conosciuto Cossiga nel 1972. Questo delitto di Stato rappresenta la pagina più torbida della storia della Repubblica italiana. Come si evince da qui, quindi, è probabile che prima ancora delle Brigate Rosse ad ammazzare, non materialmente, uno degli statisti migliori della nostra Repubblica, sia stata la loggia massonica P2 con la compiacenza di uomini, prima ancora che politici, indegni come Francesco Cossiga e di Giulio Andreotti che – dice Daniele Martinelli – pilotava e usava i servizi segreti per scopi personali e non per ragioni di Stato.

Il secondo, anche lui ricordato lo scorso anno con una riflessione in questo blog, invece, che per i primi vent’anni successivi la sua morte è stato condannato dalla Storia, ossia da Noi, all’indifferenza più assurda e vigliacca, grazie all’impegno del fratello Giovanni e del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato” non è stato completamente dimenticato ed essi sono riusciti a tenere “sempre accesa la fiamma del ricordo di un uomo intenso, passionale, ostinato e determinato nell’affermazione del suo pensiero e della sua voglia di sentire, in una terra difficile come la Sicilia, il profumo della libertà e non il puzzo del compromesso, dei ricatti, delle violenze della Mafia.

Solo nel 2002 è stato condannato all’ergastolo il mandante del suo omicidio, Tano Badalamenti.

Dice il fratello Giovanni:

Fu un depistaggio sistematico, scientifico, che aveva un fine preciso: dopo averlo ucciso, Peppino andava anche rimosso; la cultura di regime voleva che la sua figura venisse dimenticata. Ci hanno provato in tutti i modi, ma non ci sono riusciti…

E aggiunge che:

Lottare contro la mafia è come lottare contro te stesso, contro un modo di pensare, di vivere… Contro una “forma mentis” che è nostra, perché la cultura mafiosa è profondamente radicata dentro di noi. Insomma, non abbiamo avuto come nemico solo la mafia, ma pure le Istituzioni.

Queste le parole di Peppino, con cui voglio chiudere questo puro ed umile atto di Memoria, affindando a ciascuno, come una carezza soave, la sua anima e il suo eroismo semplice e contemporaneo.

Mio padre, la mia famiglia, il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!

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