Verso Contromafie

Gli Stati Generali Antimafia indetti da Libera parleranno ai vivi, ma non scorderanno i morti.

Per il dovere della memoria, ma ancor più perché affermare i diritti di tutti contro il crimine e la corruzione è combattere la stessa battaglia nella quale tanti hanno perso la vita. Significa che la loro battaglia è ancora aperta e che va portata avanti, se non vogliamo che ne resti solo il rimpianto. Un’identica battaglia, nonostante molti non l’abbiano capito o fingano di non averlo compreso, per convenienza o per viltà o, come gran parte dei media, l’abbiano rimosso per ignavia e per i condizionamenti del potere.

Nonostante gli assassinati rappresentino la parte migliore del nostro mestiere e ci indichino oggi la strada da seguire, la difesa a oltranza della libertà di stampa, mentre si fa più pesante la pressione intimidatrice, l’aria mefitica del regime, l’attacco in corso contro le istituzioni e i diritti di tutti i cittadini a essere informati. Per questo motivo, sentiamo la necessità di rivolgere la parola ai giornalisti assassinati dalle mafie, ai loro familiari, ai magistrati, agli investigatori, a tutti coloro che non considerano quei delitti come numeri negli archivi, mummificati da sentenze che non hanno chiarito moventi, mandanti, complicità, situazioni ambientali.

Per questo vogliamo rivolgerci a coloro che sono stati colpiti negli affetti più cari, ma che non si arrendono. Penso a Claudio ed Elena Fava, che portano avanti con orgoglio l’eredità di Pippo Fava, ma Claudio deve poi scrivere nel suo “I disarmati” delle tante occasioni perdute e di quelle tradite, in un’Italia malgovernata e disinformata, in una Catania ancora prigioniera del malaffare e della corruzione. E ai giornalisti della nidiata de “I Siciliani”, cronisti coraggiosi e penne di grande valore, poi dispersi nel mare del mercato editoriale, ma a volte, come per Riccardo Orioles, animatori di mille battaglie sconosciute, tenacemente costruite dal basso, formative per tanti altri giovani. Senza soldi, ma anche senza paura.

Penso a Mauro Rostagno e alle tormentate vicende che hanno dovuto affrontare la figlia Maddalena, la sua compagna Chicca e la sorella Carla, per tenere aperte indagini che portassero a una verità ancora lontana, ma per la quale si sono adoperati cittadini, magistrati capaci come Antonio Ingroia, validi investigatori come Giuseppe Linares a Trapani.

Penso a Giovanni Impastato, che in ogni parte d’Italia porta non solo il ricordo di Peppino, di Radio Aut e della lunga guerra giudiziaria per fare emergere una verità nascosta, deformata da complicità e silenzi, ma anche per difendere il patrimonio civile e morale di suo fratello dagli atti di aggressione e sottocultura che si susseguono ormai nel Paese.

Penso a Sonia Alfano, che ha trasferito nel parlamento di Strasburgo l’impegno civile cresciuto dopo l’uccisione del padre Giuseppe. Penso a Paolo Siani, che porta il sorriso gentile del fratello Giancarlo, assassinato a 26 anni, nel cuore di manifestazioni che premiano giovani che hanno scelto la strada del giornalismo d’inchiesta, in un film, nella pubblicazione di articoli che ridanno il senso di una passione civile e professionale, oggi insultata e aggredita come mai è avvenuto in un paese democratico.

Penso a Mauro De Mauro e alla sua famiglia, che ancora non sa dallo Stato perché, come e da parte di chi il giornalista de “L’Ora” di Palermo fu rapito e ucciso quarant’anni fa, sullo sfondo di cospirazioni contro le istituzioni, deviazioni, intrecci che riportano agli inquietanti segnali che costellano anche questi nostri anni e che si profilano nell’immediato futuro.

Penso al giovanissimo Giovanni Spampinato, ucciso nel ’72 a Ragusa e a suo fratello Alberto, che tanti anni dopo ne ha tratteggiato la drammatica storia in un bel libro, mentre sta formando un osservatorio appoggiato dalla FNSI per non lasciare soli e indifesi i giornalisti, circa 200 negli ultimi anni, aggrediti o minacciati dalle mafie per il loro impegno di lavoro. Una cifra enorme, non conosciuta, che ricorda tristemente alcuni paesi latino-americani in mano ai narcotrafficanti.

Penso alle battaglie condotte dalla famiglia di Mario Francese per riaprire l’inchiesta ormai chiusa sull’uccisione del bravissimo cronista del “Giornale di Sicilia” e al mistero che ancora circonda l’assassinio di Cosimo Cristina, il primo giornalista ucciso nel 1960.

Penso infine a Giorgio e Luciana Alpi, indomiti genitori che chiedono da 15 anni verità e giustizia sulla morte di Ilaria, assassinata a Mogadiscio insieme con l’operatore Miran Hrovatin, mentre realizzava una delicatissima inchiesta sui traffici d’armi e rifiuti tossici con l’Italia, dove anche gli interessi mafiosi erano presenti. Mentre emerge la realtà delle “navi dei veleni” affondate nel Mediterraneo, con la rete di complicità e gli intrecci affaristici che ne formano lo sfondo, l’attualità di questo giornalismo colpisce come uno schiaffo morale coloro che vogliono imporre il bavaglio alla libertà di stampa, annullando i pochi spazi critici non piegati dal conformismo e dalla subalternità al potere che sta stravolgendo il Paese.

Se ne parlerà a Contromafie.

E il respiro che ancora sale dalle vite spezzate di quei nostri fratelli, caduti sul fronte delle notizie come gli inviati di guerra, farà più forte l’impegno.

Verso Contromafie, Roberto Morrione, Libera Informazione

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