Da Leonardo Sciascia una lezione di civiltà.

“Noi non vogliamo che le forze dell’ordine – che veramente desideriamo siano tali senza dimostrare gratuitamente la forza, e portatrici di un ordine che nulla abbia a che fare con la violenza – vengano quotidianamente mandate allo sbaraglio; e personalmente ritengo che debbano essere messi a loro disposizione strumenti legislativi più adeguati al corso delle cose, ma senza mai venir meno ai princìpi costituzionali. Ma siamo molto preoccupati – e preoccupati anche per loro – che si voglia dar loro il precetto dell’emergenza e della guerra civile”.

Questo è un passo dell’interpellanza parlamentare di Leonardo Sciascia, nella seduta del 17 dicembre 1979. Riflettendo sulle tristi vicende degli ultimi anni, in Italia e non solo, da Bolzaneto ad Abu Grahib, da Federico Aldovrandi a Stefano Cucchi, dai CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) al sistema carcerario italiano in generale, sembra di assistere alla continua legittimazione di una violenza che, sotto le false spoglie della tutela dello Stato di diritto, altro non è che lo sfogo di una politica che male sa gestire le emergenze, ancora peggio proteggere i cittadini.

Eppure nella nostra Costituzione “E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà” (Art. 13) poiché “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo” (Art. 2).

La realtà è ben diversa.
I fatti del G8 del 2001 e le torture delle carceri irachene sono fatti purtroppo noti. Visti e rivisti.
Ma nei CIE cosa accade? Per un periodo che può arrivare anche fino a sei mesi, l’immigrato, la cui unica colpa è quella di non possedere un documento, vive in spazi ristretti, senza alcuna privacy, ignorando quali siano i propri diritti. E potrebbe accadere molto altro, specie se, in nome della sicurezza, si criminalizzi un nemico non ben definito, oggi un clandestino, domani un tossicodipendente o un clochard. Azione? Reazione. Cerchi di reagire? Verrai punito.

“Il detenuto non si massacra in sezione. Si massacra sotto”. Carcere di Teramo, ottobre 2009. Morti sospette, suididi, episodi di maltrattamento. Mondi paralleli alla società civile?
La Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali, entrata in vigore nel nostro Paese il 26 ottobre 1955, all’art. 3, proibisce categoricamente qualsiasi forma di tortura ed i trattamenti disumani o degradanti, neanche in caso di lotta alla delinquenza o al terrorismo, verrebbe meno infatti il rispetto dell’integrità fisica dell’uomo: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o a trattamenti inumani o degradanti”.

Scarse sono le risorse destinate al sistema giustiza, ancora meno per quello penitenziario. Poca formazione, poca cultura, ma tante difficoltà. E le donne e gli uomini di Stato (cui si deve massimo rispetto e gratitudine) devono poter lavorare nella massima serenità, in condizioni ottimali.
“Voglio insomma dire che non di leggi speciali, di poteri più vasti e arbitrari, la polizia ha bisogno; ma di una buona istruzione, di un addestramento accurato, di una direzione intelligente, soprattutto. Leggi speciali e poteri più ampi fanno demagogia e sono, oltre che inutili, ovviamente pericolosi per noi cittadini e per la polizia stessa. Sono soltanto degli sfoghi che i cattivi governi offrono alle polizie incapaci e che finiscono con l’essere esercitati più sui cittadini incolpevoli che sui colpevoli”.
Leonardo Sciascia, 17 dicembre 1979.

Da Leonardo Sciascia una lezione di civiltà, Ylenia Di Matteo, Articolo 21

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