Tra disoccupazione e tassa sull’impatto ambientale

In questi giorni l’Eurostat ha fornito i dati dell’indagine condotta per conoscere quanti, nell’Europa a 27, sono coloro che sarebbero disponibili a lavorare, ma non sono alla ricerca di un impiego. Principalmente perchè hanno perso la speranza di trovare lavoro. E sono numeri allarmanti, soprattutto per l’Italia. Numeri – si parla di oltre due milioni e mezzo di persone – che dovrebbero far riflettere tutti e spingere tutti a pretendere un decisico cambio di rotta. 
Perchè se la crisi la contrastiamo con gli strumenti e gli atteggiamenti degli anni ’90 è chiaro che da questa crisi continueremo ad esserne impietosamente travolti. E non ci sarà, davvero, più speranza per noi. E per quelli che verranno dopo di noi. La crisi, invece, anche per provare a ridurne l’impatto emotivo, dovrebbe essere colta, per quanto possibile, come una buona opportunità per rilanciarsi e per ammodernarsi. Investendo nell’innovazione e nella digitalizzazione, nella cultura e nella creatività, nell’ambiente e nel paesaggio. Ossia su tutte quelle risorse, potenziali ed effettive, che potrebbero restituire dignità sociale al nostro Paese. In tempi, forse, neanche eccessivamente lunghi.
Come non sarebbe un’operazione lunga e impossibile quella che prevederebbe, anche per far fronte all’eccessiva tassazione oggi presente nel Paese, per lo più iniquamente redistribuita, con evidenti e critiche differenze tra chi si è arricchito e chi si è impoverito, una riforma fiscale sull’impatto ambientale (Environmental Tax Reform). Trattasi di una misura, suggerita dall’Agenzia Europea per l’Ambiente e già attiva in Germania dove sono stati creati 250 mila posti di lavoro, che consentirebbe di spostare l’onere dal lavoro generico alle attività ad alto impatto sull’ambiente; con i seguenti quattro effetti immediati:

“il primo sarebbe rendere alcune attività dannose molto più care di altre, ugualmente efficienti ma meno impattanti; il secondo, creare nuovi posti attraverso lo sviluppo di industrie più efficienti a cui verrebbero destinati i fondi per l’innovazione raccolti dalla tassazione; il terzo, alleggerire il carico fiscale generico dal lavoro e dal reddito personale e, quarto ma non ultimo, ottenere benefici ambientali dati dalla riduzione delle attività inquinanti”
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Commenti

  • fausto  On 13 gennaio 2012 at 12:52

    Molto bello, ma siamo in Italia! Temo che alla fine non faremo nulla, se non il minimo sindacale. Peccato, perché ci sarebbe da guadagnare: chi oggi si sforza di orientarsi verso attività a minore impatto ambientale domani avrà vita più facile.

    • Giuseppe  On 15 gennaio 2012 at 01:59

      Grazie per il tuo commento. Bisogna sforzarci, tuttavia, di cambiare le cose, spingendo dal basso gli attori sociali e politici del cambiamento, a partire dai nostri comuni, a sposare la causa di un ambientalismo sano e non ideologico.

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