Le riforme a costo zero e il mercato del lavoro

“Le riforme a costo zero” è il titolo dell’ultimo libro di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, due autorevolissimi economisti che periodicamente scrivono su Lavoce.info quali accorgimenti o quali riforme sarebbero necessarie al nostro Paese per rilanciarsi sul panorama europeo. Sulla base di un nuovo modello di crescita e di progresso. Che tenga assieme i diritti e i doveri. Di quelli che stanno meglio come anche di quelli che oggi stanno peggio. Perchè si possono pure predisporre tutte le riforme del mondo, ma se trascuriamo l’uguaglianza, anche le migliori normative saranno incomplete e destinate all’insuccesso. Perchè non saranno capite e di conseguenza non vedranno un’effettiva e diffusa esecutività. La crisi finanziaria da un lato e la crisi politica dall’altra hanno contribuito, quindi, a rilanciare il tema delle riforme, per ammodernare il nostro apparato burocratico e amministrativo, ma anche per sanare quelle ferite che in questi anni hanno pesantemente indolenzito la fiducia degli italiani più fragili, come i giovani e gli anziani, verso il Sistema Paese.

Tutte le innovazioni proposte puntano, prioritariamente, a favorire i giovani e ad incentivare il loro ingresso stabile nel mondo del lavoro. Con il rifiuto, perciò, di quella flessibilità esagerata che ha la veste della precarietà. Su questa dicotomia, del resto, si gioca la partita con il contratto unico di inserimento da un lato e il contratto di apprendistato dall’altro.

Il contratto unico di inserimento è a tempo indeterminato, prevede tutele crescenti, è applicabile a tutti i lavoratori, indipendentemente dalla loro età o qualifica. Oggi si entra nel mercato a diverse età ed è pertanto necessario disporre di uno strumento flessibile e universale, applicabile a milioni di lavoratori senza oneri aggiuntivi per le casse dello Stato. Nel Cui ci sono due fasi: la fase di inserimento e la fase di stabilità. Nella fase di inserimento, l’impresa ha la possibilità di interrompere il contratto di lavoro per ragioni economiche in cambio di un indennizzo economico che aumenta all’aumentare della durata del rapporto di lavoro. La fase di inserimento dovrebbe durare 3 anni e richiede alle imprese un indennizzo che aumenta di 5 giorni lavorativi ogni mese e arriva fino a sei mesi di salario al terzo anno.

Il contratto di apprendistato è a tempo indeterminato. Ma è possibile licenziare il giovane lavoratore dopo il periodo di formazione, durante il quale può ricevere salari più bassi di quelli contrattuali per le qualifiche corrispondenti. Il contratto di apprendistato riguarda soltanto i lavoratori che hanno meno di 29 anni. Se un’impresa volesse assumere un lavoratore di 30 anni o una donna di 35 che rientra nel mercato del lavoro non potrebbe utilizzare l’apprendistato. Il contratto di apprendistato, infine, viene in gran parte definito dalla contrattazione collettiva e prevede sgravi contributivi (sui contributi previdenziali e assistenziali) fino al 100 per cento e, quindi, non è a costo zero per le casse dello Stato.

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