La svolta a destra di Michele Emiliano

Michele Emiliano è il Sindaco di Bari. Confermato Primo Cittadino nel 2009. Sostenuto principalmente da una propria lista civica e dal Partito Democratico, di cui è il presidente regionale, dopo esserne stato il segretario regionale. Questa “verità” storica – politica sembra non avere oggi più alcuna aderenza con la realtà. Il nostro Sindaco (che ho votato e fatto votare con convinzione a cominciare dal 2004), infatti, nel nome di Pinuccio Tatarella e nell’evidenza che la partitocrazia attuale impedisce la realizzazione del bene comune, e contro i dettami ideali che dovrebbero essere propri di una coalizione di centrosinistra, ha svoltato a destra. E lo ha fatto, contestualmente alla dipartita (definitiva?) politica di Silvio Berlusconi, avendo come obiettivo la Presidenza della Regione Puglia. Essere lui il successore di Nichi Vendola.

Facciamo un piccolo flashback per capire ed interpretare meglio l’evoluzione emilianea. Nel 2009, appena rieletto, da Palazzo di Città trapela una vocina mai smentita e poi verificatasi nel tempo. Il secondo mandato sarebbe servito per creare un consenso extraurbano solido per agevolare la rincorsa di Michelone alla Regione. Il primo step è la composizione della Giunta. Un irripetibile capolavoro da Manuale Cencelli: ci sono tutti quei partiti o quelle figure attraverso le quali, anche economicamente, si può costruire la coalizione futura. Primi ammiccamenti con quello che sarà il Terzo Polo. Viene nominato vicesindaco Alfonsino Pisicchio, appena uscito dall’Idv e approdato nella rutelliana Api, al quale viene conferita la pesantissima delega delle municipalizzate. Gestire la Multiservizi (manutenzione delle opere pubbliche), l’Amtab (trasporto pubblico), l’Amiu (gestione dei rifiuti) e l’Amgas non significa soltanto gestire grandi flussi di denaro pubblico, ma anche la possibilità di creare posti di lavoro. Significa, di fatto, permettere, ad un “campione di voti” di radicare, legalmente, la cultura politica del clientelismo e del trasformismo. Che con la trasparenza e la meritocrazia non centrano assolutamente niente.

Viene nominata Assessore alla Qualità e semplificazione dei servizi al cittadino, al Decentramento e all’Innovazione, la giovane Annabella De Gennaro, nominata non per i suoi studi di qualità, ma per essere membra di una delle famiglie più importanti della città: l’impresa di costruzioni edili si spartisce il territorio con i Matarrese, i De Bartolomeo, i Guastamacchia. Franco Albore e Filippo Barattolo diventano assessori, rispettivamente, al Commercio e all’Attuazione del Programma per la loro adesione a movimenti moderati. Ma non finisce qui.

Due degli assessorati più importanti, come quello all’Ambiente e alla Cultura, non vengono istituiti. Se sul primo la ragione principale sembra essere l’idiosincrasia del Sindaco per colei la quale aveva ricoperto quell’incarico nella prima legislatura (come se poi in città non ci fosse nessun altro di competente), per la seconda delega la spiegazione è semplicissima: detenere la “carta della cultura” equivale alla possibilità di giocare al tavolo del Teatro Petruzzelli. Che ha una valenza regionale e nazionale. La cui gestione è un fatto non culturale, ma da tempo politico. Anche a causa della vicenda dell’esproprio che rende un bene pubblico di tale portata soggiogato agli interessi dei privati proprietari che percepiscono un affitto di circa 500 mila euro annui, come da sentenza della magistratura, da parte della Fondazione Petruzzelli, il cui presidente è appunto Michele Emiliano. Il Teatro Piccinni, poi, è chiuso per lavori; il Teatro Margherita ancora non conosce il suo futuro; il Teatro Abeliano sta ripartendo ora dopo un periodo di crisi; il Teatro Kismet – gestito da una cooperativa – è in parte ignorato; il Teatro Kursaal Santalucia è avvolto dal mistero: sembra cioè che tutto ruoti intorno al Petruzzelli. La cui cosa potrebbe essere anche positiva visto l’amore che i baresi hanno per il loro ultracentenario teatro, e quanto hanno sofferto per la sua chiusura dopo l’incendio del ’91 per mano mafiosa, ma questo non può essere gestito come il ripostiglio di casa.

Con la nomina del Governo Monti e con la conseguente certezza che nel 2013 si andrà a votare non solo per le Politiche, ma anche per le Amministrative (quindi con Comune e Regione che interromperanno prima della loro scandenza naturale il patto con gli elettori, contro la loro volontà), Michelone rispolvera il listone: la sua civica diventa maxi. E a capo della cordata che deve spingerlo ad occupare la poltrona di Nichi Vendola (comunque oggi vacante, visto che il Governatore è in Puglia soltanto quando deve palesarsi davanti alle telecamere) non mette un giovanotto di belle speranze, una donna dalla comprovata sensibilità o qualità politica, no: ci mette Tommy Attanasio, uomo di destra, deluso da Fitto – dice lui – scaricato da Fitto, diciamo noi. Non proprio quello che ci si aspetterebbe da un uomo di centrosinistra, non dal Presidente regionale del Pd. La metamorfosi destrorsa è proseguita sia con l’affermazione di voler far entrare in Giunta,  alienandone la genesi elettorale e la sua natura politica, il movimento di Fini – nel nome di Pinuccio Tatarella a cui dice ora di ispirarsi per la sua lungimiranza e coerenza; sia nominando Presidente della Multiservizi “Mr. 14 mila preferenze” Giacomo Olivieri, ossia un salvadanaio in continuo divenire trascinato dagli interessi e dalle convenienze. In alcuni ambienti del Tribunale Fallimentare di Bari, è chiamato “l’avvocato del dolore” e già questo basterebbe, per tutto quello che si intuisce.

Ma Michele è un grande, c’è poco da fare. Non solo per la sua fisicità monumentale. Anche per le cose che dice. In pochi giorni ha detto di non essere di sinistra, che il suo Pd è un “carrozzone“, che con Vendola e De Magistris punta ad una lista civica nazionale che dia la possibilità alle persone più appassionate e competenti che non trovano rifugio nei partiti attuali di potersi ugualmente impegnare, che non bisogna restare incatenati a schemi ideologici del passato. Infatti è corso a Lecce a salutare il Presidente della Camera Fini, giunto nel Salento per promuovere il suo Fli, e con il quale pare essersi intrattenuto a lungo in un colloquio privato che ha fatto da apripista ad un incontro pubblico, quello di ieri, a Bari, con Italo Bocchino, vice di Fini. Tutto alla luce del sole.

Ancora un’altra riflessione, prima di tirare le somme. Nichi Vendola, risorsa o meno che sia considerata, è oggi un interlocutore con cui bisogna dialogare. Non bisogna avere pregiudizi, ma bisogna avere anche la forza di pretendere che certi paletti, quelli del “famoso” buonsenso e della decenza, non vengano superati o piegati per mero opportunismo. Se Michi e Nichi hanno abituato, nonostante i loro litigi a giorni alterni perchè ciascuno ha mosso prima di tutto il proprio mulino, l’elettorato tradizionalmente comune all’intransigenza sui principi, oggi loro devono essere coerenti e dare il buon esempio. Vendola non può continuare a sostenere le primarie solo quando servono per scegliere il leader, cioè lui, o quando sa di vincere. E ignorarle tutte le altre volte, sia per scegliere i parlamentari sia, come a Taranto, per scegliere il candidato sindaco, mettendo democraticamente in discussione il Sindaco (del suo schieramento). Emiliano, sulla scia della mirabilissima esperienza di Prossima Italia – il laboratorio politico incarnato da Pippo Civati, ma costituito anche da altre persone appassionate di politica che oggi sembrano degli extraterrestri – a cui dice di ispirarsi, non può crocifiggere l’idea delle primarie per i parlamentari, tantopiù se questa legge elettorale restasse in vigore o fosse peggiorata, sull’altare del risultato da raggiungere a tutti i costi e con qualsiasi modalità, nella consapevolezza che senza Vendola e il suo consenso dialettico e il suo dinamismo poetico mai raggiungerebbe la Presidenza della Regione Puglia.

Il problema, pertanto, è politico e culturale assieme, come sempre. Emiliano, lo penso davvero, sarebbe anche un ottimo Presidente di Regione, ma non può arrivarci demolendo un partito di cui il Paese ha bisogno come il Pd (e sarebbe anche ora che il Pd iniziasse a fare il Pd dando il timone agli extraterrestri di cui sopra che ci farebbero tornare sulla terra, facendoci scoprire un’altra italia) per esaltare la propria iconografia o peggio emulando il peggior berlusconismo: quello radicato sul trasformismo dei singoli, sui potentati economici mossi a regola d’arte, sul clientelismo, sulla comunicazione piegata per fini privati.

Non sarà un tweet in più o in meno che lo renderanno più prossimo agli italiani. Agli italiani che non hanno smarrito il buonsenso, chiaramente. A quegli italiani che, però, hanno bisogno della politica per non continuare a sentirsi sudditi in un Paese dove le ragioni dei cittadini non contano niente e che sono agitate come stendardi soltanto quando si vota, per fregarsene subito dopo. Gli italiani, credo, vorrebbero vivere in un Paese nel quale la libertà e l’uguaglianza, la meritocrazia e l’onestà facciano rima con umanità e felicità.

Annunci
Posta un commento o usa questo indirizzo per il trackback.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: