Cittadinanza e Uguaglianza

Qualche giorno fa, Carlo Galli elaborò una bella riflessione sul tema della Cittadinanza, con una pluralità di premesse storiche da non sottovalutare:

Un altro rischio sovrasta la cittadinanza moderna. L’attuale crisi dello Stato sociale è di fatto crisi della cittadinanza: la frammentazione della società, la marginalità, la precarietà, sono infatti espulsioni dalla sfera pubblica; la cittadinanza non è più appartenenza ma si rovescia in rancore, in frustrazione; e, ancora una volta, in esclusione. Nasce così un’assurda società post-moderna, in cui la diversità culturale è disuguaglianza civile e politica; una società che non fa convivere le differenze ma le stratifica, le gerarchizza. Ritorna, insomma, la difficoltà della cittadinanza, secondo una modalità che sembrava superata; non si tratta più del suo cattivo esercizio, ma di uno sbarramento all’accesso. L’argomento che allargando i casi di acquisizione della cittadinanza tramite lo ius soli si snaturerebbe l’identità italiana è del tutto erroneo: non c’è in Costituzione alcun accenno a una necessaria base naturale o culturale della repubblica, che è fondata solo sul lavoro e sui principi della democrazia. La cittadinanza esige non uniformità né omogeneità, ma uguaglianza e pari dignità.

La Costituzione, la nostra “bibbia civile”, quindi, nel nome della cittadinanza, non divide i popoli, ma tende ad unirli. Pur nella difesa e nella valorizzazione delle differenze sociali e culturali, dobbiamo declinare il tema della Cittadinanza insieme al tema dell’Uguaglianza. Oggi, purtroppo, questo non avviene non solo perchè la Costituzione è stuprata o difesa a giorni alterni a seconda delle convenienze istantanee dei partiti di destra, di centro e di sinistra che non hanno una visione del futuro perchè, forse, sono terrorizzati dall’idea che nel futuro prossimo del nostro Paese non ci sia più posto alcuno per loro; ma anche perchè sull’uguaglianza si stanno costruendo castelli di sabbia che, per definizione, sono destinati a crollare al primo soffio di vento. Si pretende, per esempio, che la legge sia uguale per tutti, ma poi moltissimi cittadini piegano le regole egoisticamente e furbescamente perchè ritengono lo Stato un parassita che vive sulle spalle degli onesti e quindi bisogna difendersi in una qualche maniera. L’idea che tale condotta individuale riverberi come un’onda gli endemici effetti negativi su tutta la comunità non è accarezzata. Lo stesso ragionamento si può, forse, fare per i migranti. Gli italiani e i cittadini stranieri, culturalmente nazionalizzati e naturalizzati, dividono gli immigrati in due categorie: “quelli che servono e quelli che non servono”, neanche si parlasse di animali. Se io ho una badante, una babysitter, una collaboratrice domestica il cui lavoro mi consente di fare quello che in passato non sono stato in grado di fare, di vivere in sostanza meglio la mia quotidianità, sono pronto a difenderne i diritti. Appena esco dal portone di casa, però, ed incontro il ragazzo che vende le rose o gli ombrelli o incrocio lo sguardo di quelli che vendono nei nostri viali le borse griffate – taroccate, ecco allora che siamo attraversati da pensieri vagamente razzisti o di pietà. “Ma perchè non se ne tornano a casa?”. Sensazioni che poi diventano di astio, di paura o proprio di intolleranza, come la cronaca spesso ci racconta, quando apprendiamo dagli organi di informazione di eventi delittuosi commessi da cittadini non italiani. I cui fatti, poi, non vengono minimamente approfonditi o meglio compresi. Ci accontentiamo delle briciole avvelenate. Dei titoli. Degli spot. Come possiamo, pertanto, garantire un’uguaglianza di diritti se non siamo in grado di testimoniare un’uguaglianza di dignità?

Vladimiro Polchi scrive:

“Lavorano di più, guadagnano di meno. Sono i giovani d’origine straniera che vivono in Italia. Rispetto ai coetanei italiani, sono più attivi nel mercato del lavoro, meno disoccupati, hanno contratti più stabili, lavorano più vicino a casa, ma hanno uno stipendio più basso, svolgono un lavoro non adatto al proprio titolo di studi e lavorano di più in orari disagiati. A tracciare l’identikit del giovane (15-30 anni) lavoratore straniero è l’ultimo studio della Fondazione Leone Moressa”. Nonostante la maggior parte di essi non superi la licenza media, quasi il 36% è sottoinquadrato, ossia possiede un titolo di studio più elevato rispetto a quello prevalentemente richiesto dal mercato. Per quel che riguarda i dipendenti la quasi totalità degli stranieri ricopre professioni operaie (83,2%) e appena il 10,2% da impiegato.

Dal lavoro, perciò, bisognerebbe ripartire. Diritto del lavoro sul quale è fondata la nostra Costituzione. Pari dignità e pari possibilità. Oggi il lavoro manca sia per gli italiani sia per gli stranieri, ma è anche vero che i secondi fanno i lavori che i primi non vogliono più fare; che i secondi spesso sono impiegati in ambiti per i quali il loro titolo di studio non conta niente e adempiono a mansioni, spessissimo, da operaio o da manovale, raramente da impiegato. Ancora poche le imprese “legali” dove il titolare è uno straniero. Come pochi sono ancora gli italiani che si scagliano contro la Bossi – Fini che impone ai migranti di rinnovare periodicamente il permesso di soggiorno collegato ad un lavoro poichè senza essi si finisce in clandestinità. Ed oggi l’aberrazione politica – normativa vuole che la clandestinità sia un reato, nonostante la Corte di Giustizia Europea lo abbia profondamente limitato e circoscritto.

Il prossimo primo marzo, pertanto, per il terzo anno consecutivo, gli immigrati scenderanno in piazza, mi auguro accompagnati da tanti italiani, non solo per denunciare l’attuale stasi normativa che ancora non attribuisce la cittadinanza a chi nasce in italia da genitori presenti sul nostro territorio da almeno 5 anni, ma anche per salvaguardare quel principio di giustizia sociale e di dignità individuale che strutture carcerarie come i Cie ed i Cara limitano drasticamente. Anche a Bari, forse, si farà qualcosa.

P.s. – Puntate precedenti:

Come Pesaro

La cittadinanza per Grillo

Olive e pomodori

Nel Cara di Bari

Gli stranieri sono una risorsa

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