Il Diritto alla Città

Giù al Sud è online da qualche giorno. E’ il primo blog comunitario costituito da giovani e diversamente giovani uomini e donne del Mezzogiorno d’Italia. Campani, pugliesi, calabresi, siciliani, sardi, incontratisi in Rete che hanno deciso di fare rete per provare a raccontare un meridione come mai è stato raccontato. Non finto, non voluttuoso, non generosamente altro da quello che viviamo tutti i giorni. Il nostro Mezzogiorno, soltanto. Per come è e per come non è. Per quello che non ci piace, ma anche, soprattutto, per quello che vorremmo diventasse. Un luogo straordinario dal quale non si fuggisse più per paura o per rassegnazione, ma nel quale tornare con fiducia ed entusiasmo per dimostrare quanto utile possa essere per il Mezzogiorno l’apporto delle sue persone migliori. Quello che segue è il mio primo post.

L’Italia è il secondo Paese in Europa per produzione di cemento. Negli ultimi vent’anni, in Italia, sono stati urbanizzati oltre 2 milioni di ettari: una superficie quasi pari a tutta la Puglia, la mia regione. Negli ultimi anni, poi, pur in presenza di un vistoso e quasi uniformemente distribuito calo demografico, si è continuato a costruire. Quando la nostra regione, in particolare, per la sua configurazione orografica, dovrebbe fare essenzialmente della prevenzione l’architrave della sua politica urbanistica. Questi primi dati per raccontare il fenomeno del consumo di suolo e quanto esso rappresenti un’insidia rilevante per la nostra Regione e per tutta l’Italia. Come l’antropizzazione sia stata la causa della devastazione di interi territori, da sempre.

Basterebbe ricordare la condizione in cui versano i territori messinesi e siciliani sventrati dai terremoti del secolo scorso che ancora non sono stati integralmente ricostruiti o quelli dell’Irpinia sbriciolatisi negli anni ’60. Ma torniamo in Puglia e nell’Area Metropolitana Terra di Bari. Entro i suoi confini, nel decennio 1990 – 2000, sono stati consumati più di 3500 ettari di suolo fertile. Dal 2001 ad oggi, è cresciuta ancora del 13,2% con il capoluogo che ha aumentato la sua urbanizzazione del 5,7%. A Bari, inoltre, circa l’80% della superficie urbana procapite disponibile è occupata dal cemento, tra immobili e strade. Il nuovo Documento Programmatico Preliminare (Dpp) al nuovo Piano Urbanistico Generale (Pug), già adottato dal Consiglio Comunale, pare prevedere inspiegabilmente la conferma dei 15 milioni di metri cubi già previsti nel Piano Quaroni del 1976, redatto sulla base della stima che prevedeva per Bari una popolazione di circa 600 mila persone, quando, oggi, è all’incirca di 320 mila.

Fermiamoci a riflettere. E facciamoci qualche domanda. Perché si continua a costruire nonostante la popolazione residente sia in calo? Perché si continua a costruire, anche dove non sarebbe possibile farlo, quando non c’è – soprattutto in questa fase di crisi finanziaria – una consistente e trasversale domanda? Perché nonostante le nuove costruzioni i prezzi delle abitazioni restano alti? Perché l’espansione urbana sta coinvolgendo soltanto alcune porzioni di territorio?

Uno dei capolavori del neorealismo italiano, “Le mani sulla città” di Franco Rosi, in fondo, non ci diceva già tutto? Il “palazzo del potere” non è mai crollato, nonostante le frane e gli alluvioni. Si è soltanto, nel tempo, rinsaldato nelle sue fondamenta. Il connubio tra una certa imprenditoria e una certa politica c’è sempre stato. E l’affarismo spregiudicato è come la mafia. Non guarda in faccia a nessuno. Non c’è una preferenza per una ideologia politica. L’unica ideologia è quella di accrescere i propri capitali. Tutti i partiti, infatti, da sempre, sono sensibili al fascino dell’edilizia perché sostenere e favorire l’attività di un imprenditore significa avere una possibilità in più nell’arena della politica. E questo costruttivismo è sinonimo di clientelismo. Anche a Bari, dove abbiamo due consiglieri comunali che, di fatto, sono due “palazzinari”. E in Consiglio Comunale non ci vanno praticamente mai. Dati alla mano, sono i più assenteisti. Ma partecipano e decidono da fuori cosa e come devono votare i consiglieri che stanno dentro. Sia di maggioranza sia di opposizione.

L’urbanistica non può più essere materia per soli tecnici e professionisti. L’urbanistica richiama fortemente al nostro, individuale e collettivo, Diritto alla Città. La Città, per citare Antonio Cederna, è un Bene Comune. E oggi lo stiamo violentando. Con il cemento. Il grigio del calcestruzzo armato è diventato il grigiore di tutti quei cittadini che vorrebbero consumare la propria quotidianità in posti dove etica ed estetica possano convivere senza traumi. La cattiva urbanistica italiana, peraltro, è fortemente testimoniata dalla sistematica violazione delle regole. La cultura dell’illegalità, spesso perpetrata originariamente negli uffici tecnici comunali dove si annida in parte il cancro della corruzione, si riverbera impietosamente negli effetti catastrofici provocati dal dissesto idrogeologico, ma anche nel dilagante abusivismo. In Italia sono presenti oltre otto milioni di immobili. Il 60% risulta costruito prima del 1976. C’è poco da aggiungere e molto da fare: bisogna fermare – ed è la ragione sociale del neonato Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio – lo sprawl, la cementificazione selvaggia che trasforma quelli che erano tessuti urbani contigui in unici agglomerati. Bisogna investire prepotentemente nella riqualificazione urbanistica di tutto il patrimonio edilizio di cui disponiamo; efficientarlo energeticamente rendendolo poi autonomo nei fabbisogni con le energie rinnovabili e le smart grids; salvaguardare e valorizzare – come suggerisce anche il mai attuato art. 9 della Costituzione – i nostri patrimoni paesaggistici nei quali sono presenti identità storiche – culturali di pregio per un ecoturismo sostenibile da un lato, e per un ritorno all’agricoltura sociale dall’altro.

Si, esiste un Diritto alla Città. E noi dobbiamo pretendere che questo sia rispettato. A Bari, in Puglia, nel nostro Mezzogiorno logorato dalle “cricche” costituite da politici corrotti, imprenditori spregiudicati e mafiosi. È necessario agire subito. È necessario che il Mezzogiorno lanci la sua sfida all’Italia e all’Europa. Per essere il polo di riferimento culturale e sociale, prima ancora che politico o economico, per un ambientalismo euro – mediterraneo di qualità che punti fortemente sulle principali energie rinnovabili di cui disponiamo: la nostra intelligenza, la nostra creatività e la nostra incapacità alla rassegnazione.

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