La Procura di Bari ha aperto un’inchiesta sul Cie

Dopo averne scritto già su questo blog, specificatamente in questo post, nel raccontare la Giornata del Primo Marzo, per GoBari ho curato un piccolissimo aggiornamento, reso possibile dalla notizia che vuole la Procura di Bari interessata a indagare per conoscere le effettive condizioni di vita dei migranti detenuti nel Cie della nostra città. Ma estendendo la panoramica anche agli altri Cie italiani, mi sono pure occupato, preoccupato, della vicenda dei due ragazzi bosniaci che, nati e cresciuti a Sassuolo, sono finiti incredibilmente nell’istituto di Modena e le cui ragioni – che richiamano al diritto alla dignità – pare non facciano molta notizia. Ali Baba Faye ne scrive indignato pure sul Fatto Quotidiano.

Cosa succede ad una persona nata e vissuta in Italia, da genitori stranieri, che al compimento del suo 18° anno non ottiene la cittadinanza italiana? Diventa immigrato. Cosa succede se quell’immigrato non ottiene il permesso di soggiorno perché non trova lavoro? Diventa “clandestino”! E che cosa rischia un “clandestino” quando viene controllato dalle forze dell’ordine? Viene arrestato e rinchiuso in un Centro d’Identificazione e Espulsione (CIE) il tempo necessario per provvedere alla sua espulsione. E se questa persona non possiede un’altra nazionalità? Diventa apolide ovvero senza patria. E allora dove la mandano se è apolide? Da nessuna parte, resta nel CIE, una struttura peggiore del carcere. Andrea e Senad (23 e 24 anni) però non possono essere espulsi perché privi di nazionalità. Infatti, i loro genitori, non li avevano segnalati all’ambasciata bosniaca né avevano presentato domanda per naturalizzarli italiani. Così Andrea e Senad sono diventati apolidi e lo Stato italiano non sa dove rimpatriarli e dunque li tratterrà nel CIE di Modena chissà ancora per quanto tempo. Di fronte a casi come questi non si può tacere ed è per questo che l’Associazione “Giù le Frontiere” ha lanciato una petizione per l’immediato rilascio di Andrea e Senad e del loro riconoscimento come cittadini italiani.

Iside Gjergji si chiede, infine, a cosa servano davvero questi “lager moderni”.

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