A Bari è allarme corruzione?

“La Bari migliore deve dire basta al clientelismo e alla corruzione dilagante”. Il mio secondo post per Giù al Sud.

E’ il 1991 quando un incendio, doloso e mafioso, distrugge il novecentesco Teatro Petruzzelli di Bari. A bruciare non è solo un teatro, ma un simbolo. L’unico che permetteva alla Bari degli anni ’80 e ’90 di percepirsi fieramente europea ed internazionale. La prassi, infatti, era quella di considerare la città uno dei tanti sobborghi di un meridione in cui la criminalità organizzata aveva il potere indisturbato sul territorio e in cui si legittimava con l’uso quasi quotidiano delle armi. Nel silenzio o nella complicità della politica e della classe dirigente cittadina. Ci sono voluti 17 anni per rivedere il Teatro riaperto, durante i quali, però, decine sono stati i contenziosi legali (per non dire delle ingenti risorse pubbliche che sono state dilapidate) tra l’Amministrazione Comunale e i proprietari. Il Teatro Petruzzelli, quasi unico caso al mondo, pur avendo una funzione pubblica – o meglio tra le più pubbliche che ci sia: quella di “produrre e trasferire Cultura” – è di proprietà della Famiglia Messeni-Nemagna. Francesco Rutelli, quando era Ministro dei Beni Culturali nell’esecutivo Prodi, provò la strada dell’esproprio, legittimo in nome del carattere pubblico del Bene, ma il tentativo si rivelò vano perché la “trama giuridica” fu organizzata, politicamente, male e realizzata peggio. In base ad un Protocollo d’intesa che fu siglato tra le parti si raggiunse un compromesso. La nascente Fondazione – nel cui Consiglio di Amministrazione siedono rappresentanti o delegati del Governo, della Regione, della Provincia, del Comune, oltre a dei soci privati – si impegnava a versare un canone annuo di circa 500 mila euro alla Famiglia per la gestione dell’immobile. Il Presidente della Fondazione è il Sindaco di Bari, Michele Emiliano. Non l’Assessore alla Cultura, come dovrebbe essere, per la ragione che questa figura politica, a Bari, non esiste. Non serve, dice il sindaco. Come se, poi, tutta la “cultura cittadina” fosse solo quella del Petruzzelli. Per gestire simili attività ci vuole competenza e disponibilità di tempo. Non ci si può improvvisare per l’intento di soddisfare la propria egolatria. Si rischia, in buonafede e fino a prova contraria, di fare danni. Ed oggi la paralisi è sotto gli occhi di tutti. Deficit di bilancio di oltre otto milioni di euro, i posti di lavoro degli orchestrali sono precari e non c’è una visione nitida del futuro.

La politica, trasversalmente parlando, risponde con il linguaggio e gli atteggiamenti a cui ha abituato gli sgomenti cittadini: mediocrità, retorica, incapacità di assumersi lealmente le proprie responsabilità. Gli organi inquirenti e il commissario straordinario valuteranno eventuali illegalità, ma oggi – stante le notizie di cronaca – sembra emergere un sistema clientelare assai pervicace che, con la complicità dei sindacati (o meglio del solo sindacato sotto la cui bandiera tutti gli orchestrali rivendicano i loro diritti), ha permesso a pochi amministratori pubblici irresponsabili di gestire un bene pubblico di tale valenza come una proprietà privata. La poca trasparenza amministrativa è, purtroppo, anche il distintivo dell’inchiesta sulle opere pubbliche realizzate in città per conto del Comune per la quale sono finiti agli arresti domiciliari un Consigliere regionale del Partito Democratico e il fratello con cui gestiscono una delle più importanti imprese edilizie del territorio, e alcuni dirigenti comunali e regionali tra cui il responsabile dell’ufficio urbanistica. Uno dei capi d’accusa più importanti è la corruzione. La magistratura accerterà eventuali responsabilità, negligenze o omissioni. Ma, ancora una volta, desolantemente, ad emergere è un sistema politico – affaristico – culturale che lascia basiti.

La famiglia di costruttori finita sotto la lente di ingrandimento che in questi anni si è aggiudicata una pluralità di appalti pubblici milionari da realizzare con lo strumento del project financing, per anni è stata ritenuta politicamente contigua a Michele Emiliano, il quale – una volta riconfermato Sindaco – ha nominato suo Assessore una delle rampolle della famiglia suddetta. La qualità del suo operato centra poco. Lo chiamano conflitto di interessi. Che vale sempre, non solo quando può essere sbandierato per danneggiare gli avversari politici. La coerenza avrebbe voluto che questa decisione, per opportunità politica, non fosse presa. Per la cronaca – e la cosa potrebbe far pensare che sia in atto una guerra politica mediante gli strumenti della magistratura – la stessa assessora, un paio di mesi fa, per ragioni mai veramente chiarite, si è dimessa. Tra gli indagati, inoltre, figurano non solo molti tecnici in qualità di dirigenti comunali o regionali, ma anche il progettista di alcune di queste opere pubbliche incriminate. Ne consegue, pertanto, una riflessione. Il “vero” potere (occulto?) di un Comune è nei suoi Uffici Tecnici. E’ quello dei dirigenti con le cui firme anche il quartiere più degradato sottoposto a riqualificazione urbanistica può diventare attrattivo socialmente ed economicamente. E’ dove si annida la corruzione.

Alcune domande, perciò, sono doverose. Cosa si sta aspettando ancora per varare una legge sulla corruzione che preveda regole ferree per gli appalti? Perché non obbligare, anche a fronte di possibili bonus fiscali o economici da erogare, i Comuni e le Regioni a dotarsi di provvedimenti basati sulla trasparenza e digitalizzazione amministrativa con l’intento di conoscere, per le opere pubbliche più importanti giudicate tali per importo o per destinazione d’uso, non solo se le imprese (e i progettisti incaricati) sono sempre le stesse ma anche l’effettivo work in progress dei cantieri? Perché non prevedere ciclicamente la formazione obbligatoria di tutti i tecnici comunali o accordi con la Finanza per accertamenti frequenti e casuali?

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