Barca parte con #queibraviragazzi

Non si era mai visto in Italia, fino ad oggi, un Ministro – blogger. Non solo perchè in questo Paese, per i protagonisti dell’informazione tradizionale, esisterebbe un “popolo del web” che non incide negli equilibri sociali italiani e distante dai voleri espressi dal popolo vero e proprio, con Internet che non è visto ancora come un asset fondamentale e strategico su cui si dovrebbe investire massicciamente, ma anche perchè negli ultimi decenni la politica ha dimostrato ampiamente e diffusamente, a tutti i livelli, che del volere dei cittadini non gliene frega assolutamente niente. Il Ministro in questione, Fabrizio Barca, invece, titolare della delega alla “Coesione Territoriale”, pensa il contrario. Pensa, addirittura, che l’Italia possa riemergere dalle sabbie mobili se saprà investire nel Sud e nel Mezzogiorno. E ha ritenuto utile, oltre che giusto, condividere le sue riflessioni e le sue speranze, su un blog comunitario, con dei giovani e diversamente giovani uomini e donne del Mezzogiorno che hanno deciso, con il progetto “Giù al Sud” di cui faccio parte anche io con molto onore, di provare a raccontare il proprio territorio in modo diverso. Non lamentoso, non rassegnato all’oblio e all’indifferenza o al disfattismo strutturale, non succube di un destino che altri vogliono pretestuosamente già descritto e raccontato. Ma un Sud che può e vuole andare oltre i suoi problemi e i propri mali endemici. Volitivo, propositivo, artefice della propria rivelazione. Che indurrebbe a una rivoluzione. Di valori e di principi, ma anche di pratiche e di iniziative. Di questa lezione di civiltà, che mi piacerebbe fosse la prima della Prossima Italia, ne hanno scritto, infine, anche Francesco e Tommaso.

Se, anche con questo strumento, il racconto diviene collettivo, se diventa “narrativa nazionale”, allora può aiutare ad aggredire l’ostacolo che lo stesso Cassano vede alla strategia del governo: “l’immagine, tutt’altro che disinteressata, che domina i media e il dibattito pubblico” per cui la trappola del Sud andrebbe alla fine imputata al suo “insuperabile deficit morale e culturale”. È un ostacolo che spezza le gambe a chi prova a cambiare.

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