A 3 anni dal terremoto

Il terzo anniversario del terremoto che ha distrutto e cancellato L’Aquila – era il 6 aprile 2009 – ha consentito a una moltitudine di intellettuali, più presunti che veri, di lanciarsi in analisi essenzialmente sociologiche su cosa simboleggi oggi la città svuotata. Non essendo un sociologo né un intellettuale né uno che pensa di avere sempre il pensiero giusto sui fenomeni del nostro tempo, qualsiasi sia la loro natura, ma solo un cittadino che cerca di farsi un’ idea, nel bene o nel male, anche attraverso le cose che legge, penso che sull’Aquila ci sia moltissimo da raccontare: partendo dallo stupro alla democrazia che si è consumato finendo con la gravità dell’avidità di quella che poi abbiamo imparato a chiamare “cricca”, attraversando il dolore dei tanti cittadini vittime della sciagura che sono stati moralmente ingannati e poi abbandonati. Ora, però, vorrei evidenziare ciò che di interessante, per me, emerge da questo post sociologico-urbanistico.

I modelli di città che si delineano all’Aquila dopo il terremoto, sia il campo recintato e sorvegliato che “L’Aquila 2″, simboleggiano l’ideale della “città perfetta”: ordinata, disciplinata e controllata. Città in cui nulla si può muovere senza autorizzazione o senza essere visto, sorvegliato. Il ruolo della “città perfetta” è assegnato in particolar modo all’Aquila 2. La scelta del Governo e della Protezione Civile di svuotare e recintare il vecchio centro e di realizzare una “new town” in un luogo anonimo in periferia, non è affatto casuale, oppure dettata dalla mera “emergenza”. A distanza di 3 anni e alla luce delle inchieste giudiziarie nonché dei miliardi pubblici stanziati per la realizzazione di tutto ciò, tali scelte non appaiono affatto casuali. Quel terremoto sembra essere stato “sfruttato” per realizzare e sperimentare molto altro: ovvero nuovi modelli di socialità. Perché lo spazio in cui viviamo ci definisce e modella le nostre relazioni sociali. “La scelta della città che vogliamo non può essere separata da quella di un certo tipo di legami sociali, di rapporti con l’ambiente naturale, di stili di vita, di tecnologie e di valori estetici”, afferma David Harvey, rivendicando un inedito, quanto trascurato, “diritto alla città”. Significa che il diritto alla città “non si esaurisce nella libertà individuale di accedere alle risorse urbane, ma è il diritto di cambiare noi stessi cambiando la città”, perché costruendo la città costruiamo noi stessi.

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Commenti

  • soggettivamente  On 6 aprile 2012 at 21:46

    E’ evidente che non c’è speranza di ricostruire noi stessi perchè non ci è data possibilità di cambiare la città. Una città a misura d’uomo dovrebbe essere uno spazio che non crea fratture tra noi e l’ambiente, tra noi e gli altri.
    Mi sbaglio o qualcuno, tre anni fa, aveva affermato che eravamo stati un modello invidiato di ricostruzione urbana?

  • Giuseppe  On 7 aprile 2012 at 00:27

    Ciao
    grazie per il tuo commento. Purtroppo la realtà è difficilissima e non so onestamente come se ne potrà uscire, ma l’unica cosa che penso è che l’Aquila deve ripartire dalla cosa più preziosa che ha: gli aquilani, quelli onesti e per bene che non hanno perso la loro dignità sotto le macerie fisiche e immateriali che sono state causate anche da politici irresponsabili e corrotti.
    E mi auguro con tutto il cuore che gli aquilani si mettano insieme e ricostruiscano la propria città senza gli italici egoismi di sempre che rischiano di nuocere come un altro terremoto.

  • soggettivamente  On 7 aprile 2012 at 21:21

    Lo auguro anch’io. Provo una grande tristezza nel non vederla ancora rinascere!

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