Al fianco di Undesiderioincomune, contro i Cie

Su questo piccolo blog, ai Cie ho già dedicato alcuni post – qui l’ultimo “La Procura di Bari ha aperto un’inchiesta sul Cie” – con l’intento di alimentare un dibattito sereno, oggettivo e costruttivo. Perché questi luoghi infernali dove la dignità è violentata devono essere chiusi quanto prima. Ed è con questo proposito che rilancio l’ultimo comunicato dell’associazione barese “Un desiderio in Comune”.

Undesiderioincomune aderisce alla class action procedimentale che chiede la chiusura del CIE di Bari per la sistematica violazione dei diritti fondamentali, anche al di la delle gravi condizioni igienico sanitarie. E chiede che tutti i CIE vengano chiusi perché lesivi della dignità umana e di ogni diritto, perché costituiscono un‘aberrazione giuridica in sé, anche se fossero (e certo non lo sono) alberghi di lusso. Il sistema di trattenimento nei CIE è stato introdotto dalla legge Turco- Napolitano nel 1998, inasprito dalla legge Bossi-Fini del 2002 e dai successivi pacchetti sicurezza. È ben nota la situazione della detenzione amministrativa nei CIE (centri di identificazione ed espulsione) prima CPTA (centri di permanenza temporanea ed assistenza), e subito dopo semplicemente CPT (centri di permanenza temporanea, senza neanche più la parvenza di connotazione assistenziale). Dalla loro istituzione, in questi luoghi si sono verificati abusi e violenze di ogni genere, una violazione costante e generalizzata dei più elementari diritti della persona; sono stati sistematicamente violati per effetto di direttive ministeriali, i diritti fondamentali costituzionalmente garantiti a tutti – e non solo ai cittadini – quali il  diritto alla libertà personale, il  diritto di difesa, il  diritto alla salute. E nonostante le numerose denunce da parte di associazioni e movimenti, i rapporti di organizzazioni umanitarie e persino di commissioni ministeriali (Commissione de Mistura), i CIE rimangono ancora oggi aperti, colmi di cittadini stranieri colpiti da provvedimento di espulsione all’arrivo oppure che hanno perso il permesso di soggiorno, anche a seguito del licenziamento quale conseguenza della crisi economica. La detenzione amministrativa è l’espressione più feroce e violenta delle attuali leggi sull’immigrazione: è riservata ai migranti che non hanno un regolare permesso di soggiorno o che lo hanno perso, anche se nati in Italia e non hanno mai avuto la cittadinanza di un altro paese. Investe tutti i migranti, anche richiedenti asilo, i minori e chi versa in precarie condizioni fisiche incompatibili con il trattenimento. E tante sono le donne che precipitano nel buco nero dell’assenza del diritto, vittime di una doppia violenza, come donne e come migranti. Sfruttate e maltrattate, denunciate e violentate. Ed ancora più grave è la condizione che vivono le donne migranti, maggiormente esposte – al pari di ogni donna – alla perdita di un lavoro regolare, dunque più ricattabili e spesso costrette ad accettare ogni forma di violenza e di sfruttamento pur di non essere espulse. Mesi fa abbiamo aderito all’appello per il rilascio di Adamà che per sfuggire alla violenza di un uomo è finita nel CIE di Bologna. Adamà non è però un caso eccezionale, ma è la normale eccezione che rinchiude uomini e donne in strutture neanche assimilabili alle carceri, senza che abbiano commesso alcun reato, se non quello di esistere. I CIE sono da chiudere non solo per le pur gravi condizioni igienico-sanitarie, ma perché ledono dignità e diritti inviolabili, infliggono trattamenti degradanti, sono incredibilmente costosi e fondamentalmente inutili. E’ un luogo di sospensione di ogni diritto, sono un dispositivo di violazione e di controllo dei corpi. Sottoscriviamo l’appello della class action per la chiusura del CIE di Bari, unendoci alle tante iniziative che in questa città, in Puglia ed in Italia, dal 1998 ad oggi, non hanno smesso di denunciare lo stato d’eccezione permanente rappresentato da strutture quali i CIE. Ci opponiamo alla cultura politica che li ha prodotti e alle leggi che li hanno realizzati: queste leggi e queste strutture istituzionalizzano razzismo, abusi, violenza di genere, rendono ricattabili e producono clandestinità. 

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