Le “smart city” possono farci uscire dalla crisi

Da non pochi mesi a questa parte, ormai ogni giorno, leggiamo sui giornali i dati allarmanti sulla disoccupazione e sulla difficoltà di rilanciare la crescita. Come la mancanza di lavoro e di redditi garantiti da un lato e la riforma delle pensioni e del mercato del lavoro che non trasmettono sicurezza dall’altro, stiano facendo preoccupantemente innalzare il livello di intolleranza verso le Istituzioni del Paese. E non sono poche, infatti, le notizie che annunciano i suicidi anche di imprenditori strozzati dai debiti (o peggio, talvolta, dai crediti verso le PA che non liquidano in tempi ragionevoli) o consumati dal dolore della disoccupazione. Soprattutto quando non sono più giovanissimi e non riescono a reggere al peso delle loro responsabilità. Il Centro Studi di Confindustria e l’Istat, del resto, confermano questo trend assai negativo, soprattutto in ambito edilizio, perché sussistono le condizioni che l’hanno causato. Occorre, perciò, cambiare passo e puntare su altro. Senza perdersi d’animo. E ritengo che l’ecologia e l’innovazione, soprattutto di tipo digitale, possano aiutare moltissimo a non far precipitare l’Italia in un baratro inquietante, quello della recessione cronica o del fallimento finanziario. L’interesse sulle smart city e sulle smart community deve essere sempre più elevato. Il Governo, forse, lo ha compreso.

E ha deciso di dedicare uno dei gruppi di lavoro dell’Agenda Digitale Italiana proprio alle “Smart city e smart community”. Della settimana scorsa è anche l’annuncio dell’ANCI della creazione di un Osservatorio ad hoc per sostenere i comuni in questo percorso. Da più parti si sottolinea come questa delle “smart city” rappresenti certamente un’opportunità, ma allo stesso tempo una necessità per un Paese stretto tra rigore di bilancio e necessità di crescita e per Amministrazioni a loro volta costrette dal Patto di Stabilità a puntare allo sviluppo dei servizi attraverso le tecnologie, la razionalizzazione della spesa e la partnership con i privati. L’interesse è alto e più che motivato. La conoscenza sembra, invece, ancora poco diffusa. Non è un caso che anche nelle ultime settimane ci siano stati diversi interventi dei principali esperti sul tema (vedi ad esempio questo intervento di Alfonso Fuggetta, questo di Luca De Biase o questo di Michele Vianello) per ribadire cosa è e cosa non è una smart city, e di precisare gli aspetti che devono essere considerati per non cadere nella trappola di concentrarsi sull’aspetto tecnologico, condizione necessaria ma non sufficiente. Perché le smart city possano davvero rappresentare una via per l’uscita dalla crisi è necessario che dalla loro realizzazione ne derivi lo sviluppo di una comunità innovativa. Non basta per questo garantire delle buone connessioni, bisogna costruire le condizioni per l’innovazione, attraverso politiche di sviluppo integrate. Costruire una smart city è possibile se si ha una visione di città innovativa. Uno studio recente riferito al 2008, inoltre, stima che, a livello di Unione europea, il mercato delle informazioni del settore pubblico abbia un valore di 28 miliardi di euro. Lo stesso studio indica che i guadagni economici complessivi di un’ulteriore apertura delle informazioni del settore pubblico, mediante un più facile accesso alle stesse, ammonterebbero a circa 40 miliardi di euro all’ anno per la UE-27. Complessivamente, i guadagni diretti e indiretti nella UE-27 derivanti da applicazioni che utilizzano le informazioni del settore pubblico, sarebbero nell’ ordine di 140 miliardi di euro annui. I dati detenuti dalla Pubblica Amministrazione centrale e locale, infine, se resi disponibili e debitamente rielaborati anche attraverso applicativi dedicati, possono favorire lo sviluppo intelligente dei tessuti urbani, secondo il modello delle Smart Cities, nonché costituire una importante leva per il rafforzamento economico dei territori.

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