Troppo cemento in Italia, bisogna riqualificare il costruito

In questo blog, da tempo, provo ad occuparmi di ciò che attiene alla sfera dell’urbanistica, convinto che questa disciplina non possa restare un ambito di pertinenza soltanto dei professionisti, ma che per i suoi notevoli risvolti sociali ed antropologici debbano essere coinvolti quanto più possibile i cittadini, sebbene non sia affatto facile, in quanto rappresentano i fruitori principali dei progetti di pianificazione delle città. Si discute da tempo, inoltre, della gravità degli effetti prodotti dall’eccessiva urbanizzazione dei nostri centri. E di come sia paradossale che non esista un censimento del costruito, ovunque in Italia, a dimostrazione di quanto solido sia il legame tra la politica e il mondo delle imprese del mattone. L’Istat ha fornito, recentemente, dei dati. Come si può evincere da qui, risulta uno stock nazionale di edifici superiore ai 14 milioni, l’11% in più rispetto al 2001. In particolare gli edifici residenziali sono aumentati del 4,3% nel corso del decennio, raggiungendo il numero di 11.714.262. Le abitazioni sono invece 28.863.604, il 5,8% in più del 2001. Di queste, circa l’83% (23.998.381) risulta occupato da persone residenti. Si intuisce, quindi, come indispensabile e non più rinviabile sia sviluppare un Piano Nazionale di Rigenerazione Urbana. Come rivela il Cnappc (il Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori) nelle 100 città italiane è ospitato il 67% della popolazione nazionale e la parte più consistente del patrimonio edilizio è stato costruito nell’immediato dopoguerra quindi è ancora più urgente rigenerare ciò di cui disponiamo perché può rappresentare anche una risorsa dal punto di vista storico-archeologico, oltre alla possibilità che si metta in moto un impressionante indotto occupazionale. E proprio Leopoldo Freyrie, Presidente del Cnappc, nel corso del convegno “RI.U.SO – Rigenerazione Urbana Sostenibile“, tenutosi recentemente a Milano, ha dichiarato quanto segue:

Bisogna attivare politiche ambientali, strumenti urbanistici e finanziari per realizzare un Piano Nazionale per la Rigenerazione Urbana Sostenibile, sul modello del Piano Energetico Nazionale, che abbia come obiettivi la messa in sicurezza, manutenzione e rigenerazione del patrimonio edilizio pubblico e privato; la drastica riduzione dei consumi energetici ed idrici degli edifici; la valorizzazione degli spazi pubblici, la salvaguardia dei centri storici, la tutela del verde urbano; la razionalizzazione della mobilità urbana e del ciclo dei rifiuti e l’implementazione delle infrastrutture digitali innovative con la messa in rete delle città italiane.

Sulla stessa lunghezza d’onda troviamo Carlo Ratti, architetto e professore al Mit di Boston (Usa), guru delle ‘citta’ intelligenti che in questa intervista sostiene l’importanza e l’utilità di avviare un serio processo di rigenerazione urbana, non solo perché il nostro Paese non cresce demograficamente da moltissimo, ma anche per dinamiche ambientali, sociali ed economiche che non possono più essere trascurate. A cominciare dal fenomeno del consumo di suolo che sta fagocitando il nostro Paese, con il contributo e la complicità di una ignorante ed avida classe dirigente, a tutti i livelli.

Se la popolazione non cresce e gli standard abitativi non cambiano, perché costruire nuove case? In un periodo di crisi la superficie delle abitazioni tende a ridursi. Espandere le città é l’errore più grave che si possa fare: significa svuotare gli spazi che già ci sono e condurli alla rovina. Ripensare il vecchio, risistemarlo, modellandolo e plasmandolo.

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