Bari ricorda Giovanni Falcone

Il 23 maggio del 1992, alle ore 17:58, saltavano in aria – per effetto dei 500 kg di tritolo nascoti da Brusca in un cunicolo presente sotto l’autostrada – Giovanni Falcone e la compagna Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Di Cillo. Oggi, quasi in tutta Italia, ci sono state varie tipologie di manifestazioni per ricordare, a vent’anni di distanza da quella che è stata etichettata “Strage di Stato”, queste figure e cosa hanno rappresentato per il Paese. Giovanni Falcone, in particolare. Il magistrato siciliano che, per primo, insieme a Paolo Borsellino e ad altri valenti colleghi, istruì il maxiprocesso a Cosa Nostra che, contestualmente, veniva sbattuta in prima pagina come un’organizzazione criminale pericolosissima i cui interessi erano convergenti con quelli della politica, e non come una mera banda di delinquenti. Da vivo, Falcone, forse anche per il suo innato talento di saper interpretare prima e meglio di altri i fenomeni della quotidianità e di saperli immediatamente tramutare in attività investigative di qualità – leggasi l’urgenza secondo lui di seguire il movimento dei soldi cosi da capire quali ambiti produttivi o decisionali fossero a rischio – a causa dell’irresponsabilità di una certa stampa (si ripropone il vecchio articolo de La Repubblica del ’93), è stato abbondantemente isolato e denigrato. Dava fastidio. Le sue utopie rischiavano di danneggiare l’immagine di Palermo. Di più: la sua convinzione, plausibile già allora, che la mafia fosse stratturata in un compartimento militare-operativo e in un compartimento culturale-teorico, ha prodotto che fosse inviso anche ad una certa politica, che sarebbe stata messa presso alla gogna di fronte alle proprie responsabilità, se il magistrato avesse avuto altro tempo per operare, per il bene della Sicilia e del Paese tutto. Ma gli fu impedito, vigliaccamente. Ed oggi, sia quelli che lo avevano osteggiato e diffamato (vedi il quarta volta sindaco di Palermo, Leoluca Orlando), sia quelli che si erano mostrati, pure in buona fede, scettici verso la sua intraprendenza e verso la sua voglia di arginare il fenomeno mafioso che per lui era pericoloso in quanto fenomeno anche culturale, assai ipocritamente, sono scesi nelle piazze e tra i cittadini, per manifestare la loro vile solidarietà. Il dono ed il valore della memoria che diventa testimonianza ed esperienza educativa non può che abbracciare, prima di tutto e senza escludere le persone oneste di tutte le età, quei ragazzi e ragazze che sono giunti in Sicilia da tutto il Paese con la nave della legalità, proprio per dire chiaramente che “le loro idee camminano (e cammineranno) sulle nostre gambe”. Anche a Bari c’è stata, per il ventennale dalla morte, una bellissima manifestazione “Insieme per la Legalità” in Piazza del Ferrarese indetta dall’Ordine degli Avvocati di Bari e dall’Associazione Nazionale Magistrati – Distretto di Bari, con la collaborazione di tante altre sigle associative presenti sul territorio, a cui hanno preso parte centinaia di persone e in modo particolare alcune scuole della provincia, coinvolte sin dall’inizio, proprio per la valenza fortemente culturale che devono avere oggi le rassegne dedicate all’educazione alla legalità. Io ho portato il mio umile contributo leggendo il seguente passo, tratto dal libro “La Convergenza” di Nando Dalla Chiesa, per Melampo.

Frank Coppola (uno dei primissimi superboss di Cosa Nostra arrestati) e Giovanni Falcone dicono a chi voglia ascoltarli una cosa di una straordinaria semplicità didascalica: che dove comanda la mafia i posti nelle istituzioni vengono tendenzialmente affidati a dei cretini. A degli idioti, termine con cui indichiamo “l’uomo inetto a partecipare alla cosa pubblica”. Ma che vi diventa adatto e prendi anzi a parteciparvi, anche ai livelli più alti, appunto per assecondare le esigenze della mafia. Il cretino farà spontaneamente, spesso in buona fede, ciò di cui la mafia ha bisogno. Di più: lo farà gratis. E se ci sarà da omettere, ometterà. Più in generale: se bisognerà non capire, lui non capirà. Anzi, porterà a sostegno delle azioni od omissioni desiderate dai clan nuove e insospettabili argomentazioni. Talora con un entusiasmo da neofita. Userà parole che i clan, o gli ambienti ad essi vicini, non avrebbero saputo inventare o rendere credibili. È una inettitudine relativa quella di queste persone, nel senso che esse non vedono, o non sanno misurare, sulla base delle loro priorità culturali, il pericolo mafioso. La vera forza della mafia sta fuori dalla mafia. Sta nelle complicità, nelle convergenze che si realizzano su condotte concrete. Su delitti specifici. O negli scambi di favori. O in campagne politiche o di opinione che convengono, per separate e autonome ragioni, sia alla mafia sia ad altri soggetti. Giovanni Falcone sosteneva che la lotta alla mafia avrebbe avuto bisogno di un delitto “eccellente” all’anno: per scuotere la gente, per impegnare e costringere la politica, per non fare addormentare le coscienze. È la ragione per cui, simmetricamente, nella trattativa tra mafia e politica quest’ultima ha posto ai suoi interlocutori il ferreo principio della rinuncia ai delitti “eccellenti”: condizione per poter arrivare in modo morbido e progressivo alle concessioni promesse. È il lavoro ben fatto che presidia i principi di verità e di bellezza, di solidarietà e di responsabilità, nel regime che si fonda sulla menzogna e sul grigiore estetico, sulla delazione tra vicini e tra parenti e sull’alibi degli ordini superiori. Il lavoro ben fatto corrisponde al “fare il proprio dovere”, è il più efficace anticorpo, la mina silenziosa che si può mettere ogni giorno sotto l’edificio delle convergenze. La sciatteria, l’assenza di qualità, l”ignoranza dei principi etici ed estetici, l’evaporazione del principio di responsabilità sociale sono il brodo primordiale e a volte la testa d’ariete della mafia cosi come delle altre organizzazioni criminali similari.

Per la prima volta, se ci riferissimo agli ultimi 25 anni, a Palermo e nel suo bunker di falconiana memoria, sia il Presidente della Repubblica sia il Presidente del Consiglio dei Ministri hanno partecipato agli eventi della giornata commemorativa. Ed entrambi hanno usato parole importanti, sul tema del contrasto alle mafie, a cui non eravamo sinceramente più abituati. “L’unica ragione di Stato è la ricerca della verità”? Bene, Presidente Monti. Apra subito gli “armadi” in cui sono custoditi come scheletri i documenti dei più grandi misteri; sia fatta finalmente giustizia e siano banditi per sempre gli scandali dalla matrice terroristica-mafiosa che hanno condizionato la storia del nostro Paese.

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