L’unificazione dei Comuni per limitare il consumo di suolo

Una più che interessante riflessione di Paolo Pileri ed Elena Granata su come al problema del consumo di suolo sia strettamente connessa anche la questione dei piccoli e piccolissimi Comuni che, in Italia, sono quasi il 70% del totale e di come, perciò, una possibile soluzione potrebbe essere la fusione di questi centri ed una più efficace riorganizzazione di tutto l’apparato burocratico che permetta un governo del territorio più consapevole e più attento alla risorsa del suolo, prevedendo l’istituzione di un soggetto realmente terzo nelle decisioni sull’uso dei suoli.

Da oltre duecento anni i comuni sono il cardine del nostro sistema politico: governano il territorio; sono responsabili del più importante piano urbanistico che il nostro diritto prevede; le loro scelte hanno ricadute dirette sull’ambiente e sul paesaggio, come sulla salute dei cittadini e sulla qualità della loro vita. È con il Comune che i cittadini hanno il primo contatto con l’istituzione pubblica e con la politica. Il problema dell’uso del suolo non può risentire, pur in parte, della configurazione così frammentata e autonoma dei comuni? Le cementificazioni eccessive degli ultimi decenni, la perdita di suoli agricoli o il degrado del paesaggio, non potrebbero essere in qualche modo un effetto anche di questa configurazione così autonoma e indipendente ma eccessivamente frammentata nelle decisioni che interessano un bene prezioso e comune come il suolo del nostro Paese?  Alcuni dati possono aiutarci in questa riflessione. La superficie totale del nostro paese è di 30.203.834 ettari di cui il 35,2% è montana (10.611.010 ettari), il 41,6% è collinare (12.541.898 ettari) e solo il 23,2% è planiziale (6.980.693 ettari). Abbiamo 8.092 comuni dove abitano 60.626.442 abitanti. Oltre il 70% dei comuni italiani è piccolo e ha in carico oltre metà del paesaggio del nostro Paese (54%) con solo il 17% della popolazione residente. Metà Italia è polverizzata in 5.683 “microunità di paesaggio” con una media di 2.874 ettari l’una. L’altra metà invece è fatta di 2.409 comuni di circa 5.757 ettari l’uno. Rispetto all’uso del suolo, i comuni sviluppano gran parte della loro politica locale. Il piano urbanistico ne è lo strumento di regolazione. Il più celebre tentativo di eliminare o ridurre la marginalità privata sulla rendita fondiaria, trasferendola al soggetto pubblico (come avviene in molti altri paesi europei), fu quello proposto da Fiorentino Sullo nel 1963. Evidentemente il passaggio da uso agricolo a uso urbano è una delle più redditizie e ambiziose operazioni che la speculazione privata attende. La decisione di tale cambiamento di destinazione d’uso è in mano esclusiva alla rappresentanza politica nei diversi comuni. Si tratta di una responsabilità grandissima che, però, vista la polverizzazione dei comuni e delle compagini politiche locali, diviene anche un possibile punto debole dell’intero sistema di governo del territorio. È tempo di pensare ad una nuova legge urbanistica nazionale, capace di fermare il consumo di suolo, di guardare al suolo come una risorsa il più indifferente possibile alla rendita, di catturare i surplus che altrimenti andrebbero solo ai privati (e al pubblico l’onere di manutenere servizi e infrastrutture), di avere consapevolezza dell’alto valore collettivo e ambientale dello spazio aperto. Un primo elemento che possiamo far notare affonda le radici nelle vicende di questi ultimi venti anni di politiche urbanistiche che si sono sempre più intrecciate con una progressiva autonomia dei sindaci e un ingresso sempre più forte degli attori privati nella scena pubblica. La dissipazione di suoli agricoli e naturali è stata particolarmente evidente in questi anni e questa sovrapposizione tra dissipazione, autonomie politiche locali e interessi privati non è forse casuale.  In questa recente stagione di autonomia politica si è rafforzata la figura del sindaco insieme a quella della sua giunta ed è di fatto aumentato il margine di arbitrio di trasformazione del territorio, sia grazie a una serie di strumenti urbanistici contrattati, sia a causa di un progressivo sganciamento dell’urbanistica dalle regioni a favore dei comuni, sia ancora per alcune distorsioni nella fiscalità locale. Ciò è avvenuto in tutte le regioni italiane. Tutto questo non ha certo né aiutato a frenare i consumi di suolo, né a provare rispetto per il paesaggio agrario, né ha favorito le condizioni per formare e ottenere una classe politica indifferente alle pressioni immobiliari e alle reti amicali e parentali, spesso troppo prossime agli interessi economici locali. È mancato e manca un soggetto realmente terzo nelle decisioni sull’uso dei suoli che è stato pretestuosamente rimosso invocando un’improbabile maturità ad autogestirsi.  Nei comuni si sono create spesso le condizioni per abusi di potere, favori, accordi sottobanco che avevano come comun denominatore la materia urbanistica e, non a caso, la trasformazione di aree agricole. Negli ultimi vent’anni la superficie agricola totale Italiana si è contratta di 5,4 milioni di ettari: un’area teoricamente pari alla somma di Liguria, Piemonte e Lombardia. Consumo di suolo, contrazione della superficie agricola, frantumazione politica in migliaia di piccoli e piccolissimi comuni non collaboranti, diminuzione delle aziende agricole e dei relativi posti di lavoro, gravi distorsioni nella fiscalità locale, devono essere letti nelle loro reciproche interdipendenze e non come fatti isolati. A ciò si aggiungano due altre questioni che in Italia hanno avuto peso rilevante nella degradazione dei paesaggi: la prima, è la bassa coscienza ambientale intrecciata con l’altrettanto bassa coscienza civile; la seconda, è la scarsa considerazione e sensibilità del ruolo dell’agricoltura quale attività strategica. L’elevata numerosità di comuni e la loro frantumazione amministrativa non sono fattori che certamente aiutano a decidere e a coordinare meglio gli interventi e le tutele. L’architettura del governo del territorio è ingessata su un modello amministrativo di stampo municipale e ancorato sulla variabile demografica, non capace di tenere in debito conto le dimensioni agricole, paesaggistiche, ambientali e territoriali, e verso le quali vengono prodotti sforzi economici pubblici irrisori. Per contrastare la frammentazione sarà certo necessario immaginare la fusione dei comuni più piccoli tra di loro, non solo per risparmiare i costi della politica quanto proprio per annullare le prossimità tra il potere decisionale e l’interesse locale e per uscire da quella inattuale e innaturale separazione imposta dai confini. Ma, più in generale, si dovranno sperimentare politiche di cooperazione e di integrazione sistematiche delle decisioni nell’uso dei suoli tra comuni confinanti, gruppi di comuni che condividono le stesse unità di paesaggio, comuni che gestiscono porzioni diverse degli stessi beni naturali (valli, fiumi, coste, montagne).

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Commenti

  • Gustavo Cecchini  On 27 giugno 2012 at 15:58

    Non basta fare l’Unione dei piccoli comuni, occorre organizzare tutto il sistema delle aree metropolitane e delle Comunità montane. I piani locali vanno estesi, in forma strutturale ma anche strategica alle dimensioni dei sistemi intercomunali, valutandoli a livello provinciale (o nuova struttura sostitutiva senza capacità di spesa pubblica come centro di ricerca territoriale di valenza pubblica e privata dove possa avvenire l’interazione fra politica, pianificazione e partecipazione..es. Agenzia del territorio e la sostenibilità dello sviluppo).

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