Dopo gli appuntamenti di Modugno ed Andria

Ritengo utile e necessario fare una piccolissima valutazione sulle esperienze vissute. Entrambe piacevoli, certamente. Estremamente interessanti, soprattutto. Quando si viene invitati a parlare di un tema, in qualità di “esperti” (non è per eccesso di umiltà, ma non penso di essere esperto in niente, c’è tantissimo da studiare e da fare, ancora), si pensa, bonariamente, che il trasferimento nozionistico sia unilaterale, da chi parla a chi ascolta. In questi due appuntamenti, con mio grande piacere, ritengo ci sia stata una valorizzazione biunivoca. A Modugno (l’evento raccontato anche da un quotidiano web), per esempio, oltre al tema della rendita fondiaria, uno dei temi principali su cui si sta sviluppando pure nazionalmente un bel dibattito, proprio per la sua valenza e i suoi impatti socio-economici, è stato citato anche Fiorentino Sullo, storico ministro democristiano che già nel 1963 propose una legge o un provvedimento che tutelasse maggiormente il territorio e il paesaggio, ma questo suo tentativo fu reso vano e la sua figura quasi ostracizzata. Ad Andria, invece, anche per come è stato organizzato il seminario didattico – ossia dopo una breve introduzione iniziale da parte dei promotori, c’è stata la suddivisione in gruppi di lavoro dei partecipanti, con ciascuno dei quali impegnato a rispondere ad un quesito, con successivo dibattito collettivo aperto dalla mia relazione, con cui ho provato anche a rispondere alle domande emerse dai gruppi di lavoro – l’interazione con i presenti, moltissimi dei quali giovani, è stata molto intrigante e stimolante, non solo perché è emerso, con consapevolezza, il principio in base al quale oggi dobbiamo tutti declinare il paesaggio e il territorio come un bene comune da preservare, da tutelare e da valorizzare in modo coscienzioso, ma anche sono affiorati dei dubbi relativamente alla possibilità che le esperienze di buona politica urbanistica e paesaggistica restino utopie, pure per il substrato culturale radicatosi in vari decenni, soprattutto nelle amministrazioni dei centri urbani più piccoli. E, quindi, quanto lavoro ci sia da fare. Quale impegno sia necessario mettere in campo per la formazione civica sul tema del consumo di suolo e sulla riqualificazione del costruito. A me il dubbio, però, piace. Perché è anche col dubbio che si restituisce dignità al nostro ragionamento. Alla nostra capacità di smuovere le acque. Alla nostra possibilità di ribellarci agli schemi precostituiti nei quali oggi, secondo alcuni, dovremmo supinamente consumare la nostra quotidianità. E, perciò, mi ri-bello. Rivoglio il bello. E dovremmo rivolerlo tutti. Apriamo ora gli occhi e percorriamo insieme la strada dell’avvenire. Prima che sia troppo tardi.

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