Fermiamo il femminicidio!

Contro il femminicidio

“In memoria di tutte le donne morte per mano violenta di chi diceva di amarle. Perchè le loro storie non affondino nel silenzio ma risveglino coscienze e civiltà”.

A rileggere la cronaca di questi ultimi mesi c’è da sentirsi male. Tanti, decisamente troppi, sono stati gli omicidi, inspiegabili, di donne giovani e diversamente giovani. Donne che hanno pagato con la loro vita il prezzo per essere donne. Sono decenni – da ancora prima che scendesse politicamente in campo, nel 1994, colui che ha violentato la politica violentando l’iconografia della donna, trasformata in un oggetto di piacere – che in questo Paese si parla di “questione femminile”. Come se il problema fosse facilmente risolvibile unicamente con qualche diritto in più a favore del “gentil sesso” o come si suol dire con un riconoscimento autentico delle “pari opportunità”. Ammettendo pure che questi diritti o tutele siano concesse, credo che ci sia anche altro. Potrò chiaramente sbagliare, non avendo la presunzione di ritenermi un attentissimo conoscitore del mondo femminile, ma penso che la vera “questione” sia maschile. Anzi, dirò di più. Che sia maschile e femminile assieme. Gli uomini, si legge su alcune riviste molto di moda tra le parrucchiere, si dividono in tre categorie: quelli che ragionano con il principale organo maschile (il 70%), quelli che ragionano con la testa (il 20%) e quelli che ragionano con il cuore (il 10%). Ora non so cosa spinga certi uomini ad uccidere le loro compagne, spesso di una vita; quali meccanismi perversi si attivino nelle teste di queste persone, ma è indubbio che questi assassini (e per trasposizione penso anche alla tristissima storia di Lea Garofalo) debbano essere condannati pesantemente perché solo in Italia il fenomeno sta assumendo proporzioni cosi inaccettabili. Come è, onestamente, intollerabile che in questo Paese, in cui è imperante l’ipocrisia e la meschinità, ci sia ancora una classe dirigente gerontocratica e maschilista che non riconosca, semplicemente, il contributo che le donne danno e darebbero. Di grande qualità e quantità. Non intendo citare, perciò, il solito studio in cui si attesta la bravura delle donne nello studio o nelle professioni.  Riporto soltanto, per quanto possa valere, la mia piccola esperienza. In tutti questi anni di impegno sociale, le persone migliori che ho conosciuto e con cui ho provato a costruire qualcosa di bello sono state spesso ragazze e giovani donne. Davanti a tutte le anomalie italiane, però, ci si aspettarebbe che le donne – non soltanto in manifestazioni di piazza come “Se non ora, quando” – tra di loro fossero maggiormente solidali. Non per una finta reciprocità o per un mero sostegno di facciata. Perché il Paese si cambia anche dando il buon esempio e trasferendo nuovi modelli sociali, in cui abbia un ruolo importante la capacità di sintesi tra le diverse sensibilità. Ma questo, evidentemente, vale per tutti. Per gli uomini e per le donne. Ma quante volte, invece, capita nella politica o nei contesti professionali dove è esasperata la competitività tra i singoli che certe donne si accapiglierebbero se potessero? La speranza, ovviamente, non è solo che queste tragedie finiscano immediatamente, ma anche che possa fiorire una nuova cultura laica che si fondi sul rispetto reciproco e sulla pace tra le persone. Ne avremmo tutti davvero un gran bisogno.

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