Chi Libera (la) Puglia?

La nuova intimidazione mafiosa perpetrata contro un pubblico amministratore pugliese, al quale va la mia più viva e fraterna solidarietà, a non tanti giorni dalle precedenti, sempre contro sindaci del nostro territorio, con questi atteggiamenti criminali al centro anche dell’iniziativa di Avviso Pubblico promossa a Bari (negli stessi giorni, peraltro, in cui passava da Bari la Carovana Antimafia) e alla quale ho partecipato con l’attenzione di sempre, mi spinge a fare qualche considerazione. Che non può, tuttavia, non tenere conto dell’ennesimo omicidio mafioso consumatosi a Bari, nel Quartiere San Pasquale. Nel capoluogo pugliese, la criminalità organizzata è presente ed è pure forte. Non so, onestamente, quanto forte e radicata sia, ma c’è. Ed è questa la prima verità con cui dovremmo, tutti, fare i conti. Tutti, senza distinzione. Senza banalizzare la cosa, come puntualmente avviene, come se il fenomeno non fosse grave o ritenendo che sia “solo” una ritorsione tra faide per il controllo del territorio (come se poi nel territorio ci vivessero i marziani). E senza, possibilmente, usare ogni sparatoria per sparare minchiate, in libertà, contro l’avversario politico di turno. Che fa figo, produce consenso e fa finire sui giornali.

La città, visto che non tutti – temo, e me ne preoccupo davvero – l’hanno capito, è oggi una non-città. Frammentata. Logorata. Divisa. I cittadini delle periferie  (Loseto, Stanic, San Paolo, Santa Rita, Ceglie, Catino ed Enziteto, Santo Spirito, giusto per citare alcune delle zone più difficili) non hanno più alcuna fiducia nella politica e nelle Istituzioni. Si sentono traditi. Presi in giro. Il degrado dei loro territori ha sfondato la porta dell’anima. Sono depressi e scoraggiati. Non credono che le cose potranno cambiare mai. E preferiscono vendere il voto invece che avere ancora una speranza di cambiamento. In un simile anfiteatro sociale le organizzazioni criminali mettono, facilmente, in scena il loro spettacolo preferito: mostrare la loro convenienza ed utilità sociale, alimentata da una crisi finanziaria ed economica che ha prodotto tantissima disoccupazione e desolazione.

Il non-governo (pluridecennale) del Paese e il mal-governo della città legittimano, in alcuni territori, proprio culturalmente, la disfatta dello Stato. E’ questo il dramma. L’indifferenza verso “la questione sociale”. E’ urgente una palingenesi etica, culturale, sociale, politica. Non si può improvvisarla, però. Nè evocare il cambiamento, senza mai metterci la faccia, per davvero, per costruirlo, quotidianamente. Insieme a tutti quelli che vogliono, genuinamente, sporcarsi le mani. Non possiamo più sostare sui piedistalli della menzogna, della mediocrità e della superficialità. O, peggio, in attesa di un miracolo che non ci sarà mai, se non cambiamo noi per primi. E con noi, anche e soprattutto, i metodi e le pratiche.

Davanti a questo scenario, sarebbe lecito attendersi da chi ha ruoli pubblici, politici o associativi, di peso, un di più di responsabilità. Non di meno. In questa sede, però, non voglio parlare del Sindaco Emiliano che, sul fronte della legalità, qualche risultato lo ha comunque raggiunto. Sebbene, forse, da un ex magistrato dell’antimafia (in aspettativa) ci si sarebbe aspettati qualcosa di più. Ma di Libera Puglia. Da anni sono vicino all’organizzazione nazionale, presieduta da Don Ciotti, e che ha Nando Dalla Chiesa come presidente onorario. Con il figlio del generale, dal 2008, condivido l’esperienza bellissima della Scuola Caponnetto, le cui iniziative locali sono state ben raccontate su questo piccolo blog. Quando nello stesso anno la Giornata Nazionale di Libera dedicata ai familiari delle vittime di mafia si celebrò a Bari, io c’ero. Oggi, e già da tempo, la Scuola Caponnetto fa parte della rete di associazioni di Libera. Io mi sento uno della famiglia di Libera.

In Puglia, invece, per un incomprensibile ostracismo nei riguardi, miei e dell’associazione, da parte del vertice di Libera Puglia, dimostrato per esempio a settembre scorso quando promuovemmo a Brindisi il progetto lungo un mese “Brindisi Capitale dell’Antimafia“, la vita associativa mi è preclusa. La partecipazione mi è impedita. Per aver, suppongo, espresso pareri critici, ma sempre rispettosi, nei confronti di chi ritiene l’associazione “cosa sua”, di chi la usa per fini privati. Nel messaggio seguente, pubblicato tempo fa sul mio profilo Facebook, avevo parlato di “giano bifronte” non solo perché il suddetto in pubblico dice una cosa e in privato ne pensa e ne fa un’altra, ma anche perché lo stesso – che non agisce soltanto per spirito di servizio, ma perché è un funzionario pagato dai vertici romani –  è anche responsabile dell’Arci Puglia. E non si capisce mai quando parla per una realtà e quando per l’altra. E con una trasparenza gestionale prossima allo zero. Moltissimi ragazzi e moltissime persone in questi anni si sono allontanati dal coordinamento provinciale di Libera Bari e dalla rete pugliese dopo aver più volte denunciato la totale opacità amministrativa e la pochissima democraticità dei processi decisionali.  Ecco il mio messaggio:

“Non volevo dire niente perché  poi alcuni pretestuosamente dicono che sono polemico. Ma essendo stato inondato, in questi giorni, di messaggi dello stesso tenore da parte di molti ragazzi e ragazze della nostra Provincia, rispondo pubblicamente. La nostra Scuola Caponnetto, presieduta a livello nazionale da Nando Dalla Chiesa, fa parte da tempo del network di Libera, anche perché Nando ne é il Presidente onorario. Se sul nostro territorio, perciò, i due gruppi non agiscono insieme come pur vorrei e come dovrebbe essere, dopo aver fatto molteplici tentativi, il motivo è molto semplice: per il giano bifronte l’antimafia è un lavoro da sbrigare come tutti gli altri, con comportamenti da funzionario pagato regolarmente mentre i volontari, quelli veri e appassionati, si autotassano per organizzare le iniziative. Chiarito questo, con amarezza, e per l’ultima volta, posso annunciare che la Scuola di Bari sta lavorando per un grande evento pubblico con ospiti nazionali. Grazie, infine, a quanti mi hanno scritto per esprimermi stima”.

La risposta non è giunta pubblicamente, ma per messaggio privato. E il dialogo, chissà perché, privato, anzi privatissimo, doveva restare. Per rispetto, dice, di coloro che seguono l’associazione. Fondata sulla legalità, che è anche sinonimo di diversità, da accogliere e da includere. Da valorizzare, per plasmare un nuovo modello di società e di civiltà. Una diversità che in Libera si fa prossimità. Nel resto d’Italia, però.

Di seguito la risposta addotta, una lezione di moralità, manco fosse stato accusato di stragismo:

(Ti chiedo, se lo voglia, e per correttezza, di pubblicarla sul tuo profilo. Noi non lo faremo attraverso il nostro, per rispetto dei 5000 amici – più gli altri che sono iscritti alla pagina – che ogni giorno ci seguono)

Caro Giuseppe,
ti scrivo su fb perché vedo che è un linguaggio a te consono. Non democratico certamente, perché i destinatari di una qualsiasi comunicazione, possono restare inconsapevoli e quindi indifesi. Il silenzio, il nostro silenzio, è il lago profondo e quieto in cui le mafie sguazzano, il terreno favorevole perché loro attecchiscano. Tuttavia, più ancora del silenzio, c’è una situazione particolare dalla quale le strutture criminali, di qualsiasi natura esse siano (mafiose, mafiogene o semplicemente parte di sistemi delinquenziali organizzati), traggono giovamento. È la nostra divisione. I contrasti, i battibecchi, le beghe (attenzione, non parliamo del confronto, bensì della conflittualità urlata), specie se inconcludenti e pubblici, rafforzano la percezione della debolezza di un fronte, quello dell’antimafia sociale (quello che Libera e che la Scuola Caponnetto fra gli altri rappresentano), che viceversa urge compattare. Entrando nel merito della questione, ed uscendo da un discorso di metodo e di organizzazione che sarebbe troppo lungo e riduttivo affrontare per iscritto (e, soprattutto, come hai provato a fare di tuo, attraverso la discrasia tipica di un socialnetwork), trovo abbastanza stucchevole il tentativo di gettare subdolamente panni sporchi di fango addosso a Libera (Bari? Puglia?tutta?). Ciò che hai affermato virtualmente a tante persone (come tu sostieni, “inondato di messaggi da parte di molti ragazzi e ragazze”), è – consentimi in tutta sincerità – falso e rivelatore della poca conoscenza di un mondo di cui hai scelto di non fare parte. Leggo di “Giano bifronte”, di “lavoro da sbrigare” (che, tra l’altro fa parte di un gergo da contumacia) comportamenti da “funzionario pagato regolarmente” e non voglio crederci. Un’associazione che occupa gli spazi e lo fa non a proprio beneficio, bensì per restituire dignità di cittadinanza ai cittadini. Un’associazione che ha sì, dei ruoli, delle cariche, degli incarichi di lavoro. Ruoli, cariche, incarichi che sono retribuiti si, ma dalla moneta delle passioni. Certo, perché Libera è fatta di militanti, di soci, di aderenti e di simpatizzanti. E’ fatta dalle persone, tante che, di anno in anno, scelgono di aderire a un progetto, di stare da una parte precisa della barricata.. Questo è il grande popolo di Libera. Quello che non ha stipendiati, ma volontari che investono tempo ed energie a servizio di una causa. Quello che si fa costruttore di buone pratiche e non mero organizzatore di eventi, di grandi spot più interessati al nome che ai temi. Gli stipendiati fra noi sono merce rara e magari ve ne fossero di più. Trasformerebbero la loro energia in tempo maggiore da dedicarci. Il volontariato è una scelta non un obbligo. Mi dispiace che tu abbia tanto livore. Incomprensibile perché poco ci siamo conosciuti e per nulla dimostri di conoscerci. Sinceramente mi spiace per te.

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