“La libertà non può mai essere barattata”

Era il 1978 e queste parole, pronunciate dal neoeletto Presidente della Repubblica Sandro Pertini, nel suo primo discorso – eletto con 832 preferenze su poco più di 900 grandi elettori – risuonarono prepotentemente nell’aula di Montecitorio. Pertini è stato, con Ciampi, forse, il Presidente più amato nella storia della nostra Repubblica. C’era tra lui e il popolo una profondissima e limpida  empatia. Dovuta alla sua autenticità ed autorevolezza. Aveva una storia personale che lo rendevano credibile. Con la sua vita, imbevuta di coerenza e spesa nel nome della giustizia, incarnava perfettamente i valori costituzionali.

Sono passati 35 anni. Il Paese, già allora in difficoltà, oggi – la sensazione è fortissima – è un non-Paese. Diviso in tutto. Non c’è alcuna unità e coesione. La ragione individuale ha preso il sopravvento su quella collettiva. Al bene comune e a quello dei cittadini sono completamente indifferenti i vertici delle Istituzioni e la gerontocratica classe dirigente di questa nazione. La “questione sociale” è totalmente posta in secondo piano. Non si ha la minima percezione che potrebbe scoppiare una ribellione civile, tanto inattesa quanto violenta e rabbiosa.

Ci sarebbe bisogno, oggi più che mai, di un Pertini o di un Ciampi. Proprio per quel bisogno ineludibile di poterci affidare a qualcuno di credibile. Di avere un punto di riferimento che sappia accogliere i malumori dei cittadini e sappia andare oltre il semplice monito, esigendo un cambiamento non solo di paradigmi, ma anche uno stravolgimento di prospettive e di visioni. Per poter progredire con meno ansia ed inquietudini verso il futuro. Un Presidente-partigiano che, nel nome della Costituzione, predetermini  una pacifica rivoluzione culturale e morale che trasformi dal basso e in profondità questo Paese. Che sia l’interprete più appassionato di una palingenesi sociale. Ma tutto questo, temo, difficilmente avverrà.

Nonostante una spontanea e bellissima mobilitazione popolare – rinvigorita moltissimo dai social media e network – a favore della candidatura al Quirinale di Stefano Rodotà (qui una sua intervista per l’Espresso, tra le tante che potrebbero citarsi in queste ore), insigne giurista e mite innovatore, ad oggi, e soprattutto dopo la burrascosa assemblea di ieri sera dei parlamentari del Pd (all’interno del quale, per correttezza, è opportuno indicare chi, da tempo e con coerenza, la vede diversamente) – che non hanno recepito all’unanimità la proposta formulata dal M5S (invitato mediaticamente da più fonti, razionalmente, verso questa ipotesi autorevolissima) – Bersani, Berlusconi e Monti, con le rispettive pattuglie di parlamentari consenzienti, nel nome di “un’unità nazionale” che intravedono però solo loro, voteranno il candidato Franco Marini. Si, l’ex sindacalista della Cisl che occupa le Istituzioni da decenni e la cui storia personale – ecco ancora una volta la nostalgia per Pertini – è ignota ai più. Nel senso, non si capisce per queli meriti politici e civili una simile figura meriti un riconoscimento cosi elevato. Parliamo, per intenderci ancora meglio, di quel Marini che con D’Alema (altro nome, con Amato, rimasto segretamente papabile nel caso le votazioni per Marini dovessero andare per le lunghe) nel 2001 complottò contro Prodi. Ecco, non sappiamo cosa accadrà oggi, e quale sarà il destino del nostro Paese, nel prossimo futuro, quello a cui guardo con grande preoccupazione – essendo, nonostante tutto, un innamorato pazzo del mio Paese, fondato sulla Costituzione e sul sangue dei tanti miei coetanei, e non solo, che per la sua Unità sono morti – ma forse Alessandro ha ragione. E anche Michele Serra, qui sotto. Povera Italia.

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