Ma a Bari comanda la mafia o lo Stato?

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La risposta, almeno a questa domanda, dopo l’agguato mafioso di ieri sera a Poggiofranco – in questa apparentemente interminabile faida tra le famiglie criminali locali – sembrerebbe ovvia. E probabilmente sbaglio ad usare il condizionale. Mi pongo, tuttavia, un’altra domanda. La stessa avanzata dal Candidato Sindaco di Bari Pietro Petruzzelli, dopo l’agguato mafioso di ieri sera nel quale è morto lo storico boss di San Girolamo. “Quale Bari consegniamo alle più giovani generazioni?”

Non so quale possa essere la risposta migliore, onestamente. Anche perché, in momenti simili, sono un frullatore di pensieri. So solo una cosa, che può anche essere sbagliata. Ma la condivido, nonostante tutto, con tutto l’amore del mondo per la mia città e per i miei concittadini.

Finiamola di dire e di pensare che possiamo stare tranquilli “finché si ammazzano tra di loro”. O di indignarci soltanto contro il Sindaco X o il Ministro Y che fanno meno di quel che ci aspetteremmo. Noi cittadini abbiamo una responsabilità sociale immensa. Non possiamo continuare a dividerci come guelfi e ghibellini sulla base, sempre più spesso, di un fanatismo politico-religioso che ci obnubila la vista. Non nascondiamoci dietro uno slogan che poi diventa l’alibi perfetto per restare succubi e schiavi della paura. Finiamola di essere un popolo di pre-giudicati silenziosi, giudicando superficialmente la realtà mafiosa senza studiare e conoscerne le dinamiche. Bari rischia di diventare un hub di una rete internazionale del malaffare che unisce la mafia dell’est europa con la camorra e la ‘ndrangheta.

Nell’ultimo anno e mezzo circa ci sono state più di 15 sparatorie, tra il Libertà, il Madonnella, San Girolamo, Palese, Santo Spirito, San Pasquale e Carrassi.  Sono morte una decina di persone, tra le quali Alessandro Marzio, Massimo Villoni, Gaetano Petrone, il georgiano Rezo, Giacomo Caracciolese, Vitantonio Fiore, Felice Campanale. Con il sangue, spesso di giovanissime vittime, si sta disegnando la nuova mappa del crimine di Bari. E mi sto limitando ai perimetri geografici della mia comunità, poiché se allargassi la panoramica agli eventi mafiosi che stanno sventrando l’anima di alcuni comuni della Provincia il bilancio sarebbe ben peggiore.

I clan baresi rinforzati dall’immissione delle nuove leve criminali, hanno esteso, allo scopo di accrescere gli introiti illeciti, i settori di interesse: accanto alle tradizionali attività illecite (stupefacenti, estorsioni, usura e ricettazione) non disdegnano altre tipologie di reato cercando contestualmente di infiltrarsi nel tessuto economico-legale oltre che nei finanziamenti e negli appalti della Pubblica amministrazione. Lo sbandamento di alcuni sodalizi, privati dei capi e falcidiati da arresti, da passaggi ad altri clan e da defezioni per scelte collaborative con la giustizia, ha consentito, da un lato, il rafforzamento di taluni gruppi criminali e, dall’altro, l’emersione di nuovi soggetti e nuove organizzazioni: il risultato è una vorticosa ricerca di supremazia, intessuta di attentati e omicidi e perseguita attraverso ogni mezzo: quando il potere delinquenziale passa da mani forti a mani deboli si spara di più sul territorio. I clan, non più nel pieno della loro forza, non riescono a mantenere il dominio senza manifestazioni eclatanti di violenza.

Questo frammento, tratto da questo articolo, è estratto da una relazione predisposta dalla Direzione Nazionale Antimafia che evidenzia quanto delicata e grave sia la situazione. E rispetto alla quale è necessario che i cittadini facciano essenzialmente una scelta: o con i mafiosi o contro. Se decidiamo di esserne complici, allora possiamo continuare ad essere spettatori del più grande big bang etico che sta facendo esplodere il nostro Paese. E che sta facendo precipitare Bari verso l’inferno degli anni ’90.

Ma se decidiamo di opporci a questo regime, sostenuto anche trasversalmente dalla politica, non si può neanche continuare a conviverci con questi infami senza anima e senza dignità. Proprio in quest’ottica, pertanto, muovendo dalla ferma convinzione che il contrasto alla criminalità organizzata debba essere soprattutto di stampo culturale organizzando la società in modo tale da farle riscoprire – a cominciare dalle scuole e con l’aiuto delle famiglie – la bellezza del bene comune, bisogna rifiutare l’assioma secondo cui va tutto bene “finché si ammazzano tra di loro”.

Quando la città è spaccata e i cittadini sono soggiogati dalla paura o dalla rassegnazione, la mafia sorride. E’ contenta. Gode della nostra incapacità di indignarci ancora. La mafia ci fa prigionieri in modo inconsapevole. Agisce in modo subdolo. Per questo diventa ancora più pericolosa. Si pensi all’usura, ai commercianti che pagano il pizzo, al gioco d’azzardo, alle sale da gioco, ai videopoker, ai compro-oro.

Bisogna aggredire i loro patrimoni. Bisogna snellire la burocrazia per consentire un più rapido uso dei beni confiscati. Bisogna privarli delle attività borderline nelle quali riciclano proventi illeciti per convertirle e garantire un’occupazione onesta e di qualità. Bisogna avere il coraggio di stravolgere i paradigmi che stanno regolando la nostra esistenza.

Ecco perché ci vuole una reazione popolare. Perché dobbiamo ribellarci prima che sia troppo tardi. Prima che le vie della città siano ancora inondate di sangue.

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