Sulla “liberazione” di Savinuccio Parisi

mafia bari

“La vera forza della mafia sta fuori dalla mafia” – scrive Nando Dalla Chiesa ne “Il Manifesto dell’Antimafia” – ossia risiede in quell’ampio e diffuso sistema di complicità, di contiguità e di omertà che l’alimenta. In quell’alleanza camaleontica e subdola tra la “zona grigia” e la “pars destruens” della società che destrutturano il modello circolare della legalità per erigere l’idolatria e il modello verticale dell'”altro-potere”. E’ nella sua cultura, la cosiddetta mafiosità, per la quale occorre chiedere – a chi riteniamo detenga anche una minuscola fetta di potere o di influenza – “come favore ciò che ci spetterebbe come diritto”. E’ nell’essere – come ha detto Don Ciotti alla Marcia Nazionale della Pace a Molfetta il 31 dicembre scorso – “cittadini ad intermittenza incapaci di praticare la corresponsabilità” perché diffidiamo della prossimità e rifiutiamo la solidarietà.

E, quindi, non riconoscendo più la pericolosità sociale del fenomeno, che gradualmente ci sta modificando antropologicamente, non lo capiamo. E lo sottovalutiamo. Ma in questo modo, inconsapevolmente, ne diventiamo schiavi. Per questo, forse, più della pur preoccupante “liberazione” di Savinuccio Parisi, dovrebbe preoccuparci la nostra individuale incapacità di conversione morale e di reazione davanti allo strapotere culturale e sociale delle mafie. Dovrebbe allarmarci la nostra inazione davanti alla nostra sottomissione. Dovremmo armarci di un nuovo onesto e pragmatico civismo per uscire dal campo minato della paura a causa della quale non potrà mai esserci un cambiamento nel nostro Paese.

Se oggi le mafie sono ancora fortissime, infatti, è perché noi siamo fragilissimi e debolissimi. Il loro è un dominio, prima ancora che politico-economico, estetico-etico.

Il problema, pertanto, non è il folkloristico spettacolo pirotecnico con il quale ieri è stato festeggiato in alcuni quartieri il ritorno a casa del superboss barese. E’ nei commercianti, negli artigiani e negli imprenditori che pagano il pizzo e non denunciano. E’ nei giornalisti (a parte pochissime eccezioni) e nei direttori di testate che hanno scelto deliberatamente di non occuparsi di mafia. E’ nei politici locali che prima chiedono i voti ai malavitosi di alcuni quartieri difficili come il Libertà e poi marciano con Libera. E’ nella classe dirigente autoreferenziale e corrotta di questa città che vive per il potere. E’ in noi e nella nostra ipocrisia. E’ nella nostra distopia di collaborare per creare una città più uguale e giusta, più onesta e inclusiva, più accogliente e civile.

Fino a quando in questa Bari ci saranno questi baresi, Savinuccio Parisi ne sarà, suo malgrado, il vero “Sindaco”.

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