Category Archives: Inquinamento

E se il cemento fosse ecologico?

E’ questa, forse, una delle domande più ricorrenti che non pochi ricercatori, dal Messico all’Inghilterra passando per l’Italia, si pongono da tempo con l’intento di ecologizzare il cemento che contribuisce a circa il 7-8% delle emissioni mondiali di CO2 con un notevole dispendio energetico per produrlo.

I ricercatori messicani del Centro di ricerca e studi avanzati dell’Istituto Politecnico Nazionale stanno concentrando i loro studi sui geopolimeri, ossia su materiali sintetici a base di alluminosilicati. Obiettivo dichiarato: ottenere un calcestruzzo sostenibile con minore energia e con la conseguente riduzione di anidride carbonica immessa in atmosfera.

Neomix, invece, è il nome del nuovo legante idraulico prodotto, secondo i suoi brevettatori, con il 90% in meno di energia rispetto al materiale tradizionale e sarebbe in grado di fornire alte prestazioni grazie alla miscela di fosfati di cui è composto.

Procedendo in questo ideale tour mondiale alla scoperta dei “cementi del futuro”, ci imbattiamo in Ecorivestimento. Questa malta fotocatalitica a base di biossido di titanio, in grado di abbattere i livelli di inquinamento atmosferico, ha la capacità, in presenza di luce sia naturale sia artificiale, di ossidare sostanze organiche e inorganiche scomponendole per poi trasformarle in nitrati e carbonati. Un’applicazione notevole, per questo materiale, sarebbe di impiegarlo come asfalto. Ne otteremmo benefici importanti.

Uno studio ingegneristico del Texas ha condotto una ricerca sul riso, traendone interessanti conclusioni.  La lolla, o pula di riso, cioè quella pellicola che ricopre i chicchi quando sono sulla pianta, è ricca di ossido di silicio, elemento fondamentale nella composizione del calcestruzzo. Questi ricercatori hanno elaborato un processo di combustione in grado di dar luogo ad una pula di riso priva di carbonio. Dalla lolla, dopo una cottura ad 800°C in fornaci prive di ossigeno, si ricava un miscuglio che è praticamente silicio puro. Con il non trascurabile beneficio che questo materiale sostenibile resisterebbe a corrosione, rispetto al cemento Portland, molto meglio.

Il grigiore del cemento, sempre più spesso, è assunto anche come parametro per raccontare quanto poco vivibili e luminose siano le nostre città. E se un giorno scoprissimo che esiste un cemento luminoso e trasparente, il nostro approccio verso questo materiale cambierebbe? In attesa di valutare, eventualmente, le nostre reazioni sensoriali, quel che ad oggi possiamo fare è leggere, con curiosità, le peculiarità di questo materiale innovativo. Il cemento luminoso, infatti, esiste. Trattasi di un materiale massivo che si smaterializza lasciandosi attraversare dalla luce, sia diurna sia artificiale, in tutte le ore del giorno, proponendo un senso di leggerezza ed assicurando uno scenario suggestivo di luci e ombre. Rispetto alle malte tradizionali, l’effetto luminoso è ottenuto con particolari additivi e resine che hanno il beneficio di rendere maggiormente coibentati termicamente gli ambienti nei quali il materiale è impiegato con l’ulteriore conseguenza di avere minori consumi di energia elettrica, venendo valorizzata al massimo l’illuminazione naturale.

Anche la Regione Puglia, unica in Italia, con mio sommo stupore e piacere, partecipa a questa “competizione mondiale” ecologica-innovativa. Ha finanziato, infatti, un progetto di ricerca dal titolo “Impiego di particelle di gomma e fibre d’acciaio provenienti da pneumatici fuori uso in conglomerati cementizi” sviluppato dall’Università del Salento in collaborazione con aziende locali. Le particelle di gomma riciclata e fibre d’acciaio, ricavate attraverso processi di triturazione, pirolisi e riduzione criogenica,  consentono di ridurre l’assorbimento di acqua conferendo una migliore protezione alle barra di armatura nei confronti della corrosione; di ottenere un abbattimento del rumore ed una migliore prestazione in termini di resistenza al fuoco. I risultati ottenuti dalle indagini sperimentali condotte hanno evidenziato le potenzialità di applicazione sia delle particelle di gomma sia delle fibre riciclate nel confezionamento di conglomerati cementizi, suggerendo l’opportunità di ulteriori studi sia teorici sia sperimentali allo scopo di ottimizzarne e regolarne l’impiego.

Questa ideale passeggiata tra cantieri edili alla scoperta del “cemento del futuro” si arricchisce di due esperienze ulteriori, anch’esse degne di essere raccontate. La prima. Cosa succede oggi, tradizionalmente, quando si aprono delle micro o macro fessure nel calcestruzzo? Si provvede a riempirle con dosi proporzionali di malta. Questa pratica, tra qualche tempo, potrebbe estinguersi: un team di scienziati inglesi, infatti, sta sperimentando l’efficacia di alcuni selezionati batteri in grado di riparare in maniera autonoma le grandi crepe, con questo calcestruzzo autorigenerante prodotto con l’aggiunta di batteri allo stato “dormiente” racchiusi in microcapsule che, nel caso in cui si inizi a formare una microfessura, possono liberare istantaneamente un riempimento calcareo resistente.

La seconda, infine, ci porta in Calabria, una delle regioni più difficili del Paese. E questa storia incredibile ce l’ha raccontata Riccardo Luna, qualche giorno fa, su Repubblica. Due fratelli che decidono di sfidare il mondo dell’edilizia producendo la malta a basso costo e secondo un modello “domestico”, attraverso un’apparecchiatura leggera e tascabile.

Credo che guardare il mondo, e provare a viverlo, sia meno pesante quando ci sono queste pratiche virtuose che infondono maggior fiducia per un avvenire meno energivoro e più a misura d’uomo.

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Monti “bombarda” la nostra Democrazia

E’ da non pochi mesi che una certa opinione pubblica, a causa della crisi economica che ha aumentato la consapevolezza e di conseguenza l’intolleranza dei cittadini verso gli sprechi della burocrazia italiana che rendono il Paese sempre più disuguale tra chi ha e chi non ha, sta evidenziando con una certa ridondanza quanto grave sarebbe per il nostro bilancio l’uscita di quasi venti miliardi di euro per acquistare in particolare, per il comparto della Difesa neanche fossimo in guerra, novanta F-35, al costo unitario di 135 milioni. Basterebbero queste cifre mostruose per pretendere dall’esecutivo un cambio radicale di politiche. Un’operazione che dovrebbe essere, prima di tutto, culturale perché bisogna capire che occorre sposare la causa della Pace nel mondo, senza se e senza ma, sempre. Con coerenza. E non, in realtà, in nome di un’ipocrisia strisciante e subdola che fa etichettare come “missioni di pace” quelle che, appunto, sono guerre dove poi vanno a morire i nostri ragazzi, quelli che si arruolano perché, spesso provenienti dal Sud, non hanno altre alternative e altre possibilità per cercare di avere un futuro migliore. Mario Agostinelli punta, invece, a raccontare e a denunciare quanto pericoloso sarebbe l’inquinamento che questi “uccelli del dolore” produrrebbero una volta in volo a causa delle alte quantità di combustibile caricate e come, conseguentemente, nulla o molto scarsa sia l’attenzione verso il fenomeno del riscaldamento globale.

Se guardiamo ai consumi, un aereo tipo F-15 Eagle consuma circa 16.200 litri/ora, un bombardiere B-52 12.000 litri/ora, un elicottero Apache 500 litri/ora. Un mese di guerra aerea calcolato su queste basi comporta l’emissione di 3,38 milioni di tonnellate di CO2, l’equivalente dell’effetto serra provocato in un anno da una città di 310 mila abitanti (poco meno di Bologna). Il serbatoio di un F-35 contiene 8391 kg di carburante. La combustione per ogni litro di carburante produce in media 2,5 kg di CO2. Dunque lo svuotamento dell’intero serbatoio di un F-35 (viaggio andata e ritorno nelle missioni in medio oriente) produce circa 21mila kg di anidride carbonica, pari all’emissione giornaliera di 1000 abitanti del nostro Paese. Stiamo rincorrendo gli Stati Uniti, che invece stanno perdendo terreno velocemente nei confronti della Cina nel campo dell’economia verde. Questo anche per colpa dell’enorme spesa militare che sottrae risorse agli investimenti pubblici per mitigazione e adattamento climatico. Il gigante asiatico, ormai leader incontrastato della green economy, spende circa un sesto rispetto alla superpotenza americana per gli armamenti e il doppio per ridurre le emissioni e prepararsi ai cambiamenti climatici. Uno studio della Quadrennial Defense Review propone un cambio di direzione, stimando che un miliardo di dollari speso in armamenti creerà circa 8mila posti di lavoro, se speso per potenziare il trasporto pubblico 20mila, se speso per l’efficienza energetica negli edifici o per le infrastrutture circa 13mila.

Il carbone di Enel causa una morte prematura al giorno

E’ questo il dato agghiacciante diffuso da Greenpeace, sulla base di una serie di rilevazioni condotte in tutta Italia, dopo lo studio commissionato ad un ente di ricerca indipendente olandese. Come rivela, poi, Cianciullo nel suo blog, particolarmente critica è la situazione di Brindisi.

Il carbone di Enel causa una morte prematura al giorno in Italia e fa danni per 1,8 miliardi di euro l’anno. Secondo lo studio, gli impianti a carbone di Enel hanno provocato 366 morti premature nel 2009, che potrebbero diventare 500 all’anno se l’azienda metterà in atto il suo piano di espansione con le centrali di Porto Tolle e Rossano Calabro.

La centrale termoelettrica dell’Enel di Brindisi Sud, nel solo 2009, ha prodotto danni sanitari, economici e ambientali stimabili tra i 536 e i 707 milioni di euro. Enel è il principale produttore di elettricità con il carbone in Italia: genera circa il 70% dell’elettricità realizzata con questa fonte.

Ridurre il fabbisogno energetico degli edifici

E’ questo uno dei principali obiettivi sui quali sta lavorando, molto e bene, da anni, l’Agenzia Casa Clima di Bolzano, ormai riconosciuta internazionalmente come una delle migliori organizzazioni impegnate nella certificazione energetica, con protocolli sempre più evoluti col fine preciso di spogliare i nostri edifici dalla loro divisa di energivori. A fine gennaio, come ormai tradizione da sette anni, si è svolta la fiera dell’edilizia sostenibile dove, a testimonianza di una sensibilità tra gli operatori via via sempre maggiore, non si è puntato più soltanto sulle conferenze tematiche, ma anche sulle visite guidate a quegli edifici nei quali sia riconoscibile il Protocollo Casa Clima. Dalla teoria alla pratica. Per invitare, pertanto, tutti i tecnici e gli operatori del mercato a copiare le best practice, adottandole poi nella propria quotidiana esperienza professionale.

La sostenibilità edilizia esposta anche quest’anno non si orienta verso un tecnologia particolare o ad un materiale particolare ma ad un obiettivo comune. L’obiettivo fondamentale e primario è la riduzione del fabbisogno energetico degli edifici e la produzione di energia che necessita l’immobile deve avvenire attraverso fonti rinnovabili. In fiera, tuttavia, si nota che l’elemento costruttivo maggiormente evoluto è la finestra. E’ l’elemento vetrato quello che disperde maggiormente il calore interno e di tutti gli elementi costruttivi è quello che di più ha raggiunto alti risultati di efficienza e di complessità. Ormai in commercio il doppio vetro lo troviamo ovunque, qui in fiera vengono proposte molte finestre composte da tripli vetri per raggiungere una trasmittanza termica bassa. Il grosso passo in avanti si è fatto proponendo prodotti composti per migliorare le proprietà  meccaniche e termiche del controtelaio, che finora è stato sempre l’anello debole del “sistema finestra”.

L’isola della sostenibilità

E’, in questi giorni, la nostra Puglia. Sta ospitando, infatti, presso il Nuovo Padiglione della Fiera del Levante, la VII edizione di Mediterre, che punta ad essere ricordata come “il cantiere euromediterraneo della sostenibilità”. Di questa iniziativa ne avevo già descritto i contorni con il report della conferenza stampa di presentazione. In questi giorni ne sto seguendo i lavori e gli spunti emersi non sono proprio tutti interessanti – pur con delle vivaci eccezioni – più che altro perchè l’idea che si sta trasferendo è quella di una passerella autoreferenziale da parte di chi è in cerca di una qualche forma di visibilità. Pochi partecipanti, del resto, dimostrano che qualcosa di sbagliato, almeno dal punto di vista organizzativo e della comunicazione, c’è. Ed è tuttavia un peccato perchè l’iniziativa sarebbe potuta essere una vetrina davvero molto importante per la Regione e per la Città di Bari. Perchè educare alla sostenibilità è certamente missione nobile e necessaria, ma questa attività come le altre, per non fare la fine degli spot suggestivi e sensazionali che poi però non portano a niente, dovrebbero trovare subito uno sbocco in una visione pragmatica e dalla concretezza evidente.

Il Presidente Vendola, per esempio, nel suo discorso introduttivo, ha parlato di tutto. Della desertificazione e dei cambiamenti climatici, del valore del mare e della potenza sociale del Mediterraneo, della sostenibilità ambientale e dell’efficientamento energetico, del paesaggio da tutelare e della cura dei territori da consegnare alle future generazioni. Si è emozionato e, forse, ha fatto anche emozionare con le carismatiche parole impiegate, ma per non abbandonare queste parole – per non tradirne il significato e la valenza culturale – e accompagnarle in un processo di crescita e di maturità occorrone proposte. Proposte non visionarie, ma oggettive. Reali, facilmente realizzabili.

L’Italia è ferita. Il suo corpo è dilaniato da tutti quegli ecomostri che testimoniano quanto ineludibile e coraggioso debba essere il risveglio delle coscienze di tutti quegli amministratori pubblici a favore di un “programma nazionale di tutela del territorio”. Un programma che restituisca alle città la loro dimensione sociale, umana e culturale dove l’antropizzazione esagerata non sia sinonima di estinzione della bellezza.

Nella prima giornata in modo quasi unanime il tema principale è stato quello della prevenzione che contestualmente porta con se pure il tema della custodia. La custodia di tutte quelle risorse naturali dalla cui gestione oculata e virtuosa potrebbe predeterminarsi quel nuovo werlfare ecologico di cui spesso si parla. Sistema che servirebbe non solo per uscire da una globalizzazione predatoria – per citare Lorenzo Nicastro, assessore regionale alla qualità dell’ambiente – che sta fagocitando i risparmi e i diritti dei cittadini, ma anche perchè rappresenterebbe lo schema per un modello economico amico dell’ambiente, sostenibile nella sua morale ed etico perchè avrebbe l’uomo ed il cittadino come termine di riferimento.

Ieri, invece, nella seconda giornata, le attenzioni principali sono state riservatei ai Parchi, visti ormai come microcosmi ecologici nei quali dovrebbero interagire le ragioni della tutela del patrimonio naturale esistente con quelle della riscoperta di un’agricoltura bio e di qualità che sottenda alla necessità di disporre di alimenti di qualità ma anche alla possibilità di sviluppare cosi un turismo sempre più consapevole ed accessibile a tutti. Nel segno, peraltro, di quell’educazione alla sostenibilità ambientale che deve fissarsi come priorità culturale in nome della quale devono essere fatti molti sforzi e investimenti a favore delle future generazioni, per evitare che i numerosi scempi oggi diventati la misura dell’orrore urbano non restino come peccati della nostra indifferenza ed ipocrisia.

Da autostrada a parco

Succede a Madrid. La premessa che sta spingendo le amministrazioni di alcune delle capitali europee più evolute sotto il profilo ecologico e ambientale è quella di provare ad alleggerire la consistente pressione veicolare che agisce in superficie con tonnellate di Co2 immesse ogni anno in atmosfera. Una delle soluzioni adottate è sotterrare le strade, impiegando dei tunnel, predeterminando le condizioni per la riqualificazione urbanistica della superficie liberata.

A Madrid il territorio che è stato de-veicolizzato è stato restituito alla socialità con la realizzazione di un grandissimo parco urbano, poi  giardini, piste ciclabili, campi sportivi, poli ludici per bambini e i giovani, spazi per disabili ed anziani.

L’intero progetto interessa un’area di più di 120 ettari, largo mediamente 25 metri, in cui sono stati piantati più di 33.000 nuovi alberi di 47 specie diverse, quasi 500.000 arbusti di 38 specie, con un prato verde esteso 210.000 m2, un parcheggio sotterraneo con 1000 posti auto, prevedendo che nei prossimi 20 anni 60.000 tonnellate di CO2saranno assorbite da queste piante, particolare di non poca importanza in una città come Madrid che ha subito negli ultimi 30 anni un aumento della temperatura media di 2,2°C.

Riciclare l’alluminio conviene, tranne che in Italia

Negli Stati Uniti hanno compreso quanto sia conveniente riciclare e riusare l’alluminio, correlando l’aspetto ambientale – la riduzione di Co2 in atmosfera – con l’aspetto economico – le minori spese per l’energia.  In Sardegna, invece, a causa dell’aumento del prezzo della materia prima e dell’energia per fabbricare l’alluminio primario, ma anche per la svalutazione del materiale nel mercato, 1500 operai, oggi impiegati, tra qualche mese rischiano di ritrovarsi senza lavoro per la scelta incomprensibile della fonderia americana di chiudere lo stabilimento italiano.

 

La fine del mondo

I Maya, questa volta, non centrano. La rivelazione è, però, di quelle che rischiano di alimentare preoccupazioni o allarmismi. Il mio auspicio è di vedere discusse seriamente le tesi supposte, nelle sedi deputate ed opportune, facendo prevalere non solo con buonsenso, ma anche la razionalità e la competenza. Per non svegliarci, poi, troppo tardi in un incubo che noi stessi abbiamo contribuito a determinare.

Calcestruzzo sostenibile

Cosi è stato chiamato, almeno fino ad oggi, lo sperimentale cemento ecologico che ricercatori messicani stanno cercando di mettere a punto con l’intento di ridurre di almeno il 50% le emissioni inquinanti di Co2 che la produzione del cemento tradizionalmente usato in tutto il mondo, il Portland, determina; questo a causa delle alte temperature dei forni nei quali si produce il calcestruzzo impiegato in edilizia. Lo studio è basato su elementi sintetici come i geopolimeri.

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