Category Archives: Sostenibilità

E se il cemento fosse ecologico?

E’ questa, forse, una delle domande più ricorrenti che non pochi ricercatori, dal Messico all’Inghilterra passando per l’Italia, si pongono da tempo con l’intento di ecologizzare il cemento che contribuisce a circa il 7-8% delle emissioni mondiali di CO2 con un notevole dispendio energetico per produrlo.

I ricercatori messicani del Centro di ricerca e studi avanzati dell’Istituto Politecnico Nazionale stanno concentrando i loro studi sui geopolimeri, ossia su materiali sintetici a base di alluminosilicati. Obiettivo dichiarato: ottenere un calcestruzzo sostenibile con minore energia e con la conseguente riduzione di anidride carbonica immessa in atmosfera.

Neomix, invece, è il nome del nuovo legante idraulico prodotto, secondo i suoi brevettatori, con il 90% in meno di energia rispetto al materiale tradizionale e sarebbe in grado di fornire alte prestazioni grazie alla miscela di fosfati di cui è composto.

Procedendo in questo ideale tour mondiale alla scoperta dei “cementi del futuro”, ci imbattiamo in Ecorivestimento. Questa malta fotocatalitica a base di biossido di titanio, in grado di abbattere i livelli di inquinamento atmosferico, ha la capacità, in presenza di luce sia naturale sia artificiale, di ossidare sostanze organiche e inorganiche scomponendole per poi trasformarle in nitrati e carbonati. Un’applicazione notevole, per questo materiale, sarebbe di impiegarlo come asfalto. Ne otteremmo benefici importanti.

Uno studio ingegneristico del Texas ha condotto una ricerca sul riso, traendone interessanti conclusioni.  La lolla, o pula di riso, cioè quella pellicola che ricopre i chicchi quando sono sulla pianta, è ricca di ossido di silicio, elemento fondamentale nella composizione del calcestruzzo. Questi ricercatori hanno elaborato un processo di combustione in grado di dar luogo ad una pula di riso priva di carbonio. Dalla lolla, dopo una cottura ad 800°C in fornaci prive di ossigeno, si ricava un miscuglio che è praticamente silicio puro. Con il non trascurabile beneficio che questo materiale sostenibile resisterebbe a corrosione, rispetto al cemento Portland, molto meglio.

Il grigiore del cemento, sempre più spesso, è assunto anche come parametro per raccontare quanto poco vivibili e luminose siano le nostre città. E se un giorno scoprissimo che esiste un cemento luminoso e trasparente, il nostro approccio verso questo materiale cambierebbe? In attesa di valutare, eventualmente, le nostre reazioni sensoriali, quel che ad oggi possiamo fare è leggere, con curiosità, le peculiarità di questo materiale innovativo. Il cemento luminoso, infatti, esiste. Trattasi di un materiale massivo che si smaterializza lasciandosi attraversare dalla luce, sia diurna sia artificiale, in tutte le ore del giorno, proponendo un senso di leggerezza ed assicurando uno scenario suggestivo di luci e ombre. Rispetto alle malte tradizionali, l’effetto luminoso è ottenuto con particolari additivi e resine che hanno il beneficio di rendere maggiormente coibentati termicamente gli ambienti nei quali il materiale è impiegato con l’ulteriore conseguenza di avere minori consumi di energia elettrica, venendo valorizzata al massimo l’illuminazione naturale.

Anche la Regione Puglia, unica in Italia, con mio sommo stupore e piacere, partecipa a questa “competizione mondiale” ecologica-innovativa. Ha finanziato, infatti, un progetto di ricerca dal titolo “Impiego di particelle di gomma e fibre d’acciaio provenienti da pneumatici fuori uso in conglomerati cementizi” sviluppato dall’Università del Salento in collaborazione con aziende locali. Le particelle di gomma riciclata e fibre d’acciaio, ricavate attraverso processi di triturazione, pirolisi e riduzione criogenica,  consentono di ridurre l’assorbimento di acqua conferendo una migliore protezione alle barra di armatura nei confronti della corrosione; di ottenere un abbattimento del rumore ed una migliore prestazione in termini di resistenza al fuoco. I risultati ottenuti dalle indagini sperimentali condotte hanno evidenziato le potenzialità di applicazione sia delle particelle di gomma sia delle fibre riciclate nel confezionamento di conglomerati cementizi, suggerendo l’opportunità di ulteriori studi sia teorici sia sperimentali allo scopo di ottimizzarne e regolarne l’impiego.

Questa ideale passeggiata tra cantieri edili alla scoperta del “cemento del futuro” si arricchisce di due esperienze ulteriori, anch’esse degne di essere raccontate. La prima. Cosa succede oggi, tradizionalmente, quando si aprono delle micro o macro fessure nel calcestruzzo? Si provvede a riempirle con dosi proporzionali di malta. Questa pratica, tra qualche tempo, potrebbe estinguersi: un team di scienziati inglesi, infatti, sta sperimentando l’efficacia di alcuni selezionati batteri in grado di riparare in maniera autonoma le grandi crepe, con questo calcestruzzo autorigenerante prodotto con l’aggiunta di batteri allo stato “dormiente” racchiusi in microcapsule che, nel caso in cui si inizi a formare una microfessura, possono liberare istantaneamente un riempimento calcareo resistente.

La seconda, infine, ci porta in Calabria, una delle regioni più difficili del Paese. E questa storia incredibile ce l’ha raccontata Riccardo Luna, qualche giorno fa, su Repubblica. Due fratelli che decidono di sfidare il mondo dell’edilizia producendo la malta a basso costo e secondo un modello “domestico”, attraverso un’apparecchiatura leggera e tascabile.

Credo che guardare il mondo, e provare a viverlo, sia meno pesante quando ci sono queste pratiche virtuose che infondono maggior fiducia per un avvenire meno energivoro e più a misura d’uomo.

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Il greenbuilding del futuro: gli ecoquartieri

Uno dei primi prototipi italiani che si sta elaborando è a Vicenza. Anche a Torino, con atto del consiglio comunale, hanno avviato la riqualificazione di un’ex area industriale dismessa molto estesa. In Europa, invece, già da tempo, la pratica del greenbuilding declinata a livello urbano e non soltanto residenziale è sostenuta da forze politiche ed imprenditoriali virtuose che hanno compreso quanto fondamentale sia l’adozione e la promozione di una visione sostenibile dell’edilizia e dello sviluppo. Noti sono gli esempi tedeschi di Friburgo e di Hannover, ma anche di Stoccolma e di Copenhagen. Senza dimenticare, tuttavia, il modello brasiliano di Curitiba.

Per arrivare all’obiettivo – magari attuando le disposizioni previste da questa nuova legge statale sull’obbligatorietà del verde urbano – ci sono diverse possibilità (qui e qui due esempi), ma muovendo alla realizzazione o riqualificazione secondo i dettami della bioedilizia del singolo involucro edilizio da un lato e dall’integrazione di servizi di qualità per elevare il tenore di vita dei cittadini dall’altro. Anche perché l’industria del cemento è destinata al fallimento, almeno per come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi.

Secondo me, soprattutto nel Mezzogiorno, come è stato dichiarato nella rassegna sull’edilizia sostenibile svoltasi a Bari nei giorni scorsi da me seguita per Epolis (nel link seguente tutti gli articoli) “GreenWorkShop”, la via  più innovativa porta alla Casa Passiva Mediterranea: ossia una residenza che produca più energia (rinnovabile) di quella necessaria per la sua corretta gestione, realizzata con materiali locali e sostenibili secondo un ciclo di vita assolutamente eco-compatibile. Questo, peraltro, agevolerebbe la formazione di una filiera artiginale e industriale di qualità che ricreerebbe occupazione (qui la storia del primo polo produttivo di bioedilizia in Italia). Producendo benefici anche economici e sociali, e non solo ambientali, essendo noto a molti quanto energivora sia oggi l’edilizia e quanto dannoso sia il modello vigente fondato sul cemento.

Occorre, perciò, cambiare il paradigma di riferimento. Il nostro deve essere, come dice Guido Viale, quello della sostenibilità. Ma dando al termine e alla visione una giusta connotazione, essendo oggi parola inflazionata che rischia solo di mistificare o di confondere.

L’edilizia, come la politica, deve costruire il bene comune. Deve contribuire ad edificare il nostro benessere.

(Upgrade – 07/07/2013: Anche Renzo Piano ha realizzato un eco-quartiere a Trento;qui l’illustrazione del progetto. E qui l’intervista al noto progettista)

Quando l’Italia sarà a “rifiuti zero”?

Qui un Piano Rifiuti ipocrita

“Mai”, risponderebbe, forse, qualcuno, in un eccesso di pessimismo (o di realismo, direbbe qualcun altro, soprattutto se si pensa ad alcune realtà del Mezzogiorno dove ci sono state forti tensioni sociali a causa dei rifiuti). A me piace pensare, invece, che presto questa strategia ritenuta da alcuni troppo utopista possa realizzarsi. E, in parte, già si sta compiendo una rivoluzione, anche culturale oltre che politica, senza precedenti. Pur in un Paese maltrattato come il nostro. In questi ultimi anni, infatti, il lavoro in modo particolare dell’Associazione dei Comuni Virtuosi e dei suoi principali animatori è stato straordinario per la quantità e la qualità delle attività realizzate con una tenacia rarissima in un numero sempre crescente di Comuni che hanno cambiato i propri stili amministrativi e di vita. Hanno organizzato il coraggio sulla base di una precisa visione: costruire, con spirito collaborativo, un futuro migliore da consegnare alle prossime generazioni.

In Italia, la città simbolo, per una gestione virtuosa ed innovativa dei rifiuti, si trova in Toscana. E si chiama Capannori. Oggi ne scrive bene, e finalmente, dopo tanti anni di silenzio dei giornali nazionali, La Repubblica. Uno degli “eroi” di questa impresa chiamata “Zero Waste” – che, ad essere pignoli, non è solo “rifiuti zero”, ma anche “sprechi e consumi zero” – è Rossano Ercolini, ad aprile insignito del Premio Nobel 2013 per l’Ambiente.

Il nemico pubblico numero uno, per chiunque veda nel rifiuto una risorsa da valorizzare per un avvenire diverso partendo dalla raccolta differenziata spinta porta a porta, è la discarica. Più sono voluminose (e, contestualmente, anche pericolose visto che i percolati possono infiltrarsi nelle falde acquifere) più ci si allontana dalla possibilità di fare a meno degli inceneritori. O, come si chiamano in Italia, termovalorizzatori. Strumenti, benvoluti da una classe politica avida e collusa, potenzialmente letali, per le nanoparticelle e le sostanze inquinanti trasferite in atmosfera, dall’uomo facilmente inalabili. “Caminetti tecnologici” nei quali entrano rifiuti solidi urbani ed escono rifiuti speciali, come le ceneri, oltre alle suddette emissioni climalteranti. Nulla si distrugge, ma tutto si trasforma, diceva Lavoiser. Il video seguente, nel quale intervisto proprio Rossano Ercolini – a Bari qualche giorno fa – complementare all’articolo postato, spiega bene la strategia Rifiuti Zero.

Alcuni giorni fa, infine, è stato presentato il Rapporto Ispra 2013 sui Rifiuti. Qui la versione integrale del documento. Qui un estratto. Qui una sintesi.

La produzione nazionale si attesta al di sotto di 30 milioni di tonnellate. L’anno scorso ogni abitante italiano ha prodotto 504 kg di rifiuti, ben 32 kg in meno rispetto al 2010. I costi 2011 del servizio di igiene urbana riferiscono di una spesa media annua pro capite di  157,04 euro, imputabili alla gestione dei rifiuti indifferenziati per il  42,6%, alle raccolte differenziate per il 24%, allo spazzamento e al lavaggio delle strade per il  14,4% e ai costi generali del servizio e del capitale investito perla rimanente percentuale. Ogni abitante spende in media all’anno 144 Euro al Nord, 193 Euro al Centro e 157 Euro al Sud. Il costo di gestione di 1 kg di rifiuto urbano ammonta a 29,2 centesimi; per ogni kg di rifiuti si spendono 27 centesimi di euro al Nord, 31 centesimi al Centro e 32 centesimi al Sud. La percentuale di copertura dei costi del servizio con i proventi dalla Tarsu e dalla tariffa sui rifiuti è passata dall’83,9% del 2001 al 94,1% del 2011, collocandosi ancora al di sotto della copertura totale dei costi prevista dalla normativa vigente in materia. A livello nazionale la raccolta differenziata si attesta al 37,7% nel 2011 e al 39,9% nel 2012.  I rifiuti urbani smaltiti in discarica nel 2012 sono 12 milioni di tonnellate (circa il 39% dei rifiuti urbani prodotti), 1,5 milioni di tonnellate in meno rispetto al 2011 (-11,7%).

Il festival dell’edilizia sostenibile a Bari

Si svolgerà, dal 26 al 28 giugno, presso la sede dell’Asi, nella zona industriale della città. L’articolo seguente, scritto per l’edizione odierna de La Gazzetta dell’Economia, per una lettura più agevole, lo trovate qui.

GreenWorkShop

Lavoro. Basta con la propaganda e la speculazione

“Boicottiamo la Bridgestone“. Questo, in estrema sintesi, sembra essere il risultato della conferenza stampa di ieri, convocata da Vendola e da Emiliano, a cui hanno partecipato anche esponenti dell’opposizione di centrodestra, in attesa dell’incontro ministeriale di domani a Roma.

Ecco, vorrei dire, sommessamente, qualcosa. E sarò, mio malgrado e involontariamente, controcorrente. Partendo da alcuni dati, più o meno già noti. Quasi 7 milioni di persone oggi sono in difficoltà, a causa delle condizioni economiche, con un sempre più elevato rischio povertà. La disoccupazione è oltre il 37%. In Italia, da decenni, non esiste una politica industriale. Una visione condivisa che supporti il Paese per farlo competere lealmente con il resto del mondo, schiacciato da una globalizzazione che ha accresciuto il divario tra stati ricchi e stati poveri. L’Italia potrebbe essere una grande potenza mondiale: per i suoi molti talenti nei più variegati ambiti, la sua cultura, i suoi paesaggi. E’, per dirla alla Augé, un non-luogo, invece. E’ l’eterna incompiuta. Divisa da un sistema infrastrutturale obsoleto e mal organizzato (il trasporto su gomma è ancora, per molte aziende, l’unica possibilità); dall’assenza di un vero Piano Energetico Nazionale (la Strategia Energetica Nazionale appena varata è insufficiente, oltre che anacronistica) che alleggerisca gli oneri fissi di chi investe e produce lavoro, predeterminando come effetto che ogni Regione fa i cavoli propri; logorata da una burocrazia lenta e farraginosa che si concede tranquillamente al parassitismo, alla corruzione e al clientelismo; rassegnata allo strapotere delle organizzazioni criminali nel Mezzogiorno del Paese dove il non-stato si fa Stato.

La Regione Puglia, in questi anni, nonostante sia cambiata moltissimo con notevoli progressi conseguiti in molti ambiti, ha fatto poco per contrastare questa “modernità liquida”, per dirla alla Bauman, nella quale a sciogliersi sono i diritti dei lavoratori. Non possono esserci lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. Ci vuole rispetto per la dignità e la sofferenza di quanti temono per il proprio posto di lavoro. Non ci si può speculare sopra, politicamente, rinvigorendo questa eterna ed amorale propaganda elettorale che sta sbriciolando il tessuto sociale italiano. Nascondendo poi quelle che sono anche le proprie responsabilità. La Bridgestone è una multinazionale che in Italia opera da decenni e se oggi, anche per la crisi economica, ha deciso di chiudere uno stabilimento, per quanto discutibili possano essere le ragioni, la politica è chiamata ad interrogarsi sui propri errori, seriamente. In nome di un’esterofobia improvvisa ci si inventa il boicottaggio, invece. L’esaltazione della protesta in sostituzione della concertazione per la redazione di una qualche proposta. Innovativa ed ecologicamente possibile.

Perché, per dire, non si è deciso di boicottare, ma seriamente, il Gruppo Riva per la scellerata gestione dell’Ilva di questi anni, dove oltre al diritto al lavoro è sotto scacco anche il diritto alla salute? I cittadini di Taranto e gli operai dell’Ilva si sentono davvero protetti e tutelati dai nostri amministratori? Gli ultimissimi responsi elettorali hanno testimoniato la rabbia e l’indignazione dei governati rispetto ai governanti. Eppure, nonostante le prese di posizione ufficiali, i Riva sono contigui e immersi in un modello politico dove il profitto è l’unica logica che conta. E in nome della quale si possono aggirare le leggi. E si possono calpestare i diritti.

Dovremmo, forse, ritrovare il senso della misura. Contrastando, se possibile, queste ipocrisie, supportate anche da campagne mediatiche poco oggettive e poco serie. E’ sul rilancio delle politiche del lavoro, fondate sulla conversione ecologica, sull’innovazione tecnologica e sul talento, che dobbiamo confrontarci. Senza pregiudizi e senza privilegi castali da preservare. E’ sulla creazione di una nuova visione, anche mediterranea, ma soprattutto condivisa tra tutti gli attori dei processi industriali, quindi anche con gli operai, che si gioca la partita del futuro. Di un futuro che bussa alle nostre porte e che chiede di essere frequentato con fiducia.

harakiri

Energia da fonti rinnovabili: la Puglia è prima!

Fv_La Puglia dei primati

“Il mondo ambientalista doveva essere considerato”

Lo dice anche Guglielmo..

Ecco. Lo dice oggi, molto bene, anche Guglielmo. Riprende quello che avevo detto ieri. E non credo abbia letto le mie considerazioni. Il problema, però, esiste. Ed è questo il tema. A conferma del grande lavoro che ci sarebbe da fare, soprattutto culturalmente e socialmente, c’è questa notizia non proprio esaltante sugli ulivi del nostro territorio. O questa che rivela l’altra faccia della medaglia, ossia che, nel nome dello sviluppo sostenibile del territorio, si corre il rischio potenziale di ritrovarci, nel territorio di Manduria, un parco eolico con decine e decine di torri alte 100 metri l’una. Eppure, a meno che non sia una recita, ci sono imprenditori che si stanno “convertendo” alla green economy e alla sostenibilità. Allineandosi, a prescindere dalle competenze espresse, a chi da oltre dieci anni ha compiuto la scelta di impegnarsi per un mondo più pulito ed efficiente. A disposizione di tutti.

Come ti cancello l’Ambiente dalle Agende: verso le Politiche/3

Non solo non parlandone affatto o peggio farlo attraverso consumati impegni che poi concretamente rivelano progetti poco puliti, ma anche non candidando chi per questo tema si è battuto e ne ha difeso i principi nelle Istituzioni. Mario Monti, non proprio un ambientalista, e prima di candidare la Presidente del Fai Ilaria Borletti Buitoni (criticata duramente per questa scelta da Salvatore Settis con questa breve lettera), aveva invitato il suo Ministro dell’Ambiente Corrado Clini a predisporre un documento diventato poi l’Agenda Verde per la Crescita. Nel leggere la nota diramata dal medesimo Ministero, ci sarebbe di che essere positivamente sorpresi, essendo molteplici gli ambiti di interesse, ma poi non si illustra il “come” realizzare questi interventi evocati. E i dubbi, poi, non possono non sorgere dopo un anno nel corso del quale le politiche ambientali sono state incerte e molto contestate. Penso da un lato al provvedimento predisposto dal Ministro dell’Agricoltura Mario Catania per limitare il consumo di suolo (ne parlo pure qui e qui) poi arenatosi non soltanto per l’interruzione della legislatura; dall’altro all’inazione e alla mal concertazione avutesi dopo gli ultimi dissesti idrogeologici (ne parlo anche qui) e il terremoto in Emilia. Senza dimenticare, soprattutto, il “Caso Ilva”. Dove oltre a Clini sono coinvolti praticamente tutti. Vendola, Bersani, il Pd. Al primo, non uscito proprio benissimo dalle intercettazioni con Archinà, è stato dedicato dal Fatto Quotidiano questo ulteriore approfondimento. Con Archinà, però, ha parlato pure Ludovico Vico, che non è proprio uno qualsiasi a Taranto. E’ l’ex segretario della Cgil locale che per anni, invece di rappresentare dignitosamente i lavoratori e tutelarne il diritto alla salute, ha banchettato con i vertici del Gruppo Riva. Ha fatto carriera: è diventato parlamentare del Pd. Per lui i “nemici politici” da affrontare e con cui scontrarsi anche duramente, non erano quelli degli altri partiti, no. Era il Senatore Della Seta, del suo stesso partito, il Pd. Reo di essere un ambientalista che propugnava la salvaguardia ambientale della città di Taranto con provvedimenti rigorosi che dovevano abbassare la soglia minima di benzopirene consentito. Il 30 dicembre si sono celebrate in Puglia le parlamentarie del Pd: Vico, col suo terzo posto, sarà confermato parlamentare. Della Seta, invece, è fuori. Insieme ad un altro ambientalista, Ferrante. Con Realacci, invece, inserito in uno dei collegi della Lombardia in posizione eleggibile ma molto bassa a conferma di un non-interesse, ancora una volta, per i temi ambientali. Su questa amara e sporca dicotomia politica si è espresso anche Pippo. Non conosciamo ancora la proposta ambientale del Movimento guidato da Ingroia, mentre siamo consapevoli che il Movimento 5 Stelle di Grillo proprio sull’ambiente ha investito da tempo le sue migliori energie. Ma stupisce ed amareggia che la coalizione che, probabilmente, andrà al Governo del Paese, all’alba del 2013, mostri una tale arretratezza culturale sui temi della green economy, della conversione ecologica del modello industriale, della possibilità di avere un Piano Energetico Nazionale innovativo ed evoluto che contribuisca a creare lavoro e a rendere il mercato appetibile anche agli investitori stranieri. Abbiamo, oltre al sole, al mare e al vento, una grande energia rinnovabile, noi italiani: la nostra intelligenza. Sarebbe, semplicemente, molto stupido non impiegarla per cambiare questo Paese e per iniziare a frequentare davvero – come direbbe Pippo – con speranza ed entusiasmo il futuro.

Bari è una città grigia

E non solo perché si è costruito tanto, e male, col rischio che si costruisca ancora – magari nel nome della sostenibilità e di una visione di futuro da riempire di senso (leggasi “Il Patto per Bari” ratificato ieri) – ma anche perché il verde pubblico è quasi totalmente assente. E quello presente è degradato. La storia, indecorosa, dell’abbandono di Piazza Umberto è sintomatico di quanto l’ambiente, in tutte le sue sfumature, non sia assolutamente considerato strategico per un serio sviluppo sociale, culturale ed economico. Ed è un errore. Ma detto senza voler giudicare o condannare arbitrariamente nessuno. Gli amministratori pubblici, però, devono essere valutati anche per quel che fanno o non fanno, non soltanto per le cose che dicono o non dicono.

Passeggiando per la nostra città, infatti, come racconta anche questo cronista, e non solo nel nucleo centrale mi verrebbe da aggiungere, numerose e dolorose sono le piaghe e le ferite. Sporcizia, vandalismo, indifferenza o proprio astio per i beni comuni determinano questo fenomeno ormai ordinario. Manca un’etica pubblica anche nei cittadini e non può essere diversamente quando negli stessi amministratori si plasticizza l’incapacità di di pensare agli spazi aperti e pubblici come risorsa per la comunità in cui integrare armonicamente le funzioni sociali. Quelle, mediante le quali, si ricrea una dimensione identitaria, un’appartenenza e la spinta, pure emotiva, a tutelare quel che è di tutti, perché è anche nostro.

Il verde, in città, poi è fondamentale, non solo per un fatto di estetica. Ma pure per un fatto di etica. Un verde urbano distribuito razionalmente e organizzato armonicamente, lo rivelano anche alcuni studi di autorevoli sociologi, trasferisce un’idea di serenità e di benessere. Quasi di felicità. Poi quando va a connaturare una porzione di territorio ed esso diventa nel tempo patrimonio individuale e collettivo diventa molto più difficile che sia vandalizzato o degradato, insomma, che non viva. Oltre ad essere lo scenario ideale per i bambini, nell’ attuale ottica che le nostre città non sono affatto a misura dei desideri e delle aspettative dei più piccoli. Quindi, come si intuisce, non sussistono solo ragioni economiche o architettoniche.

E’ proprio necessario, perciò, modificare il nostro approccio culturale e comprendere che investire nella progettazione del verde urbano (e nella riqualificazione del costruito) conviene. Ed è il primo passo se vogliamo iniziare a vedere a Bari non più un solo colore, sbagliato e nocivo, ma uno splendido arcobaleno che possa restituire il sorriso e la speranza di un futuro diverso a tutta la comunità.

Il social housing e il consumo di suolo

Le Primarie delle Idee promosse in questi giorni dal Fai – Fondo Ambiente Italiano – con l’intento di portare, nelle diverse Agende dei candidati Premier, i temi della salvaguardia del paesaggio italiano e la conservazione o valorizzazione dei beni culturali, oggi trascurati o peggio mal affrontati, mi fornisce lo spunto per condividere alcune notizie, sull’edilizia sostenibile e sul contrasto al consumo di suolo. A Desio, uno dei comuni (da 40 mila residenti) più importanti della Lombardia e non solo perché sciolto nel recente passato per infiltrazione mafiosa (la ‘ndrangheta esercitava tutta la sua influenza sugli appalti dell’edilizia), la nuova amministrazione, dopo aver riformulato proprio la materia degli appalti con l’introduzione di alcune novità (ad esempio le white lists, di cui ho parlato in questo blog nel passato, scrivendo di corruzione) ad opera del vicesindaco Lucrezia Ricchiuti, con il sindaco Roberto Corti racconta come è possibile realizzare uno strumento urbanistico evoluto in cui sia netta la discontinuità col passato limitando drasticamente l’espansione edilizia e in cui si punta con decisione alla riqualificazione del patrimonio già esistente. Le parole di buonsenso di questo amministratore pubblico mi hanno fatto ricordare quelle dell’urbanista Vezio De Lucia che, dopo aver ricordato una preziosa espressione pronunciata nel 1922 da Benedetto Croce (“Il paesaggio è la rappresentazione materiale e visibile della Patria con le sue campagne, le sue foreste, le sue pianure, i suoi fiumi, le sue rive, con gli aspetti molteplici e vari del suo suolo”), scrive che:

La individuazione, da parte del Ministero (dei  Beni Culturali), delle linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale per quanto riguarda la tutela del paesaggio, con finalità di indirizzo della pianificazione, costituisce compito di rilievo nazionale, ai sensi delle vigenti disposizioni in materia di principi e criteri direttivi per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali

auspicando che il prossimo esecutivo possa predisporre una norma che dia finalmente piena attuazione all’art. 9 della Costituzione con cui si azzerino immediatamente “tutte le previsioni di sviluppo edilizio nello spazio aperto e obblighi a ridisegnare gli strumenti urbanistici indirizzandoli alla riqualificazione degli spazi degradati, dismessi o sottoutilizzati attraverso interventi di riconversione, ristrutturazione, riorganizzazione, rinnovamento, restauro, risanamento, recupero (ovvero di riedificazione, riparazione, risistemazione, riutilizzo, rifacimento: la disponibilità di tanti sinonimi aiuta a cogliere la molteplicità delle circostanze e delle operazioni cui si può mettere mano)”. 

Una soluzione da incentivare e da potenziare è indubbiamente quella del social housing, per cui potrebbero reimpiegarsi le migliaia di alloggi sfitti e degradati presenti in abbondanza nelle nostre città. Qui la nuova proposta del Comune di Milano. Come, infine, tutte queste migliaia di abitazioni ad oggi inutilizzate sarebbero pure da riqualificare anche da punto di vista energetico, e non solo da punto di vista statico o funzionale, sulla base dei nuovi regolamenti edilizi sostenibili che in molti Comuni si stanno ultimamente predisponendo.

Tutti questi interventi, come è intuibile facilmente, non aiuterebbero soltanto l’ambiente e il nostro paesaggio, ma rimetterebbero in moto l’economia “convertita” alla sostenibilità con la possibilità di ricreare occupazione. Pensiamoci.

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