Category Archives: Bari

Al Petruzzelli va in scena la commedia di Lottomatica

ludopatia

Solo a Bari, nel 2015, in una città tormentata dall’oltre 35% di disoccupazione (dati Istat), “l’industria del gioco d’azzardo” ha fatturato più di un miliardo di euro. Un miliardo di euro sprecato da decine di migliaia di baresi, spesso economicamente già in difficoltà, che hanno tentato la fortuna. Vanamente. Perché, come rivelano i matematici con lo studio sulle probabilità, le possibilità di vincere a gratta e vinci o a slot machine è inferiore al 1,5%.
 
E da chi sono gestiti o creati alcuni di questi originali “servizi ricreativi” che producono solo ludopatia e indebitamento e, quindi, povertà economica e sociale? Da Lottomatica.
 
Il Comune di Bari, dopo più di due anni e fino a prova contraria, non ha ancora ottemperato al dovere di dotarsi di un Regolamento Comunale per disciplinare rigorosamente l’apertura di centri scommesse e agenzie, sulla base di quanto previsto dalla Legge Regionale 43/2013. Il Comune di Bari, fino a prova contraria, non ha ancora messo in campo una strategia per contrastare efficacemente questa grave patologia sociale e morale, che non colpisce solo donne e uomini, ma sempre più spesso bambini e adolescenti.
 
Si dice sempre che la politica è in crisi perché non è capace di dare il buon esempio ai cittadini, in nome dei quali si dice di governare le Istituzioni.
 
Era proprio necessario, perciò, sulla base di quanto si legge oggi su alcuni quotidiani locali, consentire ad una azienda come Lottomatica di farsi promotrice di una simile iniziativa? E’ lecito chiedere che nella nostra città non vengano messe in scene grottesche “commedie dell’azzardo e dell’assurdo” di questo tipo? E, infine, non ritenendo che Lottomatica faccia beneficenza, quali sono gli accordi tra l’agenzia e il Comune di Bari e la Fondazione Petruzzelli? E’ un azzardo chiedere un minimo di trasparenza e chiarezza?
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Sulla “liberazione” di Savinuccio Parisi

mafia bari

“La vera forza della mafia sta fuori dalla mafia” – scrive Nando Dalla Chiesa ne “Il Manifesto dell’Antimafia” – ossia risiede in quell’ampio e diffuso sistema di complicità, di contiguità e di omertà che l’alimenta. In quell’alleanza camaleontica e subdola tra la “zona grigia” e la “pars destruens” della società che destrutturano il modello circolare della legalità per erigere l’idolatria e il modello verticale dell'”altro-potere”. E’ nella sua cultura, la cosiddetta mafiosità, per la quale occorre chiedere – a chi riteniamo detenga anche una minuscola fetta di potere o di influenza – “come favore ciò che ci spetterebbe come diritto”. E’ nell’essere – come ha detto Don Ciotti alla Marcia Nazionale della Pace a Molfetta il 31 dicembre scorso – “cittadini ad intermittenza incapaci di praticare la corresponsabilità” perché diffidiamo della prossimità e rifiutiamo la solidarietà.

E, quindi, non riconoscendo più la pericolosità sociale del fenomeno, che gradualmente ci sta modificando antropologicamente, non lo capiamo. E lo sottovalutiamo. Ma in questo modo, inconsapevolmente, ne diventiamo schiavi. Per questo, forse, più della pur preoccupante “liberazione” di Savinuccio Parisi, dovrebbe preoccuparci la nostra individuale incapacità di conversione morale e di reazione davanti allo strapotere culturale e sociale delle mafie. Dovrebbe allarmarci la nostra inazione davanti alla nostra sottomissione. Dovremmo armarci di un nuovo onesto e pragmatico civismo per uscire dal campo minato della paura a causa della quale non potrà mai esserci un cambiamento nel nostro Paese.

Se oggi le mafie sono ancora fortissime, infatti, è perché noi siamo fragilissimi e debolissimi. Il loro è un dominio, prima ancora che politico-economico, estetico-etico.

Il problema, pertanto, non è il folkloristico spettacolo pirotecnico con il quale ieri è stato festeggiato in alcuni quartieri il ritorno a casa del superboss barese. E’ nei commercianti, negli artigiani e negli imprenditori che pagano il pizzo e non denunciano. E’ nei giornalisti (a parte pochissime eccezioni) e nei direttori di testate che hanno scelto deliberatamente di non occuparsi di mafia. E’ nei politici locali che prima chiedono i voti ai malavitosi di alcuni quartieri difficili come il Libertà e poi marciano con Libera. E’ nella classe dirigente autoreferenziale e corrotta di questa città che vive per il potere. E’ in noi e nella nostra ipocrisia. E’ nella nostra distopia di collaborare per creare una città più uguale e giusta, più onesta e inclusiva, più accogliente e civile.

Fino a quando in questa Bari ci saranno questi baresi, Savinuccio Parisi ne sarà, suo malgrado, il vero “Sindaco”.

Amministrative 2014: quali priorità per il prossimo Sindaco?

2012-10-19 10.09.33

Poco prima della pausa estiva, il bravo vicedirettore del Corriere del Mezzogiorno, con questo editoriale, ha avviato il dibattito, non credo concluso, sul futuro della città, a un anno dalle elezioni amministrative. Con l’intento di stimolare, soprattutto, la generazione dei 30enni e dei 40enni. Nei giorni immediatamente successivi, la testata locale ha ospitato una pluralità di contributi, molti dei quali anche particolarmente brillanti. Ricordo gli interventi di Pierpaolo Treglia, Vitandrea Marzano, Lino Viola e Francesco De Palo. A causa dei miei impegni, purtroppo, non ho scritto in tempo utile per la pubblicazione – prima dell’interruzione estiva – le mie riflessioni che, pertanto, pubblico attraverso questo blog.

I cittadini di Bari vogliono bene alla propria città? I cittadini di Bari sono consapevoli di che cosa voglia dire, all’alba del terzo millennio, vivere in una città? Sono domande probabilmente e apparentemente banali, ma è dalla risposta a questi interrogativi che può nascere il progetto di città del futuro. Perché di progetto, e non soltanto di mirabili idee fuse in una visione, si dovrebbe parlare. Se Bari è mal amministrata, è solo colpa degli eletti? Se Bari è sporca, è solo colpa di amministratori poco coraggiosi o attenti? Se Bari, negli ultimi 10 anni, ha subito una cementificazione come mai nei 20 anni precedenti, è solo per la “miopia” di chi si è fatto dettare l’agenda dagli imprenditori? Se a Bari la criminalità organizzata ha ripreso a far paura con sparatorie ed estorsioni, la colpa è solo dei nostri “dipendenti statali” che perorano principalmente la tesi della necessità di disporre di più poliziotti e magistrati?

Sindaco, assessori, consiglieri (di tutti gli schieramenti) e dirigenti comunali dovrebbero fare di più e meglio il proprio dovere. Ma a Bari, duole dirlo, si sente la mancanza dei Cittadini. Lo sono quelli che, come paladini della propria città, la difendono, la rispettano e contribuiscono al suo progresso sociale. Sono cittadini quelli che non si rivolgono al politico di turno per ottenere un posto di lavoro, ma quelli che al politico di turno chiedono impegno per creare opportunità di impiego per tutti. Sono cittadini quelli che non vendono il proprio voto per pochi euro tanto “fanno tutti schifo e sono tutti uguali”, ma quelli che sono pronti a trasformare la propria indignazione in una nuova passione civica rinvigorita dalla partecipazione di quanti vivono lo stesso smarrimento. Sono cittadini quelli che non puntano, perché narcotizzati e affascinati da un potere immorale e a tratti criminale, a emulare i vizi degli “eroi” che stanno annichilendo il Paese, ma quelli che dopo 20 anni di berlusconismo di destra e di sinistra insistono nell’esigere dai propri rappresentanti atteggiamenti improntati alla responsabilità, alla moralità e all’onestà.

La politica è uno dei più grandi atti d’amore e di carità che può connaturare una comunità. Quando la politica non pratica la solidarietà e non esalta l’umanità dei cittadini non è Politica. Quando la politica non sa chiedere scusa per i propri errori e si trincera in linguaggi poco chiari non è Politica. Oggi “l’antipolitica” domina le Istituzioni non perché sono in esse entrate le 5 Stelle di Grillo, ma perché da esse è uscito un intero firmamento di valori e di competenze. Più che di rivoluzione, pertanto, bisognerebbe parlare – come suggerisce nei suoi scritti Guido Viale – di “conversione”. Conversione etica, culturale, sociale, ambientale. Se ciascuno di noi bonificasse il proprio “habitat interiore” (per dirla alla Bergonzoni) più facilmente godrebbe di un migliore habitat esteriore. La bellezza, infatti, non si evoca. Si costruisce, ogni giorno. Nel rispetto delle regole e delle persone.

“Segui i soldi e capisci gli interessi dei mafiosi”, ripeteva spesso Giovanni Falcone. Dopo 21 anni le cose non sono tanto cambiate, anzi. Ma l’analogia è utile perché la Bari del futuro nascerà anche dal nuovo Piano Urbanistico che la prossima Amministrazione varerà definitivamente. Si parla di milioni di metri cubi di nuovo cemento che rischiano di devastare paesaggisticamente questa città. Si parla di investimenti pari al miliardo di euro. Ecco perché il prossimo Sindaco non può essere una persona qualsiasi.

Deve essere capace, in discontinuità totale con il modello vigente, di fermare il consumo di suolo; di imporre un’edilizia ecocompatibile basata sulla rigenerazione del costruito, sulla valorizzazione del patrimonio inutilizzato, sulla demolizione delle strutture obsolescenti con ricostruzione secondo i dettami della bioclimatica e bioarchitettura. Deve essere capace di restituire dignità agli spazi verdi e pubblici oggi degradati. Deve essere capace di puntare sull’agricoltura sociale.

Deve essere capace di creare un mercato legale dai rifiuti, dal riciclo dei quali possono nascere progetti occupazionali innovativi. Deve essere capace di rendere la città inclusiva per tutti quelli che in questi anni sono stati abbandonati dalla politica (bambini, anziani, cittadini delle periferie, cittadini stranieri, senza fissa dimora) e attrattiva da un punto di vista turistico e culturale (mai più una città senza Assessore alla Cultura!).

Bari deve puntare ad essere un “comune virtuoso” nel quale le diverse povertà e disuguaglianze sociali siano contrastate con la cooperazione di tutte le dinamiche realtà del Terzo Settore. Bari può rilanciarsi, perciò, soltanto se si trasforma in una “comunità dell’empatia” (parafrasando Rifkin) nella quale amministratori e cittadini corresponsabilmente e in modo continuo decidono di confrontarsi per risolverne i problemi. Con i primi interessati a raccogliere e a realizzare le suggestioni dei secondi in nome di una visione orientata non alle successive elezioni, ma generazioni.

Bari può sognare un avvenire diverso soltanto se i cittadini sapranno essere mulini a vento in grado di liberare l’energia del cambiamento atteso.

Ma a Bari comanda la mafia o lo Stato?

morte 1

La risposta, almeno a questa domanda, dopo l’agguato mafioso di ieri sera a Poggiofranco – in questa apparentemente interminabile faida tra le famiglie criminali locali – sembrerebbe ovvia. E probabilmente sbaglio ad usare il condizionale. Mi pongo, tuttavia, un’altra domanda. La stessa avanzata dal Candidato Sindaco di Bari Pietro Petruzzelli, dopo l’agguato mafioso di ieri sera nel quale è morto lo storico boss di San Girolamo. “Quale Bari consegniamo alle più giovani generazioni?”

Non so quale possa essere la risposta migliore, onestamente. Anche perché, in momenti simili, sono un frullatore di pensieri. So solo una cosa, che può anche essere sbagliata. Ma la condivido, nonostante tutto, con tutto l’amore del mondo per la mia città e per i miei concittadini.

Finiamola di dire e di pensare che possiamo stare tranquilli “finché si ammazzano tra di loro”. O di indignarci soltanto contro il Sindaco X o il Ministro Y che fanno meno di quel che ci aspetteremmo. Noi cittadini abbiamo una responsabilità sociale immensa. Non possiamo continuare a dividerci come guelfi e ghibellini sulla base, sempre più spesso, di un fanatismo politico-religioso che ci obnubila la vista. Non nascondiamoci dietro uno slogan che poi diventa l’alibi perfetto per restare succubi e schiavi della paura. Finiamola di essere un popolo di pre-giudicati silenziosi, giudicando superficialmente la realtà mafiosa senza studiare e conoscerne le dinamiche. Bari rischia di diventare un hub di una rete internazionale del malaffare che unisce la mafia dell’est europa con la camorra e la ‘ndrangheta.

Nell’ultimo anno e mezzo circa ci sono state più di 15 sparatorie, tra il Libertà, il Madonnella, San Girolamo, Palese, Santo Spirito, San Pasquale e Carrassi.  Sono morte una decina di persone, tra le quali Alessandro Marzio, Massimo Villoni, Gaetano Petrone, il georgiano Rezo, Giacomo Caracciolese, Vitantonio Fiore, Felice Campanale. Con il sangue, spesso di giovanissime vittime, si sta disegnando la nuova mappa del crimine di Bari. E mi sto limitando ai perimetri geografici della mia comunità, poiché se allargassi la panoramica agli eventi mafiosi che stanno sventrando l’anima di alcuni comuni della Provincia il bilancio sarebbe ben peggiore.

I clan baresi rinforzati dall’immissione delle nuove leve criminali, hanno esteso, allo scopo di accrescere gli introiti illeciti, i settori di interesse: accanto alle tradizionali attività illecite (stupefacenti, estorsioni, usura e ricettazione) non disdegnano altre tipologie di reato cercando contestualmente di infiltrarsi nel tessuto economico-legale oltre che nei finanziamenti e negli appalti della Pubblica amministrazione. Lo sbandamento di alcuni sodalizi, privati dei capi e falcidiati da arresti, da passaggi ad altri clan e da defezioni per scelte collaborative con la giustizia, ha consentito, da un lato, il rafforzamento di taluni gruppi criminali e, dall’altro, l’emersione di nuovi soggetti e nuove organizzazioni: il risultato è una vorticosa ricerca di supremazia, intessuta di attentati e omicidi e perseguita attraverso ogni mezzo: quando il potere delinquenziale passa da mani forti a mani deboli si spara di più sul territorio. I clan, non più nel pieno della loro forza, non riescono a mantenere il dominio senza manifestazioni eclatanti di violenza.

Questo frammento, tratto da questo articolo, è estratto da una relazione predisposta dalla Direzione Nazionale Antimafia che evidenzia quanto delicata e grave sia la situazione. E rispetto alla quale è necessario che i cittadini facciano essenzialmente una scelta: o con i mafiosi o contro. Se decidiamo di esserne complici, allora possiamo continuare ad essere spettatori del più grande big bang etico che sta facendo esplodere il nostro Paese. E che sta facendo precipitare Bari verso l’inferno degli anni ’90.

Ma se decidiamo di opporci a questo regime, sostenuto anche trasversalmente dalla politica, non si può neanche continuare a conviverci con questi infami senza anima e senza dignità. Proprio in quest’ottica, pertanto, muovendo dalla ferma convinzione che il contrasto alla criminalità organizzata debba essere soprattutto di stampo culturale organizzando la società in modo tale da farle riscoprire – a cominciare dalle scuole e con l’aiuto delle famiglie – la bellezza del bene comune, bisogna rifiutare l’assioma secondo cui va tutto bene “finché si ammazzano tra di loro”.

Quando la città è spaccata e i cittadini sono soggiogati dalla paura o dalla rassegnazione, la mafia sorride. E’ contenta. Gode della nostra incapacità di indignarci ancora. La mafia ci fa prigionieri in modo inconsapevole. Agisce in modo subdolo. Per questo diventa ancora più pericolosa. Si pensi all’usura, ai commercianti che pagano il pizzo, al gioco d’azzardo, alle sale da gioco, ai videopoker, ai compro-oro.

Bisogna aggredire i loro patrimoni. Bisogna snellire la burocrazia per consentire un più rapido uso dei beni confiscati. Bisogna privarli delle attività borderline nelle quali riciclano proventi illeciti per convertirle e garantire un’occupazione onesta e di qualità. Bisogna avere il coraggio di stravolgere i paradigmi che stanno regolando la nostra esistenza.

Ecco perché ci vuole una reazione popolare. Perché dobbiamo ribellarci prima che sia troppo tardi. Prima che le vie della città siano ancora inondate di sangue.

“Il Mezzogiorno deve credere di più in se stesso”

Su invito dell’ex Presidente della Fiera del Levante Gianfranco Viesti, è intervenuto a Bari, alcuni giorni fa, per un convegno dedicato alle Politiche di Coesione del Mezzogiorno, il nuovo Ministro alla Coesione Territoriale Carlo Trigilia. L’economista e docente universitario ha scritto un libro (che mi sono imposto di comprare) dal titolo “Non c’è nord senza Sud” che chiarisce perfettamente quale potrebbe e dovrebbe essere, in una società sempre più complessa ed articolata, il ruolo del Mezzogiorno d’Italia. Siamo un territorio con un capitale umano di qualità, nel quale si sta cercando di crescere non solo nel segno della sostenibilità ambientale, ma anche dell’innovazione.

Con l’intento di allargare il bacino delle nostre imprese che, secondo me, dovrebbero cooperare nel modo più strategico possibile per poter con buone possibilità competere nei mercati internazionali e affermare il “made in Puglia”. Ecco perché, probabilmente, la prima rivoluzione da fare, come hanno evidenziato sia il Ministro sia il Rettore Petrocelli, è di stampo sociale e culturale. Fortificare gli anticorpi etici delle nostre comunità perché è solo nella legalità che il Sud può risorgere.

Con passione, fiducia e speranza abbiamo un solo imperativo: andare avanti!

P.s. l’articolo seguente, qui, in formato pdf.

Da Trigilia scossa alle Regioni

Il gioco d’azzardo “usura” gli italiani

slot-machines

L’usura, soprattutto a Bari, fa paura. Non sono poche le vittime, tra semplici cittadini e commercianti, obbligate a restituire più di quel che hanno ottenuto. Con l’effetto di una degenerazione sociale ancor più difficile da affrontare. Oggi più che mai, poi, nella nostra città come in tutto il Paese, questo indebitamento ha spesso un’origine patologica: deriva dal gioco d’azzardo.

Muovendo dalla mia sensibilità al tema, del quale mi sono già occupato anche in questo blog, qualche giorno fa sul nostro Epolis ho raccontato di uno studio del sociologo romano Marcello Fiasco mediante il quale si evidenziavano non solo le connessioni tra i due fenomeni – usura e gioco d’azzardo – ma anche i rischi sociali ed economici per le imprese e le famiglie. Qui e qui è possibile leggere ulteriori approfondimenti. Mentre da qui possiamo leggere, finalmente, una notizia positiva: di un barista che non “vuole rovinare famiglie” e contribuisce, corresponsabilmente, a far crescere una più diffusa coscienza su questo grave problema che rischia di diventare male endemico.

Ogni italiano spende circa 1500 euro all’anno tra videolottery, slot machine, gratta e vinci, poker online, lotterie istantanee, sale bingo e simili. Il settore del gioco d’azzardo legale fattura oltre 80 miliardi di euro all’anno. Sono 5mila le aziende coinvolte e oltre 120mila i lavoratori, per un giro d’affari che investe circa il 3,5% dell’intero Pil nazionale (quasi 80 miliardi di euro); mentre i giocatori “patologici e direttamente dipendenti” da gioco d’azzardo sono circa 900mila. Basterebbero tali dati a confermare l’incidenza del fenomeno sul tessuto economico – sociale del Paese, se non fosse che a tali cifre bisogna necessariamente aggiungere una quota non indifferente di nero/sommerso.

 

Nella rete degli strozziniEsposizione sul territorio

Tra crisi e povertà: i dati su Bari e la Puglia

Ieri mattina, con grande piacere e gratitudine, ho moderato, in Sala Murat, il seminario promosso dalla Cooperativa Sociale Caps e dall’Osservatorio Nazionale sul Disagio e la Solidarietà nelle Stazioni (Onds) dal titolo “Salute Senza Dimora”. Nell’articolo seguente la cronaca della manifestazione. Mi ha colpito molto non solo l’umiltà, ma anche la tenacia con cui tutti i soggetti sociali coinvolti hanno affrontato il tema della qualità della vita degli homeless in ragione di un sempre più profondo disagio sociale che richiama prepotentemente ciascuno di noi alla nostra corresponsabilità e che “noi benestanti”, tuttavia, non sempre vogliamo esaminare nella sua interezza non volendo abbassare lo sguardo e osservare il mondo (dal basso verso l’alto) dal punto di vista di queste persone sofferenti.

Bisogna credere ed investire nell’integrazione socio-sanitaria e nella cooperazione interistituzionali tra soggetti che possiedono una pluralità di sensibilità e competenze, perché è soltanto potenziando e valorizzando questi modelli anche culturali che possiamo provare a restituire dignità a queste persone “invisibili”. E’ fondamentale assicurare il diritto ad un alloggio che possa rappresentare anche psicologicamente un punto di riferimento per soggetti che denotano disturbi psichici e il diritto ad una sanità solidale per non ampliare il dramma dell’esclusione sociale. Un Paese e una città possono dirsi davvero giusti e nei quali il principio dell’uguaglianza è difeso con coerenza quando nessuno resta indietro; quando nessuno viene escluso dai processi democratici e sociali di una comunità che non può permettersi più di voltarsi dall’altro lato.

Alcuni dei dati diffusi ieri dal Presidente dell’Onds, e che si trovano nell’articolo seguente, mi hanno fatto tornare  in mente, infine, il Rapporto Puglia in Cifre 2012, curato da Ipres e del quale ho scritto per la Gazzetta dell’Economia, proprio per i preoccupanti dati relativi alle dinamiche sociali ed economiche della nostra regione.

Sarebbe lecito, pertanto, attendersi risposte più rigorose da parte dei soggetti politici e istituzionali preposti, ma in assenza dei quali dobbiamo registrare ed elogiare l’impegno crescente – come conferma anche l’Istat – delle cooperative e delle realtà sociali del Terzo Settore: è nel loro lavoro quotidiano ed invisibile, per gli invisibili, che può leggersi l’Italia migliore. L’Italia che reagisce e che non vuole sprofondare.

La povertà aumenta e la città si attrezza

La Revoluçao brasiliana a Bari

Ho appena ricevuto questo breve comunicato stampa. Io ci sarò.

Le Associazioni Culturali brasiliane Origens di Ana Estrela e Artevida di Erivan Sousa Dos Santos, con Jaqueline Bispo Silva e la Comunità Brasiliana, lunedì 1° Luglio 2013 organizzano un CORTEO RITMICO in solidarietà e sostegno all’attuale rivoluzione che sta coinvolgendo tutto il Brasile. Insieme, vestiti di verde e giallo, al suono delle percussioni vogliamo mostrare che il nostro paese non è solo samba e capoeira, ma anche forza e resistenza non violenta. Invitiamo ogni brasiliano, amico e amante di questo splendido paese ad unirsi a noi nella nostra camminata.

Partenza: Piazza del Ferrarese ore 10.00
Arrivo: Spiaggia di Pane e Pomodoro ore 12.00

Da Messina a Bari, con lo stesso amore per la politica?

Accorinti

Lo spero, sinceramente. A Messina è successo, alle ultime Amministrative, qualcosa di incredibile e di inatteso. E’ diventato Sindaco della città siciliana, contro ogni pronostico, con il 53% circa dei voti, Renato Accorinti. Bella questa sua descrizione fatta dal Sole 24 Ore. Sull’Espresso, in una delle sue prime interviste, sulla sua vittoria e sulla sua visione della politica, si è così espresso:

L’antipolitica è la brutta politica che viene portata avanti dai partiti, e la vera politica è questa, la nostra. Guarda, io credo che la politica sia l’attività più nobile e spirituale degli esseri umani, che si può riassumere in due parole: bene comune. La politica è fatta dagli esseri umani. E gli esseri umani sono esser speciali. I politici si vergognano di parlare di questo, ma è partendo da qua che tutto si può cambiare: una rivoluzione spirituale che diventi culturale e infine politica. La nonviolenza è un modo di vedere gli esseri umani: un modo spirituale, ma anche estremamente concreto, e quindi politico: significa insegnare alle persone che non debbono essere sudditi, ma cittadini. E in questo senso è l’essenza più profonda della politica. Si tratta di una visione del mondo in cui si combatte l’errore, non l’errante. E’ un salto di qualità, e quindi più che una rivoluzione la definirei un’evoluzione della politica. Niente rabbia, nessun nemico e la voglia di recuperare singolarmente alla politica ogni persona, perché ognuno ha una parte positiva che può mettere al servizio degli altri.

Sull’Huffington, invece, si è così pronunciato:

Puntiamo ad una evoluzione: la vera politica è il bene comune e non a caso abbiamo promesso un assessorato alla co-gestione dei beni comuni. Ma chiediamo ai cittadini la partecipazione vera, di passare dalla delega alla partecipazione. Lo sport come strumento di riscatto nelle periferie. L’investimento sulla cultura e sul piano educativo sono gli strumenti più potenti a disposizione dell’essere umano per cambiare veramente tutto. Gesualdo Bufalino, grande scrittore siciliano, quando gli chiedevano come si può sconfiggere la mafia diceva: con un esercito di maestri elementari. Il cambiamento parte dalla cultura, solo così si può trasformare questo enorme condominio che è la città di Messina, in una comunità. I no sono molto dignitosi nella vita, e spesso sono educativi anche quelli che danno i genitori, se sono motivati. Viva i “no” quindi? Per niente. Sono il primo a dirlo: la protesta fine a se stessa è sterile e inutile. A un “no” io antepongo mille “sì”. La mia è la vittoria di quelli che hanno preso calci in faccia per una vita, che hanno creduto in se stessi, nei valori, nell’utopia. Oggi che finalmente è stata vinta una battaglia culturale epocale, ne siamo contenti. Ma non abbiamo vinto contro qualcuno, abbiamo vinto per il cambiamento.

Alessandro Gilioli dice che assomiglia al Sindaco di Bogotà Mockus, per i suoi modi gentili e umili; ma anche per quella capacità di tenere assieme pragmatismo ed utopia.

Messina – città storicamente e culturalmente di destra e succube di un network criminale composto da massoneria, criminalità organizzata, forti ed influenti poteri economici, con una pluralità di emergenze sociali ed urbanistiche mai affrontate efficacemente – ricorda Bari.

Mi piacerebbe molto, pertanto, che un simile terremoto politico, in vista delle comunali del prossimo anno, possa abbattersi pure sulla nostra città. La vittoria della semplicità, dell’umiltà, della verità, della positività. Per tenere assieme sostenibilità e legalità. Per restituire il potere ai cittadini, attraverso nuovi processi emotivi e partecipativi, cosi da non subire più tsunami demagogici che spingono cittadini senza alcuna storia e competenza al potere.

Quando l’Italia sarà a “rifiuti zero”?

Qui un Piano Rifiuti ipocrita

“Mai”, risponderebbe, forse, qualcuno, in un eccesso di pessimismo (o di realismo, direbbe qualcun altro, soprattutto se si pensa ad alcune realtà del Mezzogiorno dove ci sono state forti tensioni sociali a causa dei rifiuti). A me piace pensare, invece, che presto questa strategia ritenuta da alcuni troppo utopista possa realizzarsi. E, in parte, già si sta compiendo una rivoluzione, anche culturale oltre che politica, senza precedenti. Pur in un Paese maltrattato come il nostro. In questi ultimi anni, infatti, il lavoro in modo particolare dell’Associazione dei Comuni Virtuosi e dei suoi principali animatori è stato straordinario per la quantità e la qualità delle attività realizzate con una tenacia rarissima in un numero sempre crescente di Comuni che hanno cambiato i propri stili amministrativi e di vita. Hanno organizzato il coraggio sulla base di una precisa visione: costruire, con spirito collaborativo, un futuro migliore da consegnare alle prossime generazioni.

In Italia, la città simbolo, per una gestione virtuosa ed innovativa dei rifiuti, si trova in Toscana. E si chiama Capannori. Oggi ne scrive bene, e finalmente, dopo tanti anni di silenzio dei giornali nazionali, La Repubblica. Uno degli “eroi” di questa impresa chiamata “Zero Waste” – che, ad essere pignoli, non è solo “rifiuti zero”, ma anche “sprechi e consumi zero” – è Rossano Ercolini, ad aprile insignito del Premio Nobel 2013 per l’Ambiente.

Il nemico pubblico numero uno, per chiunque veda nel rifiuto una risorsa da valorizzare per un avvenire diverso partendo dalla raccolta differenziata spinta porta a porta, è la discarica. Più sono voluminose (e, contestualmente, anche pericolose visto che i percolati possono infiltrarsi nelle falde acquifere) più ci si allontana dalla possibilità di fare a meno degli inceneritori. O, come si chiamano in Italia, termovalorizzatori. Strumenti, benvoluti da una classe politica avida e collusa, potenzialmente letali, per le nanoparticelle e le sostanze inquinanti trasferite in atmosfera, dall’uomo facilmente inalabili. “Caminetti tecnologici” nei quali entrano rifiuti solidi urbani ed escono rifiuti speciali, come le ceneri, oltre alle suddette emissioni climalteranti. Nulla si distrugge, ma tutto si trasforma, diceva Lavoiser. Il video seguente, nel quale intervisto proprio Rossano Ercolini – a Bari qualche giorno fa – complementare all’articolo postato, spiega bene la strategia Rifiuti Zero.

Alcuni giorni fa, infine, è stato presentato il Rapporto Ispra 2013 sui Rifiuti. Qui la versione integrale del documento. Qui un estratto. Qui una sintesi.

La produzione nazionale si attesta al di sotto di 30 milioni di tonnellate. L’anno scorso ogni abitante italiano ha prodotto 504 kg di rifiuti, ben 32 kg in meno rispetto al 2010. I costi 2011 del servizio di igiene urbana riferiscono di una spesa media annua pro capite di  157,04 euro, imputabili alla gestione dei rifiuti indifferenziati per il  42,6%, alle raccolte differenziate per il 24%, allo spazzamento e al lavaggio delle strade per il  14,4% e ai costi generali del servizio e del capitale investito perla rimanente percentuale. Ogni abitante spende in media all’anno 144 Euro al Nord, 193 Euro al Centro e 157 Euro al Sud. Il costo di gestione di 1 kg di rifiuto urbano ammonta a 29,2 centesimi; per ogni kg di rifiuti si spendono 27 centesimi di euro al Nord, 31 centesimi al Centro e 32 centesimi al Sud. La percentuale di copertura dei costi del servizio con i proventi dalla Tarsu e dalla tariffa sui rifiuti è passata dall’83,9% del 2001 al 94,1% del 2011, collocandosi ancora al di sotto della copertura totale dei costi prevista dalla normativa vigente in materia. A livello nazionale la raccolta differenziata si attesta al 37,7% nel 2011 e al 39,9% nel 2012.  I rifiuti urbani smaltiti in discarica nel 2012 sono 12 milioni di tonnellate (circa il 39% dei rifiuti urbani prodotti), 1,5 milioni di tonnellate in meno rispetto al 2011 (-11,7%).

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