Archivi Categorie: Cittadinanza

L’intolleranza violenta degli italiani

Mostrata, nei giorni scorsi, attraverso una pluralità di modalità (con i leghisti sempre in primo piano per la loro raffinatissima dialettica), nei confronti del Neoministro dell’Integrazione Cecile Kyenge (qui nella sua prima intervista da ministra) è assolutamente indecente. Inaccettabile. Sono una esigua minoranza, si dirà. Sarà cosi, ma la stragrande maggioranza che tollera questo modus comportandi ed essendi si rende complice e correo di questo scempio etico, culturale e sociale.

In Italia i cittadini di origine straniera, poco meno di 6 milioni, la stragrande maggioranza dei quali fa – proprio nel Nord, culla di questi umori primordiali e primitivi – tutti quei lavori che gli italiani da anni hanno smesso di voler fare, in nome di una presunta superiorità morale, sono una risorsa. Sono un valore aggiunto. Prima lo capiamo e meglio sarà.

Perché i delinquenti non sono per definizione, come sottolinea esasperantemente da anni una parte politica ponendo la questione dell’immigrazione soltanto da un punto di vista della sicurezza e dell’ordine pubblico, i cittadini stranieri. Con la criminalizzazione di una condizione ontologica. I criminali ci sono sia italiani sia stranieri. E chi sbaglia deve pagare. A supporto di questa banalità, peraltro, ci sono tutta una pluralità di dati e di statistiche che rivelano con chiarezza quanto grave sia, in realtà, lo spread culturale degli italiani verso gli omologhi cittadini degli altri Paesi europei che affrontano il problema da un punto di vista della coesione sociale e dell’integrazione, con l’intento di riconoscere il valore sociale (che è anche un valore economico) delle comunità straniere che si radicano nelle nostre città.

E il ritardo, lo vediamo ogni giorno sfogliando i quotidiani, si manifesta anche con un linguaggio subdolo e poco rispettoso della diversità. In America, infatti, si stanno ponendo seriamente il problema. Lo stesso Ministro Kyenge, a cui va tutta la mia solidarietà per gli attacchi oltraggiosi e violenti subiti in queste prime settimane, lo ha evidenziato:

La fatica di trovare le parole giuste e corrette per dire le cose che succedono è un segno del ritardo culturale. E tra i compiti di un ministero dell’Integrazione c’è anche quello di  impegnarsi per colmare questo ritardo.

P.s. Mi sono già occupato, come si può vedere dalla colonna delle categorie sul lato sinistro del blog, in tante altre occasioni di integrazione e cittadinanza. A questo proposito, sullo Ius Soli, segnalo questa interessante riflessione, tratta da Lavoce.info.

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Più trasparenza nelle pubbliche amministrazioni?

Ne avevo già scritto tempo fa, del F.O.I.A. – il “Freedom of Information Act”  – italiano, ossia di quella legge che garantisce a tutti i cittadini l’accesso agli atti e ai documenti prodotti dalla pubblica amministrazione. Apprendo da Lavoce.info che proprio in questi giorni si avvia una campagna per introdurre pure in Italia questo provvedimento che tutela moltissimo il cittadino che vuole rendersi più consapevole rispetto alle prassi della pubblica amministrazione, perché è una legge imperniata sul principio della trasparenza. I dettagli sono disponibili qui.

Passerebbe il principio che le informazioni detenute dalla pubblica amministrazione appartengono ai cittadini: dunque, come se si invertisse l’onere della prova, non sarebbe più il cittadino a dover giustificare la richiesta di informazioni, quanto piuttosto la pubblica amministrazione a dover giustificare la segretezza, ed elencare in quali casi specifici i documenti non sono pubblici. Da questo cambio di prospettiva e da una pubblica amministrazione più trasparente possono derivare numerosi benefici: i cittadini sono più informati sull’operato dei loro rappresentanti e quindi probabilmente capaci di sceglierli in maniera più oculata; si instaura un rapporto di maggiore fiducia fra cittadini e pubblica amministrazione; si creano buoni incentivi per chi gestisce la cosa pubblica, affinché operi nell’interesse collettivo, aumentando dunque l’efficienza del sistema e riducendo il grado di corruzione. Esistono comunque controindicazioni alla trasparenza, che vale la pena ricordare. Sicuramente non tutti gli atti della pubblica amministrazione possono essere resi pubblici. Ci sono ragioni di sicurezza nazionale, ad esempio, per le quali è nell’interesse stesso dei cittadini che alcune informazioni non vengano rese pubbliche. È una controindicazione ovvia e difatti tutti i paesi che hanno adottato il Foia hanno incluso la sicurezza nazionale tra i motivi per negare l’accesso a documenti. Sarebbe utile peraltro se il Foia trovasse applicazione anche presso enti e associazioni senza fini di lucro, come i partiti politici, i sindacati e le chiese.

 

Gli orti urbani di Cerignola

Dopo averne parlato già di questa pratica che si sta diffondendo, apprendo di questa bellissima iniziativa, sperando che non resti su carta. Saranno realizzati 18 orti urbani.

Un’occasione per restituire ai cittadini spazi urbani. E insieme un’opportunità per rivalutare la vocazione del territorio e costruire una forma di presidio e controllo dei beni pubblici. Attraverso questo intervento puntiamo in primo luogo a rivitalizzare un’area sostanzialmente abbandonata, ed in secondo luogo a offrire ai cittadini di Cerignola la possibilità di essere custodi e “guardiani” degli spazi della loro città. Pensiamo che con la realizzazione degli orti urbani rappresenti anche un passo chiaro sulla strada della maturità civica, perché esso rappresenta un antidoto efficace contro l’abbandono di porzioni importanti del tessuto cittadino, spesso lasciate all’incuria. Peraltro la coltivazione della terra permetterà alla popolazione anziana di Cerignola una nuova “fusione con la terra” e un rafforzamento dei legami sociali, giacché la tendenza a dar vita a gruppi di orti è funzionale alla creazione di una società di mutuo soccorso sociale.

Un popolo che accetta il voto di scambio non ha dignità

“La sola cosa che l’Europa deve temere, oggi, è la paura che i tribunali elettorali suscitano nei governanti, nei partiti classici, in chiunque difenda lo status quo pensando che ogni sentiero che si biforca e tenta il nuovo sia una temibile devianza”. Così scrive, il nove maggio scorso, Barbara Spinelli, nel commentare il voto francese che ha consegnato il Paese ad Hollande e quello greco dove l’instabilità politica fortissima rischia di far tornare tra qualche settimana la nazione ellenica al voto, non essendo stato, ad oggi, ancora possibile formare un nuovo governo che regga con forza e determinazione questa lunga e difficile fase di transizione. Su questa linea, infatti, la Spinelli scrive che “le urne dicono questo: il bisogno di Europa, di una politica che salvi il continente dal naufragio della disperazione sociale e di una guerra di tutti contro tutti. Il continuo accenno alla Grecia come spauracchio – e capro espiatorio – agitato dai nostri governi a ogni piè sospinto, non è altro che ritorno al vecchio bellicoso equilibrio di potenze nazionali, tra Stati egemoni e Stati protettorati”. Ed è anche in questo clima di xenofobia, di antipolitica, di esasperata austerità, di mancanza di futuro, che può essere letto il voto italiano. Ci aiuta nell’analisi Massimo Gramellini, il quale rileva, in particolare, come il “boom” del Movimento 5 Stelle sia stato agevolato da una gerontocratica partitocrazia che non è stata capace di riformare se stessa e che, pertanto, i cittadini hanno espresso il cosiddetto voto di protesta non contro la politica, verso cui hanno dimostrato di avere interesse, soprattutto verso i temi connessi all’ambiente e all’uso virtuoso delle nuove tecnologie, ma contro questi partiti. Scrive: “non si può certo dire che non fosse stata avvertita. I cittadini stremati dalla crisi hanno chiesto per mesi alla partitocrazia di autoriformarsi. Si sarebbero accontentati di qualche gesto emblematico. Un taglio al finanziamento pubblico, la riduzione dei parlamentari, l’abolizione delle Province. Soprattutto la limitazione dei mandati, unico serio antidoto alla nascita di una Casta inamovibile e lontana dalla realtà”. Ma queste elezioni, inoltre, ci dicono altro. Sono state le prime, almeno formalmente, senza Berlusconi e segnate dalle strategie adottate da Monti in questi ultimi mesi. Da Nord a Sud passando per il Centro, il Pdl – il partito “personale” del sultano di Arcore – è quasi sparito. Come fa notare Ilvo Diamanti, in un’analisi piuttosto lucida, “ha dimezzato il suo peso elettorale: è passato dal 30% al 14% (media delle medie). Governava in 95 Comuni (maggiori), insieme alla Lega. Al primo turno ne ha perduti 45 (inclusi quelli in cui è escluso dal ballottaggio)”. Sono state le ultime, probabilmente, anche per Bossi e la “sua” Lega che, eccetto Verona e Cittadella, ha subito un forte ma non fortissimo calo. E che, nel 3% dei casi, ha consegnato suoi elettori proprio a Grillo, forte di un linguaggio altamente xenofobo basato sull’idea che non debbano prendere la cittadinanza italiana (ne ho già parlato diffusamente qui di questa grande stupidità) coloro che nascono in Italia o vi risiedono legalmente ed onestamente da molti anni. Tema che non crediamo sia convinto pienamente da tutte le “stelline” che si agitano nel firmamento delle comunità locali. Il Pd, che non riesce a capitalizzare il crollo del centrodestra, subisce, nelle “aree rosse”, il peso dell’astensione. Per mascherare la miseria della politica ci vorrebbe, pertanto, più politica. Anzi, più Politica. Più umanità, più dignità, più coraggio, più capacità di parlare a cuore aperto, più visione del futuro. Quella che molti definiscono come “rivoluzione culturale e morale”, però, a dire il vero, non è affatto aiutata dalle notizie che arrivano da molte località italiane dove si è votato. E dove il voto, pare, sia stato pesantemente inquinato. A Catanzaro, ai danni del bravo Salvatore Scalzo e a favore del quale il Pd chiede l’intervento urgente della Commissione Antimafia. Nella mia Puglia, a Gioia del Colle. Ma anche a Taranto dove la denuncia arriva dal leader dei Verdi, Angelo Bonelli. Con criticità consistenti che mi ero permesso già di evidenziare nella riflessione che avevo scritto per gli amici di Giù al Sud, qualche giorno fa. Una politica che non interviene con convinzione per arginare il fenomeno del clientelismo elettorale impregnato di cultura mafiosa, e del voto di scambio, non è politica. È propaganda. È antipolitica, nel vero senso della parola. Ed è questo il cancro che gli italiani devono curare e debellare. Mettendoci la faccia ed impegnandosi di persona, personalmente. Da subito. Perché cosi proprio non si può andare più avanti.

I Cie in Italia: dove la tortura è legalizzata

Nei giorni scorsi, come avevo preannunciato, si è svolta a Bari come in molte altre località italiane, una nuova visita al Cie cittadino. Ho preso spunto da questa iniziativa per condividere, con gli amici di Giù al Sud, alcune riflessioni.

Karl Jaspers nel suo “La questione della colpa” individuava con chiarezza quattro colpe: “la colpa criminale, quella politica, quella morale e quella metafisica”. Con i migranti o i cittadini di origine straniera (leggasi il recente “caso Modena”) non si sbaglia: la loro unica colpa è ontologica. Rinchiusi arbitrariamente e contro la loro volontà, senza aver commesso alcun illecito penale. Il principio di uguaglianza e le “leggi” morali che hanno ispirato la Costituzione o la Dichiarazione dei Diritti Umani, in un Paese che non ha nel suo ordinamento il reato della tortura, piegati da una normativa e da una burocrazia nazista. In queste strutture la dignità individuale viene stuprata ogni giorno: frequentissime sono le violenze fisiche e psicologiche perpetrate nei confronti di chi spesso non conosce neanche i propri diritti, per via della non conoscenza della lingua italiana. Un Governo credibile dovrebbe investire da un lato sulla cooperazione internazionale tramite la quale attrarre investimenti e talenti, dall’altro sviluppare politiche solide basate sulla solidarietà, sull’accoglienza e sulla “convivialità delle differenze”. Un Governo credibile non darebbe l’impressione di essere ricattata da qualche forza politica che non vuole conferire la cittadinanza a chi nasce in Italia o vi risiede da un numero congruo di anni legalmente lavorando onestamente. Un Governo credibile ristrutturerebbe con coraggio l’architettura istituzionale curando il cancro della burocrazia semplificando le procedure per il rilascio dei permessi di soggiorno o l’assegnazione degli asili politici per chi giunge da Paesi politicamente instabili. Un Governo credibile includerebbe nel suo progetto di riforma del mercato del lavoro il reato del caporalato e del lavoro nero di cui non si parla affatto in questi mesi e che sono piaghe dolorosissime presenti nel Mezzogiorno d’Italia.

(Qui, invece, è possibile trovare una completa rassegna stampa, curata dall’Associazione “Class Action Procedimentale”, sulla visita da parte della delegazione barese di giornalisti all’interno del Cie di Palese)

L’Alba di un nuovo giorno

Si chiamerà Alba – Alleanza per il Lavoro, i Beni comuni e l’ Ambiente – il “Nuovo Soggetto Politico” lanciato nelle settimane scorse da alcuni storici, giuristi e intellettuali, mediante un Manifesto. E’ stato deciso oggi a Firenze, nella prima assemblea nazionale convocata in fretta e furia, che a quanto pare ha visto una buonissima partecipazione. Tra i promotori più brillanti c’è lo storico anglosassone naturalizzato italiano Paul Ginsborg, il quale, in questa intervista, evidenzia le caratteristiche principali che dovrebbe avere questo nuovo soggetto che dovrà crearsi dal basso, in modo partecipato e trasparente, in cui dovranno esaltarsi prima di tutto le varie soggettività che vi vorranno aderire, ciascuna con una propria diversità, per un modello realmente inclusivo e democratico.

La cosa più importante è la questione della diffusione del potere, del partito centralizzat. L’ idea sarebbe di non centralizzare il partito, ma di spostare  un’amministrazione molto leggera del soggetto politico, in modo che non ci sia un posto dove c’è la concentrazione del potere. E poi bisogna cercare di lasciare veramente grandi spazi autonomi a quella che una volta veniva chiamata la periferia. Abbiamo detto: non partiamo per fare una cosa della società civile, ma partiamo per fare un soggetto politico nel campo di un nuovo spazio pubblico allargato, in grado di tenere insieme la partecipazione e il palazzo, la democrazia rappresentativa e quella partecipativa. Secondo me un’idea come la nostra cresce o muore sull’entrata in campo di una nuova generazione. O una nuova generazione, malgrado le condizioni di scoraggiamento, depressione, frustrazione che serpeggia fortissimamente, prende in mano la cosa, entra in scena, oppure noi non ce la facciamo di sicuro.

Per capire meglio da dove nasce quella che potrebbe diventare presto la scenografia di una rivoluzione culturale e politica, riporto una sintesi dell’approfondito Manifesto che è stato redatto, in modo tale da evidenziare chiaramente gli aspetti innovativi.

Si rompe con il modello novecentesco del partito, introducendo nuove regole e pratiche: trasparenza non segretezza, semplicità non burocrazia, potere distribuito non accentrato, servizio non carrierismo, eguaglianza di genere non enclave maschili, direzione e coordinamento collettivo e a rotazione, non di singoli individui carismatici; si rompe con questo modello neo liberista europeo che vuole privatizzare a tutti i costi, che non ha alcuna cultura dell’eguaglianza, che minaccia a morte lo stato sociale, la dignità e sicurezza del lavoro. Si insiste invece sulla centralità dei beni comuni, la loro inalienabilità, la loro gestione democratica e partecipata; si rompe con la visione ristretta della politica, tutta concentrata sul parlamento e i partiti. Si lavora invece per un nuovo spazio pubblico allargato, dove la democrazia rappresentativa e quella partecipata lavorano insieme, dove la società civile e i bisogni dei cittadini sono accolti e rispettati; si riconosce l’importanza della sfera dei comportamenti e delle passioni, rompendo con le pratiche mai esplicitate ma sempre perseguite dal ceto politico attuale: la furbizia, la rivalità, la voglia di sopraffare, il mirare all’interesse personale. Al loro posto mettiamo l’inclusività, l’empatia, la mitezza coniugata con la fermezza.

Quanto proposto, pertanto, da questo Nuovo Soggetto Politico mi invita a ricordare, infine, per una riflessione che sia quanto più oggettiva e costruttiva possibile, l’intervista rilasciata qualche giorno fa da Gustavo Zagrebelsky, Presidente emerito della Corte Costituzionale.

C’è chi pensa a una democrazia senza partiti, per esempio alla cosiddetta democrazia telematica, che a me pare un’illusione. La democrazia è invece un fuoco lento ma costante che si alimenta di socialità e partecipazione. Ora, la critica ai partiti è antipolitica, se è indirizzata a farne a meno; è altamente politica, se è rivolta a chiedere loro, a incalzarli, a farli arrabbiare perfino, affinché si scuotano, si aprano, congedino coloro che non hanno più nulla da dire, diano un segno ideale della loro presenza, ritornino a essere attrattivi. Tante cose si tengono insieme. Per esempio il sistema elettorale. Il finanziamento, così com’è, è funzionale all’organizzazione oligarchica, centralizzata e priva di controlli dei partiti; a sua volta, il sistema elettorale è diventato un sistema legale di cooptazione: finanziamento ed elezioni, così come sono organizzati, convergono in un esito comune, lo svuotamento della democrazia in basso e la concentrazione del controllo politico in alto.

L’ambiente urbano influenza i nostri comportamenti

In questo piccolo diario ho spesso parlato di Diritto alla Città. L’ultima volta il 12 aprile scorso nel commentare l’immobilismo della politica rispetto alla vicenda de L’Aquila a tre anni dal terremoto. Ma poi ne ho parlato pure qui e qui. Con l’intenzione di far capire che esiste, almeno per me, una forte relazione tra la qualità del costruito e la qualità della vita nella città. Un legame solido tra estetica urbana ed etica civica. A confortarmi in questa analisi o meglio nel perorare questa tesi è lo psichiatra Claudio Mencacci, il quale spiega che “se l’ambiente è brutto e degradato siamo tutti più portati a violare le regole”.

Quanto più un luogo è trascurato, brutto e fatiscente, tanto peggio è vissuto da chi ci abita: quartieri anonimi, male illuminati, senza una piazza per incontrarsi non incentivano buoni rapporti fra le persone, ma anzi influenzano negativamente carattere e comportamenti, diseducano al rispetto, compromettono le relazioni sociali. In una progressione verso il peggio che oltre al malessere mentale favorisce pure la microcriminalità. Per migliorare un luogo (e il benessere di chi ci abita) occorre percepirlo come nostro.

Perché i cittadini votano il M5S di Grillo

L’otto settembre del 2007, il giorno del primo Vday di Grillo – mediante il quale si chiedeva che nessun cittadino italiano poteva candidarsi in Parlamento se condannato in via definitiva, o in primo e secondo grado in attesa di giudizio finale; che nessun cittadino italiano poteva essere eletto in Parlamento per più di due legislature; che i candidati al Parlamento dovevano essere votati dai cittadini con la preferenza diretta – io c’ero. A Bari. In Piazza del Ferrarese. Con amici straordinari – Anna, Mariella, Mario, Ennio, Michele, i due Antonio, Vito, Salvatore, Annalisa, Paola Valeria, Angela, Nicola – e tantissimi altri cittadini (come si può vedere dal primo video). Senza i quali niente sarebbe stato possibile. Raccogliemmo – eravamo i responsabili del Meetup “I Grilli di Bari” – oltre 2200 firme, in una sola giornata. In una città che non aveva mai avuto una simile reazione alle nefandezze della politica, tradizionalmente intesa. Era il 2007. In Italia si raccolsero, in quella sola giornata, oltre 350 mila firme. Non erano semplici autografi. I cittadini dissero con forza e dignità che quella politica italiana, che poi è la stessa di oggi per i protagonisti che la popolano, faceva schifo. E che a loro non stava più bene. Delusi profondamente da chi aveva abusato del proprio potere per soddisfare i desiderata privati propri e delle contigue oligarchie invece che dei cittadini, in nome del quale si dice di amministrare la cosa pubblica. Cittadini, non sudditi, che non volevano rassegnarsi abbassando il capo davanti a quella crisi morale e culturale, prima che politica, che già si stava evidenziando, e che poi è esplosa. Fu messo in discussione l’istituto della delega. L’idea stessa della rappresentanza. Le Istituzioni questa richiesta di Politica, di politica “alta e altra”, non solo non l’hanno compresa – per ignoranza o malafede poco importa oggi – ma l’hanno discriminata e criminalizzata perché era simboleggiata da un personaggio criticabile e discutibile. Hanno visto lo specchio, ma non l’immagine riflessa.

Dopo il secondo Vday – quello contro “la casta dei giornalisti” celebrato il 25 aprile 2008 pure a Bari, in Via Sparano, in pieno centro – lasciai definitivamente il Meetup di Bari – ossia il gruppo di cittadinanza attiva nato spontaneamente sul territorio – perché le critiche che avevo immediatamente sollevato all’interno del movimento nazionale subito dopo il primo vday – tra i primissimi in Italia – sulla decisione di trasformare, senza alcun confronto con la “base” e in modo non del tutto trasparente, onesto e sincero, quei meetup in liste civiche, furono rispedite al mittente con violenza e aggressività. Facendo intuire – cosa di cui ebbi piena contezza alcuni mesi dopo – che tale progetto, quello di creare il Movimento 5 Stelle, era già stato ideato a tavolino nelle stanze della Casaleggio Associati, la società che gestisce il Blog di Grillo e che, risaputamente, non è costituita da “benefattori e da costruttori di pace”.

Tanto le 350 mila firme del primo vday quanto il milione e mezzo di sottoscrizioni del secondo vday, giacciono in qualche “scantinato del Potere”. I partiti e le istituzioni stanno testimoniando da tempo con inaudita protervia che non si vogliono autoriformare? I cittadini, attraverso Internet e gli strumenti ad esso connessi, si stanno organizzando, si stanno ridestando dal torpore decennale in cui erano sprofondati, perché costretti a farlo, per cambiare le cose. Si chiama dignità. Si chiama senso dello Stato. Si chiama etica pubblica ed etica della responsabilità. Tutte parole nobilissime che in questi anni sono state violentate e squalificate ontologicamente perché masticate da chi ha fatto della politica una professione. Da chi ha ritenuto le Istituzioni una proprietà privata. Si è continuato a parlare in questi anni, poco e male, di Grillo e delle sue uscite inopportune e spesso indecenti. Si sono censurati, totalmente e volutamente, i contenuti e le politiche che dal territorio sono entrate nelle “locali stanze del potere” con i primi amministratori pubblici “made in grillo”. Temi di buonsenso, spesso, che hanno ottenuto ancor maggior consenso perché tutto intorno è stata fatta, ovunque, terra bruciata. E più in Tv si ascoltavano da una Finocchiaro o da un Gasparri ipocrisie sempre più insostenibili, più dai cittadini veniva accettato anche il linguaggio duro e becero che giungeva dall’ex comico o da qualche suo sostenitore. Non si è analizzata e studiata la psicologia civica. Non si è compreso che si stava consolidando un Diritto alla Buona Politica. Se oggi il Movimento 5 Stelle è seriamente candidato a diventare il Terzo Polo del Paese, cari Bersani e Vendola (ma anche Di Pietro e Berlusconi), la colpa è anche e soprattutto la vostra. Il linguaggio e i modi saranno certamente a tratti inquietanti e socialmente pericolosi, come rileva Tommaso, ma se tutti gli inviti alla discussione, al confronto, alla comprensione politica – come ne sono venuti da Pippo ma non solo da lui, da e per tempo – non sono mai stati recepiti, in nome di una presunta superiorità culturale e morale, di cosa vi arrabbiate oggi? La vostra mancanza di umanità, di umiltà, di responsabilità e di una visione del Paese, in cui i più giovani vogliono continuare a credere con speranza ed entusiasmo, mossi dal proprio talento, nonostante tutto e tutti – perché pretendono di averne dignitosamente uno, di futuro – vi spazzerà via. Non Grillo con la sua dialettica da barbaro e i suoi modi da imperatore. Voi, sarete voi ad autoeliminarvi, alla fine. Ma i cittadini non vi permetteranno di distruggere, contestualmente, anche il Paese.

Andrea e Senad sono liberi

Andrea e Senad sono i due ragazzi bosniaci – dei quali avevo parlato qui e qui – rinchiusi per oltre un mese nel Cie di Modena perchè i loro documenti non erano più validi. Essendo nati e cresciuti in Italia, a Sassuolo, dove hanno frequentato le scuole e sempre vissuto, comportandosi, di fatto, da italiani, tale avvenimento ha indubbiamente sollevato un polverone e un istantaneo movimento di solidarietà per farli uscire da queste strutture di detenzione. Il coordinatore dei giudici di pace di Modena, alla faccia di Giovanardi che li reputava soggetti pericolosi socialmente (e il cui fratello gestisce l’incriminato Cie di Modena), con un’ordinanza ha stabilito che i due ragazzi siano immediatamente liberati in quanto nati in Italia e per i quali la Bossi – Fini non è applicabile. L’auspicio, pertanto, è che ora, anche con questa sentenza storica, si possa finalmente avere una legge sulla Cittadinanza basata essenzialmente ma non unicamente sullo Ius soli.

L’appello di Libertà e Giustizia

Il nuovo appello di Gustavo Zagrebelsky, Presidente onorario di Libertà e Giustizia, alla politica affinchè abbia la forza di autoriformarsi sulla spinta di chi prova a farla onestamente e appassionatamente dall’interno delle istituzioni e dei partiti e che non può più tollerare il degrado morale e civico che si è diffuso, purtroppo, ormai senza alcuna discontinuità, in tutti i partiti. A questi cittadini “impegnati” è richiesto un atto di coraggio. Un atto di amore democratico e di rigurgito civile. Denunciare il marcio che corrode le fondamenta e bonificare la politica. Non è facile. Si rischia di venire isolati o di venire espulsi per aver fatto il proprio dovere, per essere state persone pulite e genuine. Ma occorre un intervento di chirurgia etica. Per restituire un’estetica e una dignità alla politica. Abbiamo perso, tutti, fin troppo tempo. E non possiamo permetterci di perderne altro.

Oggi, quando la distanza tra i cittadini e i partiti non è mai stata così grande, proprio oggi è urgente un’opera di riconciliazione nazionale con la politica. Forse, il maggiore tradimento perpetrato dalla nostra “classe dirigente” nei confronti della democrazia, è consistito nell’aver reso la politica un’attività non solo non attrattiva ma addirittura repulsiva e di aver respinto nell’apatia soprattutto le generazioni più giovani, proprio quelle dove si trova la riserva potenziale di moralità e impegno politico di cui il nostro stanco Paese ha bisogno. Gli scandali e le ruberie in un partito si riverberano in colpe di tutti i partiti. La percezione è che nel tempo si sia creato un sistema di connivenze e omertà, rotto occasionalmente solo dall’esterno, dalle inchieste giudiziarie o giornalistiche (da qui, la diffusa insofferenza per l’indipendenza della giustizia e dell’informazione). Questo sistema, prima che con le riforme legislative, può essere incrinato solo dall’interno. La connivenza può rompersi solo con la dissociazione e la denuncia. Le tante persone che, nei partiti e nella pubblica amministrazione avvertono la nobiltà della loro attività, escano allo scoperto, ripuliscano le loro stanze, si rifiutino di avallare, anche solo col silenzio, il degrado della politica. Come possiamo accettare che un parlamento tanto screditato qual è quello scaturito dalla legge elettorale attuale possa mettere mano alla Costituzione? I frutti sono il prodotto dell’albero. Nessuna speranza può esserci che i frutti siano buoni se l’albero è malato.

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