Archivi Categorie: Integrazione

La Revoluçao brasiliana a Bari

Ho appena ricevuto questo breve comunicato stampa. Io ci sarò.

Le Associazioni Culturali brasiliane Origens di Ana Estrela e Artevida di Erivan Sousa Dos Santos, con Jaqueline Bispo Silva e la Comunità Brasiliana, lunedì 1° Luglio 2013 organizzano un CORTEO RITMICO in solidarietà e sostegno all’attuale rivoluzione che sta coinvolgendo tutto il Brasile. Insieme, vestiti di verde e giallo, al suono delle percussioni vogliamo mostrare che il nostro paese non è solo samba e capoeira, ma anche forza e resistenza non violenta. Invitiamo ogni brasiliano, amico e amante di questo splendido paese ad unirsi a noi nella nostra camminata.

Partenza: Piazza del Ferrarese ore 10.00
Arrivo: Spiaggia di Pane e Pomodoro ore 12.00
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L’intolleranza violenta degli italiani

Mostrata, nei giorni scorsi, attraverso una pluralità di modalità (con i leghisti sempre in primo piano per la loro raffinatissima dialettica), nei confronti del Neoministro dell’Integrazione Cecile Kyenge (qui nella sua prima intervista da ministra) è assolutamente indecente. Inaccettabile. Sono una esigua minoranza, si dirà. Sarà cosi, ma la stragrande maggioranza che tollera questo modus comportandi ed essendi si rende complice e correo di questo scempio etico, culturale e sociale.

In Italia i cittadini di origine straniera, poco meno di 6 milioni, la stragrande maggioranza dei quali fa – proprio nel Nord, culla di questi umori primordiali e primitivi – tutti quei lavori che gli italiani da anni hanno smesso di voler fare, in nome di una presunta superiorità morale, sono una risorsa. Sono un valore aggiunto. Prima lo capiamo e meglio sarà.

Perché i delinquenti non sono per definizione, come sottolinea esasperantemente da anni una parte politica ponendo la questione dell’immigrazione soltanto da un punto di vista della sicurezza e dell’ordine pubblico, i cittadini stranieri. Con la criminalizzazione di una condizione ontologica. I criminali ci sono sia italiani sia stranieri. E chi sbaglia deve pagare. A supporto di questa banalità, peraltro, ci sono tutta una pluralità di dati e di statistiche che rivelano con chiarezza quanto grave sia, in realtà, lo spread culturale degli italiani verso gli omologhi cittadini degli altri Paesi europei che affrontano il problema da un punto di vista della coesione sociale e dell’integrazione, con l’intento di riconoscere il valore sociale (che è anche un valore economico) delle comunità straniere che si radicano nelle nostre città.

E il ritardo, lo vediamo ogni giorno sfogliando i quotidiani, si manifesta anche con un linguaggio subdolo e poco rispettoso della diversità. In America, infatti, si stanno ponendo seriamente il problema. Lo stesso Ministro Kyenge, a cui va tutta la mia solidarietà per gli attacchi oltraggiosi e violenti subiti in queste prime settimane, lo ha evidenziato:

La fatica di trovare le parole giuste e corrette per dire le cose che succedono è un segno del ritardo culturale. E tra i compiti di un ministero dell’Integrazione c’è anche quello di  impegnarsi per colmare questo ritardo.

P.s. Mi sono già occupato, come si può vedere dalla colonna delle categorie sul lato sinistro del blog, in tante altre occasioni di integrazione e cittadinanza. A questo proposito, sullo Ius Soli, segnalo questa interessante riflessione, tratta da Lavoce.info.

Bari accolga Khadim “Bamba” Fall

Si chiama cosi l’appello che ho scritto, qualche giorno fa, insieme all’avvocata ed amica Francesca La Forgia (esperta di diritto dell’immigrazione), con cui sollecitiamo tutte le Istituzioni preposte a concedere, per gli alti meriti civili, il permesso di soggiorno a Khadim “Bamba” Fall. Qui l’ intervista – da cui è nato e che spiega l’appello seguente – uscita su Epolis che feci ad inizio aprile a questo ragazzo dal viso simpatico e dal grande cuore. Alla vicenda è dedicato anche questo Blog, realizzato sempre dal sottoscritto e sempre con la collaborazione di Francesca.

Il mare, non solo per la nostra città, è un simbolo. L’unico che, contemporaneamente, ha la forza per unire e separare. Paesi, popoli, culture, tradizioni. Il mare, inoltre, rappresenta uno specchio. Rivela la nostra identità. Racconta quello che siamo e che, forse, potremmo essere. Le reliquie di San Nicola, il santo patrono della città di origine straniera, giunsero via mare. E sono diventate, nel millennio successivo, non soltanto oggetto di culto, ma iconografia di una città che ha sempre conosciuto l’accoglienza, ospitale e solidale, dell’alterità. Integrata come valore aggiunto nel nostro territorio. Una diversità che si fa ricchezza. Culturale e sociale. Per tutta la comunità. Non sempre, però, la storia è stata “maestra di vita”. Non sempre, purtroppo, i/le cittadini/e hanno saputo esercitare la memoria storica vedendo in essa una preziosa piccozza culturale per abbattere i muri dell’intolleranza e dell’ignoranza. Oltrepassando ogni forma di razzismo.

Khadim “Bamba” Fall è un ragazzo senegalese di 34 anni, in Italia da oltre dieci anni, che sabato 30 marzo, mentre faceva la propria spesa pasquale, ha sentito urlare dalla vicina rosticceria. Percepita immediatamente la gravità della situazione e senza pensarci troppo, ha rincorso il giovane rapinatore, armato, che intimorito dalla sua fisicità si è lasciato afferrare. Una volta consegnato il malcapitato alle Forze dell’Ordine e restituito il “bottino” alle legittime proprietarie della rosticceria, per Khadim Fall, paradossalmente, proprio la sera di Pasqua, si è aperto il “Calvario della Burocrazia”.

Khadim Fall, infatti, a causa del quadro normativo attuale che non consente il rinnovo del permesso di soggiorno a quei/quelle cittadini/e stranieri/e che hanno perso il lavoro, e con esso quasi il diritto ad una esistenza visibile nelle nostre città, dopo pure tutte le campagne mediatiche che obbligano il/la migrante a a vivere nascostamente e ai margini delle nostre comunità come se il problema della sicurezza dipendesse unicamente e principalmente da questa condizione umana, rischia seriamente di dover lasciare il Paese.

Bari e l’Italia accolgano Khadim Fall! Lo adottino come buon esempio di cittadinanza; come testimonianza mirabile e virtuosa di un’integrazione non solo possibile, ma anche necessaria per dimostrare che nella nostra città “nessuno/a è straniero/a e tutti/e sono baresi”. Noi baresi, insieme, noi che a vario titolo abitiamo una città che ha scelto per Santo cristiano Protettore un migrante, votata alla convivialità delle differenze quale crocevia di popoli, chiediamo alle Istituzioni di questa Città e di questo Paese, perciò, con questo appello, che è anche e soprattutto un invito ad accogliere la bellezza della diversità e a riscoprire il gusto della legalità, l’assegnazione di un permesso di soggiorno, come già avvenuto in altri casi in Italia, per i suoi  meriti civili, a Bamba Fall. Per poter dire, con lui, che Bari può e vuole diventare la “Capitale Euro-Mediterranea dei Diritti”.

E chiediamo a chiunque lo voglia, in Italia e ovunque, di firmare questo appello.

Per firmare e sostenere questo appello è, infine, disponibile l’indirizzo mail: khadimlitaliareale@gmail.com

P.s.: Di questo appello se ne parla già qui. E anche a seguito di questa notizia, credo, sia ancora più importante sottoscriverlo e diffonderlo lealmente.

Del migrante e del rifugiato

Ieri è stata la Giornata Mondiale. Quest’anno è stata festeggiata a Bari, promossa dall’Associazione Migrantes. Queste le parole del Pontefice. Il quale, in particolare, si è soffermato sulla parola “speranza”. Che è una bellissima parola perché evoca il futuro. Ma i migranti che sbarcano sulle nostre coste, ora a Lampedusa ora sui lidi salentini, proprio per costruirselo un futuro, a dispetto di un presente infernale e di guerra da cui spesso scappano, comprendono subito che in Italia per loro non c’è speranza. E lo capiscono ancora meglio quando, pur non essendo colpevoli di nessun reato, finiscono nei Cie. O se ne commettono qualcuno, fosse solo perché mossi dalla disperazione, finiscono in carcere, che notoriamente nel nostro Paese sono luoghi accoglienti ed ospitali (eufemismo). Dal Cie alle carceri. Da lager occulti dove i diritti umani non sono frequentati e intorno ai quali c’è una grande indifferenza a lager tollerati ed istituzionalizzati dove la violazione dei diritti non fa notizia e manco scandalo, fino a quando poi arrivano condanne europee.  Ecco, se di speranza dobbiamo parlare, che sia vera speranza. Piena, reale, convinta. Soprattutto condivisa, col fine di avere una società a misura dei desideri e della dignità di chiunque. Altrimenti è ipocrisia.

Per i ragazzi del Sud non c’è futuro?

L’Italia non è un paese per bambini, soprattutto se nati nel Meridione. Nel Sud sono 417.000 i ragazzini in condizioni di indigenza, 720.000 quelli nelle stesse condizioni in tutto il territorio nazionale. A lanciare l’allarme è Save the Children col nuovo rapporto “Fare comunità educante: la sfida da vincere di crescere al Sud”, realizzato in collaborazione con Fondazione con il Sud. L’Italia, spiegano le associazioni, “non è un Paese adatto per bambini e adolescenti, sono stati dimenticati da tempo, non investe su di loro e sul loro futuro; la deriva più grave riguarda quelli che vivono al Sud”. Tra il 2010 e il 2011, le famiglie con minori povere sono aumentate del 2%. E proprio qui la spesa sociale comunale che li dovrebbe sostenere è la più bassa d’Italia, 61 euro in media nelle principali regioni meridionali  che scendono a 25 in Calabria, rispetto ai 282 dell’Emilia-Romagna o ai 262 del Veneto. Se la povertà pesa così tanto su bambini e adolescenti del Sud, il percorso di crescita e quello educativo spesso non riescono a fare la differenza in positivo. Fra le emergenze, quella dei piccoli da 0 a 2 anni , in regioni come Sicilia, Calabria, Campania e Puglia sono in media solo 5 su 100 quelli presi in carico negli asili nido pubblici o nei servizi integrati, rispetto ai 27 di Valle d’Aosta e Umbria o ai 29 dell’Emilia-Romagna. L’abbandono scolastico precoce nelle stesse regioni riguarda almeno un adolescente su 5. Ma fuori dalla scuola i ragazzi rischiano spesso di cadere nella rete della criminalità organizzata. Sono 681.942 i ragazzini residenti nei comuni sciolti per mafia al Sud, o quelli delle aree contaminate da impianti siderurgici, chimici, petrolchimici, attività portuali, discariche urbane e industriali fuori controllo che soffocano quasi un milione di bambini e adolescenti, più di 840.000 solo in Campania e Puglia. Aree disagiate che finiscono per influire e compromettere il futuro di tanti ragazzini.

A questi dati, per provare a comprendere meglio quanto la crisi stia alterando gli equilibri sociali nel nostro Paese, e quanto stia in parte modificando proprio l’antropologia (con la Banca d’Italia che ci dice che la metà più povera delle famiglie italiane detiene il 9,4% della ricchezza totale, mentre il 10% più ricco ha il 45,9%.), occorre aggiungere quelli forniti dall’Ismu (Iniziative e Studi sulla MUltietnicità) e leggerli tutti insieme. Perché il nostro è il tempo della complessità e dobbiamo sforzarci di articolare le nostre proposizioni sulla base di approcci sempre più multidisciplinari. Come un albero in cui i rami si aggrovigliano spontaneamente. L’Ismu ci dice che dopo Portogallo e Spagna, ora anche in Italia, è in corso un fenomeno particolarmente importante: le emigrazioni sono di più delle immigrazioni. Aumentano gli italiani (+9%), specialmente giovani e qualificati, che scelgono di cercare fortuna altrove: i connazionali residenti all’estero sono 4 milioni e 200 mila, un numero che tocca da vicino quello degli stranieri in Italia. Lo scorso anno sono arrivati 27 mila stranieri mentre hanno fatto le valigie per l’estero 50 mila italiani. Uno scenario impensabile anche solo in tempi recentissimi: dal 2002 al 2009 ha varcato la frontiera italiana una quota oscillante tra i 350 mila e i 500 mila migranti l’anno. Gian Carlo Blangiardo, il docente di Demografia all’Università Milano-Bicocca che ha presentato il rapporto, rivela il dato secondo cui alto è il numero dei migranti che hanno deciso di lasciare il nostro Paese: sulla base del censimento effettuato dall’Istat lo scorso anno, circa 800 mila stranieri iscritti all’anagrafe non sono più presenti sul territorio italiano. Al primo gennaio 2012, inoltre, gli stranieri in Italia erano 5 milioni 430 mila contro i 5 milioni e 403 mila rispetto a un anno prima. Secondo l’Ismu questo non significa che gli stranieri smetteranno di venire e che abbandoneranno gradualmente il Belpaese, significa che l’incremento sarà lento e graduale, con i residenti non italiani che aumenteranno di 6 milioni entro il 2041, passando a rappresentare dall’attuale 8% della popolazione al 18%. E aumentando i migranti che soggiornano da lungo tempo, crescerà il numero delle concessioni di cittadinanza (70 mila solo nel 2011) e diminuirà anche la quota di irregolari (-26%). Se la prossima sfida, perciò, è l’integrazione di coloro che ormai vivono qui stabilmente, occorrerà tenere a mente soprattutto quei 756 mila alunni nati da genitori stranieri che frequentano le nostre scuole e che non possono ottenere la cittadinanza italiana prima della maggiore età.

Chiudo questo intervento con le parole di Alessandro Gilioli.

Usciamo da un’epoca in cui la politica è stata quasi sempre sporcarsi non solo le mani, ma anche l’anima, la coscienza, il cuore. La vera politica invece è come il vero amore: spesso si nasconde. Si nasconde nel bisogno di fare qualcosa, senza accontentarsi più della rabbia, della protesta, del lamento. La vera politica parte dalla consapevolezza che siamo tutti interconnessi, e non da Internet, ma dalle nostre coscienze. Dalla consapevolezza cioè che non può esistere nessuna persona veramente felice se quelle che ha intorno sono disperate. Dalla consapevolezza che la lotta per cambiare gli altri non sarà mai vincente senza una lotta quotidiana per migliorare se stessi. Dalla consapevolezza che i mezzi qualificano il fine e che quindi le nostre pratiche individuali e collettive sono la vera chiave per arrivare il più vicino possibile a ciò che vogliamo.

Presentato il Rapporto Caritas-Migrantes 2012

Oggi a Bari, presso la Chiesa di San Marcello – una delle migliori della nostra città per l’impegno sociale straordinario profuso generosamente e genuinamente dal suo parroco Don Gianni – è stato presentato il Rapporto Caritas-Migrantes 2012, relativo alla presenza di immigrati in Puglia. Se ne parla in questo articolo.

Gli immigrati non comunitari sono quasi 65 mila, di cui 32.224 solo nella provincia di Bari. Albania (34%), Marocco (12,4) e Cina (6,7%) le nazioni da cui provengono la maggior parte degli stranieri non europei presenti nella nostra Regione, mentre la Romania con oltre 22.633 è in cima alla classifica dei paesi di origine degli immigrati comunitari.

Arrestati i caporali di Nardò

L’estate scorsa, quando a Nardò scoppiò la rivolta dei migranti contro i caporali, visitai l’agro della masseria Boncuri, volendo capire di persona cosa stesse succedendo. Anche perché dalle nostre parti una simile protesta dei migranti contro lo schiavismo imposto dai caporali non si era mai visto. Feci un ampio e bel reportage per Go-Bari.

La crisi economica ha colpito anche l’ambito dell’agricoltura, rendendo ancor più instabile e precario il mercato ortofrutticolo, già in difficoltà. Nonostante i salari per gli stagionali stranieri fossero già stati pattuiti, i “padroni” pretendevano non solo di corrispondere cifre irrisorie per ogni cassetta riempita (perché da queste parti il lavoro continua ad essere a cottimo), ma anche di trattenersi una percentuale per il “servizio navetta” che loro garantivano, ossia trasportare nei campi gli stessi migranti. I quali, esasperati, sono insorti. Con grande dignità e grande coraggio. Nel capolavoro di Carlo Levi, “Cristo si è fermato a Eboli”, si legge: “Il loro cuore è mite, e l’animo paziente. Secoli di rassegnazione pesano sulle loro schiene.. Ma quando, dopo infinite sopportazioni, si tocca il fondo del loro essere, e si muove un senso elementare di giustizia e di difesa, allora la loro rivolta è senza limiti, e non può conoscere misura. È una rivolta disumana, che parte dalla morte e non conosce che la morte, dove la ferocia nasce dalla disperazione”.

Oggi, dopo quasi un anno, finalmente, gli arresti. Vedremo, tra qualche mese, quando torneranno i migranti nei campi salentini, se qualcosa è effettivamente cambiato.

I Cie in Italia: dove la tortura è legalizzata

Nei giorni scorsi, come avevo preannunciato, si è svolta a Bari come in molte altre località italiane, una nuova visita al Cie cittadino. Ho preso spunto da questa iniziativa per condividere, con gli amici di Giù al Sud, alcune riflessioni.

Karl Jaspers nel suo “La questione della colpa” individuava con chiarezza quattro colpe: “la colpa criminale, quella politica, quella morale e quella metafisica”. Con i migranti o i cittadini di origine straniera (leggasi il recente “caso Modena”) non si sbaglia: la loro unica colpa è ontologica. Rinchiusi arbitrariamente e contro la loro volontà, senza aver commesso alcun illecito penale. Il principio di uguaglianza e le “leggi” morali che hanno ispirato la Costituzione o la Dichiarazione dei Diritti Umani, in un Paese che non ha nel suo ordinamento il reato della tortura, piegati da una normativa e da una burocrazia nazista. In queste strutture la dignità individuale viene stuprata ogni giorno: frequentissime sono le violenze fisiche e psicologiche perpetrate nei confronti di chi spesso non conosce neanche i propri diritti, per via della non conoscenza della lingua italiana. Un Governo credibile dovrebbe investire da un lato sulla cooperazione internazionale tramite la quale attrarre investimenti e talenti, dall’altro sviluppare politiche solide basate sulla solidarietà, sull’accoglienza e sulla “convivialità delle differenze”. Un Governo credibile non darebbe l’impressione di essere ricattata da qualche forza politica che non vuole conferire la cittadinanza a chi nasce in Italia o vi risiede da un numero congruo di anni legalmente lavorando onestamente. Un Governo credibile ristrutturerebbe con coraggio l’architettura istituzionale curando il cancro della burocrazia semplificando le procedure per il rilascio dei permessi di soggiorno o l’assegnazione degli asili politici per chi giunge da Paesi politicamente instabili. Un Governo credibile includerebbe nel suo progetto di riforma del mercato del lavoro il reato del caporalato e del lavoro nero di cui non si parla affatto in questi mesi e che sono piaghe dolorosissime presenti nel Mezzogiorno d’Italia.

(Qui, invece, è possibile trovare una completa rassegna stampa, curata dall’Associazione “Class Action Procedimentale”, sulla visita da parte della delegazione barese di giornalisti all’interno del Cie di Palese)

Una campagna europea contro i CIE

Dei Cie mi sono sempre interessato ed è infatti da tempo che mi preoccupo della vicende dei migranti e dei cittadini stranieri che in questo Paese non sono riconosciuti come un possibile valore aggiunto, ma come un peso o peggio come un problema di ordine pubblico. In questo blog diversi post ho dedicato a questi temi. Qui l’ultimo. Aderisco, quindi, alla nuova iniziativa lanciata dai promotori della campagna “LasciateCIEntrare”. A causa della difficoltà per i giornalisti di poter accedere a queste strutture di detenzione nonostante le rassicurazioni del Ministro dell’Interno. In Italia la mobilitazione si svolgerà dal 23 al 27 aprile.

Centri di identificazione ed espulsione per stranieri: ancora difficile l’accesso ai giornalisti nonostante le rassicurazioni del ministero dell’Interno, denunciano i promotori della campagna “LasciateCIEntrare”. Al via un appello e una campagna di MOBILITAZIONE in Italia e in Europa contro le detenzioni amministrative. La campagna “LasciateCIEntrare” è nata a seguito del divieto di informazione nei CIE (Centri di identificazione e di espulsione) e nei C.A.R.A. (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) espresso nella circolare n.1305 del primo aprile 2011 firmata dall’allora Ministro dell’Interno Roberto Maroni che bloccava l’accesso della stampa nei centri. Il 25 luglio giornalisti, avvocati, sindacalisti, moltissime associazioni della società civile hanno accompagnato “dal di fuori” parlamentari di diverse forze politiche in visita nei centri per migranti. Una mobilitazione civile e politica per affermare il diritto di poter sapere, conoscere e informare sulle condizioni di migliaia di migranti, uomini donne e minori presenti nei centri. Da allora siamo andati avanti e a dicembre la decisione del nuovo Ministro Anna Maria Cancellieri di sospendere il divieto è stata accolta con soddisfazione perchè raccontare ciò che avviene in queste strutture è un diritto-dovere di chi fa informazione. Eppure, ancora oggi la sospensione del divieto non rappresenta de facto la garanzia della libertà di informazione. Capire e raccontare cosa accade in questi luoghi è estremamente difficile a causa della discrezionalità con la quale le richieste di accesso vengono gestite e trattate. Grazie all’attenzione di molti giornalisti, avvocati e attivisti sono venute fuori storie di persone rinchiuse ingiustamente, di errori giuridico amministrativi, di rivolte, di mancata assistenza, di trattamenti al limite del rispetto dei diritti umani e civili. Abbiamo visto giovani nati e cresciuti in Italia che sono stati chiusi in un CIE, poi liberati con una sentenza, perchè i loro genitori “stranieri” avevano perso insieme al lavoro anche il permesso di soggiorno. Abbiamo incontrato potenziali richiedenti asilo, donne vittime di abusi sessuali o dell’ignobile tratta delle schiave, lavoratrici e lavoratori residenti in Italia da anni la cui unica colpa è stata quella di aver perso il proprio posto di lavoro e di non averne trovato un altro in tempo utile. Abbiamo visto e sentito l’assurdità delle condizioni in cui lavora anche chi si occupa della loro vigilanza e assistenza. Ci chiediamo quanto questo sistema rappresenti un inutile costo per la pubblica amministrazione. Crediamo, al di là delle nostre differenti estrazioni e delle nostre posizioni politiche, che trattenere fino a 18 mesi rappresenti un’ulteriore aberrazione di questo sistema e di queste procedure. Crediamo che un uomo o una donna non possano essere privati di un diritto fondamentale ed inalienabile come quello della libertà personale, per una detenzione amministrativa. Siamo coscienti che non si tratta di una questione unicamente italiana ma che riguarda l’intera Europa, diviene perciò sempre più urgente aprire un dibattito che porti a rivedere le condizioni di movimento dei cittadini migranti. E’ tempo di trovare una soluzione alternativa alla detenzione amministrativa e crediamo convintamene che questo vada fatto ora. E questo chiediamo, inoltre alla politica, che si apra subito un confronto a livello nazionale e internazionale per rivedere nei termini e nella sostanza l’attuale normativa. Anche per questo la campagna LasciateCIEntrare aderisce a quella europea OPEN ACCESS NOW, rilanciando la mobilitazione nel mese di aprile, con organizzazioni di tutta Europa, parlamentari e operatori dell’informazione, che visiteranno i centri per riportare la pubblica attenzione su questo tema. Senza un’informazione libera di poter informare, alla società civile e a un paese intero vengono sottratti i fondamentali strumenti di democrazia. La firma di tutti noi a questo appello è per ricordare e ribadire insieme la volontà che la nostra democrazia non arretri di fronte a nessun muro. Nè quello dei diritti umani, nè tantomeno quello del silenzio e della censura.

 

Al fianco di Undesiderioincomune, contro i Cie

Su questo piccolo blog, ai Cie ho già dedicato alcuni post – qui l’ultimo “La Procura di Bari ha aperto un’inchiesta sul Cie” – con l’intento di alimentare un dibattito sereno, oggettivo e costruttivo. Perché questi luoghi infernali dove la dignità è violentata devono essere chiusi quanto prima. Ed è con questo proposito che rilancio l’ultimo comunicato dell’associazione barese “Un desiderio in Comune”.

Undesiderioincomune aderisce alla class action procedimentale che chiede la chiusura del CIE di Bari per la sistematica violazione dei diritti fondamentali, anche al di la delle gravi condizioni igienico sanitarie. E chiede che tutti i CIE vengano chiusi perché lesivi della dignità umana e di ogni diritto, perché costituiscono un‘aberrazione giuridica in sé, anche se fossero (e certo non lo sono) alberghi di lusso. Il sistema di trattenimento nei CIE è stato introdotto dalla legge Turco- Napolitano nel 1998, inasprito dalla legge Bossi-Fini del 2002 e dai successivi pacchetti sicurezza. È ben nota la situazione della detenzione amministrativa nei CIE (centri di identificazione ed espulsione) prima CPTA (centri di permanenza temporanea ed assistenza), e subito dopo semplicemente CPT (centri di permanenza temporanea, senza neanche più la parvenza di connotazione assistenziale). Dalla loro istituzione, in questi luoghi si sono verificati abusi e violenze di ogni genere, una violazione costante e generalizzata dei più elementari diritti della persona; sono stati sistematicamente violati per effetto di direttive ministeriali, i diritti fondamentali costituzionalmente garantiti a tutti – e non solo ai cittadini – quali il  diritto alla libertà personale, il  diritto di difesa, il  diritto alla salute. E nonostante le numerose denunce da parte di associazioni e movimenti, i rapporti di organizzazioni umanitarie e persino di commissioni ministeriali (Commissione de Mistura), i CIE rimangono ancora oggi aperti, colmi di cittadini stranieri colpiti da provvedimento di espulsione all’arrivo oppure che hanno perso il permesso di soggiorno, anche a seguito del licenziamento quale conseguenza della crisi economica. La detenzione amministrativa è l’espressione più feroce e violenta delle attuali leggi sull’immigrazione: è riservata ai migranti che non hanno un regolare permesso di soggiorno o che lo hanno perso, anche se nati in Italia e non hanno mai avuto la cittadinanza di un altro paese. Investe tutti i migranti, anche richiedenti asilo, i minori e chi versa in precarie condizioni fisiche incompatibili con il trattenimento. E tante sono le donne che precipitano nel buco nero dell’assenza del diritto, vittime di una doppia violenza, come donne e come migranti. Sfruttate e maltrattate, denunciate e violentate. Ed ancora più grave è la condizione che vivono le donne migranti, maggiormente esposte – al pari di ogni donna – alla perdita di un lavoro regolare, dunque più ricattabili e spesso costrette ad accettare ogni forma di violenza e di sfruttamento pur di non essere espulse. Mesi fa abbiamo aderito all’appello per il rilascio di Adamà che per sfuggire alla violenza di un uomo è finita nel CIE di Bologna. Adamà non è però un caso eccezionale, ma è la normale eccezione che rinchiude uomini e donne in strutture neanche assimilabili alle carceri, senza che abbiano commesso alcun reato, se non quello di esistere. I CIE sono da chiudere non solo per le pur gravi condizioni igienico-sanitarie, ma perché ledono dignità e diritti inviolabili, infliggono trattamenti degradanti, sono incredibilmente costosi e fondamentalmente inutili. E’ un luogo di sospensione di ogni diritto, sono un dispositivo di violazione e di controllo dei corpi. Sottoscriviamo l’appello della class action per la chiusura del CIE di Bari, unendoci alle tante iniziative che in questa città, in Puglia ed in Italia, dal 1998 ad oggi, non hanno smesso di denunciare lo stato d’eccezione permanente rappresentato da strutture quali i CIE. Ci opponiamo alla cultura politica che li ha prodotti e alle leggi che li hanno realizzati: queste leggi e queste strutture istituzionalizzano razzismo, abusi, violenza di genere, rendono ricattabili e producono clandestinità. 

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