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Le aziende straniere sono una risorsa

La Fondazione “Leone Moressa” di Venezia conferma quello che alcuni già pensano e sostengono da tempo, soprattutto in questo tempo di crisi: che bisognerebbe investire e credere in tutto quello che può essere percepito come una risorsa. Anche, quindi, negli stranieri e nella loro capacità di fare impresa. Di essere agenti, nel territorio dove si radicano, dello sviluppo economico e culturale.

Il 5,5 per cento del Pil italiano è prodotto da imprese condotte da stranieri. Il primato spetta all’edilizia, dove il 13,8 per cento della ricchezza prodotta nel settore viene da aziende di stranieri. Seguono il commercio con il 10,1 per cento, la manifattura con il 6,6 per cento e i servizi alle persone  con il 6,3 per cento. Questo è quanto “valgono” le 454mila aziende gestite da immigrati, secondo la Fondazione “Leone Moressa” di Venezia. In un anno hanno prodotto 76 miliardi di euro.

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L’Italia responsabile di una strage

A dirlo, purtroppo, il Consiglio d’Europa. Tanta amarezza e tanta vergogna per un Paese che ha contribuito ad uccidere 63 persone innocenti che scappavano da un inferno non sapendo che, forse, sarebbero giunti in un altro inferno; quando loro e tantissimi come loro non sognano che un paradiso dove riscattare il dolore di un popolo e di intere generazioni soffocate dalla povertà e dalla miseria. Con il Mediterraneo sempre più dimenticato cimitero liquido dove a sprofondare è anche la nostra decenza.

Andrea e Senad sono liberi

Andrea e Senad sono i due ragazzi bosniaci – dei quali avevo parlato qui e qui – rinchiusi per oltre un mese nel Cie di Modena perchè i loro documenti non erano più validi. Essendo nati e cresciuti in Italia, a Sassuolo, dove hanno frequentato le scuole e sempre vissuto, comportandosi, di fatto, da italiani, tale avvenimento ha indubbiamente sollevato un polverone e un istantaneo movimento di solidarietà per farli uscire da queste strutture di detenzione. Il coordinatore dei giudici di pace di Modena, alla faccia di Giovanardi che li reputava soggetti pericolosi socialmente (e il cui fratello gestisce l’incriminato Cie di Modena), con un’ordinanza ha stabilito che i due ragazzi siano immediatamente liberati in quanto nati in Italia e per i quali la Bossi – Fini non è applicabile. L’auspicio, pertanto, è che ora, anche con questa sentenza storica, si possa finalmente avere una legge sulla Cittadinanza basata essenzialmente ma non unicamente sullo Ius soli.

La Procura di Bari ha aperto un’inchiesta sul Cie

Dopo averne scritto già su questo blog, specificatamente in questo post, nel raccontare la Giornata del Primo Marzo, per GoBari ho curato un piccolissimo aggiornamento, reso possibile dalla notizia che vuole la Procura di Bari interessata a indagare per conoscere le effettive condizioni di vita dei migranti detenuti nel Cie della nostra città. Ma estendendo la panoramica anche agli altri Cie italiani, mi sono pure occupato, preoccupato, della vicenda dei due ragazzi bosniaci che, nati e cresciuti a Sassuolo, sono finiti incredibilmente nell’istituto di Modena e le cui ragioni – che richiamano al diritto alla dignità – pare non facciano molta notizia. Ali Baba Faye ne scrive indignato pure sul Fatto Quotidiano.

Cosa succede ad una persona nata e vissuta in Italia, da genitori stranieri, che al compimento del suo 18° anno non ottiene la cittadinanza italiana? Diventa immigrato. Cosa succede se quell’immigrato non ottiene il permesso di soggiorno perché non trova lavoro? Diventa “clandestino”! E che cosa rischia un “clandestino” quando viene controllato dalle forze dell’ordine? Viene arrestato e rinchiuso in un Centro d’Identificazione e Espulsione (CIE) il tempo necessario per provvedere alla sua espulsione. E se questa persona non possiede un’altra nazionalità? Diventa apolide ovvero senza patria. E allora dove la mandano se è apolide? Da nessuna parte, resta nel CIE, una struttura peggiore del carcere. Andrea e Senad (23 e 24 anni) però non possono essere espulsi perché privi di nazionalità. Infatti, i loro genitori, non li avevano segnalati all’ambasciata bosniaca né avevano presentato domanda per naturalizzarli italiani. Così Andrea e Senad sono diventati apolidi e lo Stato italiano non sa dove rimpatriarli e dunque li tratterrà nel CIE di Modena chissà ancora per quanto tempo. Di fronte a casi come questi non si può tacere ed è per questo che l’Associazione “Giù le Frontiere” ha lanciato una petizione per l’immediato rilascio di Andrea e Senad e del loro riconoscimento come cittadini italiani.

Iside Gjergji si chiede, infine, a cosa servano davvero questi “lager moderni”.

Chiudere i Cie/2

Lo avevo scritto già qui, qualche giorno fa, nel commentare la Giornata del Primo Marzo di Bari. Provando a spiegare contestualmente che i Cie, i centri di identificazione e di espulsione, non sono semplici luoghi per l’accoglienza provvisoria di uomini dall’origine geografica ignota, ma veri e propri istituti penitenziari dove vengono meno i basilari diritti umani individuali. E questa agghiacciante storia che giunge da Sassuolo, cittadina in provincia di Modena, lo conferma ulteriormente. Non possiamo più permetterci in Italia strutture simili. Nè di continuare a vivere serenamente in un Paese nel quale non sia riconosciuta la cittadinanza a coloro i quali nascono qui da genitori già radicati da anni sul territorio. Basta.

Chiudere i Cie

Il primo marzo scorso, a Bari come in molte altre città italiane, è stato dedicato ai diritti dei migranti, in quella che ormai dal 2010 è ufficialmente la Giornata dello Sciopero o della Mobilitazione dei migranti. A Bari, come avevo raccontato in questo post, la riflessione è stata dedicata ai Cie, ossia ai Centri di Identificazione e di Espulsione. L’incontro, svoltosi presso la Sala consiliare del Comune di Bari, per volere dell’Assessore all’Accoglienza e alla Pace Fabio Losito, ispirato dalla recente sentenza di condanna per il nostro Paese da parte della Corte Europea dei Diritti Umani, è stato molto interessante e partecipato. Presenti gli avvocati Dario Belluccio dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, l’avvocato Alessandra Baldi dell’Avvocatura del Comune di Bari che ha presentato la perizia con cui si documentano le condizioni – definite “raccapriccianti” – in cui versa il Cie di Bari, e gli avvocati Carlucci e Paccione, proponenti dell’azione popolare o class action procedimentale avviata proprio con l’intento di chiudere questi luoghi infernali di detenzione. Questi luoghi nei quali sono violati i basilari diritti dell’uomo, di fatto detenuti illegalmente e contro la loro volontà. Trattenuti senza aver commesso alcun reato, ma reclusi soltanto per la loro etnia e in ragione dell’incapacità del nostro Paese di valutare tempestivamente la condizione di queste persone valutando le loro richieste di asilo politico. La discussione è stata a tratti emozionante, certamente coinvolgente. E’ stato un primo passo. Bisogna proseguire il cammino. Insieme. Bisogna andare oltre. Senza indugiare.

La mia intervista di presentazione dell’iniziativa a Frontiere Webtv.

Il prossimo Primo Marzo a Bari

Il prossimo Primo Marzo, come in molte altre città italiane, anche a Bari, ci sarà un momento di riflessione sui Diritti dei Migranti. Nel capoluogo pugliese l’Assessore comunale all’Accoglienza e alla Pace, Fabio Losito, ha deciso, stimolato dal sottoscritto che modererà il dibattito, di organizzare un workshop sui Centri di Identificazione e di Espulsione, i famigerati Cie. Questo evento è rilanciato anche sul sito del Comune di Bari. Mentre quella che segue è la notizia pubblicata su Go-Bari.it

La giornata del Primo Marzo, dal 2010, per tutti i cittadini stranieri presenti in Italia, non è una giornata come le altre. E’, infatti, la loro giornata. Due anni fa migliaia di immigrati scesero, per la prima volta, insieme agli italiani, nelle piazze di molte città italiane per rivendicare i loro diritti e per denunciare le disuguaglianze profonde che ledono la dignità del nostro Paese. Disuguaglianze burocratiche e politiche a causa della Bossi – Fini, disuguaglianze culturali e sociali con migranti discriminati per la loro etnia o perché svolgono lavori che gli italiani non vogliono più fare e che guardano quasi con sospetto. E due anni fa si mobilitarono in massa, pur consapevoli delle possibili ritorsioni che potevano avere sui luoghi di lavoro, soprattutto quelli che operavano senza un regolare contratto, fortificati dai “loro” numeri. Quasi sei milioni gli stranieri in Italia. Il loro lavoro vale più di un miliardo di euro e con i loro contributi all’Inps sono pagate molte pensioni degli italiani. Per la consistenza dei loro versamenti dovrebbero avere servizi che, invece, non hanno.  A Bari quest’anno la Giornata sarà dedicata ai Cie. A pochi giorni dalla sentenza che condanna il nostro Paese per la pratica dei respingimenti, l’Assessorato alle Politiche educative e giovanili, Accoglienza e Pace del Comune di Bari, infatti, ha promosso un momento di riflessione sulle conseguenze delle scelte operate dai Governi italiani rispetto ai flussi migratori provenienti principalmente dall’area del Mediterraneo e davanti ai quali non possiamo restare indifferenti. Attraverso la testimonianza di chi ha varcato la soglia del CIE – Centro di Identificazione ed Espulsione di Bari Palese – si cercherà, nel corso del dibattito, di formulare proposte e suggerimenti con l’auspicio che questi intendimenti possano essere recepiti dal nuovo esecutivo, andando non solo oltre la stagione dei respingimenti e della detenzione per chi è percepito come un delinquente, ma anche inaugurando il tempo di un’accoglienza dove – per dirla alla Don Tonino Bello – la convivialità delle differenze sia esaltata nel segno della pace e dell’uguaglianza. L’appuntamento con “Condannati: l’Italia dei respingimenti e la vergogna dei CIE” è per giovedì  Primo Marzo, alle ore 17,00 nella Sala consiliare di Palazzo di Città. Ne discuteranno il Sindaco di Bari, Michele Emiliano, l’Assessore regionale alla Cittadinanza attiva e politiche di inclusione dei migranti, Nicola Fratoianni, l’Assessore alle Politiche educative accoglienza e pace del Comune, Fabio Losito e gli avvocati Luigi Paccione, Alessio Carulli, Alessandra Baldi e Dario Belluccio. A moderare il dibattito sarà Giuseppe Milano.

Cittadinanza e Uguaglianza

Qualche giorno fa, Carlo Galli elaborò una bella riflessione sul tema della Cittadinanza, con una pluralità di premesse storiche da non sottovalutare:

Un altro rischio sovrasta la cittadinanza moderna. L’attuale crisi dello Stato sociale è di fatto crisi della cittadinanza: la frammentazione della società, la marginalità, la precarietà, sono infatti espulsioni dalla sfera pubblica; la cittadinanza non è più appartenenza ma si rovescia in rancore, in frustrazione; e, ancora una volta, in esclusione. Nasce così un’assurda società post-moderna, in cui la diversità culturale è disuguaglianza civile e politica; una società che non fa convivere le differenze ma le stratifica, le gerarchizza. Ritorna, insomma, la difficoltà della cittadinanza, secondo una modalità che sembrava superata; non si tratta più del suo cattivo esercizio, ma di uno sbarramento all’accesso. L’argomento che allargando i casi di acquisizione della cittadinanza tramite lo ius soli si snaturerebbe l’identità italiana è del tutto erroneo: non c’è in Costituzione alcun accenno a una necessaria base naturale o culturale della repubblica, che è fondata solo sul lavoro e sui principi della democrazia. La cittadinanza esige non uniformità né omogeneità, ma uguaglianza e pari dignità.

La Costituzione, la nostra “bibbia civile”, quindi, nel nome della cittadinanza, non divide i popoli, ma tende ad unirli. Pur nella difesa e nella valorizzazione delle differenze sociali e culturali, dobbiamo declinare il tema della Cittadinanza insieme al tema dell’Uguaglianza. Oggi, purtroppo, questo non avviene non solo perchè la Costituzione è stuprata o difesa a giorni alterni a seconda delle convenienze istantanee dei partiti di destra, di centro e di sinistra che non hanno una visione del futuro perchè, forse, sono terrorizzati dall’idea che nel futuro prossimo del nostro Paese non ci sia più posto alcuno per loro; ma anche perchè sull’uguaglianza si stanno costruendo castelli di sabbia che, per definizione, sono destinati a crollare al primo soffio di vento. Si pretende, per esempio, che la legge sia uguale per tutti, ma poi moltissimi cittadini piegano le regole egoisticamente e furbescamente perchè ritengono lo Stato un parassita che vive sulle spalle degli onesti e quindi bisogna difendersi in una qualche maniera. L’idea che tale condotta individuale riverberi come un’onda gli endemici effetti negativi su tutta la comunità non è accarezzata. Lo stesso ragionamento si può, forse, fare per i migranti. Gli italiani e i cittadini stranieri, culturalmente nazionalizzati e naturalizzati, dividono gli immigrati in due categorie: “quelli che servono e quelli che non servono”, neanche si parlasse di animali. Se io ho una badante, una babysitter, una collaboratrice domestica il cui lavoro mi consente di fare quello che in passato non sono stato in grado di fare, di vivere in sostanza meglio la mia quotidianità, sono pronto a difenderne i diritti. Appena esco dal portone di casa, però, ed incontro il ragazzo che vende le rose o gli ombrelli o incrocio lo sguardo di quelli che vendono nei nostri viali le borse griffate – taroccate, ecco allora che siamo attraversati da pensieri vagamente razzisti o di pietà. “Ma perchè non se ne tornano a casa?”. Sensazioni che poi diventano di astio, di paura o proprio di intolleranza, come la cronaca spesso ci racconta, quando apprendiamo dagli organi di informazione di eventi delittuosi commessi da cittadini non italiani. I cui fatti, poi, non vengono minimamente approfonditi o meglio compresi. Ci accontentiamo delle briciole avvelenate. Dei titoli. Degli spot. Come possiamo, pertanto, garantire un’uguaglianza di diritti se non siamo in grado di testimoniare un’uguaglianza di dignità?

Vladimiro Polchi scrive:

“Lavorano di più, guadagnano di meno. Sono i giovani d’origine straniera che vivono in Italia. Rispetto ai coetanei italiani, sono più attivi nel mercato del lavoro, meno disoccupati, hanno contratti più stabili, lavorano più vicino a casa, ma hanno uno stipendio più basso, svolgono un lavoro non adatto al proprio titolo di studi e lavorano di più in orari disagiati. A tracciare l’identikit del giovane (15-30 anni) lavoratore straniero è l’ultimo studio della Fondazione Leone Moressa”. Nonostante la maggior parte di essi non superi la licenza media, quasi il 36% è sottoinquadrato, ossia possiede un titolo di studio più elevato rispetto a quello prevalentemente richiesto dal mercato. Per quel che riguarda i dipendenti la quasi totalità degli stranieri ricopre professioni operaie (83,2%) e appena il 10,2% da impiegato.

Dal lavoro, perciò, bisognerebbe ripartire. Diritto del lavoro sul quale è fondata la nostra Costituzione. Pari dignità e pari possibilità. Oggi il lavoro manca sia per gli italiani sia per gli stranieri, ma è anche vero che i secondi fanno i lavori che i primi non vogliono più fare; che i secondi spesso sono impiegati in ambiti per i quali il loro titolo di studio non conta niente e adempiono a mansioni, spessissimo, da operaio o da manovale, raramente da impiegato. Ancora poche le imprese “legali” dove il titolare è uno straniero. Come pochi sono ancora gli italiani che si scagliano contro la Bossi – Fini che impone ai migranti di rinnovare periodicamente il permesso di soggiorno collegato ad un lavoro poichè senza essi si finisce in clandestinità. Ed oggi l’aberrazione politica – normativa vuole che la clandestinità sia un reato, nonostante la Corte di Giustizia Europea lo abbia profondamente limitato e circoscritto.

Il prossimo primo marzo, pertanto, per il terzo anno consecutivo, gli immigrati scenderanno in piazza, mi auguro accompagnati da tanti italiani, non solo per denunciare l’attuale stasi normativa che ancora non attribuisce la cittadinanza a chi nasce in italia da genitori presenti sul nostro territorio da almeno 5 anni, ma anche per salvaguardare quel principio di giustizia sociale e di dignità individuale che strutture carcerarie come i Cie ed i Cara limitano drasticamente. Anche a Bari, forse, si farà qualcosa.

P.s. – Puntate precedenti:

Come Pesaro

La cittadinanza per Grillo

Olive e pomodori

Nel Cara di Bari

Gli stranieri sono una risorsa

Come Pesaro

Dovrebbero fare pure le altre città italiane. Lo Stato Italiano ancora non riconosce la cittadinanza agli stranieri che risiedono da anni nel nostro Paese o ai nati da genitori non italiani? Poco male. L’integrazione, che prima di tutto deve essere culturale e sociale, può compiersi anche attraverso la potenza degli esempi. E dei segnali che si punta a trasferire con più vigore a quelli che oggi ancora non vogliono vedere o sentire. A Pesaro, infatti, agli oltre 4500 bambini nati negli ultimi decenni, il Presidente della Provincia ha deciso di conferire la cittadinanza onoraria, accogliendo e rilanciando lo stimolo del Presidente della Repubblica sul tema della Cittadinanza. Nonostante Grillo, verrebbe da dire.

Chi nasce in Italia è italiano.

P.s. Pure a Torino si lavora per favorire l’integrazione e promuovere la cittadinanza.

La cittadinanza per Grillo

Sul tema della cittadinanza agli immigrati residenti in Italia, Beppe Grillo ha così commentato:

La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall’altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della “liberalizzazione” delle nascite.

Questa ennesima uscita di Grillo, a quanto sembra, non è stata particolarmente apprezzata anche da moltissimi “grillini”, non solo perchè la reputano una proposizione sbagliata dal punto di vista politico ed economico, ma soprattutto culturale e sociale.

Gli immigrati in Italia sono quasi sei milioni, rappresentano almeno l’8% della popolazione totale e crisi o non crisi è anche con il loro lavoro che l’Italia oggi evita il suo fallimento, poichè svolgono tutta una serie di mansioni che per varie ragioni gli italiani non vogliono più fare e, inoltre, contribuiscono con i loro contributi all’Inps di diversi miliardi di euro a sovvenzionare la pensione di molti italiani. Sarebbe un atto di giustizia sociale nonchè di moralità assegnare la cittadinanza a tutte quelle centinaia di migliaia di persone straniere che da tantissimi anni sono in italia, ne hanno imparato la lingua e si riconoscono nel nostro Paese, pur nelle sue infinite contraddizioni. La campagna “L’Italia sono anch’io”, sostenuta da una pluralità di sigle associative e sindacali, quindi, non solo va difesa ma va anche rilanciata con vigore ed entusiasmo, con prontezza e corresponsabilità, per poter con essa ottenere una legge che preveda lo Ius soli, ossia quel principio per il quale chi nasce in Italia è italiano.

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