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Olive e pomodori

Sono i principali prodotti agricoli che i migranti, sottoposti ad orari massacranti e vittime di una nuova schiavitù, raccolgono nei campi del Salento e della Calabria. Ma non solo.

Domenica scorsa si è celebrata la Giornata Mondiale dei Migranti. Sul mio profilo facebook avevo scritto:

Oggi è la Giornata Mondiale dei Migranti. Il ricordo della visita al Cara è ancora fresco. Ma oggi, a dire il vero, mi sono tornati in mente i volti sofferenti dei detenuti del Cie che visitai ad agosto scorso. E mi sale una profonda tristezza nel constatare quanto brutto sia la rinuncia alla vita e la perdita della speranza. Con uomini e donne trattati come animali.

Uomini, soprattutto, ma talvolta anche donne, che prima di approdare in questi gironi infernali devono soccombere alla cultura dell’omertà dei cittadini che con indifferenza reagiscono a sfruttamenti sempre più evidenti e dolorosi, come si evince anche da questa testimonianza.

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Nel Cara di Bari

Oggi sono entrato. E questo è il mio racconto.

Gli stranieri sono una risorsa

Cosi Tito Boeri, su La Repubblica, a proposito della legge che si dovrebbe fare, ma che ancora non si fa, sulla cittadinanza per gli immigrati che risiedono da anni nel nostro Paese, per lavorare legalmente e dignitosamente, e per quelli che vi nascono.

Il nostro Paese sta già chiedendo un contributo fiscale molto rilevante agli immigrati. La pressione fiscale ha da noi raggiunto quasi il 50%, portando via metà del reddito generato da tutti coloro che operano in Italia, immigrati compresi. Potrebbero decidere di andare a lavorare altrove, privando di assistenza molti anziani non più autosufficienti e impedendo cosi ai loro familiari di lavorare. Dovremmo, a fronte di tutto questo, impegnarci a favorire la progressione sociale e professionale degli immigrati che vogliono lavorare legalmente da noi. Non è solo una questione di equità. Ci servirà per tornare a crescere, utilizzando meglio il capitale umano che è già da noi e incentivando l’arrivo di immigrazione più qualificata.

Primo Marzo 2010 Sciopero degli stranieri


Il Blog Ufficiale dell’Evento.
Partecipate e fatevi Tutti portatori sani di una genuina e necessaria partecipazione di massa.

Sciopero!

Dai “Fatti di Rosarno”, ai quali ho dedicato gli ultimi due post di questo Blog, sono trascorsi diversi giorni e in questa settimana di meditato, voluto, silenzio, nel corso della quale ho letto tutti o quasi gli articoli riportati da La Stampa, da Articolo 21, da La Voce, e dagli altri organi che hanno dedicato attenzione a questo fenomeno dai vari risvolti, ho molto pensato, con sincera amarezza e sofferenza, agli immigrati e alla loro condizione, a come siano stati quasi sempre lesi i loro diritti e come vengano dilaniate le loro identità, a come le loro vite valgano meno di una briciola di pane, a quale inumana sofferenza siano sottoposti, per pochi luridi euro, quei martiri che si salvano da quell’Inferno chiamato “viaggio della speranza”, che per loro è Tutto, e che per moltissimi diventa l’ultima tappa di una vita mesta e penosa.


«Tu ci hai capito qualcosa? Chi c’è dietro, i Cobas?».
«No prefetto, né sindacati, né partiti. Sembra uno sciopero spontaneo, autoconvocato».
«Non prendermi per fesso, nessuno è in grado di organizzare un tale casino senza un’organizzazione alle spalle. Forse c’è lo zampino di qualche paese straniero, qualche ambasciata».
«Non credo…». «E certo, stavo scherzando. Chissà cosa ne pensano i servizi».
«Se non lo sa lei, prefetto».
«E poi che diavolo vogliono, si è capito?»
«Guardi, io ne so meno di voi».


Quando la realtà supera la fantasia. E le aspettative. E le timidezze. Vladimiro Polchi, giornalista di Repubblica, nel suo bel libro, Blacks out. Un giorno senza immigrati (Laterza), immagina che cosa accadrebbe se il 20 marzo 2010, a partire dalle ore 00.01, se gli stranieri che lavorano in Italia si fermassero per un giorno intero. Un giorno senza di loro, uno sciopero degli stranieri: un’idea di sicuro effetto, già frequentata in passato da Massimo Ghirelli e ripresa qualche giorno fa da Giuseppe Culicchia. La lettura di Blacks out è utile e dilettevole, perché si tratta di un romanzo che offre, però, anche una precisa analisi di quello che succede realmente in Italia a chi è ‘straniero’, attraverso fonti, dati attendibili e testimonianze di grande profilo. Fa piacere allora sapere che quella che nel libro di Polchi è una suggestione letteraria sia diventata iniziativa politica a tutti gli effetti. Senza etichette, né sigle, ma con le adesioni di molte associazioni, di tanti italiani e di numerosi stranieri. Proprio così: un giorno di sciopero. Per gli stranieri. E gli italiani che vorranno associarsi.

Sciopero!, Giuseppe Civati, dal suo blog

Rosarno: la rabbia e la verità

Quest’Italia bacchettona e razzista ha scoperto finalmente, come svegliata da un sonno profondo, che i migranti sono uomini, molto più uomini di tanti italiani vigliacchi e servili. Lo hanno scoperto all’improvviso, solo perché la tv ha deciso di dare spazio alla notizia della ribellione dei lavoratori immigrati di Rosarno. Una ribellione non nuova. La terza ribellione in Italia dopo quella di Castel Volturno, in Campania, nel settembre del 2008, e quella successiva, sempre a Rosarno, nel dicembre dello stesso anno. Se quello campano è stato il caso più eclatante, seguito al barbaro assassinio di sei onesti lavoratori africani da parte della camorra, le due rivolte di Rosarno sono la risposta fiera e coraggiosa agli atti di violenza subiti dagli immigrati, rei di lavorare e di essere visibili, di chiedere i loro diritti.

Conosco molti ragazzi africani che vivono e lavorano nelle campagne rosarnesi, alcuni hanno potuto affittare una casa, altri dormono all’addiaccio nei campi o nei casolari o dentro il famoso capannone abbandonato. Ho parlato con alcuni di loro, in questi anni e mesi, mi hanno descritto l’inferno in cui vivono, l’ambiente ostile, violento, irrimediabilmente marchiato dalla presenza capillare della ‘ndrangheta. Ho ascoltato le stesse parole che è possibile leggere nel bel libro curato dal mio amico Antonello Mangano (Gli africani salveranno Rosarno e probabilmente anche l’Italia). Non mi sono mai stupito, perché ormai so bene a quale inferno vanno incontro questi ragazzi d’Africa quando arrivano in Italia. E so bene, anche se fa male sentirglielo dire, che per molti di loro anche questo schifo è sempre meglio che la morte certa o l’assenza di opportunità a cui erano condannati nelle loro terre di origine. Molti di loro sono rifugiati politici, gente che aveva solo una scelta: scappare o morire.

E l’Italia, gli italiani, quelli con l’immagine di “brava gente” esportata in ogni dove, sembravano l’appiglio migliore, l’approdo in cui trovare diritti, solidarietà, comprensione, se non altro per il recente passato di emigrazione che ancora pulsa nelle vene degli italiani. O almeno dovrebbe, visto che la realtà ci racconta di un passato di cui non si ha memoria. Questi ragazzi vengono qui e ricominciano tutto, lontani da casa, affetti, dal profumo di una terra incantevole che sono stati costretti ad accantonare. Si rimboccano le maniche e si mettono al lavoro, mentre i nostri giovani tengono le chiappe bene al caldo e frignano per un telefonino nuovo, per un amore incrinato o per una festa non riuscita. Non è una predica, una paternale, ma di fronte a questi ragazzi africani dovremmo provare vergogna. Vergogna per il silenzio a cui li costringiamo, per l’assenza di solidarietà, per l’incapacità di percepire la grandezza, la ricchezza, il privilegio di incontrare storie di vita vera, culture, linguaggi, sensibilità diverse, nuove, incantevoli.

A Rosarno, e non solo lì, questa gente lavora 14 ore al giorno, duramente, senza pause e senza diritti; poi accade che chiedono la cosa più semplice e normale in un mondo civile: la paga, una paga misera ma pur sempre il prezzo del proprio lavoro, soldi utili per vivere e per far vivere i propri familiari in Africa.
Un immigrato non può restare senza soldi, non può aspettare, accettare ritardi, perché per lui è una continua lotta per la sopravvivenza. A Rosarno non ci sono ritardi, c’è la ‘ndrangheta, ci sono i “padroni” delle campagne che usano il caporalato per le “assunzioni” e poi spesso, a fine lavoro, al momento di pagare, decidono di non pagare, si rifiutano. E se il lavoratore immigrato protesta ecco che spuntano le armi, le pistole ed i fucili impugnati dagli scagnozzi del capo e dal capo stesso, che circondano il lavoratore e lo “invitano” ad andarsene. Se qualcuno non obbedisce allora sparano. Oppure ci sarà qualche balordo che andrà a sparargli in serata, magari mentre il ragazzo immigrato si trova in strada e cammina verso il campo in cui dorme. A Rosarno è roba quotidiana.

Molti miei amici migranti me lo hanno raccontato più volte, continuano a raccontarmelo. Stamattina, uno di loro, mi ha spiegato cosa accade, mi ha raccontato dell’atmosfera mafiosa che opprime Rosarno. Mi ha detto che l’anno scorso anche lui ha lavorato per una settimana e non è stato pagato. E quando ha protestato sono spuntate le armi. È stato allora che ha capito una cosa che nelle zone di mafia tanti di noi sanno e in troppi accettano: “Se sei intelligente – mi spiega – e capisci la situazione, ingoi il rospo, dici che non c’è nessun problema e te ne vai, se non sei intelligente ti prenderai le pallottole addosso. Io capì la situazione e me ne andai. Adesso andrò via, qui a Rosarno non voglio stare più. Troppo brutto questo posto”. Non sempre però si decide di star zitti, di subire.

C’è chi ha capito un’altra cosa: è intelligente in quel momento risparmiare la pelle, ma è ancor più intelligente, subito dopo, organizzarsi e scendere in piazza, sfidare tutti insieme l’arroganza vigliacca di questi criminali senza palle, di questi vermi mafiosi, maleodoranti e rozzi, forti con le armi in mano ma palesemente codardi quando si trovano a mani nude di fronte a chiunque, a maggior ragione di fronte a un popolo che si incazza e li sfida apertamente, nelle piazze, nelle strade, in quel territorio che i boss pensano sia loro, o almeno lo fanno credere ad una cittadinanza che accetta tutto e si chiude in casa con i calzoni sporchi di urina, marchiati da una paura illogica e incivile.

I migranti, invece, non hanno paura. Tutti insieme sanno di essere più forti, possono dimostrare che il territorio è di chi lo sa difendere, di chi sa occuparlo senza timori, invadendo le vie, guardando in faccia quei mezzi uomini che pensano di comandare il mondo. Hanno avuto il coraggio di sfidare la ‘ndrangheta, da soli, senza perdere tempo con i discorsi, con le tecniche organizzative. Un moto spontaneo, rabbioso, che ha sfogato tutta la propria rabbia per strada, che ha gridato un basta che parte da lontano, dall’omicidio del rifugiato politico sudafricano Jerry Masslo, ucciso a colpi di pistola da quattro balordi nel 1989 a Villa Literno, in Campania, passando per i morti di Castel Volturno, fino a Rosarno. Un urlo di protesta che porta con sé la voce di tutti quei migranti uccisi dall’indifferenza, dalla violenza, dal lavoro senza sicurezza, nelle campagne, nei cantieri edili, nelle baracche di fortuna, da nord a sud. Una rabbia giusta, la rabbia di esseri umani veri, che hanno vissuto un’Odissea, che hanno affrontato mille ostacoli, attraversato l’inferno, si sono aggrappati alla vita, e che ora non hanno intenzione di svenderla o sottometterla al ridicolo potere mafioso.

I migranti non hanno paura delle mafie, non ne avranno mai, non possono averne. E forse saranno davvero loro, come dice il mio amico Antonello, a salvare l’Italia, a svegliare gli italiani, a far capire loro che non si può vivere nel torpore di un silenzio vigliacco, di una rassegnazione insensata, di una società che accetta tutto purché non si tocchi la propria sfera individuale e quel piccolo mondo, ricco di false certezze e di valori artificiali, che ognuno di noi si costruisce per poi rinchiudersi dentro. Quella di Rosarno è la rivolta fisica di un’Italia che non accetta le leggi disumane di un governo xenofobo, chinatosi al volere rozzo e putrido della Lega, di quel manipolo di beoni padani che vogliono assassinare la democrazia e il diritto, violentando l’umanità e la solidarietà, il rispetto per la vita umana. Il ministro dell’Interno, Roberto “Eichmann” Maroni, ha commentato la situazione di Rosarno con la sua consueta arroganza, facendo ricadere la responsabilità non sulla ‘ndrangheta, bensì sui “clandestini”, colpevoli del degrado e dell’aumento della criminalità.

La stessa logica becera di quegli schifosi maschilisti che, davanti allo stupro di una donna, dicono che è la vittima che se l’è andata a cercare. Ma cosa aspettarsi da un uomo di infimo valore e spessore umano, un ex comunista che oggi si muove e opera alla stessa stregua di un gerarca nazista, drogandosi con il suo stesso potere? Parla di troppa tolleranza? È vero, troppa tolleranza c’è stata nei confronti di una classe politica inetta, violenta, razzista. È anche su uomini come Maroni, che gli italiani hanno messo su una bella poltrona, che gli immigrati cercano di farci aprire gli occhi, di farci comprendere quanto siamo lontani, nei fatti, da quella parola che in maniera indebita appiccichiamo con troppa superficialità alla nostra storia e alla nostra società “occidentale”: quella parola è “civiltà”. I telegiornali, compreso il Tg3, parlano dei “poveri cittadini” di Rosarno, sempre buoni con i migranti, increduli davanti alla rabbia dei manifestanti, che hanno divelto cassonetti e distrutto auto e vetrine. Adesso chiedono al Commissario del governo, che guida il Comune calabrese, di cacciare via dalla città tutti gli immigrati. E dobbiamo pure definirli buoni, questi rosarnesi, perché in cuor loro la “soluzione” desiderata sarebbe di certo più truculenta.

Parlano i rosarnesi, protestano, si lamentano, c’è chi addirittura ha sparato dal balcone per allontanare i manifestanti, dicono che non capiscono la reazione dei migranti in una città che li ha sempre aiutati e accolti.. Sono quegli stessi cittadini che abbassano la schiena davanti alla ‘ndrangheta, che tacciono, omertosi, che amano vedere le proprie campagne ricche di schiavi a basso costo e che poi si incazzano quando li vedono camminare per strada, perché danno fastidio, perché non è accettabile che questi nuovi schiavi mostrino ai rosarnesi “civili” il fetore marcio della propria coscienza. Questa gente qui, che i media appoggiano e la politica si coccola, è il problema di questo Paese, è un problema che bisognerebbe estirpare, cacciando via loro dai posti di lavoro che occupano grazie alla mano amica di qualche boss o di qualche politico colluso.

Da loro mi auguro che questa Italia si salvi e mi auguro che i migranti possano aiutarci ridandoci il senso di quello che è il mondo, sputando fuori il dolore e la sofferenza, spezzando quelle catene schiaviste, sanguinose e laceranti, che la società italiana ha attaccato ai loro polsi, alle caviglie e al futuro.
Per questo, esprimo totale solidarietà ai migranti di Rosarno e a quelli di tutta Italia, che con coraggio civile stanno cercando di salvare la nostra democrazia.

Rosarno: la rabbia e la verità, Massimiliano Perna, Il Megafono.org – Libera Informazione

Calabria: inferno d’Italia dove la ‘ndrangheta vince ancora

Possibile che nessuno si renda conto che la ‘ndrangheta si sta prendendo gioco dello Stato? Perché mai, proprio nel momento in cui alla Prefettura di Reggio Calabria si svolgeva il vertice con Roberto Maroni ed Angelino Alfano per l’ordine pubblico, nella cittadina di Rosarno, qualcuno senza nome e senza un motivo apparentemente valido, ha sparato dei colpi di aria compressa su alcuni immigrati scatenando l’Inferno? Perché Rosarno? E perché proprio ieri? Potrebbero sembrare domande banali ma la risposta la si è trovata all’indomani su tutti i giornali e tra i titoli dei media nazionali.

Poco spazio al vertice sulla criminalità organizzata che, secondo Maroni ed Alfano sarà sconfitta con “121” uomini e sei giudici in più, contro titoli di apertura sulla condizione dell’immigrazione ed il rimando a quella clandestina con sottolineature sulla matrice xenofoba e razzista che ha caratterizzato la notte di Rosarno. L’obiettivo della ndrangheta è stato raggiunto ed è qui che ha dimostrato la sua forza. Delle circa mille persone che hanno partecipato alla fiaccolata organizzata da Cgil-Csl e Uil, non ha riferito praticamente nessuno, così come era avvenuto per il sit-in di Libera dove le presenze si contavano nell’ordine delle poche centinaia. Le adesioni di Istituzioni e politici sono arrivate solo per iscritto e così hanno preferito non sfilare con le gerbere gialle date da Adriana Musella e simbolo di “Riferimenti” od a confondersi tra i simpatizzanti del PD che a gran voce avevano dato l’adesione e che sono rimasti nascosti dal buio della serata.

Anche i politici erano assenti fisicamente, eccezion fatta per il presidente provinciale di Reggio Calabria Giuseppe Morabito, il sindaco di Reggio, Peppe Scopelliti in piena campagna elettorale per la corsa a Governatore della Regione e del suo diretto (territorialmente parlando) concorrente Peppe Bova che da presidente del Consiglio regionale ha inteso rappresentare tutti i calabresi.
E Rosarno? Beh quella che può apparire una storia a parte è in realtà il cuore della vicenda. Una cittadina retta da un commissario prefettizio e quindi l’unica che poteva essere scelta per depistare sulla matrice politica, dove gli immigrati rappresentano la forza matrice di tutta la Piana di Gioia Tauro che fatta di “caporali” della ‘ndrangheta gestisce non solo le lavorazioni della terra, passando dalla raccolta delle olive a quella delle cipolle e degli agrumi, ma soprattutto i grandi traffici del Porto dai quali si diramano, oltre che la droga, anche le vendite di prodotti griffati che riempiono le bancarelle dei mercati di mezza Calabria.

Ora gli inquirenti si interrogano sulle scarpe da donna della scooterista che domenica notte ha partecipato al posizionamento dell’ordigno a Reggio Calabria, entrando addirittura nel merito della nuova visione antropologica della ndrangheta al femminile e dimenticando, forse volutamente, che il più grande “mercato” della prostituzione clandestina italiano è proprio in Calabria e che la maggior parte delle imprese finanziate con i fondi all’imprenditoria femminile sono in questa regione dove poco conta se le donne sono mandanti od esecutrici d’opera.
Tutto serve però a depistare l’attenzione sulla problematica vera: la ndrangheta è più forte di prima e non servono fiaccolate e pseudo comunicati a ricordare all’opinione pubblica che la si vuole combattere. La gente in piazza non c’è, perché la gente ha paura!

In Calabria è forte la ‘ndrangheta per quanto è forte il bisogno e questo a sua volta rafforza la politica. Angela Napoli ad Annozero ha fatto solo alcuni nomi, ma perché non ha elencato i 22 consiglieri regionali su 40 che sono indagati per vari reati?. Perché non ha richiamato Maria Grazia Laganà, quella vedova Fortugno per mano della ‘ndrangheta che preferisce trascorrere le sue ore a Roma piuttosto che sfilare per la legalità e quel presidente, Agazio Loiero che a tutti i costi “deve” ricandidarsi alla Regione per non far aprire i suoi armadi pieni di scheletri. Perché mai la Regione Calabria è l’unica della quale non si parla negli assetti nazionali per la spartizione delle alleanze alle prossime regionali.

Tutti la scanzano… e fanno bene, perché in questa regione chi ha vinto c’è già e non ha “partito” perché è in ogni partito ed in ogni espressione della vita quotidiana, da quella istituzionale a quella ordinaria passando dagli uffici, agli ospedali, alla gestione dei rifiuti, agli esercizi commerciali, fin nelle scuole e nelle “baracche” degli immigrati.

Esiste una soluzione? Forse si e sarebbe per i calabresi onesti che ancora provano amore per questa terra l’unica possibile: l’azzeramento totale. Un potente diserbante che uccida le ramificazioni partendo da quelle superficiali. La soluzione sarebbe quella di tenere la Calabria “FERMA UN GIRO”, insomma commissariarla per azzerare tutti i livelli. Mandare a casa tutti i politici, tutti i dirigenti di aziende sanitarie, di ospedali, di vari carrozzoni che servono solo a gestire clientele, tutti i fanulloni “amici di…, figli di…, amanti di…”.

Utopia allo stato puro.. Ed allora teniamoci l’Inferno!

Calabria: inferno d’Italia dove la ‘ndrangheta vince ancora, Giulia Fresca, Articolo 21

E’ ufficiale, Maroni è un genio



Khadim, un senegalese di 41 anni, in Italia senza permesso da otto, aveva deciso di tornare in patria.

Arrivato a Fiumicino, però, l’hanno arrestato per violazione della legge sull’immigrazione.

Dal carcere ha fatto richiesta per lasciare l’Italia ma non gli è consentito perché deve scontare una pena per non aver lasciato l’Italia.

Ora dovrà stare in cella qualche mese poi gli faranno un processo o magari due infine lo rimetteranno su un aereo per Dakkar. Questa volta a spese della collettività, naturalmente. (così come i costi della permanenza in prigione, degli avvocati d’ufficio, dei dibattimenti etc).

Niente da dire, Maroni è un genio.

E’ ufficiale, Maroni è un genio, Alessandro Gilioli, Piovono Rane

Il mare restituisce centinaia di corpi senza vita

E’ una cifra sconcertante quella diffusa dall’Osservatorio Fortress Europe, che si è basato sulle notizie riportate dalla stampa internazionale, sul numero dei corpi senza vita di migranti ripescati nel Canale di Sicilia e nel bacino Mediterraneo. Solo nel mese di agosto sarebbero almeno 104 le persone tra uomini, donne e bambini, che non ce l’hanno fatta durante la traversata della speranza, che per molti rappresentava l’unica via di fuga da situazioni inaccettabili per ogni essere umano.

Fame, guerra, carestie, condizioni disumane, sono i principali motivi che inducono la maggior parte di queste persone a mettersi in salvo su barche improvvisate dalle organizzazioni criminali, le quali una volta intascate la loro parcella abbandonano in balia delle onde il carico umano con conseguenze tragiche. C’è chi tenta di resistere fino allo stremo delle forze pur di approdare in un paese libero, che garantisca loro un futuro migliore, ma spesso i sogni s’infrangono come onde nella tempesta e il mare inesorabilmente inghiottisce i più deboli senza pietà. Succede sempre così, e lo è stato anche recentemente per le 78 persone partite dalle coste libiche a bordo di un gommone, 73 delle quali sono state abbandonate prive di vita durante la disperata navigazione.

Solo cinque di loro ce l’hanno fatta, ma il loro destino non è certo quello che si aspettavano, perché per molti restano sempre dei clandestini, scomodi intrusi. Il racconto della loro vicenda non è stata creduta, anzi il governo italiano ha addirittura accusato esplicitamente i tre uomini e le due donne, unici superstiti soccorsi alla deriva in condizioni pietose a bordo del loro gommone dalla Guardia Costiera, di mentire con l’unico scopo di essere accettati in Italia. Una posizione sconcertante.

Eppure a volte succede che il mare con la stessa brutalità che ha inghiottito i corpi li trasporti per miglia con la complicità delle correnti per poi farli riaffiorare nello specchio del mare come sagome ormai irriconoscibili. Da maggio fino a poche settimane fa i corpi recuperati nel Canale di Sicilia sarebbero stati 1.216. Un numero estremamente preoccupante considerando che lo scorso anno le vittime ripescate in mare erano state complessivamente 1.214.
Questo dato impressionante significa che i viaggi della speranza, come spesso vengono chiamati da chi conosce i luoghi di provenienza di questi disperati, si sono incrementati notevolmente. E con loro sono aumentati soprattutto le stragi del mare. Le tante persone vittime del loro ultimo desiderio che non è il frutto di una tragica fatalità, è troppo spesso il risultato del cinico egoismo della legge degli uomini che tradotto in parole significa: respingere a oltranza lo straniero. Uomini e donne fuggono dal proprio paese e spesso attraversano il deserto per giungere nelle coste libiche da dove s’imbarcheranno per altri lidi.

Così inizia il calvario e l’unica cosa certa è che nessuno di loro conosce esattamente quando tutto questo potrà finire. E c’è chi addirittura il mare non lo riesce neppure a vedere. In agosto 9 rifugiati somali sono stati uccisi dalle autorità libiche nel campo di detenzione vicino a Bengasi, durante gli scontri in seguito ad un tentativo di fuga in massa dal lager libico. La Libia smentisce la notizia, ma ormai le prove dell’esistenza di veri e propri campi di detenzione per i migranti si fa sempre più strada.

Impossibile non interrogarsi con sdegno sul perché i valori unici ed essenziali come il diritto alla vita e all’asilo politico, il rispetto della dignità umana continuino ad essere calpestati con una facilità estrema. Non sembrano essere più degli elementi che tormentano la coscienza dei governi e interessino più di tanto l’opinione pubblica. Anche stanotte forse il mare ci porterà ancora dei corpi senza vita, uomini e donne che sognavano nient’altro che un mondo migliore, corpi che per i ricchi paesi diventano una triste statistica.

Il mare restituisce centinaia di corpi senza vita, di Alessandro Ambrosin da Dazebao

P.S.: Umanità perduta di Fabrizio Gatti

Quei morti che gridano dal fondo del mare.

È singolare (non trovo altro aggettivo) il comportamento della stampa nazionale sulla strage dei 73 migranti uccisi dal mare tra Malta e Lampedusa. Il primo giorno, con notizie ancora incerte, tutti hanno aperto su quell´avvenimento: il numero delle vittime, la storia raccontata dai cinque sopravvissuti, i dubbi del ministro Maroni sulla loro attendibilità, le responsabilità della Marina maltese, i primi commenti ispirati al “chissenefrega” di Bossi e di Calderoli.
Ma dal secondo giorno in poi i nostri giornali hanno voltato la testa dall´altra parte. Le notizie nel frattempo sopraggiunte sono state date nelle pagine interne. Uno solo, il “Corriere della Sera”, ha tenuto ancora quella strage in testata di prima pagina ma senza alcun commento. Il notiziario all´interno tende a riposizionare i fatti entro lo schema della responsabilità maltese. Il resto è silenzio o quasi. Fa eccezione “Repubblica” ma il nostro, com´è noto, è un giornale sovversivo e deviazionista e quindi non può far testo.

Comincio da qui e non sembri una stravaganza. Comincio da qui perché la timidezza, la prudenza, il dire e non dire dei grandi giornali nazionali sono lo specchio d´una profonda indifferenza dello spirito pubblico, ormai ripiegato sul tirare a campare del giorno per giorno, senza memoria del passato né prospettiva di futuro, rintronato da televisioni che sfornano a getto continuo trasmissioni insensate e da giornali che debbono ogni giorno farsi perdonare peccati di coraggio talmente veniali che qualunque confessore li manderebbe assolti senza neppure imporre un “Pater noster” come penalità minimale.

Perfino il durissimo attacco della Chiesa e della stampa diocesana, che su altri temi avrebbe avuto ampia risonanza, è stato registrato per dovere d´ufficio. Bossi, che ha orecchie attentissime a queste questioni, si è addirittura permesso di mandare il Vaticano a quel paese, definendo insensate le parole dei vescovi sulla strage del mare e invitando il papa a prendere gli immigrati in casa sua perché «noi qui non li vogliamo».

Alla vergogna c´è un limite. Noi l´abbiamo varcato da un pezzo nella generale apatia e afasia.

Ci sono varie responsabilità in quanto è accaduto nel barcone dei 78 eritrei, per venti giorni alla deriva in uno specchio di mare popolatissimo di motovedette, aerei, elicotteri, pescherecci delle più diverse nazionalità, italiani, maltesi, ciprioti, egiziani, tunisini e libici. Responsabilità specifiche e responsabilità più generali. La prima responsabilità specifica riguarda il mancato avvistamento da parte della nostra Marina e della nostra Aviazione. Venti giorni, un barcone di quindici metri con 78 persone a bordo, sballottato dai venti tra Malta e Lampedusa, un braccio di mare poco più ampio di quello percorso da una normale regata di vela.

I ministri Maroni e La Russa dovrebbero fornire al Parlamento e alla pubblica opinione l´elenco dei voli e dei pattugliamenti da noi effettuati in quello spazio e in quei giorni. Il ministro dell´Interno finora si è limitato a chiedere un rapporto sull´accaduto al prefetto di Agrigento. Che c´entra il prefetto di Agrigento?

Il responsabile politico dei respingimenti in mare è il ministro dell´Interno che si vale della guardia costiera, delle capitanerie di porto e delle forze armate messe a disposizione dalla Difesa. Maroni e La Russa debbono rispondere, non il prefetto di Agrigento.

La seconda responsabilità specifica riguarda il pattugliamento italo-libico sulle coste della Libia. Sbandierato ai quattro venti come un grande successo diplomatico, viaggi del premier in Libia, abbracci e baci sulle guance tra Berlusconi e Gheddafi, promesse di denaro sonante e investimenti al dittatore-colonnello, viaggio del medesimo con relativa tenda a Villa Pamphili, scortesie a ripetizione, sempre del medesimo, nei confronti di quasi tutte le autorità istituzionali italiane; secondo viaggio del colonnello e seconda tenda al G8 dell´Aquila, dichiarazioni del ministro degli Esteri, Frattini, per sottolineare l´importanza dell´asse politico Roma-Tripoli.
Risultati zero. Riforma dei centri di accoglienza libici sotto controllo italiano, zero. Quei centri sono un inferno dove i migranti provenienti dall´Africa sahariana e dal Corno d´Africa sono ridotti per mesi in schiavitù e sottoposti alle più infami vessazioni fino a quando alcuni di loro vengono affidati ai mercanti del trasporto e imbarcati per il loro destino. Le vittime in fondo a quel tratto di Mediterraneo non si contano più.

In quei centri, tra l´altro, le autorità italiane dovrebbero individuare quegli immigranti che hanno titolo per essere trattati come rifugiati politici. Queste verifiche non sono avvenute. I migranti eritrei in particolare dovrebbero poter godere di uno “status” particolare come ex colonia italiana, ma nessuno se ne è occupato (e meno che mai, ovviamente, il prefetto di Agrigento).
In compenso le motovedette italiane dal primo giugno ad oggi hanno intercettato un elevato numero di barconi e li hanno respinti nel girone infernale dei centri di accoglienza libici, il che significa che le partenze dalla coste cirenaiche continuano ad avvenire in barba a tutti gli accordi.
Questo stato di cose è intollerabile. Frutto di una legge perversa e d´un reato di clandestinità che ha addirittura ispirato un gioco di società inventato dal figlio di Bossi e brevettato con il titolo “Rimbalza il clandestino”. Mancano le parole per definire queste infamità.

Ma esistono altresì responsabilità generali, al di là del caso specifico. Le ha elencate con estrema chiarezza il proprietario di un peschereccio di Mazara del Vallo da noi intervistato ieri.
Perché i pescherecci che avvistano barche di migranti in difficoltà non intervengono? Risposta: se sono in difficoltà superabili, intervengono, forniscono viveri acqua e coperte, indicano la rotta. Se sono in difficoltà gravi, li segnalano alle autorità italiane.
Segnalano sempre? Risposta: non sempre.
Perché non sempre? Risposta: se imbarchiamo i migranti sui nostri pescherecci rischiamo di perdere giorni e settimane di lavoro. Noi siamo in mare per pescare. Con gli immigrati a bordo il lavoro è impossibile.
Non siete risarciti dallo Stato? Risposta: no, per il mancato nostro lavoro non siamo risarciti.
Ci sono altre ragioni che vi scoraggiano? Risposta: chi prende a bordo clandestini e li porta a terra rischia di essere processato per favoreggiamento al reato di clandestinità. Temono di esserlo, perciò molti chiudono gli occhi e evitano di immischiarsi.
Se li portate a Malta che succede? Risposta: peggio ancora, ci sequestrano la barca per mesi e ci tolgono l´autorizzazione a pescare nelle loro acque.

Questi sono i risultati di una legge sciagurata, salutata non solo dalla Lega ma dall´intero centrodestra come un successo, una guerra vittoriosa contro le invasioni barbariche.
Questa legge dovrebbe essere abrogata perché indegna di un paese civile. Nel frattempo gli immigrati entrano a frotte dai valichi dell´Est.

Non arrivano per mare ma in pullman, in automobile, in aereo, in ferrovia e anche a piedi. Alimentano il lavoro regolare e quello nero in tutta la Padania e non soltanto.
I famigerati rom e i famigerati romeni vengono via terra e non via mare. La vostra legge non solo è indecente ma è contemporaneamente un colabrodo.

Alcuni si domandano i motivi del silenzio di Berlusconi su questo delicatissimo tema. La ragione è chiara e l´ha fornita l´onorevole Verdini, uno dei tre coordinatori del Pdl insieme a La Russa e Bondi e quello che meglio di tutti conosce la natura del capo del governo essendo stato con lui e con Dell´Utri uno dei tre fondatori di Forza Italia nell´ormai lontano 1994.
Di che cosa vi stupite, ha scritto Verdini in una sua lettera al “Corriere della Sera” di pochi giorni fa ribattendo alcune domande di Sergio Romano nel suo fondo domenicale. Di che cosa vi stupite? Silvio Berlusconi, con almeno una parte di sé, è un leghista né più né meno di Bossi e quando nel ‘93 decise di impegnarsi in politica pensò, prima di decidersi a fondare un nuovo partito, di guidare con Bossi la Lega. Poi scelse di fondare un partito nazionale del quale il nordismo leghista sarebbe stato il pilastro più rilevante.

Così Verdini, il quale in quella lettera rivendica il merito d´aver convinto il premier all´opportunità di dar vita a Forza Italia.
Non si poteva dir meglio. C´è da aggiungere che il peso della Lega è ultimamente aumentato in proporzione diretta alla minor forza politica del premier. La Lega ha oggi una forza di ricatto politico che prima non aveva e la sta esercitando in tutte le direzioni non senza alcuni contraccolpi sulle strutture e sulle alleanze all´interno del Pdl.
Uno dei temi di dibattito di queste ultime settimane è stato il collante che spiega nonostante tutto la persistenza del potere berlusconiano e la sua eventuale capacità di sopravvivere ad un possibile ritiro di Berlusconi dalla gestione diretta di quel potere. Tra le varie spiegazioni è mancata quella a mio avviso decisiva.

Il collante del berlusconismo consiste nell´appello continuamente ripetuto e aggiornato agli istinti più scadenti che rappresentano una delle costanti della nostra storia di nazione senza Stato e di Stato senza nazione.

Una classe dirigente dovrebbe rappresentare ed evocare gli istinti più nobili di un popolo, educandolo con l´esempio, spronandolo ad una visione alta del bene comune. Un compito difficile che alcune figure della nostra storia esercitarono con passione, tenacia e abilità politica.
È più facile evocare gli «spiriti animali» e questo è avvenuto frequentemente nelle vicende del nostro paese a cominciare dal «O Franza o Spagna purché se magna» e alle sue più recenti e non meno abiette manifestazioni.
Giorni fa, rispondendo nel suo giornale alla lettera di un giovane leghista a disagio ma privo di alternative alla sua visione nordista, Galli Della Loggia spiegava al suo interlocutore quale fosse l´errore in cui era incappato: una falsa prospettiva storica, un falso revisionismo che ha messo in circolazione una falsa e deteriore immagine del nostro Risorgimento.

Ho riletto un paio di volte l´articolo di Della Loggia perché non credevo ai miei occhi. Il revisionismo da lui lamentato come deformazione della nostra storia unitaria è nato negli ultimi quindici anni proprio sulle pagine del suo giornale e lo stesso Della Loggia ne è stato uno dei più autorevoli esponenti. Meglio tardi che mai. Purtroppo di vitelli grassi da sacrificare per il ritorno del figliol prodigo oggi c´è grande scarsità. Il solo vitello grasso in circolazione è lo scudo fiscale preparato da Tremonti, che però non riguarda la questione dell´Unità d´Italia e del revisionismo politico. Festeggia soltanto gli evasori fiscali. Anche questa è una (pessima) costante nella storia di questo paese.

Quei morti che gridano dal fondo del mare, Eugenio Scalfari, La Repubblica

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