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Green Jobs al Politecnico

Ne ho parlato, con il mio solito fervore, oggi pomeriggio, in Aula Magna. Di seguito la presentazione che ho illustrato.

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Sulle nomine Agcom il Governo barcolla?

Guido Scorza cosi scrive: “E’ una brutta storia italiana quella che si sta consumando attorno alle nomine dei membri e del Presidente dell’Autorità per la Garanzie nelle comunicazioni.  Una storia nella quale, ancora una volta protagonista indiscusso è il segreto attraverso il quale politici e governanti innalzano spesse ed impenetrabili mura di gomma per proteggersi dallo sguardo dei cittadini. Sono settimane che centinaia di migliaia di cittadini, consumatori ed imprese, riuniti nella Open Media Coalition“, chiedono l’adozione di “procedure trasparenti nelle nomine”, con la pubblicazione dei curricula dei candidati affinché siano scelti effettivamente i migliori, nell’interesse del Paese. Non avendo ottenuto dall’esecutivo risposte mirabili e credibili, il tanto ostracizzato “popolo del web” si è attivato con una sottoscrizione con l’intento di sostenere la candidatura nata dal basso di Stefano Quintarelli. Come sostiene Layla,Stefano Quintarelli è uno dei pionieri della Rete in Italia, la sua prima start-up risale ormai a circa 20 anni fa. E’ stato consulente di molti partiti politici, a destra e a sinistra per le problematiche legate all’assetto della rete e delle telecomunicazioni, per le problematiche del copyright su internet, è stato fra i promotori del manifesto per l’istituzione dell’agenda digitale in Italia. Le sue competenze “tecniche” sono indiscusse come anche le sue battaglie per la trasparenza e la neutralità nel settore delle telecomunicazioni sono rinomate e di lungo corso. Insomma Quintarelli sarebbe il candidato ideale per rappresentare equamente tutte le forze politiche, economiche e sociali, in un ruolo a dir poco strategico per il futuro del sistema Paese”.

Le “smart city” possono farci uscire dalla crisi

Da non pochi mesi a questa parte, ormai ogni giorno, leggiamo sui giornali i dati allarmanti sulla disoccupazione e sulla difficoltà di rilanciare la crescita. Come la mancanza di lavoro e di redditi garantiti da un lato e la riforma delle pensioni e del mercato del lavoro che non trasmettono sicurezza dall’altro, stiano facendo preoccupantemente innalzare il livello di intolleranza verso le Istituzioni del Paese. E non sono poche, infatti, le notizie che annunciano i suicidi anche di imprenditori strozzati dai debiti (o peggio, talvolta, dai crediti verso le PA che non liquidano in tempi ragionevoli) o consumati dal dolore della disoccupazione. Soprattutto quando non sono più giovanissimi e non riescono a reggere al peso delle loro responsabilità. Il Centro Studi di Confindustria e l’Istat, del resto, confermano questo trend assai negativo, soprattutto in ambito edilizio, perché sussistono le condizioni che l’hanno causato. Occorre, perciò, cambiare passo e puntare su altro. Senza perdersi d’animo. E ritengo che l’ecologia e l’innovazione, soprattutto di tipo digitale, possano aiutare moltissimo a non far precipitare l’Italia in un baratro inquietante, quello della recessione cronica o del fallimento finanziario. L’interesse sulle smart city e sulle smart community deve essere sempre più elevato. Il Governo, forse, lo ha compreso.

E ha deciso di dedicare uno dei gruppi di lavoro dell’Agenda Digitale Italiana proprio alle “Smart city e smart community”. Della settimana scorsa è anche l’annuncio dell’ANCI della creazione di un Osservatorio ad hoc per sostenere i comuni in questo percorso. Da più parti si sottolinea come questa delle “smart city” rappresenti certamente un’opportunità, ma allo stesso tempo una necessità per un Paese stretto tra rigore di bilancio e necessità di crescita e per Amministrazioni a loro volta costrette dal Patto di Stabilità a puntare allo sviluppo dei servizi attraverso le tecnologie, la razionalizzazione della spesa e la partnership con i privati. L’interesse è alto e più che motivato. La conoscenza sembra, invece, ancora poco diffusa. Non è un caso che anche nelle ultime settimane ci siano stati diversi interventi dei principali esperti sul tema (vedi ad esempio questo intervento di Alfonso Fuggetta, questo di Luca De Biase o questo di Michele Vianello) per ribadire cosa è e cosa non è una smart city, e di precisare gli aspetti che devono essere considerati per non cadere nella trappola di concentrarsi sull’aspetto tecnologico, condizione necessaria ma non sufficiente. Perché le smart city possano davvero rappresentare una via per l’uscita dalla crisi è necessario che dalla loro realizzazione ne derivi lo sviluppo di una comunità innovativa. Non basta per questo garantire delle buone connessioni, bisogna costruire le condizioni per l’innovazione, attraverso politiche di sviluppo integrate. Costruire una smart city è possibile se si ha una visione di città innovativa. Uno studio recente riferito al 2008, inoltre, stima che, a livello di Unione europea, il mercato delle informazioni del settore pubblico abbia un valore di 28 miliardi di euro. Lo stesso studio indica che i guadagni economici complessivi di un’ulteriore apertura delle informazioni del settore pubblico, mediante un più facile accesso alle stesse, ammonterebbero a circa 40 miliardi di euro all’ anno per la UE-27. Complessivamente, i guadagni diretti e indiretti nella UE-27 derivanti da applicazioni che utilizzano le informazioni del settore pubblico, sarebbero nell’ ordine di 140 miliardi di euro annui. I dati detenuti dalla Pubblica Amministrazione centrale e locale, infine, se resi disponibili e debitamente rielaborati anche attraverso applicativi dedicati, possono favorire lo sviluppo intelligente dei tessuti urbani, secondo il modello delle Smart Cities, nonché costituire una importante leva per il rafforzamento economico dei territori.

Senza infrastrutture e banda larga, l’Italia non ha futuro

Dopo Sergio Rizzo che, sul Corriere, parla dei deficit strutturali italiani accumulatisi nel tempo, dalle infrastrutture viarie a quelle digitali, passando per la giustizia civile e la corruzione, anche per rispondere al Ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, il quale ha asserito che per fine giugno sarà pronta una primissima bozza di Agenda Digitale Italiana – la cui realizzazione potrebbe portare benefici economici per il nostro Paese pari al 4-5% del Pil – al Forum della Confindustria Digitale è intervenuta Neelie Kroes, la Commissaria europea per l’Agenda digitale. Per l’eurodeputata occorre fare di più in termini di investimenti nelle nuove tecnologie “per dare quello slancio economico di cui abbiamo bisogno ora e in futuro, essendo necessario investire nelle Tic finanziariamente e politicamente“. Ma ha pure ricordato quanto l’Italia permanga in una situazione di particolare arretratezza rispetto agli altri paesi Ue. “Ben il 41% degli adulti italiani, infatti, non ha mai usato internet, una percentuale doppia o tripla rispetto a Francia, Germania e Gran Bretagna, mentre il tasso di penetrazione della banda larga è di 10 punti inferiore a quello di questi paesi, pari a un effetto negativo sul pil dell’1-1,5%“. In attesa di questa rivoluzione culturale e digitale che potrebbe rappresentare uno stimolo anche per l’occupazione e la ripresa economica – che accoglieremmo con grande entusiasmo se calibrata sulle reali istanze dei cittadini – la situazione resta, drammaticamente, quella qui rappresentata.

Nel 2006, secondo la Svimez, tutte le Regioni meridionali non assorbivano che lo 0,66% degli investimenti esteri, contro il 68,21% della sola Lombardia. Regione nella quale, dice Invitalia, ci son o 4.433 imprese a partecipazione straniera, contro le 719 dell’intero Mezzogiorno. E se il numero delle aziende italiane nelle quali sono presenti azionisti esteri è aumentato rispetto al 2006 da 7.059 a 8.916, ciò è dovuto principalmente ad acquisizioni di società già esistenti, piuttosto che a nuove iniziative. Pesa il ritardo infrastrutturale. Per non dire dell’infrastruttura oggi più importante: la rete informatica. La classifica 2010 di netindex.com sulla velocità media delle connessioni internet collocava l’Italia al settantesimo posto nel mondo, dietro Georgia, Mongolia, Kazakistan, Thailandia, Turchia e Giamaica. Ma sulla scarsa attrattività dell’Italia per gli investitori esteri pesa forse ancora di più la burocrazia. Per la Confartigianato rappresenta per le imprese un costo supplementare di 23 miliardi l’anno. Dati Cna e Confindustria ci dicono che per avviare un’attività in Italia sono necessari in media 68 adempimenti, con 19 uffici da contattare. Procedure, secondo il rapporto Doing business della Banca mondiale, che richiedono 62 giorni, contro i 36 della Grecia, i 53 della Francia, i 45 della Germania, i 16 dell’Irlanda, i quattro degli Stati Uniti e i due del Canada. E questo è niente, rispetto al dramma della giustizia civile. Per risolvere un’inadempienza contrattuale davanti al giudice ci vogliono 1.210 giorni: più di tre anni. Il quadruplo del tempo necessario in Francia e il triplo rispetto alla Germania. Addirittura avvilente è il confronto con Paesi come Gran Bretagna, dove sono sufficienti 229 giorni, Svezia (208) o Danimarca (190). Ancora più avvilente, e drammatica, è la faccenda dei pagamenti della Pubblica Amministrazione. Stato italiano ed enti locali onorano mediamente i propri impegni con i fornitori in 186 giorni, contro i 36 della Germania e i 30 stabiliti come termine tassativo da una direttiva dell’Unione europea.

A favore della geotermia

Condivido le riflessioni di Mario Agostinelli. A favore della geotermia a media ed alta entalpia. Non solo perchè è una energia rinnovabile e pulita, ma anche perchè c’è già un importante know how su cui la buona politica dovrebbe puntare. Con realtà industriali pronte a fare la propria parte, corresponsabilmente.

Gli ingegneri a Singapore

Sono più apprezzati che in Italia, sotto tutti i punti di vista. E’ quello che sembra emergere da questo studio. Oltre ad essere tra quelli meglio retribuiti per il loro lavoro ed essere una delle categorie più “socialmente utili” per innovare e far crescere il proprio Paese. A partire dall’Università.

Gli studenti di Singapore risultano secondi al mondo per capacità matematiche, mentre l’Italia è al trentaquattresimo posto in classifica. Singapore è anche una delle nazioni cresciute più velocemente negli ultimi trenta anni e, infatti, ha ampiamente scavalcato l’Italia per Pil pro-capite. Le due cose sono collegate: Singapore cresce non perché abbia risorse naturali – non ne ha – ma perché ha capitale umano. Si nota come i laureati italiani si concentrino su discipline umanistiche, mentre quelli di Singapore si concentrano su discipline scientifiche e manageriali. Se prendiamo Singapore come un modello di una nazione che vive di capitale umano, che mi sembra debba essere la vocazione dell’Italia, vediamo che non solo c’è una differenza di livello di istruzione, c’è anche una differenza di composizione della coorte dei laureati. Non è dunque troppo sorprendente che un sistema come quello di Singapore, che produce il doppio (in proporzione) dei nostri ingegneri e manager, un ottavo dei nostri avvocati e un quarto dei nostri umanisti, sia più capace di innovare e di crescere.

L’Italia sarà “smart”?

Il Ministro Profumo lo sta dicendo già da tempo. L’Italia deve investire almeno un miliardo di euro entro il 2014 per avere, in un futuro prossimo, proprie smart cities. Si è sviluppato, fortunatamente, da quel momento e non più soltanto in contesti universitari o prettamente “tecnici”, un dibattito aperto e potenzialmente molto costruttivo. Cosa sono realmente o cosa puntano ad essere queste “città intelligenti”? Ne avevo parlato già qui, provando a raccontare anche l’esperienza del Comune di Bari che, in particolare, sta puntando molto sul tema dell’efficienza energetica. Più in generale, invece, come si evince dalla riflessione elaborata per Lavoce.info, per “città intelligenti” bisogna intendere quel sistema tecnologico e funzionale, complesso ed articolato, che punti a migliorare – nel paradigma della sostenibilità ambientale e di una ecoinnovazione che possa produrre nuovi posti di lavoro – decisamente la vivibilità delle nostre città e la qualità dei servizi erogati. Sulla base di una domanda civica sempre più rigorosa e nell’idea che la cooperazione tra tutte le parti sociali sia fondamentale.

È dalla integrazione e condivisione di dati e servizi che possono nascere funzioni evolute. Perché la condivisione avvenga è vitale definire e promuovere un sistema multipolare, aperto e paritario che consenta a chiunque sia abilitato a farlo di interagire con gli altri attori presenti nella smartcity. Lo snodo essenziale per far sì che ci siano servizi a valore aggiunto per i cittadini è quindi non solo assicurarsi che vi sia una connettività diffusa wi-fi o 3G, ma anche e soprattutto definire un modello di cooperazione e di scambio di dati e informazioni tra una molteplicità di sistemi informativi, dispositivi e applicazioni. È la disponibilità e la messa in esercizio di questo modello che rende realmente possibile lo sviluppo di servizi ad alto valore aggiunto e, quindi, “smart”.

Le Smart City salveranno il mondo?

Internet, si dice da tempo, ha stravolto le nostre abitudini. Ha cambiato i nostri stili di vita. Ci ha reso, a tratti, schizzofrenici, poichè siamo sempre più accellerati nelle nostre attività quotidiani, alla ricerca a volte non si sa bene di che cosa. I teorici digitali e non solo gli esperti di comunicazione sostengono, inoltre, già da tempo, che una crescente digitalizzazione del nostro Paese produrrebbe benefici e vantaggi economici, culturali e sociali, quindi politici. Ma oltre che per ignoranza, anche per la paura di essere travolta da questa nuova rivoluzione industriale, forse, l’attuale classe dirigente poco o nulla investe sulle nuove tecnologie. Un cambio di paradigma, tuttavia, potrebbe aversi con le Smart City, ossia con le “città intelligenti” verso cui l’Unione Europea, con l’iniziativa nota come Paes (Piano d’Azione per le Energie Sostenibili), sta tendendo. Anche Bari sta provando a diventare smart, come si può leggere sia qui sia qui.

Il concetto di «smart city» è frutto dell’incontro di almeno quattro profonde trasformazioni che da decenni stanno cambiando il mondo intorno noi. Nel 1800 solo il 3% della popolazione mondiale viveva in città. Oggi circa un persona su due ci vive. Nel 2050 si prevede che la percentuale salirà al 70%. Una consapevolezza ecologica ormai patrimonio condiviso. L’emergere della cosiddetta società dell’informazione, con la conseguente enfasi sull’intelligenza, la preparazione e la creatività. E infine la rivoluzione digitale, ovvero, quell’insieme di tecnologie che sta mutando il modo in cui lavoriamo, impariamo e, più in generale, viviamo. Pensare a una città senza un buon accesso a Internet è ormai impensabile, né più né meno come oltre un secolo fa divenne impensabile una città senza elettricità. Ma c’è altro, di ben più specifico. Le tecnologie digitali, infatti, si prestano in maniera particolare a rendere più efficienti sistemi complessi e geograficamente compatti come le città. Con la speranza che le «smart cities» ci rendano, come dice Glaeser, «più ricchi, più intelligenti, più ecologici, più in salute e più felici».

P.s.: Lo smart world esiste già ed è sempre più in continuo divenire.

Il cinguettio della politica italiana

Twitter è in forte ascesa nel nostro Paese. Con la politica che cerca di adeguarsi. I livelli di penetrazione americana sono ancora ben distanti, ma l’indagine elaborata da lavoce.info è utile per capire anche quanto poco innovativi siano i nostri rappresentanti e come forse anche da questo aspetto non meramente tecnologico si può evincere l’attuale crisi di rappresentanza che è unanimemente riconosciuta dai cittadini italiani, sempre più delusi da questa politica e da questi partiti ben radicati in Parlamento.

L’adozione cresce al calare dell’età. Per ogni anno in meno di età anagrafica la probabilità di utilizzare il mezzo cresce di quasi l’1%. Twitter si conferma poi un mezzo prevalentemente maschile: stimiamo una probabilità minore da parte delle donne di circa il 16%. Il risultato può essere influenzato anche dalla disomogeneità per genere della composizione del parlamento. Relativamente ai partiti, la Lega appare la più refrattaria al nuovo mezzo. A differenza di quanto ci si potrebbe aspettare il fatto di essere almeno laureati non è correlato in modo significativo con l’adozione e l’uso di Twitter. E lo stesso accade per condizioni lavorative elevate.

Segnalo, infine, sempre su Twitter, quest’altra notizia. Con il social network che vende, a fini commerciali, le nostre informazioni e i nostri interessi, desumibili da ogni singolo tweet. Almeno lo sappiamo. E quando cinguettiamo, da oggi, siamo consapevoli che rinunciamo in parte alla nostra privacy.

Le ecoindustrie italiane salvano il Paese

Dell’Italia che ce la fa ne parla Ermete Realacci, parlamentare del pd e noto ambientalista, nel suo ultimo libro “Green Italy” edito per Chiarelettere.

Un’impresa su 4 tra il 2008 e il 2011 ha investito in prodotti e tecnologie a maggior risparmio energetico e a minor impatto ambientale, con la percentuale che l’anno scorso è schizzata al 57,5 per cento tra le aziende piccole e medie. I numeri del declino sono impressionanti. Il primo decennio del nuovo millennio ha segnato per l’Italia un record negativo: la crescita è stata la più bassa in tutta l’Unione europea. La disoccupazione giovanile supera il 29 per cento. L’evasione fiscale viaggia attorno al 17 per cento. Il giro d’affari delle ecomafie sottrae alla collettività 19 miliardi di euro l’anno. Le disuguaglianze, con la metà del paese che si divide il 10 per cento della ricchezza, tagliano le gambe alla crescita. Eppure, anche con questo zaino sulle spalle, l’Italia ce la può fare, può tornare a occupare un ruolo di primo piano sul palcoscenico globale. A patto di trovare la strada giusta. “Si dice che siamo un paese povero di materie prime”, osserva Realacci. “Ma abbiamo altre materie prime di tutto rispetto: il sole, il paesaggio, la creatività, l’intraprendenza, grandi saperi artigianali, la bellezza, la cultura, le tradizioni. L’Italia può e deve ripartire da qui, e non è poco. Se questo è il nostro patrimonio, la green economy è la ricetta migliore per valorizzarlo”. Se lasciamo che il futuro si riduca a essere un luogo di privazioni, allora è meglio gettare la spugna. Il futuro è il luogo della speranza.

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