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Al cinema, con Actionaid

Mercoledi 15 maggio, dalle ore 20 circa, presso la Mediateca Regionale Pugliese, il costituendo Gruppo degli Attivisti di Action Aid di Bari incontra, per la prima volta, la Città. I giovani volontari hanno deciso di proiettare il documentario del 2010 “Il Sangue Verde” di Andrea Segre, volendo concentrare la loro attenzione non soltanto sul tema dell’immigrazione e del lavoro, ma anche e soprattutto su quello dei diritti. Diritti negati che rendono la nostra società disuguale. Il nostro tempo ancor più complesso da vivere e da decodificare. La proiezione del documentario, pertanto, rappresenterà un’utile occasione per tutti gli interessati per confrontarsi costruttivamente su questi temi e per provare a realizzare una rete sempre più ampia di attivisti locali di Action Aid che punta a confermarsi come una della realtà più socialmente vivaci e dinamiche della nostra città. Pronta a battersi, con tutte le sue energie, per una Città e un Paese dove siano debellate tutte le ingiustizie e le varie povertà sociali. Noi siamo pronti a fare, anche con passione ed entusiasmo, la nostra parte. E voi?

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“Festa dei lavoratori”? No, festa dell’ipocrisia!

Perdonatemi. Ma non riesco oggi a fare gli “auguri” a chi ha un lavoro. O a chi è costretto, per sopravvivere, ad accettare il “lavoro nero“. O ad esprimere una mera solidarietà a chi il lavoro lo ha perso o non lo trova. Pochi o tanti che siano. No.

Il lavoro, inteso come diritto costituzionale (è addirittura il primo, anche se ce lo dimentichiamo spesso), dovrebbe essere la pietra angolare su (e con) cui costruire una società coesa e solidale. Lo strumento mediante il quale ci emancipiamo dalle nostre varie povertà e con dignità diventiamo cittadini. Il lavoro è lo specchio che riflette quel che siamo, come individui e come popolo.

L’Italia, però, è oggi un Paese depresso ed esa-sperato – nel senso che rifiuta anche la speranza – ed è soprattutto un paese diviso su tutto, essendo stati per 20 anni drogati da un’intolleranza strisciante riconoscendo nel prossimo, tanto più se straniero, un nemico da abbattere (o da criminalizzare), un concorrente a priori sleale dal cui successo derivava la nostra insoddisfazione. Questo modello è fallito. Ha portato dolore su dolore. E tanto altro rischia di produrne, con gesti tanto ingiustificati quanto comprensibili nella rabbia indotta da una prolungata inattività. Che ci trasforma in oggetti, inutili.

Una vera “festa dei lavoratori” deve essere prima di tutto una festa di resistenza: questa si avrà solo, per davvero, e avrà un senso soprattutto, quando gli italiani – in ragione di una nuova consapevolezza – capiranno (spero) che loro per primi devono cambiare mentalità e che solo insieme, uniti e coesi, questo Paese può rifondarsi. (Puntando enormemente sull’innovazione scientifica, tecnologica e culturale). E far tornare il Lavoro un diritto per tutti e non un privilegio per pochi. La stella più luminosa per un futuro radioso.

Un aperitivo con gli psicologi del lavoro

Lo prenderò, volentieri, domani pomeriggio, non dopo una speciale seduta d’analisi, ma più verosimilmente dopo questo dibattito, promosso da Siplo Puglia, a cui sono stato invitato a partecipare come moderatore.

“Italia, addio”

Sembra sia questo l’urlo emesso all’unisono dalle più giovani generazioni che, come rivela questo articolo, l’ennesimo nel suo genere, abbandonano il Paese, non avendo più alcuna fiducia nelle sue Istituzioni. Il lavoro, certamente, è la causa principale di questa nuova ondata di emigrazioni, ma anche la totale assenza di una prospettiva di vita inficia la dignità di tanti miei coetanei e di quelli ancora più giovani. Manca, come in molti ripetono giustamente da tempo, una visione strategica sul futuro del Paese. E questa emergenza, infatti, viene sottolineata chiaramente da questo nuovo studio, promosso da La Stampa:

È una società che si riconosce nella prossimità al territorio, in chi opera fattivamente nelle molte reti di solidarietà. È più diffidente, invece, quando pensa alle classi dirigenti che appartengono alle forme istituzionalizzate della rappresentanza e della politica. Forse è per questo che nel delineare le caratteristiche della leadership del futuro per il nostro Paese mette in risalto soprattutto due aspetti: la capacità di una visione strategica, in grado di anticipare e affrontare i problemi, da un lato. Dall’altro, l’essere dotata di senso morale, di legalità: in una parola, la dimensione etica. Meglio ancora, se assieme a questi aspetti vi è anche una competenza professionale specifica. È un’Italia provata da una crisi lunga, da una classe dirigente (non solo politica) che spesso offre il suo volto peggiore fra scandali, ruberie e un senso civico derubricato dal proprio lessico. Soprattutto dotata di un senso dell’irrealtà profonda.

E dispiace molto perché, nonostante questi mali endemici e cronici, l’Italia è un grande paese. O, almeno, potrebbe esserlo, se volesse. Se ci fosse la volontà e il coraggio, tutelando e puntando su quel fiume carsico rappresentanto dai suoi più talentuosi giovani (ma non solo), di investire nell’innovazione, nell’ambiente, nella cultura. Ecco, sapere che siamo ultimi in Europa nella spesa pubblica per la cultura e l’istruzione, non aiuta, per niente, a conservare pure quel briciolo di speranza per l’avvenire. Da qui, necessariamente, si deve ripartire.

(P.s.: Con alcuni “innovatori” che si stanno giocando la carta delle start up)

Barca: “Non voglio fare il segretario del Pd”

“Ho fatto le mie battaglie: in questo governo c’erano diverse culture. Il punto più debole del nostro esecutivo è stato l’ascolto della società”. E’ questo uno dei passaggi più importanti dell’intervista odierna rilasciata dal Ministro alla Coesione Territoriale, Fabrizio Barca, a Lucia Annunciata, nella trasmissione domenicale “In mezz’ora“. L’ascolto della società e dei cittadini, per comprendere ed interpretare poi correttamente le esigenze dei cittadini, da sintetizzare in congrue e rigorose politiche di sviluppo, sembra essere per il Ministro Barca un aspetto nevralgico. Una pratica necessaria da anteporre, quasi, all’atto politico.

Con questo, tuttavia, che deve essere rivelatore di una visione. Per obiettivi che devono essere raggiunti secondo un cronoprogramma definito e verificabile continuamente. Non poche volte, inoltre, ha spiegato l’importanza di adottare un nuovo metodo, basato, oltre che sulla capacità di ascoltare lealmente i cittadini (oggi parecchio incazzati, proprio perché non vengono mai ascoltati, da molti anni) in nome dei quali si assumono responsabilità politiche, anche sulla condivisione, la trasparenza, il merito. Sa che bisogna rifondare il sistema politico investendo sulla capacità di ricreare fiducia. L’idea che occorra un’empatia anche sentimentale. Per citare Gilioli, che occorra essere interconnessi non soltanto attraverso internet, ma anche attraverso le nostre coscienze.

Sul suo sito, peraltro, ogni azione intrapresa in questi 16 mesi di governo è presentata con numeri e documenti, a tutti accessibili, mediante gli open data. Tra i documenti, per me, più interessanti ed innovativi promossi da Barca, ci sono: “L’Aquila 2030” – Una strategia di sviluppo economico di Antonio Calafati e quello pubblicato qualche giorno fa dal titolo “Metodi e Contenuti sulle Priorità in tema di Agenda Urbana“.

In conclusione, nonostante non poche volte abbia evidenziato l’importanza dei partiti e di come questi debbano tornare a funzionare, si è detto disponibile a collaborare con e nel Pd, non per prenderne le redini, ma per aiutarlo a diventare quel soggetto europeo, inclusivo ed accogliente, fondato su una pluralità di sensibilità e di culture anche diverse, che sappia leggere la complessità della società e sappia affrontare le sfide della contemporaneità, elaborando una proposta per il Paese, tornato autorevole in Europa. E c’è già chi sogna il ticket Barca-Civati: il primo Premier e il secondo Segretario del Pd.

P.s.: Di Fabrizio Barca avevo già parlato qui, qui e qui.

Lavoro. Basta con la propaganda e la speculazione

“Boicottiamo la Bridgestone“. Questo, in estrema sintesi, sembra essere il risultato della conferenza stampa di ieri, convocata da Vendola e da Emiliano, a cui hanno partecipato anche esponenti dell’opposizione di centrodestra, in attesa dell’incontro ministeriale di domani a Roma.

Ecco, vorrei dire, sommessamente, qualcosa. E sarò, mio malgrado e involontariamente, controcorrente. Partendo da alcuni dati, più o meno già noti. Quasi 7 milioni di persone oggi sono in difficoltà, a causa delle condizioni economiche, con un sempre più elevato rischio povertà. La disoccupazione è oltre il 37%. In Italia, da decenni, non esiste una politica industriale. Una visione condivisa che supporti il Paese per farlo competere lealmente con il resto del mondo, schiacciato da una globalizzazione che ha accresciuto il divario tra stati ricchi e stati poveri. L’Italia potrebbe essere una grande potenza mondiale: per i suoi molti talenti nei più variegati ambiti, la sua cultura, i suoi paesaggi. E’, per dirla alla Augé, un non-luogo, invece. E’ l’eterna incompiuta. Divisa da un sistema infrastrutturale obsoleto e mal organizzato (il trasporto su gomma è ancora, per molte aziende, l’unica possibilità); dall’assenza di un vero Piano Energetico Nazionale (la Strategia Energetica Nazionale appena varata è insufficiente, oltre che anacronistica) che alleggerisca gli oneri fissi di chi investe e produce lavoro, predeterminando come effetto che ogni Regione fa i cavoli propri; logorata da una burocrazia lenta e farraginosa che si concede tranquillamente al parassitismo, alla corruzione e al clientelismo; rassegnata allo strapotere delle organizzazioni criminali nel Mezzogiorno del Paese dove il non-stato si fa Stato.

La Regione Puglia, in questi anni, nonostante sia cambiata moltissimo con notevoli progressi conseguiti in molti ambiti, ha fatto poco per contrastare questa “modernità liquida”, per dirla alla Bauman, nella quale a sciogliersi sono i diritti dei lavoratori. Non possono esserci lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. Ci vuole rispetto per la dignità e la sofferenza di quanti temono per il proprio posto di lavoro. Non ci si può speculare sopra, politicamente, rinvigorendo questa eterna ed amorale propaganda elettorale che sta sbriciolando il tessuto sociale italiano. Nascondendo poi quelle che sono anche le proprie responsabilità. La Bridgestone è una multinazionale che in Italia opera da decenni e se oggi, anche per la crisi economica, ha deciso di chiudere uno stabilimento, per quanto discutibili possano essere le ragioni, la politica è chiamata ad interrogarsi sui propri errori, seriamente. In nome di un’esterofobia improvvisa ci si inventa il boicottaggio, invece. L’esaltazione della protesta in sostituzione della concertazione per la redazione di una qualche proposta. Innovativa ed ecologicamente possibile.

Perché, per dire, non si è deciso di boicottare, ma seriamente, il Gruppo Riva per la scellerata gestione dell’Ilva di questi anni, dove oltre al diritto al lavoro è sotto scacco anche il diritto alla salute? I cittadini di Taranto e gli operai dell’Ilva si sentono davvero protetti e tutelati dai nostri amministratori? Gli ultimissimi responsi elettorali hanno testimoniato la rabbia e l’indignazione dei governati rispetto ai governanti. Eppure, nonostante le prese di posizione ufficiali, i Riva sono contigui e immersi in un modello politico dove il profitto è l’unica logica che conta. E in nome della quale si possono aggirare le leggi. E si possono calpestare i diritti.

Dovremmo, forse, ritrovare il senso della misura. Contrastando, se possibile, queste ipocrisie, supportate anche da campagne mediatiche poco oggettive e poco serie. E’ sul rilancio delle politiche del lavoro, fondate sulla conversione ecologica, sull’innovazione tecnologica e sul talento, che dobbiamo confrontarci. Senza pregiudizi e senza privilegi castali da preservare. E’ sulla creazione di una nuova visione, anche mediterranea, ma soprattutto condivisa tra tutti gli attori dei processi industriali, quindi anche con gli operai, che si gioca la partita del futuro. Di un futuro che bussa alle nostre porte e che chiede di essere frequentato con fiducia.

harakiri

Barca: “La coesione territoriale è modernità”

A Bruxells, nei giorni scorsi, si è tenuta una riunione importante che aveva per oggetto il nuovo bilancio comunitario, per il periodo 2014-2020. Per il nostro Paese ha partecipato Fabrizio Barca, ministro alla coesione territoriale, il miglior ministro del Governo Monti, di cui avevo scritto già in questa occasione. Dalla sua pagina facebook si legge che:

2 miliardi di euro aggiuntivi per la politica di coesione, di cui 500 milioni per le aree rurali delle regioni italiane meno sviluppate del Mezzogiorno e oltre 400 milioni per il nuovo fondo per l’occupazione giovanile in larga misura nel Sud. Una percentuale su tutte: rispetto al bilancio 2007-2013, nel bilancio 2014-2020, frutto dell’accordo di oggi tra i capi di Stato e di Governo, la dotazione sul fronte coesione aumenta dell’1% a prezzi costanti mentre il pacchetto globale Ue vede un calo all’incirca del 9%.

Bisogna riprogettare il lavoro, ripensare alle condizioni sociali culturali e politiche che lo determinano. Oggi nefaste perché lo condizionano pesantemente causando il dramma della disoccupazione che conosciamo. Se questi fondi, pertanto, non saranno sprecati, come ci si augura, il Mezzogiorno potrebbe davvero ripartire.

La mobilità del lavoro nel Mezzogiorno

E’ molto più alta rispetto alle altre regioni italiane. Se un tempo, soprattutto alcuni lavori, erano di una tale stabilità che una volta conquistati permetteva all’occupato di programmarsi la vita, oggi, purtroppo, non c’è niente di più precaro e mobile del lavoro. Ho trovato interessante la lettura di questo articolo, nel seguito brevemente sintetizzato.

La crisi economica ha incrementato i movimenti degli individui fra gli stati del mercato del lavoro (occupazione, disoccupazione e inattività), la cosiddetta mobilità del lavoro. In realtà, la mobilità del lavoro è spiegata solo in parte dalla flessibilità. Più importante è il ruolo delle ristrutturazioni industriali che nel contesto di crisi attuale causano una forte distruzione dei posti di lavoro esistenti, generando quindi movimenti fra gli stati del mercato del lavoro. La maggiore mobilità del lavoro nel Sud potrebbe essere la conseguenza di una ristrutturazione industriale permanente nel Mezzogiorno che comporta una nascita e una morte molto veloce delle imprese. In altri termini, la maggiore mobilità del Sud potrebbe dipendere dalla sua difficoltà a far sopravvivere le imprese, soprattutto di piccola e media dimensione. La concorrenza dei paesi emergenti colpisce di più le imprese meno competitive e, quindi, in proporzione toccano di più il Mezzogiorno. Vi sono però fattori più di lungo periodo in grado di spiegare perché alcune Regioni presentano una particolare debolezza di fronte alle crisi economiche, causandone una minore competitività e attrattività agliinvestimenti dall’estero. Vale la pena ricordare: a) il basso livello di capitale umano e fisico; b) gli alti tassi di criminalità, in specie quella organizzata; c) la riduzione nei flussi migratori come meccanismo di aggiustamento; d) la dipendenza economica dalle Regioni più sviluppate. In conclusione, dalla nostra analisi emerge che le imprese del Mezzogiorno sono caratterizzate da un’intima debolezza dovuta a una scarsa competitività. Ciò suggerisce che oltre a politiche dal lato dell’offerta, che aiutino ad aumentare l’occupabilità dei disoccupati, occorrono politiche dal lato della domanda, che siano in grado di ridurre i fattori di debolezza delle imprese meridionali. Dal lato dell’offerta, occorre accrescere il capitale umano dei giovani del Mezzogiorno, combattendo l’alto tasso di abbandono in ogni grado della formazione scolastica e universitaria. Occorre anche favorire politiche di intermediazione più efficaci fra domanda e offerta di lavoro, potenziando i centri pubblici e privati per l’impiego. Anche le politiche attive per l’impiego dovrebbero essere potenziate con maggiori risorse. L’apprendistato dovrebbe diventare la norma come contratto di inserimento, accelerando gli interventi di supporto alla loro diffusione. Dal lato della domanda, occorre rimuovere i fattori che riducono la competitività delle imprese nel Mezzogiorno, in primo luogo la carenza di infrastrutture materiali e immateriali.

Dalla Puglia all’Europa un unico mercato del lavoro

“Gli ultimi dati Istat secondo cui la disoccupazione non è mai stata cosi alta negli ultimi vent’anni, con 544 mila inoccupati in più in soli due anni, con percentuali ancora più drammatiche nel Mezzogiorno, contestualmente al varo delle nuove linee guida della Regione Puglia sul mercato del lavoro, ci inducono a fare un’ampia panoramica su come si stanno evolvendo i dinamismi occupazionali. Abbiamo, pertanto, incontrato Carlo Sinisi, consigliere Eures della Regione Puglia”. Apro cosi l’ultimo mio articolo su Gazzetta dell’Economia, pubblicato sabato scorso.

Il reddito di cittadinanza

Di politiche del lavoro, come di tanti altri temi, non capisco moltissimo. Non ho l’arroganza di sentirmi un tuttologo. Per questo ritengo utile e doveroso studiare i dinamismi che hanno regolato e regolano la disciplina, sempre più di stringente attualità oggi, e aggiornarmi quanto più possibile sulle innovazioni, anche culturali, che renderebbero più equo il nostro welfare. Nei mesi scorsi mi sono occupato già di politiche del lavoro segnalando sia le proposte di Tito Boeri e Pietro Garibaldi per efficientare tutto il sistema sia per ragionare sulla riforma del comparto presentata dal Ministro Fornero. Oggi, invece, ed è una lettura di grande qualità ed utilità, condivido questa intervista a Rita Castellani.

In Europa, fin dalla fine della seconda guerra mondiale, il welfare ha visto come oggetto delle sue azioni il cittadino indipendentemente dalla sua condizione lavorativa. In Italia invece ha prevalso un approccio diverso e l’obiettivo della tutela non è stato il cittadino ma il lavoratore. Nel welfare italiano le forme principali di assistenza sono due: la cassa integrazione e il sussidio di disoccupazione. Entrambe sono corrisposte non su base generalista fiscale, come avviene negli altri paesi, ma su base assicurativa. Il reddito di cittadinanza non tutela la perdita del lavoro ma il cittadino in quanto tale. Nel Regno Unito ogni cittadino maggiorenne che decide di lasciare la propria famiglia percepisce l’equivalente di 300 euro come contributo monetario mensile, affitto pagato, supporto economico per il diritto allo studio e assistenza sanitaria. L’aspetto centrale della riforma non è infatti quello economico ma l’abbandono degli attuali ammortizzatori sociali basati sul meccanismo assicurativo. Nel 2011 la sola cassa integrazione ha prodotto 4 miliardi di gettito. Eliminando la cassa integrazione questa somma diventerebbe interamente reddito di impresa che tassato con l’attuale aliquota del 27,5% consentirebbe il finanziamento del reddito di cittadinanza a 4 milioni e mezzo di cittadini. L’attuale sistema di ammortizzatori sociali assicura solo una parte dei lavoratori italiani. Una gran parte di lavoratori precari è di fatto privo di tutele. Il reddito di cittadinanza eliminerebbe questa distorsione dovuta alla segmentazione del mercato del lavoro italiano. In Italia i disoccupati sono principalmente giovani e donne è una forma di aiuto nei loro confronti. Il reddito di cittadinanza non è un sussidio alla famiglia ma al cittadino. Questo è il cambio culturale che l’Italia deve fare per avere un approccio laico al welfare.

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