Archivi Categorie: Lavoro

Taranto: chi pagherà per questa strage?

Eccesso di mortalità del 20% nel primo anno di vita rispetto al resto della Puglia per i bambini. Per le donne, tumori quadruplicati. Si ha: un incremento dei tumori al fegato (+75%), al corpo utero superiore (+80%), ai polmoni (+48%), allo stomaco (+100%), alla mammella (+24%). Negli uomini, rispetto al resto della provincia, l’aumento di tutti i tumori è del 30% (+50% per il tumore maligno del polmone), con un picco di più 100% per il mesotelioma e per i tumori maligni del rene e delle altre vie urinarie (esclusa la vescica). Moltissimi i casi di tumore alla pleura: 167% negli uomini e 103% nelle donne. Più alta della media anche la mortalità per malattie respiratorie: tra gli uomini +11%, tra le donne +5%, mentre l’incidenza per malattie respiratorie acute fa registrare un +37% nelle donne e +14% negli uomini.

I dati divulgati dal Ministro Balduzzi, con il dossier “Ambiente e Salute“, già anticipati dall’associazione ambientalista Peacelink, confermano la gravità della situazione sanitaria a Taranto. E’ un massacro sociale. Consumato, nei decenni e con picchi negli ultimi anni, con la contiguità di una politica trasversalmente immorale e indegna di rappresentare i cittadini. Il profitto dei privati è stato difeso a scapito della vita dei cittadini di oggi e di quelli di domani. Chi pagherà? Chi sono i responsabili di questo genocidio? Noi abbiamo il diritto e il dovere di pretendere la verità. Perché non succeda mai più.

P.s.: (ANSA) – TARANTO, 22 OTT – ”Lo stabilimento siderurgico, in particolare altoforno, cokeria e agglomerazione, è il maggior emettitore nell’area per oltre il 99% del totale ed è quindi il potenziale responsabile degli effetti sanitari correlati li’ al benzopirene”. E’ detto nel Rapporto Sentieri. ”La sensazione – ha detto Balduzzi – è che si debba fare qualcosa di più, e questo vale sia per il piano di monitoraggio sanitario sia per ciò che sta dentro l’Aia per l’Ilva così come per il piano di prevenzione”.

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Alta tensione a Loseto. E non solo per l’elettrodotto

E’ stato pubblicato ieri, su Epolis, il reportage (che riporto integralmente) – con richiamo, per la prima volta, in prima pagina, e anticipato in questo post con video di qualche giorno fa – dedicato a Loseto, periferia sud di Bari. Ciò che si evince dalla lettura non è la storia dell’ennesimo quartiere degradato e abbandonato, ma di una frazione viva, grazie all’umanità delle sue persone, che però contesta, legittimamente, l’indifferenza e l’ineticità con cui si rapportano a loro gli Amministratori della città. I problemi descritti: l’elettrodotto da cui potrebbero scaturire leucemie e tumori; l’assenza di una scuola media con l’elementare che cade quasi a pezzi; la metropolitana leggera ancora non terminata (con i lavori, in questo caso, che saranno avviati entro dicembre, grazie all’impegno di Guglielmo Minervini) con un tornante pericoloso a cui guardare con preoccupazione; la penuria di servizi socio-sanitari-ricreativi alla persona.

Yvan Sagnet, “ama il tuo sogno”

Estate 2011, nel profondo Salento succede una cosa mai vista: i braccianti agricoli, stagionali, extracomunitari, molti dei quali giovani, insorgono contro il caporalato, contro il lavoro nero, contro lo schiavismo a cui sono sottoposti. Per pochi euro. Per poter tutelare la propria dignità. Io ci sono andato a Nardò, correndo. Volevo vedere. Di più, volevo capire. Ancora di più, volevo raccontare. Perché mi sembrava (e a distanza di un anno non ho cambiato idea) importante e doveroso raccontare quel che accadeva a chi non c’era. E’ stato, forse, il primo reportage della mia vita. Certamente è stata una delle storie a cui sono rimasto più legato. Dopo qualche mese, come ho raccontato in questo post, alcuni di quei caporali sono stati arrestati. Ma da più parti, a dire il vero, si è sollevato quasi subito il timore che niente sarebbe cambiato nell’estate 2012. Quando i migranti sarebbero puntualmente tornati per continuare a raccogliere a cottimo arance e angurie, principalmente. Cambiati gli interpreti, rimasto inalterato il gioco, quello al massacro. Quest’estate, pertanto, sono tornato a Nardò, presso la Masseria Boncuri, dove lo scorso anno furono ospitati, si fa per dire, le centinaia di stagionali e all’interno del cui campo, per la disumanità avallata, morì anche un giovanissimo ragazzo eritreo, se ben ricordo la sua nazionalità. Dopo il video ho compreso subito che quest’anno i braccianti sono stati spostati altrove, cosi che nessuno potesse raccontare che qui nulla è cambiato. Che la politica locale e regionale è sempre contigua al potere delle grandi aziende agricole del Basso Salento che, per massimizzare i profitti, abusano di questa manodopera a basso costo, tanto il controllo di legalità è nullo. E che degli scandali ci si dimentica presto. Qui il Gattopardo è il padrone di casa. Yvan Sagnet fu, non per scelta premeditata, il protagonista assoluta di quella rivolta. Invità anche altri ragazzi a protestare con tutta la dignità di cui disponevano per rivendicare la tutela dei diritti di ciascuno. Non si poteva lavorare, sotto un sole cocentissimo, anche 14 ore al giorno, per pochissimi euro. E tornare poi nel campo e non avere neanche acqua potabile per ristorarsi in modo adeguato. Yvan Sagnet, oggi, ha scritto un libro, per Fandango, dal titolo “Ama il tuo sogno”. Credo sia da leggere, questo libro. Perché credo, forse sbaglierò, che sarà utile per poterci vergognare il giusto di aver accettato e accettare ancora che nella nostra Puglia e nel nostro Paese succedano queste cose ignobili. Come se quel che avviene fuori dal portone di casa non ci appartenga, che non ci riguardi. Coinvolge tutti, invece. E ci richiama ad una precisa responsabilità. Quella di essere uomini. Cittadini. Non sudditi, non individui passivi, amorfi e senza identità che accettano, con indifferenza, tutto quello che accade. Credo sia da leggere, questo libro. Per poterci guardare ancora in faccia la mattina allo specchio. Anche quello della nostra coscienza e dire, una volta per sempre, e tutti insieme, basta ad ogni forma di schiavismo moderno.

Grazie Maggioli

Anche se non sembra, faccio fatica, ancora, a distanza di anni, a parlare di me, a raccontarmi, a lasciarmi andare, come si suol dire. Ma ci sono delle volte in cui mi viene leggermente più facile ed è quando sento il dovere di ringraziare, con semplicità e autenticità, chi in me sta dimostrando di crederci e mi rispetta. Rispetto è una parola meravigliosa perché riconduce, per quanto mi riguarda, alla lealtà che dovrebbe scandire i rapporti personali, e non solo quelli professionali, ma oggi, purtroppo, non assistiamo sempre a queste interazioni pulite. I giovani che si affacciano, con speranza ma anche con preoccupazione, sul mondo del lavoro, precario ormai quasi per definizione, sanno bene, oggi, di dover idealmente indossare ogni giorno una corazza per meglio fronteggiare e difendersi dalla valanga di fango rappresentata dalla meschinità, dalla mediocrità e dall’invidia di chi potrebbe non tollerare la nostra affermazione dovuta soltanto al nostro talento, pur minimo. Soprattutto se l’ambito di impiego, provvisorio o no che sia, potrebbe non essere quello sognato o quel che effettivamente diventerà il “mestiere quotidiano”. Dal 13 marzo, con la pubblicazione di un articolo sull’abusivismo edilizio in questa sede richiamato, collaboro con Ediltecnico.it, il quotidiano tecnico online della Maggioli Editore, autorevolissima casa editrice nazionale che produce volumi per i professionisti dell’edilizia, dell’architettura e dell’urbanistica. Non ho scritto, purtroppo, come quantità, per come avrei desiderato, essendo impegnato ancora con lo studio o in altre attività sociali, ma in non poche occasioni ho avuto modo di sentire questa fiducia nei miei mezzi, il sentirmi incoraggiato ad approfondire alcuni temi invece di altri, a migliorarmi con e nello studio di quei temi che mi appassionano o di cui avverto l’importanza. Non sono mai stato pagato, per esempio, dagli editori di Go-Bari, il web quotidiano della mia città con cui ho collaborato per quasi un anno e per i quali ho prodotto quasi 150 articoli. Essere sfruttati ed umiliati è la regola. Alcuni lo accettano. Altri no. E non ci sarà mai nessun Ordine dei Giornalisti o sezione territoriale di Assostampa che interverrà a difesa di giovani come me, fanno tutti parte di uno stesso sistema che dovrebbe essere abbattuto e ricostruito con una altra e più alta moralità. Non solo per questo, pertanto, ma proprio per il rispetto e la stima che sento nei miei riguardi, sperando di non deluderli, ringrazio la Maggioli Editore e Federica (la ragazza straordinaria della redazione con cui mi sono sempre interfacciato in tutti questi mesi). E i libri in foto, per me, non sono, perciò, semplici libri. Sono il frutto, per la prima volta, del mio (piccolo, ma orgoglioso) lavoro. Grazie!

Mesotelioma pleurico: allarme a Bari?

Lo avevo anticipato qui. Ecco l’articolo pubblicato su Epolis, da me scritto, dedicato all’Assemblea del Comitato Cittadino Fibronit. Non ripeto le cose che in esso si possono leggere. Ma nel grande e grigio mosaico “Amianto” credo sia opportuno aggiungere qualche altra tessera. La prima: trovo grave che senza un apparentemente congruo approfondimento sia stata cassata la proposta di buonsenso del Pm di Torino, Raffaele Guariniello, di istituire una Procura Nazionale sugli Infortuni sul Lavoro. La seconda: è certamente positiva l’intenzione di alcuni ministri di mappare, rispetto alla presenza di amianto, tutti i siti industriali italiani, ma credo, potrò sbagliare, che sia analogamente urgente e necessario prevedere uno screening nazionale di tutti i malati effettivi o potenziali per provare ad intervenire tempestivamente con le cure. La terza: Angela Barbanente, Assessore Regionale per la Puglia all’Urbanistica, ha diramato una nota con cui accoglie positivamente il parere del Consiglio di Stato che, con apposita sentenza, ha accolto gli appelli proposti dalla Regione e dal Comune di Bari avverso la sentenza del Tar Puglia relativa alla variante che azzerava la capacità edificatoria dell’area Fibronit destinandola a parco urbano: in quell’area ora non si può (e non si deve) costruire nulla.

Attraverso i dati rilevati direttamente dal ministero della Salute attraverso i suoi osservatori epidemiologici sappiamo che ad oggi sono 12 i siti di “interesse nazionale” per la presenza di amianto e 34 mila i luoghi censiti come pericolosi (373 inseriti nella classe I di pericolosità). Al 2009 erano state bonificate 379 mila tonnellate di amianto-cemento (quasi tutte all’estero, soprattutto in Germania), ma si calcola che ancora debbano essere smaltite 32 milioni di tonnellate, il 99 per cento del totale prodotto in Italia. Dal dopoguerra fino al 1992, anno di messa al bando nel nostro territorio dell’estrazione e della produzione, dell’importazione, dell’esportazione e della commercializzazione sia dell’amianto che dei prodotti che lo contengono, c’è stato un consumo di 3,5 milioni di tonnellate di amianto grezzo. Le previsioni sulle malattie e i decessi correlati dicono che la fase d’apice arriverà tra il 2015 e il 2020, visto che la contaminazione può avere un periodo di latenza di 30-40 anni.

Maurizio Landini e Fabrizio Barca “remano” per un’Europa dei Diritti

Per l’undicesimo anno consecutivo, nella bella Trani, si svolgono i Dialoghi, manifestazione culturale di grande qualità e prestigio che consente ad autori affermati e a illustri intellettuali del nostro Paese di confrontarsi sui temi più interessanti e vari dell’attualità. Ieri ho partecipato all’unico evento che ho potuto seguire in questa edizione, ossia l’incontro dal titolo “L’Italia delle diseguaglianze” con ospiti il Ministro per la Coesione Territoriale Fabrizio Barca e il Segretario Generale della Fiom Maurizio Landini. Con la collaborazione di Francesco Nicodemo, ho scritto il seguente articolo:

“Dopo il fascismo, quel che rimaneva dello Stato doveva essere buttato all’aria e ricostruito. Non è stato fatto. Ed oggi poiché abbiamo lasciato degenerare le strutture dello Stato, come mai è successo nel passato in qualsiasi altra democrazia, la corruzione è diventata la punta di un iceberg che sta facendo sprofondare l’Italia”. Queste parole non sono state pronunciate da un eversivo di sinistra o da un grillino, ma dal Ministro alla Coesione Territoriale Fabrizio Barca, intervenuto, con il Segretario Generale della Fiom Maurizio Landini, ai Dialoghi di Trani. I due relatori, sin dalle primissime battute, appaiono molto più “vicini” rispetto a quel che sarebbe lecito attendersi, avendo percorsi culturali e professionali assai diversi. Ed è una cosa che la platea apprezza. Entrambi convergono sulla necessità e sull’urgenza di costruire un’Europa unita politicamente, e non solo monetariamente, dove alla solidità dell’Unione corrisponda una leale ed effettiva solidarietà tra Paesi. Dove viga un’uguaglianza sociale e dei diritti, tramite i quali sia possibile soddisfare la fortissima richiesta che proviene dal basso di servizi e di lavoro, anche di qualità. Le risposte a questi interrogativi delicatissimi dovrebbero giungere dalle Istituzioni. Ma queste – dice Landini – sono attraversate da una impietosa regressione morale e culturale che hanno svuotato di senso l’istituto della delega che andrebbe, pertanto, ridefinito, e che hanno spinto anche il Presidente Emerito della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, a parlare di “bancarotta della politica”. E da questa paralisi, a cui si è giunti anche perché negli ultimi decenni “il lavoro e l’interesse di chi lavora” non sono stati tra le priorità di chi ha assunto funzioni pubbliche, non si esce soltanto con un esecutivo pienamente legittimato dagli elettori (con l’attuale che per il sindacalista non è un governo “tecnico” ma politico perché politiche sono le scelte che sta adottando e i cui effetti stanno pesantemente incidendo sulla vita delle persone) pronto ad assumersi le proprie responsabilità, ma anche superando quell’approccio troppo liberale che si è imposto in questi anni e che, anche a causa della globalizzazione, ha spinto ad instaurare più una competizione tra lavoratori invece che una correlazione orientata alla qualità del prodotto e dove, contestualmente, i diritti fossero uguali per tutti e sulla base dei quali far nascere uno stato sociale europeo. Con il lavoro diventato una merce di scambio. Diventato precario per definizione. Frammentato per imposizione delle imprese. Le proposte di Landini sono, perciò, essenzialmente due: prevedere una legge sulla rappresentanza sui luoghi di lavoro che tuteli davvero i lavoratori consentendogli di scegliere liberamente i propri sindacalisti senza venire intimiditi o ricattati da quei manager che in base alle loro convenienze si scelgono, oggi, i soggetti con cui interloquire; e la predisposizione di un Contratto Unico Nazionale dell’Industria che superi l’attuale modello dove ciascuno persegue il proprio tornaconto mediante percorsi individuali di concertazione e di mediazione. Il Ministro Barca, invece, dall’alto della sua esperienza pluridecennale di noto economista apprezzato a livello internazionale, si sbilancia nel dire che la crisi economica e finanziaria europea era prevedibile perché negli ultimi 30 anni sono state smantellate tutte le principali regole del capitalismo, e che “è maturato il convincimento che la complessità fortissima del reale non potesse essere governata dalla politica, ma dalle imprese o dalle grandi multinazionali”. L’Europa non ha saputo affrontare questo problema i cui effetti patologici sono oggi sotto gli occhi di tutti essendoci un’ unione monetaria, nata su impulso tecnocratico, ma non politica. Con una crisi politica che, nel caso italiano, si è testimoniata, inoltre, con la quasi inutilità del Parlamento essendo le decisioni assunte altrove. E con l’anomalia di avere una corruzione e un’evasione fiscale tra le più consistenti nel mondo, mai affrontate negli ultimi decenni seriamente come alienazione della stessa politica, ma addirittura accettate come fenomeni con i quali bisognasse conviverci rassegnatamente, è accaduto che – prosegue Barca, con un tono e soprattutto una percezione di autenticità parecchio insolita per un “politico” – “abbiamo lasciato degenerare le strutture dello Stato come mai è successo nel passato in qualsiasi altra democrazia”. Fortissima, inoltre, è la resistenza al cambiamento, la volontà di preservare lo status quo, con un cambiamento soltanto, seppure, evocato, gattopardescamente, proprio per non cambiare concretamente niente, alla fine. Ed oggi se il Paese non è ancora fallito è solo per “l’eroismo” di quelle migliaia di persone, alcune presenti anche nel Sud, che con la loro opera e fatica quotidiana lo stanno appunto salvando, il Paese, anche da se stesso. Il Ministro Barca, infine, cita uno dei suoi formatori, l’economista Napoleoni, per il quale bisogna puntare sulla domanda di servizi, e non sull’offerta. Rimettendo al centro i servizi collettivi e i beni comuni. Riformando l’intero apparato statale valutando il personale a disposizione per la competenza, in modo trasparente, valorizzando le risorse sottovalutate, dando poi la possibilità a quei giovani desiderosi di lavorare con e per lo Stato, di poterlo fare onestamente e in piena libertà, in nome di quell’indomita etica pubblica che per costoro non andrà mai in crisi. E che presto, come cantava Mercedes Sosa – la cui canzone “Todo cambia” ha aperto il dibattito – tutto cambi. Veramente e per sempre. Noi ci siamo e siamo pronti.

Chi si muove in bici

Per i propri spostamenti, che siano di lavoro o per semplice relax, oltre a guadagnarci in salute e in economia, deve poterlo fare, nella propria città, in condizione di sicurezza. Il ciclista ha certamente dei doveri, ma ha anche dei diritti. E in nome di questi deve essere tutelato. Oggi questo, però, non avviene. In questo nuovo post scritto per Lettera43, partendo, perciò, dalla lettera che Guglielmo Minervini, Assessore ai Trasporti della Regione Puglia, scrive al Ministro del Lavoro Elsa Fornero, riporto la stima assai plausibile di quanto risparmieremmo se sposassimo la cultura della bicicletta.

L’amianto ne ammazza altri 30 mila?

La stima, prudente e in difetto, è dell’Osservatorio Nazionale Amianto per cui sarebbero oltre 30 mila le persone (tra ragazzi, docenti, bidelli e personale amministrativo) che fruiscono degli spazi delle circa 2400 scuole italiane dove è presente l’amianto, a 20 anni di distanza dalla messa al bando. Ma il problema, oltre che per le scuole, si pone anche per tutte le non poche strutture militari disseminate nel Paese, dove ancora oggi tutti i militari o gli ufficiali sono sottoposti al rischio di ammalarsi di mesotelioma pleurico, male ad oggi incurabile che può manifestarsi in tutta la sua gravità anche dopo 30 e passa anni dall’esposizione alle fibre di amianto. E sempre a proposito di amianto, tema di cui mi interesso da tempo, e in attesa di leggere il libro-inchiesta di Giampiero Rossi edito da Melampo, credo valga la pena leggere questa intervista di Nando Dalla Chiesa alla straordinaria Romana Blasotti Pavesi, la ottantatreenne di Casale Monferrato che dopo aver perso cinque familiari nell’arco di trent’anni a causa proprio dell’amianto, con una dignità davvero esemplare è riuscita ad organizzare la protesta civilissima di tutti i familiari delle vittime che hanno avuto, dopo decenni, giustizia, nel noto processo contro i proprietari dell’Eternit. I quali sono stati pesantemente condannati per aver tenuto per molto tempo all’oscuro gli operai sui rischi dati da quella polverina letale con cui si sono realizzati, combinata con il cemento, coperture di siti industriali, scuole, caserme, porti, uffici pubblici. Non per niente, subito dopo questo primo storico processo, il pm Guariniello ha sostenuto l’urgenza e l’utilità di creare una Procura Nazionale Ambientale con l’intento di preservare l’integrità fisica dei lavoratori, la possibilità di lavorare in modo sicuro e contestualmente di non scempiare sempre di più quella grande risorsa che è il nostro paesaggio. Sperando che non restino parole al vento. Le puntate precedenti: qui e qui.

Gestione dei rifiuti innovativa ed economica

Ho potuto constatarne l’effettiva efficacia e validità, oltre al fascino per il suo carattere innovativo e tecnologico, alcuni anni fa, a Stoccolma, nel corso di una vacanza. Arriva, infatti, dalla Svezia un sistema a tubi con aria compressa per risucchiare direttamente la spazzatura differenziata da casa (o dalla strada) fino al centro di raccolta.

Il sistema si basa sull’utilizzo dell’aria compressa. E’ quella che serve a risucchiare la spazzatura dai cassonetti, convogliarla in serpentoni metallici e portarla, alla velocità di 70 chilometri orari, fino ai centri di raccolta. Si riducono così due problemi: i cattivi odori e i camion per strada, che in Svezia, dove il sistema fu inaugurato 50 anni fa, sono diminuiti del 90 per cento. Certo, per creare aria compressa serve comunque energia, ma sempre meno inquinante rispetto a quella necessaria per muovere i camion. Il metodo svedese è stato ripreso da altre grandi città come Londra, New York, Barcellona e Parigi, dove l’impianto è stato installato in tre banlieue. Anche l’Italia ha scelto la raccolta dei rifiuti sotterranea. In questi giorni, nel quartiere milanese Varesine-Porta Nuova, dove sorgeranno tre torri per 400 famiglie, gli operai sono al lavoro per installare il sistema svedese. Sulla gestione della raccolta tale sistema permette al Comune di risparmiare il 30-40 per cento rispetto alle società tradizionali che si affidano ai camion.

60 mila giovani nella green economy

Il Ministro Clini, evidentemente, prima di rilasciare queste dichiarazioni deve aver letto nel blog questo post.. 😉

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