Category Archives: Legalità

More urban greening, less illegality

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Quel che ho sempre pensato e sostenuto in questi anni, con mio grande piacere, ora trova una conferma autorevole. Secondo la britannica rivista scientifica “Bioscience”, infatti, all’aumento nelle città di aree verdi attrezzate e di alberi corrisponde una riduzione dei comportamenti antisociali e illegali.

Il “verde”, quindi, come è ormai noto, non produce benefici solo ambientali, per esempio contro il cambiamento climatico; ma anche sociali, andando a modificare positivamente la percezione della realtà. Creando e corroborando, in pratica, per ciascuno di noi una potenziale empatia tra la natura interiore e quella esteriore.

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Quando “papà” Stato toglie i figli a “mamma” Mafia

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In questi giorni si fa un gran parlare di “famiglia“, con i convergenti sistemi dell’informazione e della politica impegnati a ripristinare un medioevo delle coscienze, attraverso la severa riproposizione del modello pro-contro qualcosa, per una anacronistica suddivisione della società in guelfi e ghibellini e una a-scientifica diluizione della complessità contemporanea.

E, nonostante questo confuso chiacchiericcio mediatico, già da qualche tempo nei miei pensieri c’è un altro modello di “famiglia”: quella mafiosa.

L’occasione per elaborare un pensiero più articolato ed organizzato, in particolare, dopo disordinate e varie riflessioni accumalatesi nei mesi precedenti, fu la (mia) presentazione – lo scorso dieci dicembre a Valenzano – del volume “Fratelli monelli. Alle radici della criminalità minorile“, poi successivamente recensito per Epolis Bari, della stagista al Tribunale dei Minorenni di Bari Emanuela Lovreglio.

Nessuno dia per persi i piccoli criminali baresi

In quell’occasione, l’aspirante magistrata sottolineò, con rigore e chiarezza, che nessuno nasce delinquente. I bambini e gli adolescenti lo diventano, semmai, per una pluralità di ragioni. Alcune delle quali risiedono, probabilmente, nel modus vivendi della famiglia nella quale si nasce. Prima ancora di un disagio economico, socio-culturale o ambientale, infatti, ci potrebbe essere un pesante e condizionante degrado domestico che andrebbe esplorato e analizzato. E, successivamente, affrontato. Nelle famiglie mafiose, quelle ‘ndranghetiste specificatamente, la trasmissione dei codici d’onore, del resto, avviene prestissimo. Perché quella stessa organizzazione criminale è fondata, culturalmente e socialmente, sul modello della famiglia. Aspetto che, per anni, a differenza di cosa è successo con la mafia siciliana e la camorra napoletana, ha prodotto un numero irrisorio di collaboratori di giustizia. E chi, per esempio, come la testimone di giustizia Lea Garofalo ha, addirittura, avuto il coraggio di sfidare, per amore di sua figlia Denise, il suo stesso nucleo familiare, ha pagato con la vita la sua scelta.

Eppure oggi, proprio da una regione con tanti problemi come la Calabria e nella quale, forse più che altrove, è ancora vigente l’idea che le donne debbano sottostare e ubbidire come animali a uomini il cui unico vocabolario è quello della violenza e della prepotenza, germogliano semi di speranza. E a seminarli sono proprio le donne. Per amore dei figli.

Da qualche anno, con il loro aiuto e per la prima volta in Italia, il Tribunale dei Minorenni di Reggio Calabria ha scelto di sottrarre i minorenni ai genitori mafiosi. “L’obiettivo è interrompere la trasmissione culturale”, dice Roberto Di Bella, Presidente di quel Tribunale. L’obiettivo deve essere quello di rompere i muri dell’omertà e della complicità. Per aprire nuove strade per l’avvenire a generazioni in grado di scegliere autonomamente quale futuro vivere, nella possibilità di coltivare i propri talenti e realizzare i propri sogni.

E in questa guerra, che non si può combattere da soli se si vuole vincerla – come ci racconta la giornalista Serena Uccello, autrice di “Generazione Rosarno” – la scuola diventa un presidio di legalità e di comunità importante. La scuola come laboratorio di speranza e di rinascita nel quale diffondere “una pedagogia del bene“.

“E, quando funziona, la scuola diventa il volano principale di questa trasformazione positiva, strumento straordinario d’integrazione oltre che di cultura. Non è un caso che la ‘ndrangheta tema la scuola quasi al pari della magistratura. E che abbia paura che la sua forza d’attrazione diventi più forte e dirompente di quella della famiglia. Un’offensiva pacifica che può far passare il messaggio che non esiste una predestinazione al male, ma che ognuno ha, in se stesso, la capacità per ribaltare il proprio destino”.

Principi di ribellione che, in un Mezzogiorno trascurato dalle Istituzioni nazionali e spesso fin troppo sfiduciato per la carenza di opportunità di autodeterminarsi, infondono fiducia e ottimismo. In un Sud che, secondo Save the Children, accoglie quasi il 90% degli oltre 500mila bambini che vivono in un comune commissariato per mafia negli ultimi 17 anni, con 65 Amministrazioni Comunali sciolte per infiltrazione mafiosa dal 2010.

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Atlante dell’Infanzia 2015

A Bari, infine, se dovessimo valutare solo gli ultimi avvenimenti e le parole del Questore, avremmo di cosa preoccuparci, e molto. E, certamente, occorre restare vigili per evitare che certi episodi si reiterino. Ma, proprio come ha detto lo stesso Questore in altre occasioni, e come lui anche l’amico sociologo Leo Palmisano, non può bastare la soppressione giudiziaria. Occorre sradicare la malapianta dell’illegalità e debellare la malaria della mafiosità attraverso interventi di rigenerazione sociale e di coscientizzazione culturale, per non perdere definitivamente altri giovani. Occorrerebbe un “Piano Urbanistico della Legalità” che metta al centro, dalle periferie, il diritto di chiunque a vivere in contesti eticamente salubri. Ha ragione, perciò, Gianni Spinelli quando scrive, nell’editoriale odierno sul Corriere del Mezzogiorno con il quale idealmente si collega alle tesi di Emanuela Lovreglio, che “Bari è bellissima, non può diventare Far West“. Tocca a ciascuno di noi difenderla e valorizzarla, ogni giorno.

Sulla “liberazione” di Savinuccio Parisi

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“La vera forza della mafia sta fuori dalla mafia” – scrive Nando Dalla Chiesa ne “Il Manifesto dell’Antimafia” – ossia risiede in quell’ampio e diffuso sistema di complicità, di contiguità e di omertà che l’alimenta. In quell’alleanza camaleontica e subdola tra la “zona grigia” e la “pars destruens” della società che destrutturano il modello circolare della legalità per erigere l’idolatria e il modello verticale dell'”altro-potere”. E’ nella sua cultura, la cosiddetta mafiosità, per la quale occorre chiedere – a chi riteniamo detenga anche una minuscola fetta di potere o di influenza – “come favore ciò che ci spetterebbe come diritto”. E’ nell’essere – come ha detto Don Ciotti alla Marcia Nazionale della Pace a Molfetta il 31 dicembre scorso – “cittadini ad intermittenza incapaci di praticare la corresponsabilità” perché diffidiamo della prossimità e rifiutiamo la solidarietà.

E, quindi, non riconoscendo più la pericolosità sociale del fenomeno, che gradualmente ci sta modificando antropologicamente, non lo capiamo. E lo sottovalutiamo. Ma in questo modo, inconsapevolmente, ne diventiamo schiavi. Per questo, forse, più della pur preoccupante “liberazione” di Savinuccio Parisi, dovrebbe preoccuparci la nostra individuale incapacità di conversione morale e di reazione davanti allo strapotere culturale e sociale delle mafie. Dovrebbe allarmarci la nostra inazione davanti alla nostra sottomissione. Dovremmo armarci di un nuovo onesto e pragmatico civismo per uscire dal campo minato della paura a causa della quale non potrà mai esserci un cambiamento nel nostro Paese.

Se oggi le mafie sono ancora fortissime, infatti, è perché noi siamo fragilissimi e debolissimi. Il loro è un dominio, prima ancora che politico-economico, estetico-etico.

Il problema, pertanto, non è il folkloristico spettacolo pirotecnico con il quale ieri è stato festeggiato in alcuni quartieri il ritorno a casa del superboss barese. E’ nei commercianti, negli artigiani e negli imprenditori che pagano il pizzo e non denunciano. E’ nei giornalisti (a parte pochissime eccezioni) e nei direttori di testate che hanno scelto deliberatamente di non occuparsi di mafia. E’ nei politici locali che prima chiedono i voti ai malavitosi di alcuni quartieri difficili come il Libertà e poi marciano con Libera. E’ nella classe dirigente autoreferenziale e corrotta di questa città che vive per il potere. E’ in noi e nella nostra ipocrisia. E’ nella nostra distopia di collaborare per creare una città più uguale e giusta, più onesta e inclusiva, più accogliente e civile.

Fino a quando in questa Bari ci saranno questi baresi, Savinuccio Parisi ne sarà, suo malgrado, il vero “Sindaco”.

Amministrative 2014: quali priorità per il prossimo Sindaco?

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Poco prima della pausa estiva, il bravo vicedirettore del Corriere del Mezzogiorno, con questo editoriale, ha avviato il dibattito, non credo concluso, sul futuro della città, a un anno dalle elezioni amministrative. Con l’intento di stimolare, soprattutto, la generazione dei 30enni e dei 40enni. Nei giorni immediatamente successivi, la testata locale ha ospitato una pluralità di contributi, molti dei quali anche particolarmente brillanti. Ricordo gli interventi di Pierpaolo Treglia, Vitandrea Marzano, Lino Viola e Francesco De Palo. A causa dei miei impegni, purtroppo, non ho scritto in tempo utile per la pubblicazione – prima dell’interruzione estiva – le mie riflessioni che, pertanto, pubblico attraverso questo blog.

I cittadini di Bari vogliono bene alla propria città? I cittadini di Bari sono consapevoli di che cosa voglia dire, all’alba del terzo millennio, vivere in una città? Sono domande probabilmente e apparentemente banali, ma è dalla risposta a questi interrogativi che può nascere il progetto di città del futuro. Perché di progetto, e non soltanto di mirabili idee fuse in una visione, si dovrebbe parlare. Se Bari è mal amministrata, è solo colpa degli eletti? Se Bari è sporca, è solo colpa di amministratori poco coraggiosi o attenti? Se Bari, negli ultimi 10 anni, ha subito una cementificazione come mai nei 20 anni precedenti, è solo per la “miopia” di chi si è fatto dettare l’agenda dagli imprenditori? Se a Bari la criminalità organizzata ha ripreso a far paura con sparatorie ed estorsioni, la colpa è solo dei nostri “dipendenti statali” che perorano principalmente la tesi della necessità di disporre di più poliziotti e magistrati?

Sindaco, assessori, consiglieri (di tutti gli schieramenti) e dirigenti comunali dovrebbero fare di più e meglio il proprio dovere. Ma a Bari, duole dirlo, si sente la mancanza dei Cittadini. Lo sono quelli che, come paladini della propria città, la difendono, la rispettano e contribuiscono al suo progresso sociale. Sono cittadini quelli che non si rivolgono al politico di turno per ottenere un posto di lavoro, ma quelli che al politico di turno chiedono impegno per creare opportunità di impiego per tutti. Sono cittadini quelli che non vendono il proprio voto per pochi euro tanto “fanno tutti schifo e sono tutti uguali”, ma quelli che sono pronti a trasformare la propria indignazione in una nuova passione civica rinvigorita dalla partecipazione di quanti vivono lo stesso smarrimento. Sono cittadini quelli che non puntano, perché narcotizzati e affascinati da un potere immorale e a tratti criminale, a emulare i vizi degli “eroi” che stanno annichilendo il Paese, ma quelli che dopo 20 anni di berlusconismo di destra e di sinistra insistono nell’esigere dai propri rappresentanti atteggiamenti improntati alla responsabilità, alla moralità e all’onestà.

La politica è uno dei più grandi atti d’amore e di carità che può connaturare una comunità. Quando la politica non pratica la solidarietà e non esalta l’umanità dei cittadini non è Politica. Quando la politica non sa chiedere scusa per i propri errori e si trincera in linguaggi poco chiari non è Politica. Oggi “l’antipolitica” domina le Istituzioni non perché sono in esse entrate le 5 Stelle di Grillo, ma perché da esse è uscito un intero firmamento di valori e di competenze. Più che di rivoluzione, pertanto, bisognerebbe parlare – come suggerisce nei suoi scritti Guido Viale – di “conversione”. Conversione etica, culturale, sociale, ambientale. Se ciascuno di noi bonificasse il proprio “habitat interiore” (per dirla alla Bergonzoni) più facilmente godrebbe di un migliore habitat esteriore. La bellezza, infatti, non si evoca. Si costruisce, ogni giorno. Nel rispetto delle regole e delle persone.

“Segui i soldi e capisci gli interessi dei mafiosi”, ripeteva spesso Giovanni Falcone. Dopo 21 anni le cose non sono tanto cambiate, anzi. Ma l’analogia è utile perché la Bari del futuro nascerà anche dal nuovo Piano Urbanistico che la prossima Amministrazione varerà definitivamente. Si parla di milioni di metri cubi di nuovo cemento che rischiano di devastare paesaggisticamente questa città. Si parla di investimenti pari al miliardo di euro. Ecco perché il prossimo Sindaco non può essere una persona qualsiasi.

Deve essere capace, in discontinuità totale con il modello vigente, di fermare il consumo di suolo; di imporre un’edilizia ecocompatibile basata sulla rigenerazione del costruito, sulla valorizzazione del patrimonio inutilizzato, sulla demolizione delle strutture obsolescenti con ricostruzione secondo i dettami della bioclimatica e bioarchitettura. Deve essere capace di restituire dignità agli spazi verdi e pubblici oggi degradati. Deve essere capace di puntare sull’agricoltura sociale.

Deve essere capace di creare un mercato legale dai rifiuti, dal riciclo dei quali possono nascere progetti occupazionali innovativi. Deve essere capace di rendere la città inclusiva per tutti quelli che in questi anni sono stati abbandonati dalla politica (bambini, anziani, cittadini delle periferie, cittadini stranieri, senza fissa dimora) e attrattiva da un punto di vista turistico e culturale (mai più una città senza Assessore alla Cultura!).

Bari deve puntare ad essere un “comune virtuoso” nel quale le diverse povertà e disuguaglianze sociali siano contrastate con la cooperazione di tutte le dinamiche realtà del Terzo Settore. Bari può rilanciarsi, perciò, soltanto se si trasforma in una “comunità dell’empatia” (parafrasando Rifkin) nella quale amministratori e cittadini corresponsabilmente e in modo continuo decidono di confrontarsi per risolverne i problemi. Con i primi interessati a raccogliere e a realizzare le suggestioni dei secondi in nome di una visione orientata non alle successive elezioni, ma generazioni.

Bari può sognare un avvenire diverso soltanto se i cittadini sapranno essere mulini a vento in grado di liberare l’energia del cambiamento atteso.

Contro la corruzione, ci metto la faccia..

Ho aderito ufficialmente alla campagna contro la corruzione, “Riparte il Futuro“, promossa da Libera e da Gruppo Abele, con l’intento di arrivare all’approvazione definitiva di una legge – oggi approvata dalla Camera (qui il commento di Don Ciotti) – orientata a sanzionare duramente il voto di scambio e la corruzione (tema sul quale ho molto scritto su questo piccolo blog).

La corruzione, secondo alcune stime, vale oggi nel nostro Paese 60 miliardi di euro circa.

Bisogna contrastarla, pertanto, non soltanto per un fatto meramente ma fondamentalmente economico, ma anche per un fatto etico e perché attraverso un contrasto efficace la politica può risarcire i cittadini per la sua inefficienza cronica restituendo, contestualmente, un pò di fiducia nelle Istituzioni.

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Ma a Bari comanda la mafia o lo Stato?

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La risposta, almeno a questa domanda, dopo l’agguato mafioso di ieri sera a Poggiofranco – in questa apparentemente interminabile faida tra le famiglie criminali locali – sembrerebbe ovvia. E probabilmente sbaglio ad usare il condizionale. Mi pongo, tuttavia, un’altra domanda. La stessa avanzata dal Candidato Sindaco di Bari Pietro Petruzzelli, dopo l’agguato mafioso di ieri sera nel quale è morto lo storico boss di San Girolamo. “Quale Bari consegniamo alle più giovani generazioni?”

Non so quale possa essere la risposta migliore, onestamente. Anche perché, in momenti simili, sono un frullatore di pensieri. So solo una cosa, che può anche essere sbagliata. Ma la condivido, nonostante tutto, con tutto l’amore del mondo per la mia città e per i miei concittadini.

Finiamola di dire e di pensare che possiamo stare tranquilli “finché si ammazzano tra di loro”. O di indignarci soltanto contro il Sindaco X o il Ministro Y che fanno meno di quel che ci aspetteremmo. Noi cittadini abbiamo una responsabilità sociale immensa. Non possiamo continuare a dividerci come guelfi e ghibellini sulla base, sempre più spesso, di un fanatismo politico-religioso che ci obnubila la vista. Non nascondiamoci dietro uno slogan che poi diventa l’alibi perfetto per restare succubi e schiavi della paura. Finiamola di essere un popolo di pre-giudicati silenziosi, giudicando superficialmente la realtà mafiosa senza studiare e conoscerne le dinamiche. Bari rischia di diventare un hub di una rete internazionale del malaffare che unisce la mafia dell’est europa con la camorra e la ‘ndrangheta.

Nell’ultimo anno e mezzo circa ci sono state più di 15 sparatorie, tra il Libertà, il Madonnella, San Girolamo, Palese, Santo Spirito, San Pasquale e Carrassi.  Sono morte una decina di persone, tra le quali Alessandro Marzio, Massimo Villoni, Gaetano Petrone, il georgiano Rezo, Giacomo Caracciolese, Vitantonio Fiore, Felice Campanale. Con il sangue, spesso di giovanissime vittime, si sta disegnando la nuova mappa del crimine di Bari. E mi sto limitando ai perimetri geografici della mia comunità, poiché se allargassi la panoramica agli eventi mafiosi che stanno sventrando l’anima di alcuni comuni della Provincia il bilancio sarebbe ben peggiore.

I clan baresi rinforzati dall’immissione delle nuove leve criminali, hanno esteso, allo scopo di accrescere gli introiti illeciti, i settori di interesse: accanto alle tradizionali attività illecite (stupefacenti, estorsioni, usura e ricettazione) non disdegnano altre tipologie di reato cercando contestualmente di infiltrarsi nel tessuto economico-legale oltre che nei finanziamenti e negli appalti della Pubblica amministrazione. Lo sbandamento di alcuni sodalizi, privati dei capi e falcidiati da arresti, da passaggi ad altri clan e da defezioni per scelte collaborative con la giustizia, ha consentito, da un lato, il rafforzamento di taluni gruppi criminali e, dall’altro, l’emersione di nuovi soggetti e nuove organizzazioni: il risultato è una vorticosa ricerca di supremazia, intessuta di attentati e omicidi e perseguita attraverso ogni mezzo: quando il potere delinquenziale passa da mani forti a mani deboli si spara di più sul territorio. I clan, non più nel pieno della loro forza, non riescono a mantenere il dominio senza manifestazioni eclatanti di violenza.

Questo frammento, tratto da questo articolo, è estratto da una relazione predisposta dalla Direzione Nazionale Antimafia che evidenzia quanto delicata e grave sia la situazione. E rispetto alla quale è necessario che i cittadini facciano essenzialmente una scelta: o con i mafiosi o contro. Se decidiamo di esserne complici, allora possiamo continuare ad essere spettatori del più grande big bang etico che sta facendo esplodere il nostro Paese. E che sta facendo precipitare Bari verso l’inferno degli anni ’90.

Ma se decidiamo di opporci a questo regime, sostenuto anche trasversalmente dalla politica, non si può neanche continuare a conviverci con questi infami senza anima e senza dignità. Proprio in quest’ottica, pertanto, muovendo dalla ferma convinzione che il contrasto alla criminalità organizzata debba essere soprattutto di stampo culturale organizzando la società in modo tale da farle riscoprire – a cominciare dalle scuole e con l’aiuto delle famiglie – la bellezza del bene comune, bisogna rifiutare l’assioma secondo cui va tutto bene “finché si ammazzano tra di loro”.

Quando la città è spaccata e i cittadini sono soggiogati dalla paura o dalla rassegnazione, la mafia sorride. E’ contenta. Gode della nostra incapacità di indignarci ancora. La mafia ci fa prigionieri in modo inconsapevole. Agisce in modo subdolo. Per questo diventa ancora più pericolosa. Si pensi all’usura, ai commercianti che pagano il pizzo, al gioco d’azzardo, alle sale da gioco, ai videopoker, ai compro-oro.

Bisogna aggredire i loro patrimoni. Bisogna snellire la burocrazia per consentire un più rapido uso dei beni confiscati. Bisogna privarli delle attività borderline nelle quali riciclano proventi illeciti per convertirle e garantire un’occupazione onesta e di qualità. Bisogna avere il coraggio di stravolgere i paradigmi che stanno regolando la nostra esistenza.

Ecco perché ci vuole una reazione popolare. Perché dobbiamo ribellarci prima che sia troppo tardi. Prima che le vie della città siano ancora inondate di sangue.

Il gioco d’azzardo “usura” gli italiani

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L’usura, soprattutto a Bari, fa paura. Non sono poche le vittime, tra semplici cittadini e commercianti, obbligate a restituire più di quel che hanno ottenuto. Con l’effetto di una degenerazione sociale ancor più difficile da affrontare. Oggi più che mai, poi, nella nostra città come in tutto il Paese, questo indebitamento ha spesso un’origine patologica: deriva dal gioco d’azzardo.

Muovendo dalla mia sensibilità al tema, del quale mi sono già occupato anche in questo blog, qualche giorno fa sul nostro Epolis ho raccontato di uno studio del sociologo romano Marcello Fiasco mediante il quale si evidenziavano non solo le connessioni tra i due fenomeni – usura e gioco d’azzardo – ma anche i rischi sociali ed economici per le imprese e le famiglie. Qui e qui è possibile leggere ulteriori approfondimenti. Mentre da qui possiamo leggere, finalmente, una notizia positiva: di un barista che non “vuole rovinare famiglie” e contribuisce, corresponsabilmente, a far crescere una più diffusa coscienza su questo grave problema che rischia di diventare male endemico.

Ogni italiano spende circa 1500 euro all’anno tra videolottery, slot machine, gratta e vinci, poker online, lotterie istantanee, sale bingo e simili. Il settore del gioco d’azzardo legale fattura oltre 80 miliardi di euro all’anno. Sono 5mila le aziende coinvolte e oltre 120mila i lavoratori, per un giro d’affari che investe circa il 3,5% dell’intero Pil nazionale (quasi 80 miliardi di euro); mentre i giocatori “patologici e direttamente dipendenti” da gioco d’azzardo sono circa 900mila. Basterebbero tali dati a confermare l’incidenza del fenomeno sul tessuto economico – sociale del Paese, se non fosse che a tali cifre bisogna necessariamente aggiungere una quota non indifferente di nero/sommerso.

 

Nella rete degli strozziniEsposizione sul territorio

Don Ciotti: “Don Gallo ha vissuto per gli ultimi”

“E’ vero che il male urla forte, ma la speranza urla ancora più forte”. Anche con queste parole, Don Luigi Ciotti ha salutato Don Andrea Gallo. Un intervento, quello del responsabile di Libera, molto sincero ed emozionante.

Io, invece, qualche giorno fa, ho salutato con le seguenti parole questo sacerdote e uomo straordinario, dall’umanità e autenticità rarissime. Una persona che ha fatto della lotta alla povertà una delle ragioni principali del suo impegno civile. Sempre partigiano dei diritti. Sempre a tutela degli ultimi, degli invisibili, dei rifiutati da questa nostra società cosi edonista ed egoista. Cinisca e spietata.

“Don Gallo grazie di tutto. Col cuore in mano. Per l’amore universale che hai sempre testimoniato verso gli ultimi e i senza diritti. Non hai fatto mai delle differenze sociali un elemento di discriminazione, ma un elemento di inclusione sociale. Testimone esemplare di Cristo. Non ti dimenticheremo”.

La prima parte dell’intervento di Don Ciotti.

La seconda parte.

Lo stesso mandante per Aldo e Peppino?

Questa domanda mi tormenta, a dire il vero, da anni (ne ho scritto anche qui e qui). E, probabilmente, resterà una domanda che non riceverà risposta alcuna, non essendoci niente, ad oggi, che possa indurre i curiosi a fare considerazioni diverse, a cominciare da pronunciamenti definitivi della magistratura. Giusto, quindi, sottolineare questo aspetto, in apertura, ma è altrettanto legittimo, però, partire da alcuni fatti certi per elaborare alcune considerazioni. Esercitando scrupolosamente il dubbio.

Il 9 maggio 1978 è uno dei giorni più infelici della Storia di questo Paese. Vengono assassinati Aldo Moro e Peppino Impastato. Uno a Roma, l’altro a Cinisi. Uno dalle Brigate Rosse – secondo la vulgata dominante – l’altro da Cosa Nostra. Il primo sarebbe stato rapito ed ucciso per il suo disegno “eversivo” di superare le consolidate divisioni politiche tra democristiani (divisi in varie correnti) e comunisti (divisi in varie correnti) per dare finalmente una stabilità e una governabilità al Paese, lacerato già allora da politicismi inauditi e da veti dettati più dall’opportunismo di salvaguardare uno status quo che dall’opportunità coraggiosa di cambiare il Paese; il secondo, invece, fu fatto esplodere, nel vero senso della parola, per la sua capacità ritenuta insopportabile di sbeffeggiare, con ironia e spontaneità, il superboss Gaetano “Tano Seduto” Badalamenti.

Ora, lo dico subito, anche a rischio di essere preso per uno che farnetica, io alle coincidenze non ci credo. Non posso crederci perché la Storia di questo Paese è anche una Storia criminale (come ha pure scritto Roberto Scarpinato ne “Il Ritorno del Principe”). Sin dalla sua origine. Fondata sul mistero e sull’occulto. Basterebbe ricordare l’inchiesta a fine Ottocento del filantropo meridionalista Leopoldo Franchetti o il primo eccellente e misterioso delitto di mafia con vittima Notarbartolo.

La Democrazia Cristiana è sempre stata il braccio politico del Vaticano. Il Papa Paolo VI era – parole sue – molto vicino per sensibilità e cultura ad Aldo Moro. Pur cristiano praticante, Aldo Moro aveva, verso la politica, un approccio laico, pragmatico, risolutivo. Aveva capito che l’unica possibilità per cambiare e riformare radicalmente il Paese, accettando qualche compromesso, era  quella di stringere un’alleanza con i comunisti di Berlinguer, il quale, pur muovendo da una cultura antitetica, condivise enormemente, da persona politicamente saggia, l’approccio dello statista democristiano. I comunisti erano, però, i nemici pubblici principali per gli americani e per la Curia (e con un flash mi torna in mente pure quel Pio La Torre, segretario comunista siciliano ucciso dalla mafia, sempre in quegli anni). Se fossero andati al Governo del Paese sarebbe stata una sciagura. Sarebbe stata scritta un’altra storia. E forse, oggi, avremmo un altro Paese. Con il rapimento di Moro e la sua successiva eliminazione, il disegno fu stracciato.

Gli esecutori materiali furono rintracciati nei brigatisti. Dopo alcuni anni, soprattutto con Giancarlo Caselli e il Generale Dalla Chiesa, il terrorismo fu sconfitto. Con la dimostrazione, quindi, che se appoggio politico c’era stato, con la fine di questa stagione dolorosa, era venuto meno. Usati ed abbandonati. Almeno ufficialmente, fino ad oggi e fino a prova contraria, nessuno ha sollevato il dubbio che possa esserci stato anche un coinvolgimento, seppur indiretto, di Cosa Nostra.

In quegli anni, tuttavia, non possiamo dimenticare lo strapotere eversivo della Loggia di Rinascita Democratica P2. E’ fatto, ormai, storicamente comprovato che erano suoi illustri componenti il plenipotenziario della Dc, Giulio Andreotti, il cardinale Marcinkus che  gestiva lo Ior e il primo superboss di Cosa Nostra Stefano Bontate. Bontate era siciliano. E la Sicilia non era solo un feudo politico della Dc. Era un feudo di Andreotti.

Ma Bontate non era l’unico “capo”. L’altro superboss di Cosa Nostra era Tano Badalamenti. Colui che nel 2002 fu condannato all’ergastolo per l’omicidio di Peppino Impastato. Il pentito Buscetta (che si fidava soltanto di Giovanni Falcone), in uno degli interrogatori a cui fu sottoposto, parlando dell’omicidio del giornalista Pecorelli, rivelò di un avvenuto incontro a Roma tra il boss e Andreotti, chiamato, affettuosamente, “zio” dai picciotti. Non è mai stato provato. E per il delitto Pecorelli, Andreotti fu assolto. Con la strage rimasta senza mandante.

Come è rimasta sostanzialmente impunita e avvolta nel mistero, ancora una volta con la figura di Andreotti sullo sfondo, la Strage di Via Carini del 3 settembre 1982, quando fu ucciso il Generale dei Carabinieri e Prefetto di Palermo Dalla Chiesa, avvenuta secondo una ritualità – hanno sempre dichiarato negli anni gli studiosi e gli esperti – non tipicamente mafiosa. Venendo colpita, per esempio, anche la moglie Manuela Setti Carraro. Una sorta di “femminicidio” ante-litteram, potremmo definirlo oggi. Ma dopo oltre tre decenni, purtroppo, la Verità sembra ancora lontana.

Da quel 9 maggio 1978 sono trascorsi 35 anni. L’Italia è oggi un Paese culturalmente ed eticamente fallito. Le diverse organizzazioni criminali hanno inquinato tutti i gangli della nostra società. Non si può più parlare di infiltrazione mafiosa. Dovremmo, semmai, parlare di infiltrazione politica. Le mafie sono dentro le Istituzioni. La mafiosità, intesa come cultura dell’Anti-Stato, permea la quotidianità. E’ diventata la nostra cultura, senza accorgercene. Perché noi non ci accorgiamo più di niente. Non ci indigniamo più davanti agli scandali. Li accettiamo, li tolleriamo e proseguiamo come se non fossero, ciascuno di essi, una coltellata alla nostra dignità e moralità.

E niente cambierà se non inizieremo ad assumerci la nostra quotidiana e doverosa parte di corresponsabilità. E ad agire di più, parlando di meno, con coraggio. Con passione. Con umiltà. Ricordando l’esemplarità, non soltanto in giornate commemorative come questa, di figure come il democristiano Aldo Moro e il comunista Peppino Impastato. Tanto diverse quanto simili. Abbattute, forse, se non dagli stessi mandanti politici e morali, certamente dallo stesso Potere criminale ed occulto, composto anche da servitori infedeli dello Stato. Due facce di una stessa medaglia. Quella di un’Italia che ha perso l’opportunità di cambiare la sua Storia e di consegnare alle future generazioni un Paese dove sia bello vivere nel rispetto delle regole e nel rispetto reciproco.

Demoliamo l’abusivismo edilizio

L’abusivismo edilizio, in Italia, non passa mai di moda. Purtroppo. E’ una di quelle tendenze di cui faremmo volentieri a meno. E’ un cancro per il paesaggio italiano. Chi ha promesso condoni e sanatorie da un lato e chi ha compiuto, quasi a prescindere, per un proprio vantaggio, uno o più abusi, dall’altro, ha dimostrato di non voler bene al Paese, di non aver alcun rispetto per il suo futuro e per quello delle prossime generazioni. L’abusivismo edilizio non è solo l’ennesima dimostrazione di come si possa oltrepassare, restando sostanzialmente impuniti, il limite imposto dalle leggi – definite nell’interesse di tutti i cittadini di una stessa comunità – o di come le norme paesaggistiche siano manipolabili a proprio uso e costume, quasi per un’ostentazione sfacciata del potere, ma è anche un atto di violenza – uno stupro – che commettiamo consapevolmente nei confronti della natura.

Nel nostro Paese, praticamente da sempre, non esiste una diffusa cultura ambientale. Il paesaggio è considerata una risorsa infinita e, quindi, sfruttabile all’infinito. Consumabile e sprecabile. I disastri procurati dal dissesto idrogeologico, come frane o alluvioni, spesso vengono attribuiti, per ignoranza e malafede, più alla fatalità che all’incapacità dell’uomo di riconoscere la propria corresponsabilità. L’abusivismo edilizio prende a pugni la bellezza. Le impedisce di esprimersi e di manifestarsi. Quando ci lamentiamo, spesso, della bruttezza delle nostre città, con la stessa spontaneità, dovremmo interrogarci più seriamente sulle ragioni di certi scempi. La bruttezza, come la bellezza, si crea. Ma quando è presente è da criminali lasciarla morire. Bisogna difendere la bellezza. Proteggerla per poterla diffondere. Solo nella bellezza noi possiamo ritrovare la nostra identità. Il 40% del patrimonio artistico, storico e culturale del mondo è in Italia.

Non disponendo ancora dei dati del 2012, si può rilevare che, nel 2011, in Italia, sono stati realizzati quasi 26 mila abusi, tra nuove case o grandi ristrutturazioni, pari al 13,4% del totale delle nuove costruzioni. E dal 2003, anno dell’ultimo condono edilizio, a oggi, sono state costruite oltre 258 mila case illegali, per un fatturato complessivo di 1,8 miliardi di euro.

Il terremoto che sconvolse l’Emilia Romagna e quello ancor più devastante che ha quasi raso al suolo L’Aquila, sembra siano stati rimossi, come insopportabili detriti della memoria, da un Paese che non si sente corresponsabile per quelle tante morti ingiuste, molte delle quali sprofondate sotto una quantità intollerabile di cemento abusivo e di costruzioni non edificate a regola d’arte.

Cosa si è fatto da allora? Quali politiche di prevenzione sono state messe in campo? Quali miglioramenti sono stati apportati ai nostri edifici pubblici, in un Paese dove ad avere problemi strutturali sono persino le scuole e gli ospedali? Quali speranze sono date ai cittadini italiani che dovrebbero aver imparato che quei terremoti non sono stati i primi e non saranno gli ultimi?

Da una ricerca di Legambiente si evince che in 72 comuni capoluogo di provincia sono state emesse 46.760 ordinanze di demolizione, ma ne sono state eseguite solo 4.956, ovvero circa il 10%. Legambiente, peraltro, partendo proprio da dati come questi, ha presentato una proposta di legge per “la demolizione del cemento illegale”, dopo aver pubblicato un interessante “manuale d’azione“. Sulla stessa lunghezza d’onda troviamo la Regione Puglia che, tra le prime in Italia, ha emanato una legge (la L.R. 15/2012)- sebbene oggi non sia totalmente attuata – orientata a contrastare il fenomeno dell’abusivismo edilizio, favorendo l’istituto della demolizione, dal titolo: Norme in materia di funzioni regionali di prevenzione e repressione dell’abusivismo edilizio. Con la Guardia di Finanza, infine, che proprio in Puglia, il 23 aprile scorso, ha sequestrato 165 immobili illegali.

Abbattiamo l’abusivismo edilizio. Salviamo l’Italia.

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