Category Archives: Mafia

Contro la corruzione, ci metto la faccia..

Ho aderito ufficialmente alla campagna contro la corruzione, “Riparte il Futuro“, promossa da Libera e da Gruppo Abele, con l’intento di arrivare all’approvazione definitiva di una legge – oggi approvata dalla Camera (qui il commento di Don Ciotti) – orientata a sanzionare duramente il voto di scambio e la corruzione (tema sul quale ho molto scritto su questo piccolo blog).

La corruzione, secondo alcune stime, vale oggi nel nostro Paese 60 miliardi di euro circa.

Bisogna contrastarla, pertanto, non soltanto per un fatto meramente ma fondamentalmente economico, ma anche per un fatto etico e perché attraverso un contrasto efficace la politica può risarcire i cittadini per la sua inefficienza cronica restituendo, contestualmente, un pò di fiducia nelle Istituzioni.

io ho firmato

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Ma a Bari comanda la mafia o lo Stato?

morte 1

La risposta, almeno a questa domanda, dopo l’agguato mafioso di ieri sera a Poggiofranco – in questa apparentemente interminabile faida tra le famiglie criminali locali – sembrerebbe ovvia. E probabilmente sbaglio ad usare il condizionale. Mi pongo, tuttavia, un’altra domanda. La stessa avanzata dal Candidato Sindaco di Bari Pietro Petruzzelli, dopo l’agguato mafioso di ieri sera nel quale è morto lo storico boss di San Girolamo. “Quale Bari consegniamo alle più giovani generazioni?”

Non so quale possa essere la risposta migliore, onestamente. Anche perché, in momenti simili, sono un frullatore di pensieri. So solo una cosa, che può anche essere sbagliata. Ma la condivido, nonostante tutto, con tutto l’amore del mondo per la mia città e per i miei concittadini.

Finiamola di dire e di pensare che possiamo stare tranquilli “finché si ammazzano tra di loro”. O di indignarci soltanto contro il Sindaco X o il Ministro Y che fanno meno di quel che ci aspetteremmo. Noi cittadini abbiamo una responsabilità sociale immensa. Non possiamo continuare a dividerci come guelfi e ghibellini sulla base, sempre più spesso, di un fanatismo politico-religioso che ci obnubila la vista. Non nascondiamoci dietro uno slogan che poi diventa l’alibi perfetto per restare succubi e schiavi della paura. Finiamola di essere un popolo di pre-giudicati silenziosi, giudicando superficialmente la realtà mafiosa senza studiare e conoscerne le dinamiche. Bari rischia di diventare un hub di una rete internazionale del malaffare che unisce la mafia dell’est europa con la camorra e la ‘ndrangheta.

Nell’ultimo anno e mezzo circa ci sono state più di 15 sparatorie, tra il Libertà, il Madonnella, San Girolamo, Palese, Santo Spirito, San Pasquale e Carrassi.  Sono morte una decina di persone, tra le quali Alessandro Marzio, Massimo Villoni, Gaetano Petrone, il georgiano Rezo, Giacomo Caracciolese, Vitantonio Fiore, Felice Campanale. Con il sangue, spesso di giovanissime vittime, si sta disegnando la nuova mappa del crimine di Bari. E mi sto limitando ai perimetri geografici della mia comunità, poiché se allargassi la panoramica agli eventi mafiosi che stanno sventrando l’anima di alcuni comuni della Provincia il bilancio sarebbe ben peggiore.

I clan baresi rinforzati dall’immissione delle nuove leve criminali, hanno esteso, allo scopo di accrescere gli introiti illeciti, i settori di interesse: accanto alle tradizionali attività illecite (stupefacenti, estorsioni, usura e ricettazione) non disdegnano altre tipologie di reato cercando contestualmente di infiltrarsi nel tessuto economico-legale oltre che nei finanziamenti e negli appalti della Pubblica amministrazione. Lo sbandamento di alcuni sodalizi, privati dei capi e falcidiati da arresti, da passaggi ad altri clan e da defezioni per scelte collaborative con la giustizia, ha consentito, da un lato, il rafforzamento di taluni gruppi criminali e, dall’altro, l’emersione di nuovi soggetti e nuove organizzazioni: il risultato è una vorticosa ricerca di supremazia, intessuta di attentati e omicidi e perseguita attraverso ogni mezzo: quando il potere delinquenziale passa da mani forti a mani deboli si spara di più sul territorio. I clan, non più nel pieno della loro forza, non riescono a mantenere il dominio senza manifestazioni eclatanti di violenza.

Questo frammento, tratto da questo articolo, è estratto da una relazione predisposta dalla Direzione Nazionale Antimafia che evidenzia quanto delicata e grave sia la situazione. E rispetto alla quale è necessario che i cittadini facciano essenzialmente una scelta: o con i mafiosi o contro. Se decidiamo di esserne complici, allora possiamo continuare ad essere spettatori del più grande big bang etico che sta facendo esplodere il nostro Paese. E che sta facendo precipitare Bari verso l’inferno degli anni ’90.

Ma se decidiamo di opporci a questo regime, sostenuto anche trasversalmente dalla politica, non si può neanche continuare a conviverci con questi infami senza anima e senza dignità. Proprio in quest’ottica, pertanto, muovendo dalla ferma convinzione che il contrasto alla criminalità organizzata debba essere soprattutto di stampo culturale organizzando la società in modo tale da farle riscoprire – a cominciare dalle scuole e con l’aiuto delle famiglie – la bellezza del bene comune, bisogna rifiutare l’assioma secondo cui va tutto bene “finché si ammazzano tra di loro”.

Quando la città è spaccata e i cittadini sono soggiogati dalla paura o dalla rassegnazione, la mafia sorride. E’ contenta. Gode della nostra incapacità di indignarci ancora. La mafia ci fa prigionieri in modo inconsapevole. Agisce in modo subdolo. Per questo diventa ancora più pericolosa. Si pensi all’usura, ai commercianti che pagano il pizzo, al gioco d’azzardo, alle sale da gioco, ai videopoker, ai compro-oro.

Bisogna aggredire i loro patrimoni. Bisogna snellire la burocrazia per consentire un più rapido uso dei beni confiscati. Bisogna privarli delle attività borderline nelle quali riciclano proventi illeciti per convertirle e garantire un’occupazione onesta e di qualità. Bisogna avere il coraggio di stravolgere i paradigmi che stanno regolando la nostra esistenza.

Ecco perché ci vuole una reazione popolare. Perché dobbiamo ribellarci prima che sia troppo tardi. Prima che le vie della città siano ancora inondate di sangue.

Lo stesso mandante per Aldo e Peppino?

Questa domanda mi tormenta, a dire il vero, da anni (ne ho scritto anche qui e qui). E, probabilmente, resterà una domanda che non riceverà risposta alcuna, non essendoci niente, ad oggi, che possa indurre i curiosi a fare considerazioni diverse, a cominciare da pronunciamenti definitivi della magistratura. Giusto, quindi, sottolineare questo aspetto, in apertura, ma è altrettanto legittimo, però, partire da alcuni fatti certi per elaborare alcune considerazioni. Esercitando scrupolosamente il dubbio.

Il 9 maggio 1978 è uno dei giorni più infelici della Storia di questo Paese. Vengono assassinati Aldo Moro e Peppino Impastato. Uno a Roma, l’altro a Cinisi. Uno dalle Brigate Rosse – secondo la vulgata dominante – l’altro da Cosa Nostra. Il primo sarebbe stato rapito ed ucciso per il suo disegno “eversivo” di superare le consolidate divisioni politiche tra democristiani (divisi in varie correnti) e comunisti (divisi in varie correnti) per dare finalmente una stabilità e una governabilità al Paese, lacerato già allora da politicismi inauditi e da veti dettati più dall’opportunismo di salvaguardare uno status quo che dall’opportunità coraggiosa di cambiare il Paese; il secondo, invece, fu fatto esplodere, nel vero senso della parola, per la sua capacità ritenuta insopportabile di sbeffeggiare, con ironia e spontaneità, il superboss Gaetano “Tano Seduto” Badalamenti.

Ora, lo dico subito, anche a rischio di essere preso per uno che farnetica, io alle coincidenze non ci credo. Non posso crederci perché la Storia di questo Paese è anche una Storia criminale (come ha pure scritto Roberto Scarpinato ne “Il Ritorno del Principe”). Sin dalla sua origine. Fondata sul mistero e sull’occulto. Basterebbe ricordare l’inchiesta a fine Ottocento del filantropo meridionalista Leopoldo Franchetti o il primo eccellente e misterioso delitto di mafia con vittima Notarbartolo.

La Democrazia Cristiana è sempre stata il braccio politico del Vaticano. Il Papa Paolo VI era – parole sue – molto vicino per sensibilità e cultura ad Aldo Moro. Pur cristiano praticante, Aldo Moro aveva, verso la politica, un approccio laico, pragmatico, risolutivo. Aveva capito che l’unica possibilità per cambiare e riformare radicalmente il Paese, accettando qualche compromesso, era  quella di stringere un’alleanza con i comunisti di Berlinguer, il quale, pur muovendo da una cultura antitetica, condivise enormemente, da persona politicamente saggia, l’approccio dello statista democristiano. I comunisti erano, però, i nemici pubblici principali per gli americani e per la Curia (e con un flash mi torna in mente pure quel Pio La Torre, segretario comunista siciliano ucciso dalla mafia, sempre in quegli anni). Se fossero andati al Governo del Paese sarebbe stata una sciagura. Sarebbe stata scritta un’altra storia. E forse, oggi, avremmo un altro Paese. Con il rapimento di Moro e la sua successiva eliminazione, il disegno fu stracciato.

Gli esecutori materiali furono rintracciati nei brigatisti. Dopo alcuni anni, soprattutto con Giancarlo Caselli e il Generale Dalla Chiesa, il terrorismo fu sconfitto. Con la dimostrazione, quindi, che se appoggio politico c’era stato, con la fine di questa stagione dolorosa, era venuto meno. Usati ed abbandonati. Almeno ufficialmente, fino ad oggi e fino a prova contraria, nessuno ha sollevato il dubbio che possa esserci stato anche un coinvolgimento, seppur indiretto, di Cosa Nostra.

In quegli anni, tuttavia, non possiamo dimenticare lo strapotere eversivo della Loggia di Rinascita Democratica P2. E’ fatto, ormai, storicamente comprovato che erano suoi illustri componenti il plenipotenziario della Dc, Giulio Andreotti, il cardinale Marcinkus che  gestiva lo Ior e il primo superboss di Cosa Nostra Stefano Bontate. Bontate era siciliano. E la Sicilia non era solo un feudo politico della Dc. Era un feudo di Andreotti.

Ma Bontate non era l’unico “capo”. L’altro superboss di Cosa Nostra era Tano Badalamenti. Colui che nel 2002 fu condannato all’ergastolo per l’omicidio di Peppino Impastato. Il pentito Buscetta (che si fidava soltanto di Giovanni Falcone), in uno degli interrogatori a cui fu sottoposto, parlando dell’omicidio del giornalista Pecorelli, rivelò di un avvenuto incontro a Roma tra il boss e Andreotti, chiamato, affettuosamente, “zio” dai picciotti. Non è mai stato provato. E per il delitto Pecorelli, Andreotti fu assolto. Con la strage rimasta senza mandante.

Come è rimasta sostanzialmente impunita e avvolta nel mistero, ancora una volta con la figura di Andreotti sullo sfondo, la Strage di Via Carini del 3 settembre 1982, quando fu ucciso il Generale dei Carabinieri e Prefetto di Palermo Dalla Chiesa, avvenuta secondo una ritualità – hanno sempre dichiarato negli anni gli studiosi e gli esperti – non tipicamente mafiosa. Venendo colpita, per esempio, anche la moglie Manuela Setti Carraro. Una sorta di “femminicidio” ante-litteram, potremmo definirlo oggi. Ma dopo oltre tre decenni, purtroppo, la Verità sembra ancora lontana.

Da quel 9 maggio 1978 sono trascorsi 35 anni. L’Italia è oggi un Paese culturalmente ed eticamente fallito. Le diverse organizzazioni criminali hanno inquinato tutti i gangli della nostra società. Non si può più parlare di infiltrazione mafiosa. Dovremmo, semmai, parlare di infiltrazione politica. Le mafie sono dentro le Istituzioni. La mafiosità, intesa come cultura dell’Anti-Stato, permea la quotidianità. E’ diventata la nostra cultura, senza accorgercene. Perché noi non ci accorgiamo più di niente. Non ci indigniamo più davanti agli scandali. Li accettiamo, li tolleriamo e proseguiamo come se non fossero, ciascuno di essi, una coltellata alla nostra dignità e moralità.

E niente cambierà se non inizieremo ad assumerci la nostra quotidiana e doverosa parte di corresponsabilità. E ad agire di più, parlando di meno, con coraggio. Con passione. Con umiltà. Ricordando l’esemplarità, non soltanto in giornate commemorative come questa, di figure come il democristiano Aldo Moro e il comunista Peppino Impastato. Tanto diverse quanto simili. Abbattute, forse, se non dagli stessi mandanti politici e morali, certamente dallo stesso Potere criminale ed occulto, composto anche da servitori infedeli dello Stato. Due facce di una stessa medaglia. Quella di un’Italia che ha perso l’opportunità di cambiare la sua Storia e di consegnare alle future generazioni un Paese dove sia bello vivere nel rispetto delle regole e nel rispetto reciproco.

Nessun dispiacere per un mafioso

E’ morto Giulio Andreotti. Il divo Giulio, nella cui gobba – disse Grillo una volta – “si nasconde la scatola nera della Prima e della Seconda Repubblica”, fino alla primavera del 1980, ossia quando interviene la prescrizione pur in presenza di fatti accertati, è da considerare a tutti gli effetti un mafioso. Poi, evidentemente, sempre rispetto alle sentenze definitive della magistratura, ha smesso di esserlo. Un mafioso, quindi, elevato dall’allora Presidente della Repubblica Franscesco Cossiga a Senatore a vita, dopo essere stato 7 volte Presidente del Consiglio e 18 volte Ministro. Andreotti era già sulla scena politica nel 1955 quando ci fu la prima strage mafiosa di Portella della Ginestra. E’ stato quello che più di tutti ha ostracizzato Aldo Moro e il suo tentativo di cambiare l’Italia, con Berlinguer. E’ stato, da politico vaticanista quasi per definizione, con il cardinale Marcinkus e il primo vero boss di Cosa Nostra Stefano Bontate, uno dei fari della Loggia P2. La sua figura è stata ottenebrata ulteriormente con la strage del 3 settembre del 1982 quando fu assassinato il Prefetto di Palermo, il Generale Dalla Chiesa. E ancora dubbi furono sollevati quando avvenne l’omicidio del Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, essendo stato l’indiscusso leader del gotha siciliano della Democrazia Cristiana composto negli anni ’80 e ’90 da una galassia di spregiudicati uomini in carriera riconducibili sia ai cugini Salvo sia a Salvo Lima. Poi tutti giustiziati dalla mafia. Si potrebbero scrivere un’infinità di cose. Ma, sinceramente, non ne ho voglia. E’ stata una persona che ha fatto, politicamente parlando, molto male all’Italia. E mi auguro possa emergere un giorno dai suoi archivi tutta la verità sui periodi più bui e sui misteri più indicibili della nostra Repubblica. Ma, oggi, è giusto che cali il sipario e si faccia silenzio. Non per rispetto. Non può essercene per un mafioso amico di Totò Riina. Ma perché non c’è più niente da dire. Un silenzio di pietà per la nostra decenza.

Al sit-in per il Pm Di Matteo

Sabato scorso le Agende Rosse di Bari e il neonato presidio locale dell’Associazione dedicata a Rita Atria hanno promosso a Bari, sotto il Palazzo del Comune, un sit-in per esprimere solidarietà al Pm della Procura di Palermo, Nino Di Matteo, vittima negli ultimi mesi di una pluralità di intimidazioni a causa del suo impegno teso ad accertare le responsabilità e l’identità dei mandanti delle Stragi di Stato del 1992-1993. All’evento ho partecipato anche io, con gratitudine verso i promotori, a nome della Scuola Caponnetto.

La coerenza di Ingroia: verso le Politiche/2

“Riprenderei un incarico legato ovviamente alla mia attività ma certamente fuori dal fuoco della polemica e dell’esposizione politico mediatica dell’Italia”. (Antonio Ingroia, 7 gennaio 2013)

“Ingroia? Ognuno è libero di fare quello che vuole ma io credo che i magistrati non debbano candidarsi alle elezioni politiche, non perchè la politica abbia qualcosa di sporco ma perchè sono due cose diverse. Non si possono limitare i diritti politici, ma secondo me se c’è qualcuno che vuole fare politica dovrebbe essere una strada senza ritorno. Difficile dare l’impressione di imparzialità, dopo essere stato in Parlamento”. (Piercamillo Davigo, 19 dicembre 2012)

“Sarebbe sommamente opportuno che i giudici rinunciassero a partecipare alle competizioni elettorali in veste di candidato o, qualora ritengano che il seggio in Parlamento superi di molto in prestigio, potere ed importanza, l’ufficio del giudice, effettuassero una irrevocabile scelta, bruciandosi tutti i vascelli alle spalle, con le dimissioni definitive dall’ordine giudiziario”. (Rosario Livatino, 7 aprile 1984)

Antonino Caponnetto, un esempio per i giovani

“Ragazzi godetevi la vita, innamoratevi, siate felici ma diventate partigiani di questa nuova resistenza, la resistenza dei valori, la resistenza degli ideali. Non abbiate mai paura di pensare, di denunciare e di agire da uomini liberi e consapevoli ribadiscono e sollecitano di diventare protagonisti e partecipi nella salvaguardia della comunità in cui vivono”.

Dieci anni fa moriva Antonino Caponnetto. Il magistrato sceso volontariamente dalla sua Firenze a Palermo per sostituire Rocco Chinnici e che ha voluto fortemente il pool antimafia con Falcone e Borsellino. Era un uomo mite, gentile, buono, generoso. Un vero servitore dello Stato. Amava i giovani e si spese fino all’ultimo per loro, per educarli alla legalità spingendo sul senso del dovere e sulla corresponsabilità. Per questo a lui è stata dedicata la nostra Scuola di Formazione Politica.

“Perché la mafia teme la scuola più della giustizia, la mafia prospera sull’ignoranza della gente, sulla quale può svolgere opera di intimidazione e di soggezione psicologica: solo così la mafia può prosperare”.

I partiti e le primarie. Come ti dimentico la mafia

La riflessione da leggere, da rileggere, da scolpirsi in testa, è di Nando Dalla Chiesa. E la leggete, integralmente, qui.

Ma che diavolo deve succedere in questo paese perché la politica si occupi di mafia? E’ difficile dire quale sia il sentimento che prevale nel vedere partiti così tenacemente assenti, così beatamente refrattari ad affrontare un nemico che si è inchiodato, incistato dentro la vita pubblica e proprio non la molla. E la condiziona, e la inquina, e la travolge. Ci si immaginerebbe che i partiti, davanti al discredito che li circonda, se non altro per un istinto di sopravvivenza, dessero un’occhiata a questo sconcio permanente, ai movimenti di rivolta che scuotono il paese, che riempiono sale e cinema anche nelle sere della nazionale, e decidessero di farsi un lifting. Di darsi una mossa, come si dice. Macché, proprio non ci riescono. Sembrano posseduti da una misteriosa allergia, da una riluttanza malarica, a schierarsi sulla prima frontiera di un paese civile: quella della legge, del diritto, della libertà. Una sola cosa si capisce. Che questo paese è indifeso. Che si dovrà difendere da solo, come un esercito pieno di traditori e abbandonato da ufficiali inetti. Costretto a combattere mentre i generali giocano a canasta. Ma sì, si può fare. Soprattutto si deve fare.

La mafia pugliese è (pure) piromane

Nuovo, ennesimo, atto intimidatorio contro la Cooperativa di Libera Terre di Puglia che agisce nel brindisino sui beni confiscati alla Sacra Corona Unita. Questi infami non fermeranno la nostra voglia di libertà, di legalità e di giustizia sociale. Un caro e saldo abbraccio di pace ad Alessandro, il responsabile della suddetta cooperativa sociale.

I terreni seminati a grano affidati alla cooperativa Libera Terra Puglia sono due: il primo di circa sei ettari e il secondo di circa quattro ettari. A prendere fuoco è stato il primo appezzamento, quello più grande, dove erano stati stimati non meno di 200 quintali di grano che doveva esser trebbiato tra qualche giorno per produrre i i taralli a marchio “Libera Terra”. Le fiamme non fermeranno il riscatto della legalità anche perché non si deve cedere alle eventuali intimidazioni di quanti credono con la violenza di seminare paura. A Mesagne da tempo è stata seminata la speranza e il raccolto continuerà a essere fruttuoso. Da tempo in questo territorio sono ben radicati gli anticorpi sociali pronti a rispondere sempre con attenzione e corresponsabilità a qualsiasi atto intimidatorio. Coltivare e produrre sui terreni confiscati ai mafiosi e creare lavoro libero dalle mafie rappresenta il più grande schiaffo alla criminalità organizzata e a chi la copre. Noi continueremo in quel territorio a coltivare la speranza, la freschezza di prospettive fondata su lavoro vero, tenace e concreto.

Le imprese del Sud

Hanno, a causa della presenza della criminalità organizzata, maggiori costi diretti ed indiretti. Lo ha comunicato il vicedirettore generale della Banca d’Italia Anna Maria Tarantola (nel suo ultimo giorno di lavoro essendo stata poi successivamente nominata dal Premier Monti Presidente della Rai).

I costi diretti e indiretti della criminalità per le imprese valgono il 2,6% del Pil nel Sud e l’1% dello stesso Prodotto interno lordo nel Centro-Nord. I costi vengono calcolati in termini di “spese di anticipazione” (a esempio assicurazioni e sicurezza), “spese di conseguenza” (ad esempio pizzo, refurtiva, i mancati guadagni derivanti dall’effettivo verificarsi del delitto) e infine “spese di reazione” (il costo per indagini ed esecuzioni delle pene).  L’incidenza dei costi così misurati risulta maggiore nel Mezzogiorno (2,6 per cento del Pil, in media) che nel Centro-Nord (1%). Le diverse categorie di costo risultano distribuite in modo eterogeneo: il Mezzogiorno subisce il maggior aggravio per i “costi di conseguenza” (49,3% della relativa spesa nazionale); per contro, nel Centro Nord prevalgono le “spese di anticipazione” (73,1%) e quelle di reazione (63,4%). Per valutare l’impatto economico della criminalità organizzata vanno considerati anche i costi indiretti che le imprese si trovano a sostenere per effetto della presenza delle mafie. Tra questi rilevano quelli dovuti alle inefficienze che si determinano nel mercato del credito e che possono causare effetti negativi rilevanti sulla crescita dei territori.

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