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Dubbi sul presunto attentatore di Brindisi

Giovanni Vantaggiato, il presunto autore dell’attentato (che alcuni giornalisti e Bruno Vespa hanno già processato e condannato) di Brindisi del 19 maggio scorso (il mio racconto di quella giornata) in cui morì la sedicenne Melissa Bassi, oggi pomeriggio, nell’interrogatorio di convalida del suo arresto davanti al Gip del Tribunale di Lecce, avrebbe ribadito di aver fatto tutto da solo aggiungendo qualcosa sul movente e dando una motivazione più plausibile del «ce l’ho con il mondo intero» dichiarato mercoledì scorso, quando è stato fermato. Ora, a prescindere dalle dichiarazioni di sorta, e senza voler fare la parte dell’esperto di mafia o di complotti (che non sono, pur avendo letto abbastanza negli ultimi anni), a me restano moltissimi dubbi che proverò ad elencare sinteticamente, fermo restando che vorrei essere presto smentito per le mie tesi.

Possibile che un piccolo imprenditore/benzinaio esperto di elettronica e di esplosivi da solo prepari tre bombole (che proprio leggerissime non sono, suppongo) e sempre da solo poi le trasporti sul luogo dell’attentato “soltanto” per una vendetta personale o perché “ce l’ha con il mondo intero”? Non in un giorno qualunque, ma proprio nel giorno in cui è previsto a Brindisi il passaggio della carovana antimafia dell’associazione Libera di Don Luigi Ciotti? Ed è sempre un caso che siano colpiti alcuni simboli come una Scuola, una Donna e una Giovane, che nel Mezzogiorno rappresentano quasi esclusivamente gli unici presidi di educazione alla legalità e all’ impegno civile contro ogni forma di illegalità? E non è quantomeno strano che l’attentatore che pare volesse colpire il Tribunale, sempre per la sua vendetta personale contro la “malagiustizia”, poi si accanisca contro la scuola dedicata a Francesca Morvillo-Falcone? E, infine, non è inquietante che contestualmente all’interrogatorio di giovedi il Capo della Polizia, dott. Manganelli, dichiari che “la mafia non è oggi in condizione di porsi in contrasto con lo Stato”, dopo il tentativo del neosindaco Consales, all’Infedele di Gad Lerner di qualche settimana fa, di provare a convincere non si sa chi che la mafia a Brindisi non c’è e che queste stragi nella sua città non possono avvenire?

Chi conosce il presunto attentatore ha dichiarato, con grande cautela, che le sue reticenze e i suoi silenzi potrebbero servire per coprire qualcuno. Il complice o il mandante. E queste possibilità, infatti, non sono affatto escluse dal Procuratore della Repubblica di Lecce e Capo della Dda salentina, Cataldo Motta, bravissimo magistrato che conosce perfettamente il suo mestiere, il quale, del resto, ancora non ha chiuso le indagini e non ha commentato in alcun modo le uscite tanto di Manganelli quanto del Primo Cittadino. E non mi stupirei affatto, perciò, se fosse effetivamente cosi, se si scoprisse dietro questa tristissima vicenda un ennesimo depistaggio di Stato, essendo la Storia d’Italia densissima di depistaggi e di sabotaggi, spesso co-organizzati da componenti infedeli delle Istituzioni che, mediante precisi simboli e segnali, comunicano con quegli apparati anche della politica, con l’intento da un lato di generare paura nell’opinione pubblica dall’altro di preparare il terreno a quella che sarebbe la “Terza Repubblica”.

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Ecco il Sud che lotta contro la criminalità

Se ne parla in questo articolo, dove viene riportata anche una mia riflessione, relativamente all’impegno e alle finalità etiche della Scuola di Formazione Politica “Antonino Caponnetto”, di cui faccio parte, con orgoglio.

Andrebbe raccontato anche l’impegno delle molte scuole di formazione che cercano di educare ai valori della legalità e dell’impegno civile: tra queste la Scuola di Formazione Politica Antonino Caponnetto, nata nel 2008 da un’intuizione di Nando Dalla Chiesa, e diventata in poco tempo un punto di riferimento importante. “Una scuola per re-imparare il più difficile dei mestieri: quello del cittadino: soggetto che deve essere per definizione corresponsabile rispetto a quello che gli accade intorno”, racconta a iMille Giuseppe Milano, barese e referente per la provincia di Bari dell’associazione  (presente in tutta Italia). Una scuola per educare alla legalità, quindi, “intesa non come mero rispetto delle regole, ma pure come rispetto della dignità di ogni individuo”, spiega Milano.

Bari ricorda Giovanni Falcone

Il 23 maggio del 1992, alle ore 17:58, saltavano in aria – per effetto dei 500 kg di tritolo nascoti da Brusca in un cunicolo presente sotto l’autostrada – Giovanni Falcone e la compagna Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Di Cillo. Oggi, quasi in tutta Italia, ci sono state varie tipologie di manifestazioni per ricordare, a vent’anni di distanza da quella che è stata etichettata “Strage di Stato”, queste figure e cosa hanno rappresentato per il Paese. Giovanni Falcone, in particolare. Il magistrato siciliano che, per primo, insieme a Paolo Borsellino e ad altri valenti colleghi, istruì il maxiprocesso a Cosa Nostra che, contestualmente, veniva sbattuta in prima pagina come un’organizzazione criminale pericolosissima i cui interessi erano convergenti con quelli della politica, e non come una mera banda di delinquenti. Da vivo, Falcone, forse anche per il suo innato talento di saper interpretare prima e meglio di altri i fenomeni della quotidianità e di saperli immediatamente tramutare in attività investigative di qualità – leggasi l’urgenza secondo lui di seguire il movimento dei soldi cosi da capire quali ambiti produttivi o decisionali fossero a rischio – a causa dell’irresponsabilità di una certa stampa (si ripropone il vecchio articolo de La Repubblica del ’93), è stato abbondantemente isolato e denigrato. Dava fastidio. Le sue utopie rischiavano di danneggiare l’immagine di Palermo. Di più: la sua convinzione, plausibile già allora, che la mafia fosse stratturata in un compartimento militare-operativo e in un compartimento culturale-teorico, ha prodotto che fosse inviso anche ad una certa politica, che sarebbe stata messa presso alla gogna di fronte alle proprie responsabilità, se il magistrato avesse avuto altro tempo per operare, per il bene della Sicilia e del Paese tutto. Ma gli fu impedito, vigliaccamente. Ed oggi, sia quelli che lo avevano osteggiato e diffamato (vedi il quarta volta sindaco di Palermo, Leoluca Orlando), sia quelli che si erano mostrati, pure in buona fede, scettici verso la sua intraprendenza e verso la sua voglia di arginare il fenomeno mafioso che per lui era pericoloso in quanto fenomeno anche culturale, assai ipocritamente, sono scesi nelle piazze e tra i cittadini, per manifestare la loro vile solidarietà. Il dono ed il valore della memoria che diventa testimonianza ed esperienza educativa non può che abbracciare, prima di tutto e senza escludere le persone oneste di tutte le età, quei ragazzi e ragazze che sono giunti in Sicilia da tutto il Paese con la nave della legalità, proprio per dire chiaramente che “le loro idee camminano (e cammineranno) sulle nostre gambe”. Anche a Bari c’è stata, per il ventennale dalla morte, una bellissima manifestazione “Insieme per la Legalità” in Piazza del Ferrarese indetta dall’Ordine degli Avvocati di Bari e dall’Associazione Nazionale Magistrati – Distretto di Bari, con la collaborazione di tante altre sigle associative presenti sul territorio, a cui hanno preso parte centinaia di persone e in modo particolare alcune scuole della provincia, coinvolte sin dall’inizio, proprio per la valenza fortemente culturale che devono avere oggi le rassegne dedicate all’educazione alla legalità. Io ho portato il mio umile contributo leggendo il seguente passo, tratto dal libro “La Convergenza” di Nando Dalla Chiesa, per Melampo.

Frank Coppola (uno dei primissimi superboss di Cosa Nostra arrestati) e Giovanni Falcone dicono a chi voglia ascoltarli una cosa di una straordinaria semplicità didascalica: che dove comanda la mafia i posti nelle istituzioni vengono tendenzialmente affidati a dei cretini. A degli idioti, termine con cui indichiamo “l’uomo inetto a partecipare alla cosa pubblica”. Ma che vi diventa adatto e prendi anzi a parteciparvi, anche ai livelli più alti, appunto per assecondare le esigenze della mafia. Il cretino farà spontaneamente, spesso in buona fede, ciò di cui la mafia ha bisogno. Di più: lo farà gratis. E se ci sarà da omettere, ometterà. Più in generale: se bisognerà non capire, lui non capirà. Anzi, porterà a sostegno delle azioni od omissioni desiderate dai clan nuove e insospettabili argomentazioni. Talora con un entusiasmo da neofita. Userà parole che i clan, o gli ambienti ad essi vicini, non avrebbero saputo inventare o rendere credibili. È una inettitudine relativa quella di queste persone, nel senso che esse non vedono, o non sanno misurare, sulla base delle loro priorità culturali, il pericolo mafioso. La vera forza della mafia sta fuori dalla mafia. Sta nelle complicità, nelle convergenze che si realizzano su condotte concrete. Su delitti specifici. O negli scambi di favori. O in campagne politiche o di opinione che convengono, per separate e autonome ragioni, sia alla mafia sia ad altri soggetti. Giovanni Falcone sosteneva che la lotta alla mafia avrebbe avuto bisogno di un delitto “eccellente” all’anno: per scuotere la gente, per impegnare e costringere la politica, per non fare addormentare le coscienze. È la ragione per cui, simmetricamente, nella trattativa tra mafia e politica quest’ultima ha posto ai suoi interlocutori il ferreo principio della rinuncia ai delitti “eccellenti”: condizione per poter arrivare in modo morbido e progressivo alle concessioni promesse. È il lavoro ben fatto che presidia i principi di verità e di bellezza, di solidarietà e di responsabilità, nel regime che si fonda sulla menzogna e sul grigiore estetico, sulla delazione tra vicini e tra parenti e sull’alibi degli ordini superiori. Il lavoro ben fatto corrisponde al “fare il proprio dovere”, è il più efficace anticorpo, la mina silenziosa che si può mettere ogni giorno sotto l’edificio delle convergenze. La sciatteria, l’assenza di qualità, l”ignoranza dei principi etici ed estetici, l’evaporazione del principio di responsabilità sociale sono il brodo primordiale e a volte la testa d’ariete della mafia cosi come delle altre organizzazioni criminali similari.

Per la prima volta, se ci riferissimo agli ultimi 25 anni, a Palermo e nel suo bunker di falconiana memoria, sia il Presidente della Repubblica sia il Presidente del Consiglio dei Ministri hanno partecipato agli eventi della giornata commemorativa. Ed entrambi hanno usato parole importanti, sul tema del contrasto alle mafie, a cui non eravamo sinceramente più abituati. “L’unica ragione di Stato è la ricerca della verità”? Bene, Presidente Monti. Apra subito gli “armadi” in cui sono custoditi come scheletri i documenti dei più grandi misteri; sia fatta finalmente giustizia e siano banditi per sempre gli scandali dalla matrice terroristica-mafiosa che hanno condizionato la storia del nostro Paese.

Era un giorno come gli altri, sabato..

A Brindisi, come a Bari, come in tutta Italia. Poi è successo qualcosa di inspiegabile. Un qualcosa che ancora oggi non ha un nome preciso – nè voglio aggiungermi alla lunga schiera di opinionisti che blaterano retoricamente senza comunicare nulla, se non tutta la loro stupidità – ma il cui effetto non sarà facilmente dimenticato. Melissa Bassi, una ragazzina di 16 anni di Mesagne, è stata uccisa – è stato detto in questi giorni – dall’esplosione di alcune bombole di gpl. All’ingresso della sua scuola, l’istituto femminile “Francesca Morvillo – Falcone”. Sabato pomeriggio, gonfio di dolore e di stupore, con Leo e suo fratello, sono andato a Brindisi, per partecipare alla manifestazione spontanea che era stata velocemente convocata e che ha visto presenti migliaia di cittadini provenienti da tutta la Puglia, soprattutto giovani e giovanissime. Quello che segue è il mio racconto, scritto ieri mattina per Giù al Sud, una volta recuperata in parte la lucidità smarrita.

Non si può morire andando a scuola. Non dovrebbe avvenire questo, in un Paese “normale”. Ma l’Italia ha smesso di essere un Paese normale, da tempo. O forse mai lo è stato davvero. Chi è stato ad uccidere Melissa e a ferire altre nove persone sabato mattina all’ingresso dell’Istituto femminile “Francesca Laura Morvillo – Falcone”? Chi è Stato? È questo il rabbioso interrogativo che ha dipinto il volto delle migliaia di persone che hanno affollato Piazza Vittoria per esprimere solidarietà alle famiglie delle vittime o semplicemente per gridare tutto il proprio sdegno. Brindisi è una città “liquida” da anni. E non perché ci sia il mare. Perché ci sono un mare di contraddizioni che la rendono un luogo difficile da amare, spesso pure per gli stessi brindisini. La città, infatti – potrò sbagliare – ma sembra la Corleone degli anni ’70. Il puzzo della mafia – che per alcuni continua a non esistere – ha avvelenato l’aria, ha corroso i polmoni, ha confuso e ottenebrato le menti di intere generazioni che sono oggi diventate classe dirigente di un non-luogo dove vige imperante il potere dell’anti-parola. Del silenzio. Dell’omertà. Dell’indifferenza. La parola usata, piuttosto, come arma per intimidire chi in questi anni ha reagito, come i ragazzi eccezionali della cooperativa di Torchiarolo “Libera Terra” (i cui terreni sono stati incendiati più volte negli ultimi anni) operante in uno dei beni confiscati alla Sacra Corona Unita dove la parola diventa ogni giorno un seme di speranza con il sogno di raccogliere il frutto del cambiamento. Parole che diventano, però, sempre più spesso, lance pronte a trafiggere i sogni innocenti di quei giovani adolescenti del cui presente e futuro non ci interessiamo a sufficienza. Saette scagliate – come ha ricordato dal palco il “partigiano della legalità” Don Luigi Ciotti – da una classe politica e dirigente locale e nazionale che non sa più far emozionare perché ha bandito il senso di responsabilità e il senso del dovere dal proprio vademecum comportamentale. Che non è credibile, che non è foriera del buon esempio, che si è spogliata della moralità, che non ha coraggio. “Coraggio”: che parola meravigliosa. Cor-agium. Agire col cuore. In quanti oggi operano lealmente col cuore, issandosi arbitrariamente sul piedistallo della buona politica? Sono anni che a tutte le latitudini si violenta l’arte della politica parlando alla pancia e alla testa delle persone, come se fossimo non individui, ma clienti di un megastore da appagare con una miriade di illusioni. Ci si sta svegliando, temo, da questa Utopia nel modo peggiore. Con una voglia, oggi meno secretata che mai, di violenza. Sta esacerbando l’intolleranza verso chi profetizza un avvenire che non lo riguarda. Il passo dalle illusioni alle delusioni è assai breve. Dopo la delusione c’è la rabbia. C’è l’odio. Proprio quei “sentimenti” che con preoccupazione sincera ho percepito negli sguardi, soprattutto giovani, dei ragazzi e ragazze scesi in piazza e giunti in poche ore da tutta la Puglia. Occhi e sguardi, compreso il mio, che hanno versato lacrime dolorose. Tante. Per una famiglia che ha perso l’unica figlia che aveva, con una brutalità incredibile. Per un Paese che, giorno dopo giorno, sempre più, uccide se stesso. Un Paese dove pullulano i caini e i giuda. Da sempre. Un Paese che sa unirsi nelle sue sconfitte. Quando si oltrepassa la soglia dell’umanità. Quando viene crocifissa la dignità degli innocenti. È un Paese, il nostro, sfigurato, avendo sciolto nell’acido dell’illegalità il dono della democrazia. E dell’uguaglianza. Al mondo che ci irride mostriamo nient’altro che una maschera. Incapaci di svelare i segreti e i misteri che da decenni tengono l’Italia sotto ricatto. Incapaci di pretendere verità e giustizia. È un Paese sorto sul sangue dei giusti. È un Paese che non è Stato. Chi è Stato? Siamo Noi. Siamo stati anche noi meridionali, prima ancora di noi italiani, ad uccidere la piccola Melissa. Perché non siamo stati abbastanza vivi in tutti questi anni. Perché fino ad oggi non siamo stati artefici del nostro destino. Lo abbiamo delegato prima a quella che chiamiamo Repubblica e poi a quella che chiamiamo Mafia. Ma, da queste parti, talvolta, sono le due facce della stessa medaglia. Non siamo mai stati capaci di costruire un futuro improntato al rispetto di se stessi e degli altri, basato sulla cultura della prossimità e della solidarietà, della legalità e della responsabilità. Individuale e collettiva. E’ stata la mafia? E’ stato un atto terroristico? E’ stato il gesto isolato di un folle? Saperlo, oggi, cambierebbe qualcosa? Forse cambierebbe per il Ministro Cancellieri che, da quanto si apprende dagli organi di stampa, ritiene che la vicenda possa essere risolta con 200 poliziotti e investigatori in più, come se fosse soltanto un problema di ordine pubblico. Forse cambierebbe per quel giornalismo pietoso e vergognoso che vive di sensazionalismi e di spettacolarizzazioni del dolore, spingendo i lettori ad essere il pubblico di un teatrino del grottesco dove non si rappresentano le verità, ma le opinioni di sciacalli che puntano a non far emergere i giusti quadri conoscitivi della nostra realtà sociale cosi complessa. Il problema, pertanto, è, per me ma posso sbagliare, ancora una volta culturale e politico. Colpire, nel Sud, una scuola ha un significato preciso. Colpire, nel Sud, un giovane ha un significato preciso. Colpire, nel Sud, una donna, soprattutto, ha un significato preciso. Le donne, le giovani donne meridionali, in particolare, in questi ultimi anni, spesso iniziando proprio dai percorsi di educazione alla legalità avviatisi in tantissime scuole, rappresentano e simboleggiano perfettamente il cambiamento ineludibile e necessario che sta investendo quel Mezzogiorno che vuole crescere, che vuole correre verso il futuro consapevole dei propri talenti, che vorrebbe raccontarsi in modo diverso per poter scrivere un’altra Storia. Un meridione che vorrebbe diventare, con merito, la locomotiva della Prossima Italia. Trasparente ed onesto. Appassionato ed entusiasta. Dove il terrore collettivo creato ad arte non si insinui nell’anima di chi vorrebbe essere un costruttore di pace e non un portatore di guerra e di odio. Chiunque voi siate e qualunque sia la ragione di questo attentato alla nostra speranza, non ci fermerete. Trasformeremo in energia positiva e propositiva tutto questo immenso dolore e questo senso profondissimo di smarrimento. Imparando a governare meglio i nostri istinti e le nostre pulsioni. Tipiche di chi ha conosciuto la morte. Ma tipiche di chi dalle ceneri sa e vuole risorgere. Per noi stessi, per le nostre comunità. Per il nostro Paese. L’Italia. Con la speranza che diventi finalmente Stato.

Siamo in grado di andare oltre Grillo?

Per Giù al Sud e per #queibraviragazzi.

Giornali e televisioni in questi primi giorni post voto non parlano che di Grillo e del Movimento 5 Stelle, vera sorpresa di queste Amministrative con un exploit nel Centro-Nord, specialmente in quei Comuni dove era molto radicato il fenomeno del leghismo di cui non restano che le ceneri degli scandali che lo hanno arso. Non mi aggiungo, pertanto, alla schiera di improvvisati e sedicenti politologi onniscienti che hanno commentato il successo dei “grillini” etichettandoli, senza conoscerli approfonditamente, con irripetibili epiteti. Sbagliando, peraltro, completamente, dal mio punto di vista, l’analisi poiché Grillo sta dimostrando, invece, di essere un politico consumato e navigato che ha preparato la rotta a tavolino e per tempo. E dove non c’è niente di casuale. Ma, in questo momento, mi preme raccontare l’esperienza del voto nel Mezzogiorno e in Puglia. Giù al Sud il “grillismo” non è esploso. E non perché non vi sia nei cittadini quella consapevolezza civica per cui occorrerebbe cambiare la classe dirigente sia per una questione strettamente anagrafica sia per una questione evidentemente culturale. Ma perché, in realtà, soprattutto in alcuni centri è esplosa la “malapolitica da grilletto”. Ad Apricena (in Provincia di Foggia), pochi giorni prima delle elezioni, è stato arrestato uno dei candidati sindaci in quanto stava predisponendo – secondo l’accusa della magistratura – degli omicidi. La criminalità diffusa è sempre più organizzata e radicata sul territorio, come mai nessun partito è stato ed è capace di fare. Una minoranza che però domina sulla maggioranza tramite l’intimidazione, la corruzione, il voto di scambio e il clientelismo. Le segreterie di partito, di destra come di sinistra, non hanno selezionato accuratamente tutti i candidati, sulla base di una riconosciuta moralità e competenza, ma, nonostante i retorici proclami, hanno individuato i “cavalli vincenti”, i pacchettari di voti. È quello che è successo in molti Comuni. In particolare a Gioia del Colle (Provincia di Bari) che, a dire il vero, dovrebbe chiamarsi “Valle del Dolore”, visto che in sei anni e mezzo si è votato già tre volte, e all’ alternanza al governo della città tra destra e sinistra non è seguita un’alternanza tra gli amministratori che da circa vent’anni sono sempre gli stessi. L’assai probabile (ci sono i ballottaggi) nuovo (si fa per dire) Sindaco del Pd, Sergio Povia – sostenuto anche dall’Udc e dal Fli – è stato Primo Cittadino nel decennio scorso per due volte e sotto la sua responsabilità il Comune è stato violentato urbanisticamente e paesaggisticamente come mai in passato, alimentando quel clientelismo e quel “mecenatismo da mattone” che ha portato ricchezza soltanto a taluni e non mica ai cittadini. I “poteri forti”, come si suol chiamarli, sono scesi in campo anche a Brindisi dove, al primo turno, ha vinto, sempre con il sostegno dell’Udc ma senza quello di Sel e Idv, Mimmo Consales, nelle cui liste pare ci siano stati alcuni aspiranti consiglieri comunali particolarmente affascinati dal “potere mafioso” della Sacra Corona Unita che proprio nel brindisino è ampiamente presente (leggasi recenti intimidazioni ad esponenti illustri dell’antiracket). A Taranto, invece, il Pd e Vendola – che agitano l’istituto delle primarie quando conviene – hanno appoggiato il sindaco uscente Ippazio Stefàno che in questi anni è sembrato più l’emissario sul territorio del Governatore che il garante dei cittadini delusi dal cambiamento tante volte evocato e mai realizzato. A Lecce, infine, il peggior capolavoro che solo dei dilettanti allo sbaraglio – ossia i vertici del Pd Puglia – potevano concepire: far concorrere a sindaco la Vicepresidente regionale Loredana Capone. Costei un paio di anni fa perse la corsa per diventare Presidente della Provincia e, quindi, per meriti sul campo, fu promossa Vicepresidente regionale con delega allo Sviluppo Economico in sostituzione di Sandro Frisullo, altro dalemiano di ferro, indagato per le note vicende baresi a base di cocaina e di escort. Non occorreva un politologo raffinatissimo per capire che la scelta era scellerata perché sul territorio la Capone non aveva alcuna “presa” e non avendo peraltro un forte carisma, la partita era persa in partenza. Non si è perso, infatti. Il Pd e il centrosinistra sono stati letteralmente spazzati ed umiliati. La coalizione ha preso il 26% e il Pd soltanto il 10%. Chi pagherà per questa disfatta? Il Segretario Regionale, peraltro salentino, Sergio Blasi o quei dirigenti che hanno selezionato le candidature, soprattutto le impresentabili? Non pagherà nessuno. Come sempre. Ma la politica non dovrebbe servire per creare le condizioni per accrescere il benessere collettivo? Non dovrebbe essere il mezzo mediante cui si raggiunge la piena uguaglianza sociale e dei diritti? La politica, con la complicità e l’omertà di quei cittadini che hanno assimilato la cultura mafiosa, è diventata, per dirla alla Al Pacino, soltanto chiacchiere e distintivo.

Una nomina inquietante

E apparentemente inutile è quella di Gianni De Gennaro a Sottosegretario all’Intelligence. Proposta da Mario Monti in persona, all’improvviso e senza una formale necessità che sia stata spiegata poi pubblicamente, nel corso dell’ultimo Consiglio dei Ministri. Mi inquieta, molto, questa nomina non tanto o non solo perché l’ex Capo della Polizia – anche se assolto dalla magistratura – è coinvolto moralmente in quel grande scandalo del nostro Paese che risponde al nome di G8, quello di Genova del 2001, che viene sempre ricordato da tutti i principali organi di stampa nazionali; ma soprattutto perché il nome di Gianni De Gennaro si è fatto, proprio recentemente, sempre più insistente nei processi di mafia in corso a Palermo e a Caltanissetta che hanno il fine di individuare i veri mandanti delle Stragi di Stato del 1992. I misteri, assai diffusi nel nostro Paese, e più in generale la proverbiale mancanza di fiducia nei confronti di chi lo gestisce per interposta persona, essendo oggi il vero potere occulto per definizione – e annidato intrinsecamente con la centenaria questione criminale che ha caratterizzato la Storia d’Italia – mi induce, onestamente, ma vorrei sbagliarmi, a fidarmi pochissimo della coincidenza avutasi. E la domanda, principale, che porrei a Monti, è questa: qualora emergessero notizie di reato ai danni del Dott. De Gennaro, relativamente ai fatti di mafia del 1992, costui si dimetterebbe dall’incarico, accettando di farsi processare come una persona qualsiasi? E successivamente, potrebbe, cortesemente, farci sapere da chi ed eventualmente perché, ha ricevuto il suggerimento di nominare un tale Sottosegretario, a meno che la scelta non sia dovuta al rischio che torni il terrorismo nel nostro Paese, leggasi attentato al manager dell’Ansaldo?

Giancarlo Siani, i giovani e la camorra

Questa una sintesi del comunicato stampa con cui si invitano i giovani e la cittadinanza barese tutta sensibile ai temi della legalità e del contrasto ad ogni forma di criminalità organizzata all’evento previsto a Bari per domani sera.

I giovani e la camorra in Scimmie, nuovo romanzo di Alessandro Gallo, scrittore, attore e regista nato e cresciuto a Napoli, nel Rione Traiano. Il libro – che trae ispirazione dal vissuto dell’autore – verrà presentato a Bari, giovedì 3 maggio alle ore 20.00 al circolo Ricomincio da Tre di via Re David 3/c. Scimmie è un romanzo di formazione che racconta la storia di Pummarò, Panzarotto e Bacchettone, tre adolescenti che nella Napoli degli anni 80 desiderano, a tutti i costi e con tutti i mezzi, entrare a far parte di un clan camorristico e baciare le mani al capo: Antonio Bardellino. La loro vita cambierà grazie all’incontro con Giancarlo Siani, cronista de Il Mattino ucciso dalla camorra nell’85, cui il libro è dedicato e liberamente ispirato. Il testo è in larga parte autobiografico: l’autore la camorra l’ha conosciuta, infatti, molto bene e da vicino, in famiglia. La cugina Nikita è considerata la prima donna killer nella storia della camorra e il padre è stato arrestato per associazione mafiosa. “Di mia cugina – racconta Alessandro Gallo – si diceva che fosse la donna dalla Calibro 38. In famiglia sono l’unico che si è difeso e che ha scelto di difendere la propria storia. Una scelta avvenuta per un’esigenza di rappresentarsi per quel che si è e non per quel che gli altri raccontano. Nel 2004 mio padre – dal quale mia madre aveva divorziato da quando io avevo 4 anni – fu arrestato per associazione mafiosa; in giro mi sentivo coccolato e nello stesso tempo odiato solo perché sulle prime pagine di un giornale scrissero su di lui scissionista (clan che nacque dalla famosa faida di Scampia), parola che tanto si pronunciava nei vicoli e nelle strade di Napoli e che fece, all’improvviso, cadere come un castello di sabbia tutto quel che mia madre aveva costruito negli anni. Ho accettato il silenzio per evitare ritorsioni, minacce e quant’altro durante la mia adolescenza da cugino di Nikita, ma all’età di diciotto anni non potevo accettare che io e i miei fratelli vedessimo bruciare, per colpa di mio padre, quel che mia madre aveva costruito negli anni con onore e coraggio”. Nella scrittura e nel teatro di impegno civile Alessandro Gallo ha trovato la possibilità di un riscatto sociale, uno strumento per mettere la sua storia al servizio dei più giovani. Attualmente l’autore lavora a Bologna come scrittore, attore, regista e formatore nei percorsi di educazione alla legalità nelle scuole. “Credo molto nei giovani e temo che se trascuriamo il tempo da dedicare ai ragazzi rischiamo di trasformarli in scimmie. Per questo ho scelto di lavorare a progetti che possano, attraverso l’uso della scrittura e del teatro, fare in modo che possano raccontare se stessi e soprattutto il territorio in cui vivono, con la speranza che possano inviare un messaggio importante a genitori e istituzioni: “fidatevi, che noi ci siamo e vogliamo esserci, vogliamo contribuire al cambiamento”.

Pio La Torre (e Rosario Di Salvo), trent’anni dopo

Il 30 aprile 1982 moriva, assassinato da Cosa Nostra, Pio La Torre. Come ricorda Francesco, “alle 9:20 una Fiat 131 guidata da Rosario Di Salvo proseguiva verso la sede del PCI. Ad un tratto una moto di grossa cilindrata obbligò Di Salvo a fermarsi e in pochi secondi una raffica di proiettili cominciò l’esecuzione. Poco dopo sopraggiunse un’altra macchina a completare l’efferato omicidio”. Come è possibile leggere qui, “Pio La Torre, avendo vissuto la Mafia prima nelle occupazioni delle terre dei contadini siciliani per far applicare i decreti Gullo e poi nella camera del Lavoro di Corleone, conosceva meglio di altri sin dove poteva incunearsi il crimine organizzato e sapeva su quali amicizie poteva contare: Pio La Torre conosceva la Mafia, ma sapeva anche come contrastarla. Dal basso, insieme ai contadini che reclamavano i loro diritti; e dall’alto, nel Parlamento siciliano e in quello italiano, per un contrasto politico e non solo giudiziario-repressivo della mafia. La sua eredità è immensa, tangibile ed estremamente ricca. Ricca di persone, lavoro e legalità. Quelle cooperative che ogni giorno, passo dopo passo, costruiscono un futuro diverso e un’alternativa di società sono il frutto della sua battaglia, della legge a lui intitolata, la legge Rognoni-La Torre, la quale per la prima volta istituisce il reato di associazione mafiosa nell’ordinamento italiano (art.416 bis)”.

Pio La Torre e Rosario Di Salvo con il loro sacrificio hanno dimostrato che la politica è diversa da come viene dipinta oggi. Nel loro omicidio c’è la paura della Mafia verso coloro che prima di altri avevano capito che la Mafia si poteva sconfiggere con più giustizia sociale, con la redistribuzione di ciò che le mafie avevano sottratto al territorio. La mafia è ingiustizia proprio per questo; perpetua il privilegio dell’appartenenza, elargendo privilegi agli affiliati e vessando, in cambio di una finta protezione, coloro che ruotano attorno, anche loro malgrado, a tale cerchia.

Un’altra preziosa testimonianza (oltre a questa dove si ripercorre idealmente la storia della Sicilia e di tutto il Paese dei giusti dagli anni ’50 agli anni ’90) ce la regala Santo della Volpe che ci spiega – ed è una lezione di storia di cui non si dovrebbe fare a meno – come è nato il reato di associazione  a delinquere di stampo mafioso: “per combattere la cupola italo-americana” (leggasi in particolare la vicenda della base militare di Comiso che avrebbe dovuto ospitare 112 missili cruise a testata nucleare, contro la cui realizzazione ci fu un imponente manifestazione europea che mise insieme movimenti pacifisti e movimenti antimafia) e, soprattutto, “il sequestro dei beni mafiosi, leggi che sono dopo la sua morte furono approvate, in particolare quella sul riutilizzo sociale  dei beni dopo  la mobilitazione di Libera nel 1995. È La Torre a conoscere i risvolti più segreti dell’attività del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, a comprendere il peso della P2, ed a intravedere, con nove anni di anticipo, il peso di strutture come Gladio”.

Il Sole 24Ore, infine, illustra la possibilità che, grazie a tutto il nuovo materiale raccolto in questi ultimi anni, si possa aprire una nuova inchiesta sull’omicidio di Pio La Torre, essendoci stati molto probabilmente importanti depistaggi nel passato, in nome di quella “alleanza tra mafia e poteri più o meno occulti”, essendo persona che faceva “paura al potere”.

Io, semplicemente, non dimentico. E la sua esperienza di vita, con la sua coerenza, credo siano i migliori insegnamenti per me e per quelli che come me credono e vorrebbero continuare a credere con fiducia e speranza nel futuro del proprio Paese.

Per Lea e Denise

“A Milano la mafia non esiste”. Cosi disse, impunemente, qualche anno fa, l’allora prefetto del capoluogo lombardo. Parole durissime che facevano coppia con quelle pronunciate, anni addietro, dall’allora Ministro delle Infrastrutture Lunardi, per il quale con la mafia bisognava conviverci. Ovvio, quindi, che fece molto scalpore quando, con tempi e modalità diverse, prima l’attore teatrale Giulio Cavalli (oggi consigliere regionale finito sottoscorta, proprio per le sue denunce e la sua incapacità a rassegnarsi) e poi Roberto Saviano in televisione nella trasmissione “Vieni via con me”, ma anche esperti autorevolissimi della materia come Nando dalla Chiesa, denunciarono non solo che in Lombardia la ‘ndrangheta aveva messo radici profonde con una perentoria colonizzazione, ma anche che aveva raggiunto un tale livello di penetrazione nelle amministrazioni pubbliche e nel mondo degli appalti. Con tutto questo che richiamava tutti a porsi seriamente il problema, per affrontarlo davvero. In questo substrato di ignoranza, di malafede e di contiguità, o ancora peggio di convergenze, si inseriesce la tristissima storia di Lea Garofalo. Una donna che per amore di sua figlia abbandona il marito e la famiglia mafiosa, scappando via, alla ricerca di un futuro diverso. Lea è stata punita, nel modo più bestiale ed infamante possibile, per la sua scelta. Mi piace sottolineare, però, ma posso sbagliare e nel cui caso sarei immediatamente pronto a chiedere scusa, che da questa storia di dolore e di odio, di prevaricazione e di violenza, ancora più forte è esploso il coraggio della figlia di Lea, Denise, che ha denunciato il padre e la sua famiglia facendoli condannare all’ergastolo, e che a vincere è stata, almeno fino ad oggi, la dignità e la legalità. L’amore per la Giustizia. Questa pagina di storia, tuttavia, deve essere ricordata anche per un’altra ragione, e la racconta Nando: l’importanza della solidarietà e della compartecipazione alla vicenda di Denise da parte di molte ragazze. Giovanissime. Il dolore di Denise, il coraggio di Denise, la voglia di giustizia di Denise, è diventato il loro dolore, il loro coraggio, la loro voglia di giustizia. Ma deve essere anche il nostro dolore. Si chiama empatia. E fa rima con democrazia. La stessa che vorremmo riconoscere sempre, ogni giorno, nel nostro Paese devastato e violentato culturalmente e moralmente dall’odio e dalle illegalità.

Più trasparenza negli appalti pubblici

E’ stato sottoscritto a Roma un accordo tra l’Anci e l’Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici di lavori, servizi e forniture per promuovere la corretta applicazione del ‘Codice degli appalti’ (dlgs n.163/2006), e delle nuove disposizioni del Codice delle leggi antimafia, in vigore dall’ottobre 2011. Il cinque marzo scorso, tornando da Canossa, dove avevo partecipato all’evento nazionale sulla corruzione e nel corso del quale molto era stato detto anche sull’ambito degli appalti pubblici, scrivevo esattamente le cose che ora sono riprese da questo protocollo, sperando che non restino lettera morta.

L’accordo punta sulle Stazioni Uniche Appaltanti (SUA) che le Regioni hanno l’obbligo di costituire, secondo il ‘Piano nazionale antimafia’, operativo con un Dpcm del giugno scorso. Il modello mira a garantire trasparenza, regolarità ed economicità nella gestione degli appalti pubblici, scoraggiando le infiltrazioni di natura malavitosa. Con il Protocollo l’Autorità e l’Anci lavoreranno anche per promuovere specifiche intese sui temi della tracciabilità, della semplificazione delle procedure e della white list delle imprese.

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