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Il gioco d’azzardo “usura” gli italiani

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L’usura, soprattutto a Bari, fa paura. Non sono poche le vittime, tra semplici cittadini e commercianti, obbligate a restituire più di quel che hanno ottenuto. Con l’effetto di una degenerazione sociale ancor più difficile da affrontare. Oggi più che mai, poi, nella nostra città come in tutto il Paese, questo indebitamento ha spesso un’origine patologica: deriva dal gioco d’azzardo.

Muovendo dalla mia sensibilità al tema, del quale mi sono già occupato anche in questo blog, qualche giorno fa sul nostro Epolis ho raccontato di uno studio del sociologo romano Marcello Fiasco mediante il quale si evidenziavano non solo le connessioni tra i due fenomeni – usura e gioco d’azzardo – ma anche i rischi sociali ed economici per le imprese e le famiglie. Qui e qui è possibile leggere ulteriori approfondimenti. Mentre da qui possiamo leggere, finalmente, una notizia positiva: di un barista che non “vuole rovinare famiglie” e contribuisce, corresponsabilmente, a far crescere una più diffusa coscienza su questo grave problema che rischia di diventare male endemico.

Ogni italiano spende circa 1500 euro all’anno tra videolottery, slot machine, gratta e vinci, poker online, lotterie istantanee, sale bingo e simili. Il settore del gioco d’azzardo legale fattura oltre 80 miliardi di euro all’anno. Sono 5mila le aziende coinvolte e oltre 120mila i lavoratori, per un giro d’affari che investe circa il 3,5% dell’intero Pil nazionale (quasi 80 miliardi di euro); mentre i giocatori “patologici e direttamente dipendenti” da gioco d’azzardo sono circa 900mila. Basterebbero tali dati a confermare l’incidenza del fenomeno sul tessuto economico – sociale del Paese, se non fosse che a tali cifre bisogna necessariamente aggiungere una quota non indifferente di nero/sommerso.

 

Nella rete degli strozziniEsposizione sul territorio

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La prima impresa del Paese

E’ la Mafia. L’ultimo Rapporto della Confesercenti – Sos Impresa, infatti, oltre a confermare la potenza finanziaria delle organizzazioni criminali che dispongono di una liquidità impressionante, superiore anche a quella di alcuni Stati sovrani, e valutabile – secondo alcune stime – in circa 150 miliardi di euro, documenta quanto preoccupante sia l’ascesa del fenomeno dell’usura. E come il radicamento, sempre più profondo nel tessuto sociale, di questa piaga sia da ricercare in alcuni dei risvolti della crisi economica. Che è anche una crisi occupazionale. Non pochi sono stati quelli che, per far sopravvivere la loro attività professionale o per provare con degli investimenti a non affondare, nell’ impossibilità di disporre di consolidati risparmi accumulati nel tempo, si sono rivolti agli usurai “semplici” o a quelli “affiliati”. Che hanno immesso, in attività legali, notevoli quantità di denari, di illecita provenienza, alterando “il mercato e il principio della concorrenza leale”.

Il rapporto pone l’accento sul fatto che grazie alla connivenza e alla collusione con il mondo politico e amministrativo e con professionisti senza scrupoli, le mafie si sono radicate nel centro e nel Nord Italia, le zone più ricche del paese. Da lì controllano la quasi totalità del gioco d’azzardo, anche legale, il commercio dei rifiuti, soprattutto se tossici e nocivi, e l’edilizia. La criminalità organizzata si è infiltrata anche in settori nuovi, come quello sanitario (amministrando cliniche private, centri diagnostici, case di riposo per anziani, servizi per disabili e mense), quello sportivo (con la gestione di club di dilettanti, centri sportivi e di scommesse clandestine), nei trasporti e nella logistica e nei servizi di vigilanza dei locali notturni.

Bari e provincia, le organizzazioni criminali e le sfere di interesse

La mafia nel capoluogo e i suoi campi d’azione come emergono dalle relazioni della Direzione Nazionale Antimafia

Scorrendo attentamente le pagine della relazione 2008 della Direzione Nazionale Antimafia, per quanto riguarda il distretto di Bari, si nota un dato molto interessante: le ordinanze di custodia cautelare emesse dalla distrettuale antimafia nel periodo considerato, sono state diciotto. Diciotto in un anno. Solo ieri, nel barese, ne sono state emesse quasi cento, e parallelamente sono stati sequestrati 220 milioni di euro, vedendo all’opera su ordine della Procura centinaia di finanzieri. Va da sé che l’importanza dei numeri è chiaramente a favore di chi ha parlato di “operazione senza precedenti”.

Anche se forse la novità più interessante, come ha rimarcato il procuratore Laudati, è stata quella di rivelare il vero volto della mafia barese, quello dei contatti coi professionisti e i notabili, ora che i proventi delle azioni illegali del passato erano in movimento per entrare nel giro, redditizio e pulito, della cosiddetta economia “legale”. Oggi a un giorno dall’operazione, con la pubblicazione delle intercettazioni e le dichiarazioni di estraneità degli indagati, professionisti e politici, per la Procura rimane certo il fatto che gli indagati «erano a conoscenza degli inquietanti rapporti di contiguità tra l’imprenditore Michele Labellarte con la malavita barese».

Una mafia che, a dispetto dell’azione repressiva che ne aveva ridotto la potenza nei lustri scorsi, ha saputo organizzarsi e mostrarsi viva. Al punto da indurre il relatore Zuccarelli, nella relazione Dna 2008, a scrivere che «nel distretto della Corte di Appello di Bari la realtà criminale è tuttora dominata dall’esistenza ed attività di numerosi gruppi strutturati».

Struttura e organizzazione dei gruppi baresi

Una realtà criminale viva ma parecchio conflittuale, quella barese. Nella relazione della Dna si legge infatti come la magistratura abbia da tempo individuato nella criminalità pugliese una multiforme presenza malavitosa entro cui «lo stimolo a progredire è sempre stato, infatti, la causa principale e decisiva di frizioni tra i sodali del crimine organizzato barese per aver generato malcontenti, nocumento economico alle casse dei clan, sottrazione di parti di territorio sottoposto al controllo dalla malavita, che sconfinavano in scontri armati, innescando un continuo divenire in seno al disomogeneo panorama criminale». Questa situazione è sicuramente dovuta anche a una struttura interna della mafia barese, sostanzialmente di tipo orizzontale, con la mancanza di una unitarietà di comando se non in casi eccezionali, con la conseguente instabilità. Da qui si può partire per parlare di estrema conflittualità all’interno dei clan baresi, incapaci di durature alleanze e sempre pronti a nuove guerre intestine. Inalterata rimane, secondo la relazione, la capacità di fare proselitismo, specie tra i giovanissimi e tra le donne e la disponibilità di armi, facilitata da una posizione invidiabile dal punto di vista geografico, particolarmente adatto al contrabbando di armamenti di ogni tipo.

Le aree di influenza

Un altro importante tratto distintivo, secondo la distrettuale antimafia, è il grande radicamento nel territorio di competenza da parte dei gruppi criminali. Una caratteristica che permette una sostanziale definizioni dei territori anche all’interno del comune di Bari, con le influenze dei singoli gruppi.

Tra le tante famiglie attive nella città di Bari è possibile elencare anche il corrispettivo territorio di influenza. In primis il clan Parisi, al centro della operazione della Dda di ieri, operativo nel quartiere Japigia. Il gruppo « pur colpito dalla lunga detenzione del suo capo Savino Parisi, continua ad operare sul quartiere Japigia grazie all’attività dei luogotenenti di quest’ultimo, esponenti delle famiglie Cardinale-Lovreglio-Abbrescia, nell’area di Acquaviva delle Fonti, Gioia del Colle e Valenzano attraverso la frangia criminale capeggiata da Angelo Michele Stramaglia, e in Modugno grazie al gruppo criminoso Rutigliano/Devito, capeggiato da Francesco Devito». Parisi, raggiunto da ordinanza cautelare anche ieri, già nella relazione dello scorso anno era indicato come «impegnatosi nella ricostituzione del clan omonimo».

Il clan Capriati, pur colpito da gravi inchieste negli ultimi anni, ha la sua roccaforte nella città vecchia di Bari e mantiene grande importanza nella gestione dell’usura e del traffico di stupefacenti, mentre il clan Strisciuglio opera nei quartieri Libertà e Carbonara ed estende la propria supremazia criminale anche al quartiere San Paolo e nei comuni di Bitonto e Noicattaro. Sempre in città il clan Telegrafo gravita nel quartiere San Paolo e ha rapporti di alleanza con gli Strisciuglio, laddove il clan Di Cosola opera a Ceglie del Campo (BA), il clan Fiore è insediato nel quartiere San Pasquale e il clan Di Cosimo è insediato nel quartiere Madonnella. Nonostante la difficoltà di alleanze durature, la fluidità della criminalità barese permette occasionali relazioni a scopi illeciti, e sicuramente un approccio predatorio con le realtà criminali provinciali a scopo di assimilazione.

I campi di attività

Dalle indagini passate emergono sostanzialmente campi economici di azioni molto “classici”. Nella relazione si evince che tra le maggiori fonti di sostentamente ci sono il traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, per i quali molto spesso le consorterie mafiose si avvalgono dei già collaudati corridoi del contrabbando. Molti, nell’agire, i collegamenti con la criminalità campana (soprattutto con il clan Di Lauro di Napoli per la cocaina), con le aree metropolitane di Milano e Torino ove operano organizzazioni criminali nord-africane, e con ’ndrine calabresi.

Un’altro settore importante è quello del racket e dell’usura: si è passati a Bari e provincia da una serie di reati episodici a una forma parassitaria molto forte specie dopo i gravi colpi inferti al contrabbando di tabacchi che tuttavia, rimane un forte mezzo di sostentamento, non totalmente tramontato. Di fronte a questa visione rimane dunque sconcertante quanto ipotizzato dalla procura nell’operazione di ieri: un fronte molto più ampio con coinvolgimenti economici d’avanguardia. L’associazione criminale si sarebbe servita di insospettabili professionisti e di amministratori pubblici del Comune di Valenzano, ad esempio, per facilitare l’iter di un progetto di campus universitario, che avrebbe rappresentato una punta di diamante per il reinvestimento del denaro sporco. Valenzano già teatro, tra l’estate 2007 e l’inverno 2008 di diversi episodi delittuosi, per il contrasto tra i clan Di Cosola e Stramaglia, questi ultimi, secondo la procura, fortemente interessati alla costruzione del centro universitario.

Bari e provincia, le organizzazioni criminali e le sfere di interesse, Stefano Fantino, Libera Informazione

La Bari dei “colletti bianchi”

I numeri sono impressionanti. 83 arrestati, 220 milioni di euro sequestrati e centinaia di finanzieri al lavoro per una operazione che sicuramente ha pochi precedenti simili. E non solo in termini quantitavi. L’ordinanza emessa dai giudici baresi tocca infatti non solo vecchi boss della criminalità barese, come Savinuccio Parisi, ma interessa anche diversi nomi di professionisti, bancari, avvocati, amministratori che sono accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere di stampo mafioso, tentato omicidio, usura, riciclaggio, turbativa d’asta, e traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Tra gli indagati figurano Elvira Savino, deputata del Pdl, indagata per trasferimento fraudolento di valori e gli avvocati Gianni Di Cagno, ex componente del Csm ed ex vicepresidente della Provincia e Onofrio Sisto, anche lui ex presidente della Provincia. Entrambi i professionisti sono accusati di concorso in riciclaggio.

Mafia barese, nuove mutazioni

Secondo i magistrati l’operazione riesce a fotografare perfettamente la situazione della mafia pugliese, il suo vero volto. Con il coinvolgimento di persone collegate alla “elite cittadina”. Sugli 83 provvedimenti restrittivi 53 persone sono state poste in carcere e 30 ai domiciliari: spiccano Parisi, tornato da poco in libertà dopo aver scontato una pena definitiva, e da tempo noto come esponente di spicco della mala barese, e Antonio Di Cosola, altro capo del clan omonimo contrapposto a quello degli Strisciuglio. Per il procuratore capo Laudati l’importanza è anche quella di aver fatto luce sugli scontri interni nel barese: «Questa indagine e’ particolarmente importante perchè, al di là di quella che e’ la composizione dei clan, dirige la sua attenzione sul caos dello scontro tra i clan nel territorio pugliese. La causa di questo scontro e’ la gestione di un enorme flusso finanziario e di un enorme ricchezza accumulata negli anni, prima attraverso il contrabbando di sigarette e poi attraverso lo spaccio di stupefacenti»’. Denaro che ora ritorna sotto forma catene di supermercati, aziende, ristoranti e scuderie di cavalli.

I sequestri e il riciclaggio

Nell’ illustrare i risultati dell’operazione, Laudati, coadiuvato dal procuratore nazionale antimafia Grasso, è stato messo in luce l’importanza all’interno del giro criminale del riciclaggio che veniva effettuato attraverso società estere come la società londinese di bookmaker dedita alle scommesse clandestine, la ‘Paradisebet limited’ di Londra, che secondo l’accusa dal febbraio 2001 ad oggi ha fatturato milioni di sterline raccogliendo scommesse in molti Stati. Per conto del clan Parisi, essendo costituita da affiliati dello stesso, stando alla procura. Di sicuro la società era già stata al centro di indagini da parte della procura barese nel 2007 e non risulta nuova agli inquirenti che già due anni fa aveva visto nove indagati con l’imputazione di aver costituito e preso parte a un’associazione per delinquere finalizzata all’esercizio delle scommesse clandestine.

Il lavaggio di denaro sporco è anche al centro del sequestro delle quote societarie di “Sport&More”, azienda di commercio di abbigliamento sportivo, che aveva, secondo gli inquirenti, la funzione di lavanderia di soldi illeciti del clan Parisi.

Professionisti sotto inchiesta

Coinvolti nell’indagine della Procura due avvocati di spicco come Gianni Di Cagno e Onofrio Sisto: il primo consigliere di centrosinistra del Csm, il secondo ex vicepresidente provinciale, sempre di centrosinistra. Per entrambi la Procura ha notificato provvedimenti interdittivi dall’attività professionale della durata di due mesi. L’accusa per i due avvocati è quella di concorso nel reimpiego di denaro sporco, nello specifico per non aver rispettato gli obblighi di segnalare le attività sospette alle autorità competenti. Inoltre di aver avuto rapporti professionali, per i quali avevano ricevuto regolare mandato, a rappresentare l’imprenditore Michele Labellarte (morto nel settembre scorso) nei rapporti con enti pubblici per curare la realizzazione di un campus universitario che avrebbe dovuto ospitare 3.500 studenti nei pressi di Bari. Il punto è chiave è proprio Labellarte che secondo la Guardia di Finanza era colui che, con l’utilizzo di prestanome, riciclava i proventi illeciti del clan Parisi e quelli derivanti da una bancarotta che egli stesso aveva compiuto in passato. Anche un terzo professionista è stato colpito dal provvedimento interdittivo della durata di due mesi: è il notaio barese Francesco Mazza, indagato per un falso compiuto in relazione a un’asta giudiziaria.

La politica

Nell’indagine della Guardia di finanza di Bari sono coinvolti anche amministratori di alcuni Comuni del barese e professionisti. Per capire la situazione bisogna ripartire proprio dal campus universitario che si aspirava a costruire nei pressi del capoluogo barese, una struttura tra le più grandi d’Italia capace di accogliere oltre 3.500 studenti offrendo strutture didattiche d’avanguardia. Ebbene, ecco il coinvolgimento degli amministratori: le concessioni per la costruzione. L’associazione criminale si sarebbe servita di insospettabili professionisti e di amministratori pubblici del Comune di Valenzano, in particolare dell’ex vicesindaco Donato Amoruso e dell’assessore Vitantonio Leuzzi, che si sarebbero adoperati per agevolare l’iter burocratico legato all’approvazione delle concessioni, con la promessa – secondo le indagini – di partecipare agli utili frutto della vendita dei beni realizzati. Proprio per questo gli amministratori sono inquisiti: sono indiziati di aver rilasciato autorizzazioni amministrative per favorire l’attività imprenditoriale apparentemente lecita del clan Parisi, gli altri di aver offerto la propria consulenza per favorire gli affari illeciti del boss.

Ma non è tutto, tra gli indagati anche la parlamentare pugliese del Pdl, Elvira Savino, 32 anni, inquisita per aver agevolato l’attivita’ di riciclaggio del denaro proveniente dalla bancarotta della societa’ ‘New Memotech srl’ per la quale l’imprenditore barese Michele Labellarte, come già citato, era stato condannato per bancarotta fraudolenta. La Savino avrebbe agevolato l’attivita’ illecita consentendo la fittizia intestazione di un conto corrente bancario. In cambio avrebbe ottenuto – sempre secondo l’accusa – “numerosi favori e regalie”: la concessione di una carta di credito collegata alla promozione di un vettore aereo con addebito sul conto di Labellarte (giugno 2007); il cambio di un assegno di 3.000 euro datole dal fratello Gianni (ottobre 2007); tre aiuti finanziari per complessivi 3.500 euro (nel 2008); il pagamento di un biglietto aereo Roma-Bari nel 2008; due ricariche telefoniche (nel 2008).

La Bari dei “colletti bianchi”, Libera Informazione

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