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E se il cemento fosse ecologico?

E’ questa, forse, una delle domande più ricorrenti che non pochi ricercatori, dal Messico all’Inghilterra passando per l’Italia, si pongono da tempo con l’intento di ecologizzare il cemento che contribuisce a circa il 7-8% delle emissioni mondiali di CO2 con un notevole dispendio energetico per produrlo.

I ricercatori messicani del Centro di ricerca e studi avanzati dell’Istituto Politecnico Nazionale stanno concentrando i loro studi sui geopolimeri, ossia su materiali sintetici a base di alluminosilicati. Obiettivo dichiarato: ottenere un calcestruzzo sostenibile con minore energia e con la conseguente riduzione di anidride carbonica immessa in atmosfera.

Neomix, invece, è il nome del nuovo legante idraulico prodotto, secondo i suoi brevettatori, con il 90% in meno di energia rispetto al materiale tradizionale e sarebbe in grado di fornire alte prestazioni grazie alla miscela di fosfati di cui è composto.

Procedendo in questo ideale tour mondiale alla scoperta dei “cementi del futuro”, ci imbattiamo in Ecorivestimento. Questa malta fotocatalitica a base di biossido di titanio, in grado di abbattere i livelli di inquinamento atmosferico, ha la capacità, in presenza di luce sia naturale sia artificiale, di ossidare sostanze organiche e inorganiche scomponendole per poi trasformarle in nitrati e carbonati. Un’applicazione notevole, per questo materiale, sarebbe di impiegarlo come asfalto. Ne otteremmo benefici importanti.

Uno studio ingegneristico del Texas ha condotto una ricerca sul riso, traendone interessanti conclusioni.  La lolla, o pula di riso, cioè quella pellicola che ricopre i chicchi quando sono sulla pianta, è ricca di ossido di silicio, elemento fondamentale nella composizione del calcestruzzo. Questi ricercatori hanno elaborato un processo di combustione in grado di dar luogo ad una pula di riso priva di carbonio. Dalla lolla, dopo una cottura ad 800°C in fornaci prive di ossigeno, si ricava un miscuglio che è praticamente silicio puro. Con il non trascurabile beneficio che questo materiale sostenibile resisterebbe a corrosione, rispetto al cemento Portland, molto meglio.

Il grigiore del cemento, sempre più spesso, è assunto anche come parametro per raccontare quanto poco vivibili e luminose siano le nostre città. E se un giorno scoprissimo che esiste un cemento luminoso e trasparente, il nostro approccio verso questo materiale cambierebbe? In attesa di valutare, eventualmente, le nostre reazioni sensoriali, quel che ad oggi possiamo fare è leggere, con curiosità, le peculiarità di questo materiale innovativo. Il cemento luminoso, infatti, esiste. Trattasi di un materiale massivo che si smaterializza lasciandosi attraversare dalla luce, sia diurna sia artificiale, in tutte le ore del giorno, proponendo un senso di leggerezza ed assicurando uno scenario suggestivo di luci e ombre. Rispetto alle malte tradizionali, l’effetto luminoso è ottenuto con particolari additivi e resine che hanno il beneficio di rendere maggiormente coibentati termicamente gli ambienti nei quali il materiale è impiegato con l’ulteriore conseguenza di avere minori consumi di energia elettrica, venendo valorizzata al massimo l’illuminazione naturale.

Anche la Regione Puglia, unica in Italia, con mio sommo stupore e piacere, partecipa a questa “competizione mondiale” ecologica-innovativa. Ha finanziato, infatti, un progetto di ricerca dal titolo “Impiego di particelle di gomma e fibre d’acciaio provenienti da pneumatici fuori uso in conglomerati cementizi” sviluppato dall’Università del Salento in collaborazione con aziende locali. Le particelle di gomma riciclata e fibre d’acciaio, ricavate attraverso processi di triturazione, pirolisi e riduzione criogenica,  consentono di ridurre l’assorbimento di acqua conferendo una migliore protezione alle barra di armatura nei confronti della corrosione; di ottenere un abbattimento del rumore ed una migliore prestazione in termini di resistenza al fuoco. I risultati ottenuti dalle indagini sperimentali condotte hanno evidenziato le potenzialità di applicazione sia delle particelle di gomma sia delle fibre riciclate nel confezionamento di conglomerati cementizi, suggerendo l’opportunità di ulteriori studi sia teorici sia sperimentali allo scopo di ottimizzarne e regolarne l’impiego.

Questa ideale passeggiata tra cantieri edili alla scoperta del “cemento del futuro” si arricchisce di due esperienze ulteriori, anch’esse degne di essere raccontate. La prima. Cosa succede oggi, tradizionalmente, quando si aprono delle micro o macro fessure nel calcestruzzo? Si provvede a riempirle con dosi proporzionali di malta. Questa pratica, tra qualche tempo, potrebbe estinguersi: un team di scienziati inglesi, infatti, sta sperimentando l’efficacia di alcuni selezionati batteri in grado di riparare in maniera autonoma le grandi crepe, con questo calcestruzzo autorigenerante prodotto con l’aggiunta di batteri allo stato “dormiente” racchiusi in microcapsule che, nel caso in cui si inizi a formare una microfessura, possono liberare istantaneamente un riempimento calcareo resistente.

La seconda, infine, ci porta in Calabria, una delle regioni più difficili del Paese. E questa storia incredibile ce l’ha raccontata Riccardo Luna, qualche giorno fa, su Repubblica. Due fratelli che decidono di sfidare il mondo dell’edilizia producendo la malta a basso costo e secondo un modello “domestico”, attraverso un’apparecchiatura leggera e tascabile.

Credo che guardare il mondo, e provare a viverlo, sia meno pesante quando ci sono queste pratiche virtuose che infondono maggior fiducia per un avvenire meno energivoro e più a misura d’uomo.

Tra crisi e povertà: i dati su Bari e la Puglia

Ieri mattina, con grande piacere e gratitudine, ho moderato, in Sala Murat, il seminario promosso dalla Cooperativa Sociale Caps e dall’Osservatorio Nazionale sul Disagio e la Solidarietà nelle Stazioni (Onds) dal titolo “Salute Senza Dimora”. Nell’articolo seguente la cronaca della manifestazione. Mi ha colpito molto non solo l’umiltà, ma anche la tenacia con cui tutti i soggetti sociali coinvolti hanno affrontato il tema della qualità della vita degli homeless in ragione di un sempre più profondo disagio sociale che richiama prepotentemente ciascuno di noi alla nostra corresponsabilità e che “noi benestanti”, tuttavia, non sempre vogliamo esaminare nella sua interezza non volendo abbassare lo sguardo e osservare il mondo (dal basso verso l’alto) dal punto di vista di queste persone sofferenti.

Bisogna credere ed investire nell’integrazione socio-sanitaria e nella cooperazione interistituzionali tra soggetti che possiedono una pluralità di sensibilità e competenze, perché è soltanto potenziando e valorizzando questi modelli anche culturali che possiamo provare a restituire dignità a queste persone “invisibili”. E’ fondamentale assicurare il diritto ad un alloggio che possa rappresentare anche psicologicamente un punto di riferimento per soggetti che denotano disturbi psichici e il diritto ad una sanità solidale per non ampliare il dramma dell’esclusione sociale. Un Paese e una città possono dirsi davvero giusti e nei quali il principio dell’uguaglianza è difeso con coerenza quando nessuno resta indietro; quando nessuno viene escluso dai processi democratici e sociali di una comunità che non può permettersi più di voltarsi dall’altro lato.

Alcuni dei dati diffusi ieri dal Presidente dell’Onds, e che si trovano nell’articolo seguente, mi hanno fatto tornare  in mente, infine, il Rapporto Puglia in Cifre 2012, curato da Ipres e del quale ho scritto per la Gazzetta dell’Economia, proprio per i preoccupanti dati relativi alle dinamiche sociali ed economiche della nostra regione.

Sarebbe lecito, pertanto, attendersi risposte più rigorose da parte dei soggetti politici e istituzionali preposti, ma in assenza dei quali dobbiamo registrare ed elogiare l’impegno crescente – come conferma anche l’Istat – delle cooperative e delle realtà sociali del Terzo Settore: è nel loro lavoro quotidiano ed invisibile, per gli invisibili, che può leggersi l’Italia migliore. L’Italia che reagisce e che non vuole sprofondare.

La povertà aumenta e la città si attrezza

Quando l’Italia sarà a “rifiuti zero”?

Qui un Piano Rifiuti ipocrita

“Mai”, risponderebbe, forse, qualcuno, in un eccesso di pessimismo (o di realismo, direbbe qualcun altro, soprattutto se si pensa ad alcune realtà del Mezzogiorno dove ci sono state forti tensioni sociali a causa dei rifiuti). A me piace pensare, invece, che presto questa strategia ritenuta da alcuni troppo utopista possa realizzarsi. E, in parte, già si sta compiendo una rivoluzione, anche culturale oltre che politica, senza precedenti. Pur in un Paese maltrattato come il nostro. In questi ultimi anni, infatti, il lavoro in modo particolare dell’Associazione dei Comuni Virtuosi e dei suoi principali animatori è stato straordinario per la quantità e la qualità delle attività realizzate con una tenacia rarissima in un numero sempre crescente di Comuni che hanno cambiato i propri stili amministrativi e di vita. Hanno organizzato il coraggio sulla base di una precisa visione: costruire, con spirito collaborativo, un futuro migliore da consegnare alle prossime generazioni.

In Italia, la città simbolo, per una gestione virtuosa ed innovativa dei rifiuti, si trova in Toscana. E si chiama Capannori. Oggi ne scrive bene, e finalmente, dopo tanti anni di silenzio dei giornali nazionali, La Repubblica. Uno degli “eroi” di questa impresa chiamata “Zero Waste” – che, ad essere pignoli, non è solo “rifiuti zero”, ma anche “sprechi e consumi zero” – è Rossano Ercolini, ad aprile insignito del Premio Nobel 2013 per l’Ambiente.

Il nemico pubblico numero uno, per chiunque veda nel rifiuto una risorsa da valorizzare per un avvenire diverso partendo dalla raccolta differenziata spinta porta a porta, è la discarica. Più sono voluminose (e, contestualmente, anche pericolose visto che i percolati possono infiltrarsi nelle falde acquifere) più ci si allontana dalla possibilità di fare a meno degli inceneritori. O, come si chiamano in Italia, termovalorizzatori. Strumenti, benvoluti da una classe politica avida e collusa, potenzialmente letali, per le nanoparticelle e le sostanze inquinanti trasferite in atmosfera, dall’uomo facilmente inalabili. “Caminetti tecnologici” nei quali entrano rifiuti solidi urbani ed escono rifiuti speciali, come le ceneri, oltre alle suddette emissioni climalteranti. Nulla si distrugge, ma tutto si trasforma, diceva Lavoiser. Il video seguente, nel quale intervisto proprio Rossano Ercolini – a Bari qualche giorno fa – complementare all’articolo postato, spiega bene la strategia Rifiuti Zero.

Alcuni giorni fa, infine, è stato presentato il Rapporto Ispra 2013 sui Rifiuti. Qui la versione integrale del documento. Qui un estratto. Qui una sintesi.

La produzione nazionale si attesta al di sotto di 30 milioni di tonnellate. L’anno scorso ogni abitante italiano ha prodotto 504 kg di rifiuti, ben 32 kg in meno rispetto al 2010. I costi 2011 del servizio di igiene urbana riferiscono di una spesa media annua pro capite di  157,04 euro, imputabili alla gestione dei rifiuti indifferenziati per il  42,6%, alle raccolte differenziate per il 24%, allo spazzamento e al lavaggio delle strade per il  14,4% e ai costi generali del servizio e del capitale investito perla rimanente percentuale. Ogni abitante spende in media all’anno 144 Euro al Nord, 193 Euro al Centro e 157 Euro al Sud. Il costo di gestione di 1 kg di rifiuto urbano ammonta a 29,2 centesimi; per ogni kg di rifiuti si spendono 27 centesimi di euro al Nord, 31 centesimi al Centro e 32 centesimi al Sud. La percentuale di copertura dei costi del servizio con i proventi dalla Tarsu e dalla tariffa sui rifiuti è passata dall’83,9% del 2001 al 94,1% del 2011, collocandosi ancora al di sotto della copertura totale dei costi prevista dalla normativa vigente in materia. A livello nazionale la raccolta differenziata si attesta al 37,7% nel 2011 e al 39,9% nel 2012.  I rifiuti urbani smaltiti in discarica nel 2012 sono 12 milioni di tonnellate (circa il 39% dei rifiuti urbani prodotti), 1,5 milioni di tonnellate in meno rispetto al 2011 (-11,7%).

Demoliamo l’abusivismo edilizio

L’abusivismo edilizio, in Italia, non passa mai di moda. Purtroppo. E’ una di quelle tendenze di cui faremmo volentieri a meno. E’ un cancro per il paesaggio italiano. Chi ha promesso condoni e sanatorie da un lato e chi ha compiuto, quasi a prescindere, per un proprio vantaggio, uno o più abusi, dall’altro, ha dimostrato di non voler bene al Paese, di non aver alcun rispetto per il suo futuro e per quello delle prossime generazioni. L’abusivismo edilizio non è solo l’ennesima dimostrazione di come si possa oltrepassare, restando sostanzialmente impuniti, il limite imposto dalle leggi – definite nell’interesse di tutti i cittadini di una stessa comunità – o di come le norme paesaggistiche siano manipolabili a proprio uso e costume, quasi per un’ostentazione sfacciata del potere, ma è anche un atto di violenza – uno stupro – che commettiamo consapevolmente nei confronti della natura.

Nel nostro Paese, praticamente da sempre, non esiste una diffusa cultura ambientale. Il paesaggio è considerata una risorsa infinita e, quindi, sfruttabile all’infinito. Consumabile e sprecabile. I disastri procurati dal dissesto idrogeologico, come frane o alluvioni, spesso vengono attribuiti, per ignoranza e malafede, più alla fatalità che all’incapacità dell’uomo di riconoscere la propria corresponsabilità. L’abusivismo edilizio prende a pugni la bellezza. Le impedisce di esprimersi e di manifestarsi. Quando ci lamentiamo, spesso, della bruttezza delle nostre città, con la stessa spontaneità, dovremmo interrogarci più seriamente sulle ragioni di certi scempi. La bruttezza, come la bellezza, si crea. Ma quando è presente è da criminali lasciarla morire. Bisogna difendere la bellezza. Proteggerla per poterla diffondere. Solo nella bellezza noi possiamo ritrovare la nostra identità. Il 40% del patrimonio artistico, storico e culturale del mondo è in Italia.

Non disponendo ancora dei dati del 2012, si può rilevare che, nel 2011, in Italia, sono stati realizzati quasi 26 mila abusi, tra nuove case o grandi ristrutturazioni, pari al 13,4% del totale delle nuove costruzioni. E dal 2003, anno dell’ultimo condono edilizio, a oggi, sono state costruite oltre 258 mila case illegali, per un fatturato complessivo di 1,8 miliardi di euro.

Il terremoto che sconvolse l’Emilia Romagna e quello ancor più devastante che ha quasi raso al suolo L’Aquila, sembra siano stati rimossi, come insopportabili detriti della memoria, da un Paese che non si sente corresponsabile per quelle tante morti ingiuste, molte delle quali sprofondate sotto una quantità intollerabile di cemento abusivo e di costruzioni non edificate a regola d’arte.

Cosa si è fatto da allora? Quali politiche di prevenzione sono state messe in campo? Quali miglioramenti sono stati apportati ai nostri edifici pubblici, in un Paese dove ad avere problemi strutturali sono persino le scuole e gli ospedali? Quali speranze sono date ai cittadini italiani che dovrebbero aver imparato che quei terremoti non sono stati i primi e non saranno gli ultimi?

Da una ricerca di Legambiente si evince che in 72 comuni capoluogo di provincia sono state emesse 46.760 ordinanze di demolizione, ma ne sono state eseguite solo 4.956, ovvero circa il 10%. Legambiente, peraltro, partendo proprio da dati come questi, ha presentato una proposta di legge per “la demolizione del cemento illegale”, dopo aver pubblicato un interessante “manuale d’azione“. Sulla stessa lunghezza d’onda troviamo la Regione Puglia che, tra le prime in Italia, ha emanato una legge (la L.R. 15/2012)- sebbene oggi non sia totalmente attuata – orientata a contrastare il fenomeno dell’abusivismo edilizio, favorendo l’istituto della demolizione, dal titolo: Norme in materia di funzioni regionali di prevenzione e repressione dell’abusivismo edilizio. Con la Guardia di Finanza, infine, che proprio in Puglia, il 23 aprile scorso, ha sequestrato 165 immobili illegali.

Abbattiamo l’abusivismo edilizio. Salviamo l’Italia.

“L’Europa dopo l’Europa”

“L’Europa dopo l’Europa” è il tema della XII edizione dei “Dialoghi di Trani” (iniziativa culturale pluridecennale a cui sono molto legato, a cui ho quasi sempre partecipato negli anni scorsi e che quest’anno, con mio sommo orgoglio, mi vedrà “protagonista” come umile collaboratore dell’ufficio stampa), organizzato dall’Associazione culturale “La Maria del Porto” e promosso da Regione Puglia e Città di Trani, in collaborazione con l’Università degli studi di Bari e sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica.

Dopo l’Europa della crisi, ma a partire dall’Europa con le sue radici e le sue culture interrelate, i “Dialoghi di Trani”, il più importante festival letterario nel Mezzogiorno, organizzato dal 6 al 9 giugno a Trani, propone spunti per una riflessione di ampio respiro sull’Europa vista dal suo Sud affacciato sul Mediterraneo.

In che modo l’Europa può ripartire e ripensare ad un  cammino di rinnovato slancio culturale e di nuova tensione etica sui temi dell’inclusione, della sostenibilità, della giustizia sociale? Che cosa lega ancora quei popoli che, come diceva Nietzsche, «hanno il loro passato comune nella grecità, nella romanità, nell’ebraismo e nel cristianesimo»?

A queste e molte altre domande proveranno a rispondere, tra gli altri: Fabrizio Barca, Marco Revelli, Paolo Flores d’Arcais, Concita De Gregorio, Luca Telese, Vladimiro Giacchè, Maria Pia Veladiano, Franco Cardini, Oliviero Diliberto, Luigi Zoja, Piero Dorfles, Luca Rastello, Andrea De Benedetti, Carlo dell’Arringa, Maria Pia Bruno, Therry Vissol ed Emilio Dal Monte (rappresentanti in Italia della Commissione Europea). Tra gli ospiti internazionali anche Michael Braun (Radio pubblica tedesca), Eric Jozsef (Liberation) e Evgeni Utkin (Il Quotidiano dell’Energia).

Non solo dialoghi su idee, libri e suggestioni al Castello, ma anche eventi dedicati ai giovani lettori, mostre, reading teatrali, concerti, passeggiate “eco-filosofiche” tra gli incantevoli vicoli del borgo medievale ricco di chiese e palazzi o lungo il porto turistico dove spicca la monumentale Cattedrale romanica sul mare e l’antico monastero benedettino di Colonna. Per i lettori appassionati di arte e storia, visite guidate al  quartiere della Giudecca, uno dei più fiorenti insediamenti ebraici in Puglia dove si conservano due sinagoghe.

Trani, uno dei più importanti porti della Puglia, da sempre crocevia di popoli e culture del Mediterraneo, per tre giorni fa rivivere al pubblico dei “Dialoghi” quell’antico fascino e mistero che l’ha consacrata come centro multiculturale e porta per l’Oriente.

Melpignano sfida l’universo grillino: ecco l’e-voting

evoting

Una gran bella innovazione arriva in Puglia, a Melpignano – il Comune della Taranta – dal Messico. Parlo dell’evoting, ossia il voto elettronico che sarà sperimentato il prossimo 5 maggio dai cittadini che vorranno esprimersi su un quesito referendario.

Attraverso l’urna elettronica, che arriva dal Messico, paese leader nel settore, dotata di sistema touch screen, l’elettore esprimerà il suo voto elettronico; l’urna stamperà una ricevuta cartacea del voto, nella quale compare solo il nome del votato, che non viene rilasciata al cittadino, ma custodita da un contenitore sigillato interno all’urna stessa; accessibile solo al presidente di seggio a seguito di eventuali contestazioni. Il sistema è dotato anche di segnaletica in braille e di supporto audio per consentire il voto ai non vedenti.

Hanno già scritto di questa sperimentazione innovativa sia Marco sia Pino.

21 Aprile: Marcia per la Terra

L’iniziativa è promossa dal Forum “Salviamo il Paesaggio” in concomitanza con l’Earth Day mondiale –  a salvaguardia dei terreni liberi e fertili rimasti.

La manifestazione pubblica si svolgerà anche in Puglia, a Cisternino. Qui i dettagli.

Lavoro. Basta con la propaganda e la speculazione

“Boicottiamo la Bridgestone“. Questo, in estrema sintesi, sembra essere il risultato della conferenza stampa di ieri, convocata da Vendola e da Emiliano, a cui hanno partecipato anche esponenti dell’opposizione di centrodestra, in attesa dell’incontro ministeriale di domani a Roma.

Ecco, vorrei dire, sommessamente, qualcosa. E sarò, mio malgrado e involontariamente, controcorrente. Partendo da alcuni dati, più o meno già noti. Quasi 7 milioni di persone oggi sono in difficoltà, a causa delle condizioni economiche, con un sempre più elevato rischio povertà. La disoccupazione è oltre il 37%. In Italia, da decenni, non esiste una politica industriale. Una visione condivisa che supporti il Paese per farlo competere lealmente con il resto del mondo, schiacciato da una globalizzazione che ha accresciuto il divario tra stati ricchi e stati poveri. L’Italia potrebbe essere una grande potenza mondiale: per i suoi molti talenti nei più variegati ambiti, la sua cultura, i suoi paesaggi. E’, per dirla alla Augé, un non-luogo, invece. E’ l’eterna incompiuta. Divisa da un sistema infrastrutturale obsoleto e mal organizzato (il trasporto su gomma è ancora, per molte aziende, l’unica possibilità); dall’assenza di un vero Piano Energetico Nazionale (la Strategia Energetica Nazionale appena varata è insufficiente, oltre che anacronistica) che alleggerisca gli oneri fissi di chi investe e produce lavoro, predeterminando come effetto che ogni Regione fa i cavoli propri; logorata da una burocrazia lenta e farraginosa che si concede tranquillamente al parassitismo, alla corruzione e al clientelismo; rassegnata allo strapotere delle organizzazioni criminali nel Mezzogiorno del Paese dove il non-stato si fa Stato.

La Regione Puglia, in questi anni, nonostante sia cambiata moltissimo con notevoli progressi conseguiti in molti ambiti, ha fatto poco per contrastare questa “modernità liquida”, per dirla alla Bauman, nella quale a sciogliersi sono i diritti dei lavoratori. Non possono esserci lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. Ci vuole rispetto per la dignità e la sofferenza di quanti temono per il proprio posto di lavoro. Non ci si può speculare sopra, politicamente, rinvigorendo questa eterna ed amorale propaganda elettorale che sta sbriciolando il tessuto sociale italiano. Nascondendo poi quelle che sono anche le proprie responsabilità. La Bridgestone è una multinazionale che in Italia opera da decenni e se oggi, anche per la crisi economica, ha deciso di chiudere uno stabilimento, per quanto discutibili possano essere le ragioni, la politica è chiamata ad interrogarsi sui propri errori, seriamente. In nome di un’esterofobia improvvisa ci si inventa il boicottaggio, invece. L’esaltazione della protesta in sostituzione della concertazione per la redazione di una qualche proposta. Innovativa ed ecologicamente possibile.

Perché, per dire, non si è deciso di boicottare, ma seriamente, il Gruppo Riva per la scellerata gestione dell’Ilva di questi anni, dove oltre al diritto al lavoro è sotto scacco anche il diritto alla salute? I cittadini di Taranto e gli operai dell’Ilva si sentono davvero protetti e tutelati dai nostri amministratori? Gli ultimissimi responsi elettorali hanno testimoniato la rabbia e l’indignazione dei governati rispetto ai governanti. Eppure, nonostante le prese di posizione ufficiali, i Riva sono contigui e immersi in un modello politico dove il profitto è l’unica logica che conta. E in nome della quale si possono aggirare le leggi. E si possono calpestare i diritti.

Dovremmo, forse, ritrovare il senso della misura. Contrastando, se possibile, queste ipocrisie, supportate anche da campagne mediatiche poco oggettive e poco serie. E’ sul rilancio delle politiche del lavoro, fondate sulla conversione ecologica, sull’innovazione tecnologica e sul talento, che dobbiamo confrontarci. Senza pregiudizi e senza privilegi castali da preservare. E’ sulla creazione di una nuova visione, anche mediterranea, ma soprattutto condivisa tra tutti gli attori dei processi industriali, quindi anche con gli operai, che si gioca la partita del futuro. Di un futuro che bussa alle nostre porte e che chiede di essere frequentato con fiducia.

harakiri

Il reportage su San Girolamo

Lungomare

Ecco l’approfondimento uscito su Epolis qualche giorno fa.

Reportage San Girolamo

P.S. Di questo quartiere, come sanno gli amici che leggono questo blog, ho parlato e scritto spesso. A questo proposito, infatti, ricordo quest’ultimo e relativamente recente articolo, e il seguente, sempre tratto da Epolis, integrato da quest’altro.

Energia da fonti rinnovabili: la Puglia è prima!

Fv_La Puglia dei primati

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