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Lo stesso mandante per Aldo e Peppino?

Questa domanda mi tormenta, a dire il vero, da anni (ne ho scritto anche qui e qui). E, probabilmente, resterà una domanda che non riceverà risposta alcuna, non essendoci niente, ad oggi, che possa indurre i curiosi a fare considerazioni diverse, a cominciare da pronunciamenti definitivi della magistratura. Giusto, quindi, sottolineare questo aspetto, in apertura, ma è altrettanto legittimo, però, partire da alcuni fatti certi per elaborare alcune considerazioni. Esercitando scrupolosamente il dubbio.

Il 9 maggio 1978 è uno dei giorni più infelici della Storia di questo Paese. Vengono assassinati Aldo Moro e Peppino Impastato. Uno a Roma, l’altro a Cinisi. Uno dalle Brigate Rosse – secondo la vulgata dominante – l’altro da Cosa Nostra. Il primo sarebbe stato rapito ed ucciso per il suo disegno “eversivo” di superare le consolidate divisioni politiche tra democristiani (divisi in varie correnti) e comunisti (divisi in varie correnti) per dare finalmente una stabilità e una governabilità al Paese, lacerato già allora da politicismi inauditi e da veti dettati più dall’opportunismo di salvaguardare uno status quo che dall’opportunità coraggiosa di cambiare il Paese; il secondo, invece, fu fatto esplodere, nel vero senso della parola, per la sua capacità ritenuta insopportabile di sbeffeggiare, con ironia e spontaneità, il superboss Gaetano “Tano Seduto” Badalamenti.

Ora, lo dico subito, anche a rischio di essere preso per uno che farnetica, io alle coincidenze non ci credo. Non posso crederci perché la Storia di questo Paese è anche una Storia criminale (come ha pure scritto Roberto Scarpinato ne “Il Ritorno del Principe”). Sin dalla sua origine. Fondata sul mistero e sull’occulto. Basterebbe ricordare l’inchiesta a fine Ottocento del filantropo meridionalista Leopoldo Franchetti o il primo eccellente e misterioso delitto di mafia con vittima Notarbartolo.

La Democrazia Cristiana è sempre stata il braccio politico del Vaticano. Il Papa Paolo VI era – parole sue – molto vicino per sensibilità e cultura ad Aldo Moro. Pur cristiano praticante, Aldo Moro aveva, verso la politica, un approccio laico, pragmatico, risolutivo. Aveva capito che l’unica possibilità per cambiare e riformare radicalmente il Paese, accettando qualche compromesso, era  quella di stringere un’alleanza con i comunisti di Berlinguer, il quale, pur muovendo da una cultura antitetica, condivise enormemente, da persona politicamente saggia, l’approccio dello statista democristiano. I comunisti erano, però, i nemici pubblici principali per gli americani e per la Curia (e con un flash mi torna in mente pure quel Pio La Torre, segretario comunista siciliano ucciso dalla mafia, sempre in quegli anni). Se fossero andati al Governo del Paese sarebbe stata una sciagura. Sarebbe stata scritta un’altra storia. E forse, oggi, avremmo un altro Paese. Con il rapimento di Moro e la sua successiva eliminazione, il disegno fu stracciato.

Gli esecutori materiali furono rintracciati nei brigatisti. Dopo alcuni anni, soprattutto con Giancarlo Caselli e il Generale Dalla Chiesa, il terrorismo fu sconfitto. Con la dimostrazione, quindi, che se appoggio politico c’era stato, con la fine di questa stagione dolorosa, era venuto meno. Usati ed abbandonati. Almeno ufficialmente, fino ad oggi e fino a prova contraria, nessuno ha sollevato il dubbio che possa esserci stato anche un coinvolgimento, seppur indiretto, di Cosa Nostra.

In quegli anni, tuttavia, non possiamo dimenticare lo strapotere eversivo della Loggia di Rinascita Democratica P2. E’ fatto, ormai, storicamente comprovato che erano suoi illustri componenti il plenipotenziario della Dc, Giulio Andreotti, il cardinale Marcinkus che  gestiva lo Ior e il primo superboss di Cosa Nostra Stefano Bontate. Bontate era siciliano. E la Sicilia non era solo un feudo politico della Dc. Era un feudo di Andreotti.

Ma Bontate non era l’unico “capo”. L’altro superboss di Cosa Nostra era Tano Badalamenti. Colui che nel 2002 fu condannato all’ergastolo per l’omicidio di Peppino Impastato. Il pentito Buscetta (che si fidava soltanto di Giovanni Falcone), in uno degli interrogatori a cui fu sottoposto, parlando dell’omicidio del giornalista Pecorelli, rivelò di un avvenuto incontro a Roma tra il boss e Andreotti, chiamato, affettuosamente, “zio” dai picciotti. Non è mai stato provato. E per il delitto Pecorelli, Andreotti fu assolto. Con la strage rimasta senza mandante.

Come è rimasta sostanzialmente impunita e avvolta nel mistero, ancora una volta con la figura di Andreotti sullo sfondo, la Strage di Via Carini del 3 settembre 1982, quando fu ucciso il Generale dei Carabinieri e Prefetto di Palermo Dalla Chiesa, avvenuta secondo una ritualità – hanno sempre dichiarato negli anni gli studiosi e gli esperti – non tipicamente mafiosa. Venendo colpita, per esempio, anche la moglie Manuela Setti Carraro. Una sorta di “femminicidio” ante-litteram, potremmo definirlo oggi. Ma dopo oltre tre decenni, purtroppo, la Verità sembra ancora lontana.

Da quel 9 maggio 1978 sono trascorsi 35 anni. L’Italia è oggi un Paese culturalmente ed eticamente fallito. Le diverse organizzazioni criminali hanno inquinato tutti i gangli della nostra società. Non si può più parlare di infiltrazione mafiosa. Dovremmo, semmai, parlare di infiltrazione politica. Le mafie sono dentro le Istituzioni. La mafiosità, intesa come cultura dell’Anti-Stato, permea la quotidianità. E’ diventata la nostra cultura, senza accorgercene. Perché noi non ci accorgiamo più di niente. Non ci indigniamo più davanti agli scandali. Li accettiamo, li tolleriamo e proseguiamo come se non fossero, ciascuno di essi, una coltellata alla nostra dignità e moralità.

E niente cambierà se non inizieremo ad assumerci la nostra quotidiana e doverosa parte di corresponsabilità. E ad agire di più, parlando di meno, con coraggio. Con passione. Con umiltà. Ricordando l’esemplarità, non soltanto in giornate commemorative come questa, di figure come il democristiano Aldo Moro e il comunista Peppino Impastato. Tanto diverse quanto simili. Abbattute, forse, se non dagli stessi mandanti politici e morali, certamente dallo stesso Potere criminale ed occulto, composto anche da servitori infedeli dello Stato. Due facce di una stessa medaglia. Quella di un’Italia che ha perso l’opportunità di cambiare la sua Storia e di consegnare alle future generazioni un Paese dove sia bello vivere nel rispetto delle regole e nel rispetto reciproco.

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Nessun dispiacere per un mafioso

E’ morto Giulio Andreotti. Il divo Giulio, nella cui gobba – disse Grillo una volta – “si nasconde la scatola nera della Prima e della Seconda Repubblica”, fino alla primavera del 1980, ossia quando interviene la prescrizione pur in presenza di fatti accertati, è da considerare a tutti gli effetti un mafioso. Poi, evidentemente, sempre rispetto alle sentenze definitive della magistratura, ha smesso di esserlo. Un mafioso, quindi, elevato dall’allora Presidente della Repubblica Franscesco Cossiga a Senatore a vita, dopo essere stato 7 volte Presidente del Consiglio e 18 volte Ministro. Andreotti era già sulla scena politica nel 1955 quando ci fu la prima strage mafiosa di Portella della Ginestra. E’ stato quello che più di tutti ha ostracizzato Aldo Moro e il suo tentativo di cambiare l’Italia, con Berlinguer. E’ stato, da politico vaticanista quasi per definizione, con il cardinale Marcinkus e il primo vero boss di Cosa Nostra Stefano Bontate, uno dei fari della Loggia P2. La sua figura è stata ottenebrata ulteriormente con la strage del 3 settembre del 1982 quando fu assassinato il Prefetto di Palermo, il Generale Dalla Chiesa. E ancora dubbi furono sollevati quando avvenne l’omicidio del Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, essendo stato l’indiscusso leader del gotha siciliano della Democrazia Cristiana composto negli anni ’80 e ’90 da una galassia di spregiudicati uomini in carriera riconducibili sia ai cugini Salvo sia a Salvo Lima. Poi tutti giustiziati dalla mafia. Si potrebbero scrivere un’infinità di cose. Ma, sinceramente, non ne ho voglia. E’ stata una persona che ha fatto, politicamente parlando, molto male all’Italia. E mi auguro possa emergere un giorno dai suoi archivi tutta la verità sui periodi più bui e sui misteri più indicibili della nostra Repubblica. Ma, oggi, è giusto che cali il sipario e si faccia silenzio. Non per rispetto. Non può essercene per un mafioso amico di Totò Riina. Ma perché non c’è più niente da dire. Un silenzio di pietà per la nostra decenza.

Quando andai ad Auschwitz

memoriaNon avevo ancora compiuto 16 anni. Era il luglio del 1999. Quando partii per la Polonia, per Cracovia, per uno scambio culturale promosso da un’associazione di Bari, non immaginavo assolutamente che avrei vissuto una esperienza tanto forte quanto indimenticabile, per l’orrore che avrei visto. Quando arrivammo ad Oswiecim (il paesino polacco distante circa 60 km da Cracovia che ospita il Museo nato dai resti del campo di concentramento), anche noi in treno, mi stupì subito che, a distanza di decenni, molte parole erano ancora espresse sia in polacco sia in tedesco. Auschwitz in tedesco, Oswiecim in polacco. Una volta oltrepassato il paradossale cancello d’ingresso, fummo accolti da una guida che, con linguaggio particolarmente sereno ma severo, volle subito ricordare a noi giovanissimi visitatori che eravamo in un museo ma che soprattutto eravamo liberi di interrompere l’esplorazione in qualsiasi momento, se turbati da ciò che avremmo osservato. Trovai la forza e il coraggio di completare la passeggiata, ma ricordo che rimasi in silenzio per moltissime ore, che non mangiai per un giorno e mezzo, che quando tornai a casa piansi moltissimo. Oggi, a distanza di alcuni anni, ricordo ancora con sgomento le vetrate con tutte le divise numerate consunte e accatastate, quelle con le scarpe o gli oggetti personali, da un lato; o i grandi casolari dove dormivano, i muri – dove venivano fucilati gli ebrei – ancora anneriti dalla polvere da sparo, i forni crematori che ti trasferivano la percezione e i brividi di respirare ancora l’odore di morte, dall’altro lato. E nonostante abbia letto dei libri, ascoltato diverse testimonianze, visto dei film, esaltato ogni anno la Giornata della Memoria, non riesco a non chiedermi ogni volta come sia potuto accadere che la follia di un solo uomo o di pochissime persone, assemblate in un’oligarchia del male, abbia prodotto un genocidio di tale portata. Oltre sei milioni di morti. E miliardi di sogni, di speranze, di desideri. Uno sterminio dettato dall’intolleranza verso coloro che erano considerati di rango inferiore e non degni di attraversare quel medesimo tempo della storia. Da cristiano mi sono sempre chiesto, senza aver mai ottenuto o trovato un’esaustiva e plausibile risposta, perché Dio abbia permesso tutto questo. Perché abbia acconsentito al sacrificio, soprattutto, di tanti bambini. Per punire l’Uomo per il suo egoismo? Per la sua superbia e delirante bramosia di potere? Per la sua incapacità ad essere promotore e protagonista di un tempo scandito da un amore pacifico, reciproco, solidale tra tutte le genti? Davvero, e senza voler entrare nei pur legittimi storicismi o ideologismi che ci hanno accompagnato in questi decenni con certe polemiche (come quelle promosse dai negazionisti) mai sopite del tutto, non riesco ancora a darmi risposta.  E l’unica, forse piccola, verità che mi risuona prepotentemente in testa, che scuote la mia coscienza, ogni qual volta penso a quanta disumanità lo stesso uomo è stato capace di creare vigliaccamente e follemente, è che tutti noi probabilmente “non siamo stati (e non siamo) abbastanza vivi, se qualcuno è morto (e muore ancora nei quotidiani e dimenticati genocidi che si consumano nel mondo)”. Ed è per questo ancora più necessario, indispensabile, urgente, fondamentale, vivere l’esperienza della Memoria, custodirla per saperla trasferire. E praticare con fierezza e dignità, nel nostro quotidiano, la nobilissima arte e dote morale della Resistenza. Ora e sempre.

Il coraggio intellettuale di Pier Paolo Pasolini

Due giorni fa è stato il 37° anniversario dall’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Un uomo straordinario, amato più dai cittadini comuni che dai “potenti”, spesso frustrati dalle sue parole dissacranti e spietate mediante cui raccontava anche un Paese in profondissima evoluzione. Una metamorfosi antropologica denunciata, tuttavia, con lucidità e acume, dovuta per lui a quella società dei consumi che stava infettando il senso comune. Quel consumismo becero enfatizzato enormemente dalla televisione. Oggetto per il quale non nutriva grande simpatia ed ammirazione, ritenendola, profeticamente, tra le principali responsabili – e siamo agli inizi degli anni ’70 – della regressione morale degli italiani, per la sua velenosa tendenza ad assottigliare la capacità di pensiero. E di ragionamento. Una figura che dovrebbe essere, forse, studiata nelle scuole, con lungimiranza e senso di responsabilità.

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.

I giovani

I giovani non hanno bisogno di sermoni,
i giovani hanno bisogno di esempi di onestà,
di coerenza e di altruismo.

Sandro Pertini

Gli italiani sono regrediti a servi volontari

Questa Festa della Repubblica cade purtroppo in un tempo buio e assai disonorevole per il nostro Paese, dilaniato dalla faziosità più becera della sua classe dirigente, totalmente sorda alle urla di dolore di un popolo sfiduciato, rassegnato, arrabbiato. La politica carismatica e responsabile, capace di interpretare e di affrontare i problemi reali e percepiti, non esiste più. E nel pensare, perciò, alla Repubblica, al nostro Paese, a quello che è stato, mi sono tornate in mente le parole del politologo Maurizio Viroli, tratte dal libro “La Libertà dei Servi” (edito da Laterza).

Con la nascita della Repubblica, i servi che si emancipano non diventano subito cittadini liberi, ma liberti: “gli sventurati, dice Calamandrei, che hanno ancora sui polsi le lividure delle catene ventennali e nella schiena l’anchilosi dell’assuefazione agli inchini; e non riescono a sentire i nuovi doveri della libertà”. A più di 60 anni di distanza dobbiamo malinconicamente constatare che gran parte degli italiani non si sono elevati da liberti a cittadini liberi, ma sono regrediti da liberti a servi volontari. Il dovere di resistenza senza il dovere di lealtà distrugge la legalità, che è il fondamento della libertà repubblicana; il dovere di lealtà senza il diritto e il dovere di resistenza dissolve la fierezza civile che è sostegno altrettanto necessario della libertà repubblicana. Sul costume si agisce con l’educazione civica. Alla formazione di una persona libera devono concorrere la ragione, nelle sue diverse forme, e talune passioni. Insegnare a ragionare su questioni morali è forse in Italia il più urgente impegno civile.


I killer di Roberto Calvi sono protetti dallo Stato e dalla P2

Ringraziamo, si fa per dire, il mafioso Francesco Di Carlo per la conferma ai tanti dubbi che diventano con il tempo certezze per coloro i quali le collusioni ancora oggi in piedi tra “politici, presidenti di banca, militari, vertici della sicurezza” hanno avvelenato il nostro Paese. Che non risorgerà mai fintanto che queste convergenze mafiose, annidate nelle Istituzioni, resteranno.

Per la Giornata della Memoria

Don Paolo Farinella, sul suo blog del Fatto Quotidiano, usa queste mirabilissime parole. Che emozionano profondamente.

«Caro professore, sono un sopravvissuto di un campo di concentramento. I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti; bambini uccisi con  veleno da medici ben formati; lattanti uccisi da infermiere provette; donne e bambini uccisi e bruciati da diplomati di scuole superiore e università. Diffido – quindi – dall’educazione. La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti. La lettura, la scrittura, l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani».

(Fonte: Anniek Cojean, Les mémoires de la Shoah, in Le Monde del 29 aprile 1995).

Giornata della memoria. Colombo: "la Shoah, un delitto tutto italiano"

“La domanda è se un “Giorno della Memoria” serve; se non è un meccanismo di ripetizione, che evoca un evento, ma esenta dal partecipare in prima persona. Basta l’automatismo della data, un minimo di rispettosa citazione per aver compiuto un dovere. Se quel dovere non c’era, più o meno, tutto andava avanti come prima: buoni, cattivi, un’immensa zona grigia. Quel che è stato è stato e ci pensa la storia che, comunque, in momenti diversi viene riscritta. So che la domanda “serve un Giorno della Memoria?” è inutile, perché gettata nel vuoto. Ma ho voluto ripeterla perché sono il proponente e autore di quella legge. E perché la domanda viene proposta davvero. E non solo da persone irritate che hanno voglia di ricordare altre cose. Ma anche — con profonda buona fede — da persone che temono che un’iniziativa, buona quanto si vuole, sia però o sbagliata o inutile.”

Così scrive l’onorevole Furio Colombo per il quale il “Giorno della Memoria” ha rappresentato il principale impegno quando era deputato dell’Ulivo nella tredicesima legislatura (maggioranza centrosinistra e governi Prodi, D’Alema e Amato) Camera e Senato hanno votato la prima legge italiana per l’istituzione di un Giorno della Memoria.
Unica legge approvata all’unanimità ha come punto di riferimento la Shoah, insieme al ricordo di tutti coloro che hanno pagato con la vita la loro coraggiosa opposizione politica o la loro presunta diversità.

Che significato doveva avere istituire questa giornata?
Interrompere il cerchio secondo cui la Shoah era parte della guerra e dentro la guerra. Un capitolo della cattiveria dei tedeschi quindi. Dal canto loro film, bibliografia e il lungo silenzio dei supersiti e dei sopravvissuti ci aveva persuaso che si trattasse di un delitto tedesco.
C’era chi diceva che i tedeschi si erano comportati male, per alcuni era stata una grande ingiustizia per altri un orrendo progetto nei confronti degli Ebrei. L’idea insomma era che fosse stato un delitto commesso da altri. Nella mia prima proposta (caduta per il cambio della data) ho subìto un violento fuoco di sbarramento da parte di Forza Italia e da molta An ma anche sussurri e grida di una parte della sinistra che temeva la glorificazione a favore di Israele.

Perché in Italia?
Allora l’obiezione principale alla quale ho dovuto fare fronte era che anche nei gulag sovietici erano stati compiuti delitti così come nelle foibe. Mi suggerivano quindi di promuovere una giornata per ricordare tutte le vittime assieme. A questa corrente di pensiero ho sempre risposto che stavo parlando, piuttosto, di un delitto tutto italiano perché le leggi nei confronti degli Ebrei, nella loro formulazione, sono state persino più gravi di quelle tedesche. Di certo sono state diverse le modalità operative nell’applicarle ma l’ Italia è stata complice dello sterminio perché di fatto si privavano i cittadini ebrei-italiani (in contrasto con lo statuto Albertino allora in vigore) di qualsiasi diritto civile umano e giuridico.
Istituire un “Giorno della Memoria” ha significato illuminare un delitto tutto italiano perpetrato in pieno ventesimo secolo interrompendo la malformazione e l’illusione che si trattasse solo di una immane cattiveria tedesca.

Ha ancora senso celebrare un “Giorno della Memoria”?
Ha certamente senso a giudicare dalla scarsità di informazioni e l’incapacità delle scuole di insegnare ciò che è accaduto. Ha senso anche perché siamo stati testimoni del negazionismo di laici e religiosi impegnati nel tentativo di fingere che tutto quanto non fosse accaduto. Un tentativo sempre in agguato.

Dal suo punto di vista esiste una connessione tra quello che è accaduto con le leggi razziali e ciò che potrebbe accadere nel nostro Paese rispetto ai fatti di razzismo e xenofobia?
Molto prima di ciò che chiamiamo Olocausto Paesi come Francia, Germania e gli stessi Stati Uniti sono stati percorsi da piccoli episodi di antisemitismo che hanno più o meno attraversato tutto il mondo occidentale anche se l’ideologia politica li ha cristallizzati solo in Germania e in Italia. Prima era un brulicare di episodi definiti “non così gravi”. Ma in realtà erano segni premonitori del successivo sterminio; le leggi razziali non avvengono di colpo ma gradualmente e attraverso il peggioramento della condizione dell’ umanità.
Il pericolo è sempre in agguato perché fatti erroneamente considerati sporadici vengono sottoposti ad una politicizzazione che nasconde l’esplosione dell’evento stesso.

Spesso si considera l’Italia un Paese senza Memoria. Che peso ha in questo l’informazione?
Per una volta cambierei il capo di imputazione nel senso che l’informazione per sua natura si nutre di attualità e non di memoria. Ma la vera colpa del sistema dell’informazione è che se avvengono tre gravi fatti razziali è come se fossero isolati. Viene accreditata l’idea che sia solo colpa di balordi e che non sussista alcun legame tra quanto è accaduto. Ogni volta l’informazione è come se ricominciasse da capo. I fatti di Rosarno oggi sembrano ormai lontanissimi e se accadessero situazioni simili potremmo contare, forse, al massimo su di un inciso tipo “come accaduto a Rosarno”.
Ecco quindi personalmente all’ informazione in particolare quella televisiva rimprovero l’assoluta mancanza di sistematicità. La mancanza di memoria invece è una grave colpa della scuola italiana.

Giornata della memoria. Colombo: “la Shoah, un delitto tutto italiano”, Elisabetta Reguitti per Articolo 21

I nemici della memoria

Chi è stato a rubare l’insegna di Auschwitz, recando offesa alla memoria degli ebrei e a chi è impegnato a tutelarla? Da dove vengono? Che intenzioni hanno, qual è il loro progetto? Questo incidente criminale riverbera la sua immagine in tutto il mondo e suscita stupore, shock e rabbia.

Cosa avevano in mente i ladri quando hanno rimosso l’iscrizione che centinaia di migliaia di vittime, arrivate nel campo, vedevano ogni giorno, ogni sera? Cosa immaginavano di poter fare? Di venderla in televisione per enormi somme di denaro? Di tenerla incorniciata a casa loro? Quale idea perversa può aver motivato un simile abominio?

In questa nostra era di confusione e sfiducia, la Verità è sempre in prima linea, al fronte, e i suoi nemici sono i nemici della Memoria. Dunque, quel Luogo è d’importanza e significato speciale, perché si basa su entrambi quei valori costitutivi, Verità e Memoria. Chiunque voglia cancellare il passato ha naturalmente interesse a rimuovere quella scritta, che è parte così visibile del Passato della Memoria.

In un certo senso, si può esprimere sorpresa per il fatto che non si sia mai tentato prima di compiere quanto è accaduto oggi. È così facile distruggere, è così facile rubare, eppure, grazie al cielo, persino quelli che sono i nostro nemici non avevano osato, fino ad oggi, di intraprendere un simile furto.

In virtù di ciò che è avvenuto all’interno di quell’incommensurabile cimitero di cenere, Auschwitz deve restare un monumento intoccabile al dolore, allo strazio e alla morte di più di un milione di ebrei e altre minoranze. Benché protetto a livello internazionale dalla rabbia e dalla pietà che suscita in centinaia di migliaia di visitatori provenienti da tutto il mondo, il campo necessita ovviamente di maggior sicurezza.

Devono provvedervi le autorità polacche ai massimi livelli. Tutto ciò che si trova entro le recinzioni di filo spinato deve restare immutabile e intatto per generazioni e generazioni. Quanto ai ladri, verranno senza dubbio interrogati a lungo da personale specializzato, psichiatri inclusi. Siamo tutti ansiosi di conoscere ogni aspetto della loro personalità, del loro carattere, del loro passato. E di conoscerne l’appartenenza ideologica.

Hanno agito da soli? Appartengono a gruppi neonazisti? Volevano dimostrare qualcosa entrando in possesso dell’insegna, e se sì, che cosa? “Arbeit macht frei” era, ed è ancora, massima espressione di cinismo, inganno e brutalità. Dietro quel cancello il lavoro non portava libertà. Agli ebrei e agli altri portava fatica, umiliazione, fame e morte. Dentro tutto equivaleva alla morte. È questo che il ladro voleva cancellare?

I nemici della memoria, Elie Wiesel, La Repubblica

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