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Al Petruzzelli va in scena la commedia di Lottomatica

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Solo a Bari, nel 2015, in una città tormentata dall’oltre 35% di disoccupazione (dati Istat), “l’industria del gioco d’azzardo” ha fatturato più di un miliardo di euro. Un miliardo di euro sprecato da decine di migliaia di baresi, spesso economicamente già in difficoltà, che hanno tentato la fortuna. Vanamente. Perché, come rivelano i matematici con lo studio sulle probabilità, le possibilità di vincere a gratta e vinci o a slot machine è inferiore al 1,5%.
 
E da chi sono gestiti o creati alcuni di questi originali “servizi ricreativi” che producono solo ludopatia e indebitamento e, quindi, povertà economica e sociale? Da Lottomatica.
 
Il Comune di Bari, dopo più di due anni e fino a prova contraria, non ha ancora ottemperato al dovere di dotarsi di un Regolamento Comunale per disciplinare rigorosamente l’apertura di centri scommesse e agenzie, sulla base di quanto previsto dalla Legge Regionale 43/2013. Il Comune di Bari, fino a prova contraria, non ha ancora messo in campo una strategia per contrastare efficacemente questa grave patologia sociale e morale, che non colpisce solo donne e uomini, ma sempre più spesso bambini e adolescenti.
 
Si dice sempre che la politica è in crisi perché non è capace di dare il buon esempio ai cittadini, in nome dei quali si dice di governare le Istituzioni.
 
Era proprio necessario, perciò, sulla base di quanto si legge oggi su alcuni quotidiani locali, consentire ad una azienda come Lottomatica di farsi promotrice di una simile iniziativa? E’ lecito chiedere che nella nostra città non vengano messe in scene grottesche “commedie dell’azzardo e dell’assurdo” di questo tipo? E, infine, non ritenendo che Lottomatica faccia beneficenza, quali sono gli accordi tra l’agenzia e il Comune di Bari e la Fondazione Petruzzelli? E’ un azzardo chiedere un minimo di trasparenza e chiarezza?
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L’eredità della “Woodstock di Copacabana”

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“Bota Fé”. “Metti Fede”. E’ questo uno degli slogan che più rimarrà, probabilmente, impresso nel cuore dei milioni di giovani che hanno partecipato alla 28esima Giornata Mondiale della Gioventù tenutasi a Rio de Janeiro. La fede come chiave di volta per scardinare le serrature dell’indifferenza che lascia chiuse le porte a diverse generazioni di ragazzi che si sentono esclusi dalla società contemporanea. Ma vivere la fede, agire nel quotidiano con fede, è una sfida. Non affatto facile da intraprendere. Né possiamo negare l’intensità odierna della delusione, della confusione e dello smarrimento. Non credo di essere l’unico che vorrebbe essere circondato da punti di riferimento sociali, culturali e morali credibili e coerenti che possano con i propri atteggiamenti fornire lungimiranti esempi. Non tutti hanno la forza di trovarla in sé stessi. E proprio all’entusiasmo che sarebbe necessario come indumento per vestire il mondo di una nuova speranza, ha fatto riferimento, più volte, non soltanto nel corso della Veglia di sabato, Papa Francesco rivolgendosi ai milioni di partecipanti.

“Gesù, la Chiesa e il Papa contano su di voi per demolire il male e la violenza, per abbattere le barriere dell’egoismo, dell’intolleranza dell’odio e per edificare un mondo nuovo. La Chiesa ha bisogno di voi, dell’entusiasmo, della creatività e della gioia che vi caratterizzano. Cari giovani, sentite la compagnia dell’intera Chiesa e anche la comunione dei Santi in questa missione. Quando affrontiamo insieme le sfide, allora siamo forti, scopriamo risorse che non sapevamo di avere. Gesù non ha chiamato gli Apostoli a vivere isolati, li ha chiamati per formare un gruppo, una comunità. Quello di Gesù agli Apostoli, quando li inviò ad annunciare il Vangelo, è un comando che, non nasce dalla volontà di dominio o di potere, ma dalla forza dell’amore. Gesù non ci tratta da schiavi, ma da uomini liberi, da amici, da fratelli; e non solo ci invia, ma ci accompagna. E’ sempre accanto a noi in questa missione d’amore”.

Fiducia, speranza, amore, convivialità delle differenze, accoglienza, generosità, disponibilità a spendersi insieme per qualcosa di più grande che possa produrre una felicità condivisa ed universale. Con gesti che, spesso, producono suggestioni più significative di mille parole. Ma ci sono parole ed espressioni che non si ascoltavano da tempo e che determineranno nuove aspettative. Alimenteranno nuove concretissime utopie di cambiamento che non potranno essere deluse. Pietre miliari, forse, di un nuovo percorso che avrà un senso se condurrà ciascuno di noi, in una rinnovata collegialità intergenerazionale, a modificare i paradigmi verbali e comportamenti con i quali ha sempre convissuto per inaugarne degli altri, senza retorica o ipocrisie, orientati all’inclusione di tutti quelli che oggi, a causa soprattutto della disoccupazione, si sentono soggetti inutili.

Ecco la vera eredità di questa “Woodstock della Fede”: è la speranza che le cose possano cambiare e che possano cambiare per davvero, sull’impulso determinante e fondamentale delle più giovani generazioni chiamate ad agire con entusiasmo e corresponsabilità, con passione e tenacia, ciascuno nel proprio quotidiano e alla propria latitudine. Dopo questa Gmg, primo vero banco di prova per Papa Francesco, la Chiesa e il Vaticano non saranno più la stessa cosa. Il Papa forse più “laico” di sempre lo ha fatto intendere chiaramente. Vuole un’Istituzione trasparente, aperta ai poveri, ai sofferenti e ai bisognosi. Una Chiesa inclusiva, accogliente ed ospitale che sappia scatenare una nuova evangelizzazione non trasfigurando o sminuendo le emergenze sociali del nostro tempo e i temi più scottanti. “Francesco è con e per i giovani”, dice Don Luigi. L’appuntamento è a Cracovia, nel 2016.

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(Col cuore) in Brasile per la Giornata Mondiale della Gioventù

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Inizia domani la Giornata Mondiale della Gioventù di Rio De Janeiro. L’edizione 2013 sarà ricordata anche e soprattutto per essere la prima di Papa Francesco che porterà nel paese carioca tutta la sua energia e vitalità, atteso da milioni di giovani provenienti da tutto il mondo con un entusiasmo incredibile. Sono dispiaciuto per aver perso questa occasione che reputo sarà un evento storico e che resta un’esperienza indimenticabile, non solo di fede, per chi vi partecipa. Due anni fa ho partecipato alla 26esima Giornata Mondiale della Gioventù svoltasi a Madrid, in quei giorni attraversata dalle vibranti proteste degli indignados che non hanno visto favorevolmente l’arrivo in terra iberica di oltre un milione di giovani.

Tra i tanti momenti suggestivi ed emozionanti, sicuramente la veglia dell’ultima notte è quella che scolpisce il cuore dei partecipanti. A Madrid il rito fu contraddistinto da un diluvio universale e nonostante il successivo disagio di dormire in tende pressoché infangate, non si sollevò alcuna protesta ma anzi fu fortissima, in tutti, la percezione della presenza dello Spirito Santo che unì, nella fede e nella prossimità, sensibilità e culture cosi diverse e cosi lontane. Tornammo a casa, lo ricordo bene, stravolti per la stanchezza, ma con una gioia e una felicità – oserei dire pulsante in ogni parte del corpo  – che, purtroppo, nessuna parola, forse, potrà rendere efficamente.

E’ con questa dolcezza d’animo e con questa fede che abbraccio idealmente tutti gli amici e conoscenti della mia città che vivranno quest’esperienza straordinaria di umanità e di convivialità.

L’armonia è fatta dallo Spirito Santo, che solo può suscitare la diversità, la pluralità, la molteplicità e allo stesso tempo fare l’unità. Perché quando siamo noi a voler fare la diversità facciamo gli scismi e quando siamo noi a voler fare l’unità facciamo l’uniformità, l’omologazione.

Ior e pedofilia: il coraggio di Papa Francesco

Se avere coraggio significa “agire col cuore” , Papa Francesco ne ha. Vuole riformare la Curia. Risolvendo il problema della pedofilia – non nascondendo più, come ha già iniziato a fare, il potere dannoso della lobby gay – e rendendo trasparente lo Ior, la Banca del Vaticano. Vuole semplificarne la gestione. Vorrebbe “far entrare il Vangelo nell’Istituto per le Opere di Religione”.

Come scrive Daniele Protti, ci sarebbe da preoccuparsi, però. La Banca Vaticana, che non poche preoccupazioni ha dato a Ratzinger, infatti,  è opaca quasi per definizione, perché praticamente da sempre garantisce l’anonimato ai propri soci legittimando uno dei dubbi peggiori: che possano essere accolti capitali dalla provenienza criminale o documenti strategici per l’assetto delle Istituzioni sottratti da persone affiliate a organizzazioni eversive come la massoneria.

E poi c’è la piaga dei preti pedofili. Una parentesi, probabilmente, non ancora, purtroppo, chiusa del tutto. Con questa notizia che, se confermata nei fatti nelle prossime settimane, chissà quali reazioni potrebbe scatenare.

Ma Papa Francesco, in questi primi mesi, con la semplicità e l’umiltà dei suoi gesti, a corroborare una dialettica chiara per essere davvero vicino ai fedeli di tutto il mondo e soprattutto ai “senza diritti”, ha creato un contagio positivo. Genera, pertanto, ancora più ammirazione una scelta simile. Il pane quotidiano, simbolo universale di carità e di fratellanza – parafrasando questo titolo – si ottiene dalle “briciole di umanità”. Per una civiltà sazia di valori rinnovati.

P.s. Da qui tutti i post con il tag “Vaticano“.

Lo stesso mandante per Aldo e Peppino?

Questa domanda mi tormenta, a dire il vero, da anni (ne ho scritto anche qui e qui). E, probabilmente, resterà una domanda che non riceverà risposta alcuna, non essendoci niente, ad oggi, che possa indurre i curiosi a fare considerazioni diverse, a cominciare da pronunciamenti definitivi della magistratura. Giusto, quindi, sottolineare questo aspetto, in apertura, ma è altrettanto legittimo, però, partire da alcuni fatti certi per elaborare alcune considerazioni. Esercitando scrupolosamente il dubbio.

Il 9 maggio 1978 è uno dei giorni più infelici della Storia di questo Paese. Vengono assassinati Aldo Moro e Peppino Impastato. Uno a Roma, l’altro a Cinisi. Uno dalle Brigate Rosse – secondo la vulgata dominante – l’altro da Cosa Nostra. Il primo sarebbe stato rapito ed ucciso per il suo disegno “eversivo” di superare le consolidate divisioni politiche tra democristiani (divisi in varie correnti) e comunisti (divisi in varie correnti) per dare finalmente una stabilità e una governabilità al Paese, lacerato già allora da politicismi inauditi e da veti dettati più dall’opportunismo di salvaguardare uno status quo che dall’opportunità coraggiosa di cambiare il Paese; il secondo, invece, fu fatto esplodere, nel vero senso della parola, per la sua capacità ritenuta insopportabile di sbeffeggiare, con ironia e spontaneità, il superboss Gaetano “Tano Seduto” Badalamenti.

Ora, lo dico subito, anche a rischio di essere preso per uno che farnetica, io alle coincidenze non ci credo. Non posso crederci perché la Storia di questo Paese è anche una Storia criminale (come ha pure scritto Roberto Scarpinato ne “Il Ritorno del Principe”). Sin dalla sua origine. Fondata sul mistero e sull’occulto. Basterebbe ricordare l’inchiesta a fine Ottocento del filantropo meridionalista Leopoldo Franchetti o il primo eccellente e misterioso delitto di mafia con vittima Notarbartolo.

La Democrazia Cristiana è sempre stata il braccio politico del Vaticano. Il Papa Paolo VI era – parole sue – molto vicino per sensibilità e cultura ad Aldo Moro. Pur cristiano praticante, Aldo Moro aveva, verso la politica, un approccio laico, pragmatico, risolutivo. Aveva capito che l’unica possibilità per cambiare e riformare radicalmente il Paese, accettando qualche compromesso, era  quella di stringere un’alleanza con i comunisti di Berlinguer, il quale, pur muovendo da una cultura antitetica, condivise enormemente, da persona politicamente saggia, l’approccio dello statista democristiano. I comunisti erano, però, i nemici pubblici principali per gli americani e per la Curia (e con un flash mi torna in mente pure quel Pio La Torre, segretario comunista siciliano ucciso dalla mafia, sempre in quegli anni). Se fossero andati al Governo del Paese sarebbe stata una sciagura. Sarebbe stata scritta un’altra storia. E forse, oggi, avremmo un altro Paese. Con il rapimento di Moro e la sua successiva eliminazione, il disegno fu stracciato.

Gli esecutori materiali furono rintracciati nei brigatisti. Dopo alcuni anni, soprattutto con Giancarlo Caselli e il Generale Dalla Chiesa, il terrorismo fu sconfitto. Con la dimostrazione, quindi, che se appoggio politico c’era stato, con la fine di questa stagione dolorosa, era venuto meno. Usati ed abbandonati. Almeno ufficialmente, fino ad oggi e fino a prova contraria, nessuno ha sollevato il dubbio che possa esserci stato anche un coinvolgimento, seppur indiretto, di Cosa Nostra.

In quegli anni, tuttavia, non possiamo dimenticare lo strapotere eversivo della Loggia di Rinascita Democratica P2. E’ fatto, ormai, storicamente comprovato che erano suoi illustri componenti il plenipotenziario della Dc, Giulio Andreotti, il cardinale Marcinkus che  gestiva lo Ior e il primo superboss di Cosa Nostra Stefano Bontate. Bontate era siciliano. E la Sicilia non era solo un feudo politico della Dc. Era un feudo di Andreotti.

Ma Bontate non era l’unico “capo”. L’altro superboss di Cosa Nostra era Tano Badalamenti. Colui che nel 2002 fu condannato all’ergastolo per l’omicidio di Peppino Impastato. Il pentito Buscetta (che si fidava soltanto di Giovanni Falcone), in uno degli interrogatori a cui fu sottoposto, parlando dell’omicidio del giornalista Pecorelli, rivelò di un avvenuto incontro a Roma tra il boss e Andreotti, chiamato, affettuosamente, “zio” dai picciotti. Non è mai stato provato. E per il delitto Pecorelli, Andreotti fu assolto. Con la strage rimasta senza mandante.

Come è rimasta sostanzialmente impunita e avvolta nel mistero, ancora una volta con la figura di Andreotti sullo sfondo, la Strage di Via Carini del 3 settembre 1982, quando fu ucciso il Generale dei Carabinieri e Prefetto di Palermo Dalla Chiesa, avvenuta secondo una ritualità – hanno sempre dichiarato negli anni gli studiosi e gli esperti – non tipicamente mafiosa. Venendo colpita, per esempio, anche la moglie Manuela Setti Carraro. Una sorta di “femminicidio” ante-litteram, potremmo definirlo oggi. Ma dopo oltre tre decenni, purtroppo, la Verità sembra ancora lontana.

Da quel 9 maggio 1978 sono trascorsi 35 anni. L’Italia è oggi un Paese culturalmente ed eticamente fallito. Le diverse organizzazioni criminali hanno inquinato tutti i gangli della nostra società. Non si può più parlare di infiltrazione mafiosa. Dovremmo, semmai, parlare di infiltrazione politica. Le mafie sono dentro le Istituzioni. La mafiosità, intesa come cultura dell’Anti-Stato, permea la quotidianità. E’ diventata la nostra cultura, senza accorgercene. Perché noi non ci accorgiamo più di niente. Non ci indigniamo più davanti agli scandali. Li accettiamo, li tolleriamo e proseguiamo come se non fossero, ciascuno di essi, una coltellata alla nostra dignità e moralità.

E niente cambierà se non inizieremo ad assumerci la nostra quotidiana e doverosa parte di corresponsabilità. E ad agire di più, parlando di meno, con coraggio. Con passione. Con umiltà. Ricordando l’esemplarità, non soltanto in giornate commemorative come questa, di figure come il democristiano Aldo Moro e il comunista Peppino Impastato. Tanto diverse quanto simili. Abbattute, forse, se non dagli stessi mandanti politici e morali, certamente dallo stesso Potere criminale ed occulto, composto anche da servitori infedeli dello Stato. Due facce di una stessa medaglia. Quella di un’Italia che ha perso l’opportunità di cambiare la sua Storia e di consegnare alle future generazioni un Paese dove sia bello vivere nel rispetto delle regole e nel rispetto reciproco.

Nessun dispiacere per un mafioso

E’ morto Giulio Andreotti. Il divo Giulio, nella cui gobba – disse Grillo una volta – “si nasconde la scatola nera della Prima e della Seconda Repubblica”, fino alla primavera del 1980, ossia quando interviene la prescrizione pur in presenza di fatti accertati, è da considerare a tutti gli effetti un mafioso. Poi, evidentemente, sempre rispetto alle sentenze definitive della magistratura, ha smesso di esserlo. Un mafioso, quindi, elevato dall’allora Presidente della Repubblica Franscesco Cossiga a Senatore a vita, dopo essere stato 7 volte Presidente del Consiglio e 18 volte Ministro. Andreotti era già sulla scena politica nel 1955 quando ci fu la prima strage mafiosa di Portella della Ginestra. E’ stato quello che più di tutti ha ostracizzato Aldo Moro e il suo tentativo di cambiare l’Italia, con Berlinguer. E’ stato, da politico vaticanista quasi per definizione, con il cardinale Marcinkus e il primo vero boss di Cosa Nostra Stefano Bontate, uno dei fari della Loggia P2. La sua figura è stata ottenebrata ulteriormente con la strage del 3 settembre del 1982 quando fu assassinato il Prefetto di Palermo, il Generale Dalla Chiesa. E ancora dubbi furono sollevati quando avvenne l’omicidio del Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, essendo stato l’indiscusso leader del gotha siciliano della Democrazia Cristiana composto negli anni ’80 e ’90 da una galassia di spregiudicati uomini in carriera riconducibili sia ai cugini Salvo sia a Salvo Lima. Poi tutti giustiziati dalla mafia. Si potrebbero scrivere un’infinità di cose. Ma, sinceramente, non ne ho voglia. E’ stata una persona che ha fatto, politicamente parlando, molto male all’Italia. E mi auguro possa emergere un giorno dai suoi archivi tutta la verità sui periodi più bui e sui misteri più indicibili della nostra Repubblica. Ma, oggi, è giusto che cali il sipario e si faccia silenzio. Non per rispetto. Non può essercene per un mafioso amico di Totò Riina. Ma perché non c’è più niente da dire. Un silenzio di pietà per la nostra decenza.

“L’Europa dopo l’Europa”

“L’Europa dopo l’Europa” è il tema della XII edizione dei “Dialoghi di Trani” (iniziativa culturale pluridecennale a cui sono molto legato, a cui ho quasi sempre partecipato negli anni scorsi e che quest’anno, con mio sommo orgoglio, mi vedrà “protagonista” come umile collaboratore dell’ufficio stampa), organizzato dall’Associazione culturale “La Maria del Porto” e promosso da Regione Puglia e Città di Trani, in collaborazione con l’Università degli studi di Bari e sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica.

Dopo l’Europa della crisi, ma a partire dall’Europa con le sue radici e le sue culture interrelate, i “Dialoghi di Trani”, il più importante festival letterario nel Mezzogiorno, organizzato dal 6 al 9 giugno a Trani, propone spunti per una riflessione di ampio respiro sull’Europa vista dal suo Sud affacciato sul Mediterraneo.

In che modo l’Europa può ripartire e ripensare ad un  cammino di rinnovato slancio culturale e di nuova tensione etica sui temi dell’inclusione, della sostenibilità, della giustizia sociale? Che cosa lega ancora quei popoli che, come diceva Nietzsche, «hanno il loro passato comune nella grecità, nella romanità, nell’ebraismo e nel cristianesimo»?

A queste e molte altre domande proveranno a rispondere, tra gli altri: Fabrizio Barca, Marco Revelli, Paolo Flores d’Arcais, Concita De Gregorio, Luca Telese, Vladimiro Giacchè, Maria Pia Veladiano, Franco Cardini, Oliviero Diliberto, Luigi Zoja, Piero Dorfles, Luca Rastello, Andrea De Benedetti, Carlo dell’Arringa, Maria Pia Bruno, Therry Vissol ed Emilio Dal Monte (rappresentanti in Italia della Commissione Europea). Tra gli ospiti internazionali anche Michael Braun (Radio pubblica tedesca), Eric Jozsef (Liberation) e Evgeni Utkin (Il Quotidiano dell’Energia).

Non solo dialoghi su idee, libri e suggestioni al Castello, ma anche eventi dedicati ai giovani lettori, mostre, reading teatrali, concerti, passeggiate “eco-filosofiche” tra gli incantevoli vicoli del borgo medievale ricco di chiese e palazzi o lungo il porto turistico dove spicca la monumentale Cattedrale romanica sul mare e l’antico monastero benedettino di Colonna. Per i lettori appassionati di arte e storia, visite guidate al  quartiere della Giudecca, uno dei più fiorenti insediamenti ebraici in Puglia dove si conservano due sinagoghe.

Trani, uno dei più importanti porti della Puglia, da sempre crocevia di popoli e culture del Mediterraneo, per tre giorni fa rivivere al pubblico dei “Dialoghi” quell’antico fascino e mistero che l’ha consacrata come centro multiculturale e porta per l’Oriente.

Melpignano sfida l’universo grillino: ecco l’e-voting

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Una gran bella innovazione arriva in Puglia, a Melpignano – il Comune della Taranta – dal Messico. Parlo dell’evoting, ossia il voto elettronico che sarà sperimentato il prossimo 5 maggio dai cittadini che vorranno esprimersi su un quesito referendario.

Attraverso l’urna elettronica, che arriva dal Messico, paese leader nel settore, dotata di sistema touch screen, l’elettore esprimerà il suo voto elettronico; l’urna stamperà una ricevuta cartacea del voto, nella quale compare solo il nome del votato, che non viene rilasciata al cittadino, ma custodita da un contenitore sigillato interno all’urna stessa; accessibile solo al presidente di seggio a seguito di eventuali contestazioni. Il sistema è dotato anche di segnaletica in braille e di supporto audio per consentire il voto ai non vedenti.

Hanno già scritto di questa sperimentazione innovativa sia Marco sia Pino.

Quello che non farà il Governo Letta-Letta

Ad oggi ancora non conosciamo i nomi dei 101 parlamentari del Pd che hanno, consapevolmente e premeditatamente, affossato la candidatura di Prodi per il Quirinale per allearsi con B. Ma basta leggere i nomi dei Ministri, dei Vice e dei neo-Sottosegretari per farsi un’idea. Ad oggi ancora non conosciamo gli elementi sulla base dei quali Letta e B. hanno stretto, con la benedizione e l’approvazione di Napolitano, la loro intesa politica. Ma basta sentir parlare i berlus-clones per farsi un’idea. I cittadini in questo Paese non contano niente. Gli elettori di centrosinistra hanno votato una coalizione per mandare B. a casa e si ritrovano B. come alleato. Meglio: B. è il vero azionista di maggioranza di questo Governo. Infatti vuole presiedere la “Nuova Bicamerale”.

Non verrà fatta una legge anti-corruzione (come richiede l’Europa dal 1999); non verrà fatta una legge sul conflitto di interessi; non verrà fatta una legge sul falso in bilancio; non verrà fatta una legge per velocizzare la consegna a cooperative sociali dei beni confiscati alle mafie, che non saranno minimamente toccate nei loro ingenti patrimoni riutilizzati in attività borderline (vedasi i compro-oro, le agenzie per le scommesse sportive, le sale giochi con i videopoker, forse i nuovi negozi dove acquistare sigarette elettroniche).

Non verrà fatta una legge per salvaguardare il paesaggio e dichiarare illegittimi tutti i condoni edilizi; non verrà fatta una legge per imporre ai privati la bonifica di tutti i siti contaminati, perché il diritto alla salute non può essere barattabile; non verrà fatta una legge per mettere in sicurezza tutte le strutture pubbliche a cominciare dalle scuole che si trovano in territori a rischio idrogeologico. Non verrà fatta una legge per favorire l’adozione di provvedimenti volti a migliorare l’efficienza energetica di tutto il nostro patrimonio edilizio esistente, manco censito.

Non verrà fatta una legge per confiscare i beni ai grandi evasori fiscali; non verrà fatta una legge per portare la banda larga in tutto il Paese con l’intento di favorire nuovi processi culturali; non verrà fatta una legge per stimolare l’innovazione tecnologica e scientifica; non verrà fatta una legge per garantire pieni e veri diritti civili e sociali a tutte le cosiddette “minoranze” di questo Paese; non verrà fatta una legge per ridurre drasticamente gli sprechi da armamenti, dovendo essere in teoria un Paese che ha “il diritto alla pace” nella Costituzione ignorata, ma esaltata all’occorrenza; non verrà fatta una legge per imporre ai partiti di tenersi fuori dalla Rai, da Finmeccanica, da Eni, da Enel, con i vertici nominati sulla base delle loro capacità; non verranno abolite le Provincie, non verranno accorpati i piccoli Comuni che potrebbero condividere funzioni e servizi, né verranno ridimensionati gli sprechi della Pubblica Amministrazione.

Non verrà, insomma, fatto un cazzo (eufemismo tecnico). Quel poco che sarà prodotto da questa sorda e cieca e irresponsabile e amorale classe dirigente sarà poi, peraltro, ampiamente enfatizzato da una mansueta ed addomesticata categoria di giornalisti che l’etica della responsabilità non sa neanche cosa sia. E tutto questo sarà possibile perché l’Italia è un Paese diviso su tutto, da tutti o quasi, con una cittadinanza imbarazzante e gretta e ignorante che non può disprezzare questa classe politica che la malgoverna da 20 anni perché la guarda con ammirazione, la idolatra, vorrebbe sostituirsi ad essa solo per poter disporre degli stessi privilegi che critica ingiuriosamente; né può, quindi, non avendone gli anticorpi, ribellarsi, essendo inconsapevole e accettando quel che gli è stato messo velenosamente nel piatto in questi anni senza mai interrogarsi scrupolosamente o farsi attraversare dal dubbio che si stava (e si sta) consumando sui propri diritti e principi costituzionali un massacro etico ed estetico.

Con il paradosso finale che chi, invece, si impegna senza alcun eroismo per ricercare una nuova ed urgente coesione emotiva e politica e sociale viene ostracizzato, per invidia e malafede e ignoranza, da chi, anche nell’alveo del centrosinistra, è complice o corresponsabile di questo disastro prolungato.

“Festa dei lavoratori”? No, festa dell’ipocrisia!

Perdonatemi. Ma non riesco oggi a fare gli “auguri” a chi ha un lavoro. O a chi è costretto, per sopravvivere, ad accettare il “lavoro nero“. O ad esprimere una mera solidarietà a chi il lavoro lo ha perso o non lo trova. Pochi o tanti che siano. No.

Il lavoro, inteso come diritto costituzionale (è addirittura il primo, anche se ce lo dimentichiamo spesso), dovrebbe essere la pietra angolare su (e con) cui costruire una società coesa e solidale. Lo strumento mediante il quale ci emancipiamo dalle nostre varie povertà e con dignità diventiamo cittadini. Il lavoro è lo specchio che riflette quel che siamo, come individui e come popolo.

L’Italia, però, è oggi un Paese depresso ed esa-sperato – nel senso che rifiuta anche la speranza – ed è soprattutto un paese diviso su tutto, essendo stati per 20 anni drogati da un’intolleranza strisciante riconoscendo nel prossimo, tanto più se straniero, un nemico da abbattere (o da criminalizzare), un concorrente a priori sleale dal cui successo derivava la nostra insoddisfazione. Questo modello è fallito. Ha portato dolore su dolore. E tanto altro rischia di produrne, con gesti tanto ingiustificati quanto comprensibili nella rabbia indotta da una prolungata inattività. Che ci trasforma in oggetti, inutili.

Una vera “festa dei lavoratori” deve essere prima di tutto una festa di resistenza: questa si avrà solo, per davvero, e avrà un senso soprattutto, quando gli italiani – in ragione di una nuova consapevolezza – capiranno (spero) che loro per primi devono cambiare mentalità e che solo insieme, uniti e coesi, questo Paese può rifondarsi. (Puntando enormemente sull’innovazione scientifica, tecnologica e culturale). E far tornare il Lavoro un diritto per tutti e non un privilegio per pochi. La stella più luminosa per un futuro radioso.

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