Archivi Categorie: Consumo del suolo

21 Aprile: Marcia per la Terra

L’iniziativa è promossa dal Forum “Salviamo il Paesaggio” in concomitanza con l’Earth Day mondiale –  a salvaguardia dei terreni liberi e fertili rimasti.

La manifestazione pubblica si svolgerà anche in Puglia, a Cisternino. Qui i dettagli.

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Nella città dolente

E’ questo il titolo del nuovo libro di Vezio De Lucia, da me non ancora acquistato (lo farò presto), dedicato all’urbanistica italiana e a come, nei decenni, questa disciplina sia stata manipolata, da un trasversale potere politico-industriale usuraio e criminale, predeterminando i disastri paesaggistici e le deturpazioni ambientali presenti ovunque nel Paese.

Continuare con l’attuale ritmo di dissipazione del territorio, anche per pochi anni, in attesa che le Regioni si convertano al buongoverno, significherebbe toccare il fondo, l’annientamento fisico dell’Italia, un disastro non confrontabile con crisi come quelle economiche e finanziarie, più o meno lunghe, più o meno gravi, più o meno dolorose, ma dalle quali infine si viene fuori. Il saccheggio del territorio è invece irreversibile. (Occorrerebbe) un governo con persone sensibili, unitariamente impegnato in un’azione culturale e politica di convincimento dell’opinione pubblica, che propone un provvedimento statale senza misericordia – in attuazione dell’articolo 9 della Costituzione – che azzera tutte le previsioni di sviluppo edilizio nello spazio aperto e obbliga a ridisegnare gli strumenti urbanistici indirizzandoli alla riqualificazione degli spazi degradati, dismessi o sottoutilizzati attraverso interventi di riconversione, ristrutturazione, riorganizzazione, rinnovamento, restauro, risanamento, recupero. Si aprirebbe così una nuova stagione, diventerebbe fondamentale un nuovo strumento urbanistico formato semplicemente da una mappa con un’insormontabile «linea rossa» che segna il confine fra lo spazio edificato e quello rurale e aperto. Chi conosce le condizioni attuali delle città italiane sa che la strategia della invalicabile «linea rossa» non è un’utopia e stop al consumo del suolo non significa sviluppo zero.

Il social housing e il consumo di suolo

Le Primarie delle Idee promosse in questi giorni dal Fai – Fondo Ambiente Italiano – con l’intento di portare, nelle diverse Agende dei candidati Premier, i temi della salvaguardia del paesaggio italiano e la conservazione o valorizzazione dei beni culturali, oggi trascurati o peggio mal affrontati, mi fornisce lo spunto per condividere alcune notizie, sull’edilizia sostenibile e sul contrasto al consumo di suolo. A Desio, uno dei comuni (da 40 mila residenti) più importanti della Lombardia e non solo perché sciolto nel recente passato per infiltrazione mafiosa (la ‘ndrangheta esercitava tutta la sua influenza sugli appalti dell’edilizia), la nuova amministrazione, dopo aver riformulato proprio la materia degli appalti con l’introduzione di alcune novità (ad esempio le white lists, di cui ho parlato in questo blog nel passato, scrivendo di corruzione) ad opera del vicesindaco Lucrezia Ricchiuti, con il sindaco Roberto Corti racconta come è possibile realizzare uno strumento urbanistico evoluto in cui sia netta la discontinuità col passato limitando drasticamente l’espansione edilizia e in cui si punta con decisione alla riqualificazione del patrimonio già esistente. Le parole di buonsenso di questo amministratore pubblico mi hanno fatto ricordare quelle dell’urbanista Vezio De Lucia che, dopo aver ricordato una preziosa espressione pronunciata nel 1922 da Benedetto Croce (“Il paesaggio è la rappresentazione materiale e visibile della Patria con le sue campagne, le sue foreste, le sue pianure, i suoi fiumi, le sue rive, con gli aspetti molteplici e vari del suo suolo”), scrive che:

La individuazione, da parte del Ministero (dei  Beni Culturali), delle linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale per quanto riguarda la tutela del paesaggio, con finalità di indirizzo della pianificazione, costituisce compito di rilievo nazionale, ai sensi delle vigenti disposizioni in materia di principi e criteri direttivi per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali

auspicando che il prossimo esecutivo possa predisporre una norma che dia finalmente piena attuazione all’art. 9 della Costituzione con cui si azzerino immediatamente “tutte le previsioni di sviluppo edilizio nello spazio aperto e obblighi a ridisegnare gli strumenti urbanistici indirizzandoli alla riqualificazione degli spazi degradati, dismessi o sottoutilizzati attraverso interventi di riconversione, ristrutturazione, riorganizzazione, rinnovamento, restauro, risanamento, recupero (ovvero di riedificazione, riparazione, risistemazione, riutilizzo, rifacimento: la disponibilità di tanti sinonimi aiuta a cogliere la molteplicità delle circostanze e delle operazioni cui si può mettere mano)”. 

Una soluzione da incentivare e da potenziare è indubbiamente quella del social housing, per cui potrebbero reimpiegarsi le migliaia di alloggi sfitti e degradati presenti in abbondanza nelle nostre città. Qui la nuova proposta del Comune di Milano. Come, infine, tutte queste migliaia di abitazioni ad oggi inutilizzate sarebbero pure da riqualificare anche da punto di vista energetico, e non solo da punto di vista statico o funzionale, sulla base dei nuovi regolamenti edilizi sostenibili che in molti Comuni si stanno ultimamente predisponendo.

Tutti questi interventi, come è intuibile facilmente, non aiuterebbero soltanto l’ambiente e il nostro paesaggio, ma rimetterebbero in moto l’economia “convertita” alla sostenibilità con la possibilità di ricreare occupazione. Pensiamoci.

Benigni: “Il Paesaggio Italiano è un marchio”

“Una volta c’erano i campi di sterminio. Ora c’è lo sterminio dei campi. Ma è la stessa violenza, quella della guerra. Distruggiamo quello che loro (i padri costituenti) ci hanno tutelato. Noi viviamo a spese delle generazioni future”.

L’Eurispes: “L’Italia sta franando!”

La settimana scorsa è uscito su La Gazzetta dell’Economia questo mio articolo sul Consumo di Suolo, pubblicato ora anche in pdf per agevolarne la lettura, ed estratto dall’ultimo rapporto congiunto del Corpo Forestale dello Stato con l’Eurispes.

L'italia prima brucia il suolo poi consuma soldi per salvarlo

“Il paesaggio e l’ambiente sono come il sole e le stelle”

Nonostante il parere favorevole di Legambiente ed Inu, il modificato Ddl Catania sul consumo di suolo – di cui mi occupo diffusamente da tempo – non mi convince ancora. E certamente non per un mero radicalismo, ma proprio perché credo che occorra difendere, davvero, le nostre radici. Il nostro suolo. La nostra identità. Ne ho scritto qui.

In Italia ogni giorno si cementificano 100 ettari di suolo libero. Negli ultimi 40 anni sono stati sigillati circa 5 milioni di ettari. Le aree coltivate sono passate da 18 milioni di ettari a poco meno di 13. Dal 1956 al 2012 il territorio nazionale edificato è aumentato del 166%. Secondo l’Ispra, le traumatiche alterazioni subite dal suolo hanno prodotto almeno 5 miliardi di euro di danni negli ultimi 7 anni. “Il paesaggio, l’ambiente, il patrimonio culturale sono – conclude Settis – come il sole e le stelle: illuminano e condizionano la nostra vita, corpo e anima. Perciò hanno un ruolo cosi alto nella Costituzione dove incarnano l’idea che ne è il cuore: il bene comune e l’utilità sociale, sovraordinati al profitto privato”.

Un’alleanza per i beni comuni

Qualche giorno fa, su Facebook, alcuni amici ambientalisti ed ecologisti mi hanno segnalato il seguente appello. Avendolo condiviso nella forma e nella sostanza (cioè sottoscrivendolo), ed essendo, come è noto da tempo, molto sensibile a questi temi, non posso, pertanto, che diffonderlo ulteriormente, mediante questo mio piccolo blog. Passate parola.

Rivolgiamo questo appello alle cittadine e ai cittadini, alle forze sane e alle realtà civiche e ambientaliste disperse, alle centinaia di amministratori locali, che da troppo tempo manifestano l’urgenza di agire per cambiare questo paese, ma che non riescono a trovare una sintesi politica e dare vita ad un’unico progetto con ambizioni di governo e che sappia essere realmente attrattivo e credibile per gli elettori. Le prossime elezioni, probabilmente, vedranno una contesa tra poli costruiti e strutturati attorno alla cosiddetta Agenda Monti. Qualcuno persegue in maniera molto chiara il Monti Bis, altri si definiscono alternativi ma sono in realtà portatori delle stesse ricette, ormai provate e riprovate, che non possono essere la soluzione alla crisi economica, ambientale e morale del paese. Ma esiste lo spazio per un’alternativa? Se esiste, e noi siamo convinti che esista, questo è il momento di costruirla.

Un’alternativa che sappia indicare una nuova strada verso la riconversione ecologica dell’economia, che trovi in essa nuove opportunità di lavoro, abbandonando il vigente e dominante modello di sviluppo che sta privatizzando i beni comuni, e annullando i diritti delle persone, compresi quelli sanciti dalla Costituzione; che sappia essere un vero attrattore ed incarnare le aspettative della miriade di movimenti locali, ambientalisti e solidali che animano e difendono i territori e che promuovono la cultura della pace e della convivenza civile; che voglia riprendere e rilanciare la vittoria referendaria del 2011 chiedendo il rispetto del voto dei 27.637.943 di italiani che hanno detto SI all’Acqua Pubblica e No al Nucleare e che sia protagonista anche della prossima sfida referendaria sul lavoro; che sappia raccogliere le migliori esperienze e le più avanzate pratiche svolte da amministratori locali e da liste civiche locali esaltando l’autogoverno locale e dimostrando in concreto e sul campo che può esistere un modo alternativo di gestire il territorio, i rifiuti, l’energia, di accompagnare le comunità; che promuova forme di democrazia diretta e punti all’abolizione dei privilegi della politica; che voglia mettere la politica al di sopra della finanza e del mercato, contrastando veramente la precarietà, restituendo dignità e centralità al lavoro; che si collochi chiaramente a favore della scuola e università pubblica, delll’investimento a sostegno della formazione, della ricerca e dell’innovazione; che tuteli il diritto alla salute di tutti i cittadini e che difenda il servizio sanitario pubblico e le politiche di protezione sociale; che manifesti chiaramente il suo appoggio alle battaglie per i diritti civili e per la laicità dello Stato; che faccia della lotta alle mafie e del contrasto generale alla cultura dell’illegalità un pilastro della propria azione politica.

Ce lo chiede l’Europa: salvate il suolo

Città sempre più grandi per sempre meno persone. Il mio ritorno su Lettera 43.

Ad oggi gli edifici esistenti ammontano a circa 13 milioni, di cui 11 milioni ad uso abitativo e i restanti destinati ad usi produttivi e terziari. Su 29 milioni di unità abitative si calcola che 1/6 siano sfitte oppure seconde case. Confrontando crescita demografica ed edilizia, ogni nuovo nato avrebbe a disposizione circa 9 appartamenti. 3/4 del patrimonio è stato costruito tra il 1946 e il 1991. Il 30% versa oggi in cattive condizioni. 3 case su 4 hanno prestazioni inadeguate, anche quelle di recente costruzione. Il comparto edilizio è responsabile del 35% dei consumi energetici totali. Il suolo è una risorsa finita e non riproducibile. Il suo consumo è cresciuto per spinte immobiliari e a causa degli alti costi dei processi di riqualificazione.

Dalla conoscenza alla tutela del proprio territorio

E’ questo il nome della presentazione che ho illustrato, ieri sera, a Modugno, nel corso dell’evento, promosso dall’Associazione “Giovani Menti Attive”, e a cui ha partecipato anche Agostino Di Ciaula, Assessore all’Ambiente, per promuovere ed illustrare la Campagna di Salviamo il Paesaggio. Penso sia andata bene e ho trovato molto interessante il dibattito. E’ emersa, in particolare, la questione della rendita fondiaria (di cui ho parlato anche nel precedente post) e di come oggi il diritto edificatorio del singolo proprietario possa minare o compromettere l’analogo diritto/dovere della pubblica amministrazione a governare e a pianificare il territorio urbano, soprattutto quando ci sarebbe la possibilità di non consumare nuovo suolo e di riqualificare il costruito, secondo precisi modelli e paradigmi. Per questo diventa indispensabile una lunga e seria consultazione pubblica corresponsabile, leale e che guardi biunivocamente al benessere di tutta la comunità. Per affermare davvero il principio per il quale la Città è uno dei primissimi Beni Comuni che dobbiamo difendere e tutelare.

L’unificazione dei Comuni per limitare il consumo di suolo

Una più che interessante riflessione di Paolo Pileri ed Elena Granata su come al problema del consumo di suolo sia strettamente connessa anche la questione dei piccoli e piccolissimi Comuni che, in Italia, sono quasi il 70% del totale e di come, perciò, una possibile soluzione potrebbe essere la fusione di questi centri ed una più efficace riorganizzazione di tutto l’apparato burocratico che permetta un governo del territorio più consapevole e più attento alla risorsa del suolo, prevedendo l’istituzione di un soggetto realmente terzo nelle decisioni sull’uso dei suoli.

Da oltre duecento anni i comuni sono il cardine del nostro sistema politico: governano il territorio; sono responsabili del più importante piano urbanistico che il nostro diritto prevede; le loro scelte hanno ricadute dirette sull’ambiente e sul paesaggio, come sulla salute dei cittadini e sulla qualità della loro vita. È con il Comune che i cittadini hanno il primo contatto con l’istituzione pubblica e con la politica. Il problema dell’uso del suolo non può risentire, pur in parte, della configurazione così frammentata e autonoma dei comuni? Le cementificazioni eccessive degli ultimi decenni, la perdita di suoli agricoli o il degrado del paesaggio, non potrebbero essere in qualche modo un effetto anche di questa configurazione così autonoma e indipendente ma eccessivamente frammentata nelle decisioni che interessano un bene prezioso e comune come il suolo del nostro Paese?  Alcuni dati possono aiutarci in questa riflessione. La superficie totale del nostro paese è di 30.203.834 ettari di cui il 35,2% è montana (10.611.010 ettari), il 41,6% è collinare (12.541.898 ettari) e solo il 23,2% è planiziale (6.980.693 ettari). Abbiamo 8.092 comuni dove abitano 60.626.442 abitanti. Oltre il 70% dei comuni italiani è piccolo e ha in carico oltre metà del paesaggio del nostro Paese (54%) con solo il 17% della popolazione residente. Metà Italia è polverizzata in 5.683 “microunità di paesaggio” con una media di 2.874 ettari l’una. L’altra metà invece è fatta di 2.409 comuni di circa 5.757 ettari l’uno. Rispetto all’uso del suolo, i comuni sviluppano gran parte della loro politica locale. Il piano urbanistico ne è lo strumento di regolazione. Il più celebre tentativo di eliminare o ridurre la marginalità privata sulla rendita fondiaria, trasferendola al soggetto pubblico (come avviene in molti altri paesi europei), fu quello proposto da Fiorentino Sullo nel 1963. Evidentemente il passaggio da uso agricolo a uso urbano è una delle più redditizie e ambiziose operazioni che la speculazione privata attende. La decisione di tale cambiamento di destinazione d’uso è in mano esclusiva alla rappresentanza politica nei diversi comuni. Si tratta di una responsabilità grandissima che, però, vista la polverizzazione dei comuni e delle compagini politiche locali, diviene anche un possibile punto debole dell’intero sistema di governo del territorio. È tempo di pensare ad una nuova legge urbanistica nazionale, capace di fermare il consumo di suolo, di guardare al suolo come una risorsa il più indifferente possibile alla rendita, di catturare i surplus che altrimenti andrebbero solo ai privati (e al pubblico l’onere di manutenere servizi e infrastrutture), di avere consapevolezza dell’alto valore collettivo e ambientale dello spazio aperto. Un primo elemento che possiamo far notare affonda le radici nelle vicende di questi ultimi venti anni di politiche urbanistiche che si sono sempre più intrecciate con una progressiva autonomia dei sindaci e un ingresso sempre più forte degli attori privati nella scena pubblica. La dissipazione di suoli agricoli e naturali è stata particolarmente evidente in questi anni e questa sovrapposizione tra dissipazione, autonomie politiche locali e interessi privati non è forse casuale.  In questa recente stagione di autonomia politica si è rafforzata la figura del sindaco insieme a quella della sua giunta ed è di fatto aumentato il margine di arbitrio di trasformazione del territorio, sia grazie a una serie di strumenti urbanistici contrattati, sia a causa di un progressivo sganciamento dell’urbanistica dalle regioni a favore dei comuni, sia ancora per alcune distorsioni nella fiscalità locale. Ciò è avvenuto in tutte le regioni italiane. Tutto questo non ha certo né aiutato a frenare i consumi di suolo, né a provare rispetto per il paesaggio agrario, né ha favorito le condizioni per formare e ottenere una classe politica indifferente alle pressioni immobiliari e alle reti amicali e parentali, spesso troppo prossime agli interessi economici locali. È mancato e manca un soggetto realmente terzo nelle decisioni sull’uso dei suoli che è stato pretestuosamente rimosso invocando un’improbabile maturità ad autogestirsi.  Nei comuni si sono create spesso le condizioni per abusi di potere, favori, accordi sottobanco che avevano come comun denominatore la materia urbanistica e, non a caso, la trasformazione di aree agricole. Negli ultimi vent’anni la superficie agricola totale Italiana si è contratta di 5,4 milioni di ettari: un’area teoricamente pari alla somma di Liguria, Piemonte e Lombardia. Consumo di suolo, contrazione della superficie agricola, frantumazione politica in migliaia di piccoli e piccolissimi comuni non collaboranti, diminuzione delle aziende agricole e dei relativi posti di lavoro, gravi distorsioni nella fiscalità locale, devono essere letti nelle loro reciproche interdipendenze e non come fatti isolati. A ciò si aggiungano due altre questioni che in Italia hanno avuto peso rilevante nella degradazione dei paesaggi: la prima, è la bassa coscienza ambientale intrecciata con l’altrettanto bassa coscienza civile; la seconda, è la scarsa considerazione e sensibilità del ruolo dell’agricoltura quale attività strategica. L’elevata numerosità di comuni e la loro frantumazione amministrativa non sono fattori che certamente aiutano a decidere e a coordinare meglio gli interventi e le tutele. L’architettura del governo del territorio è ingessata su un modello amministrativo di stampo municipale e ancorato sulla variabile demografica, non capace di tenere in debito conto le dimensioni agricole, paesaggistiche, ambientali e territoriali, e verso le quali vengono prodotti sforzi economici pubblici irrisori. Per contrastare la frammentazione sarà certo necessario immaginare la fusione dei comuni più piccoli tra di loro, non solo per risparmiare i costi della politica quanto proprio per annullare le prossimità tra il potere decisionale e l’interesse locale e per uscire da quella inattuale e innaturale separazione imposta dai confini. Ma, più in generale, si dovranno sperimentare politiche di cooperazione e di integrazione sistematiche delle decisioni nell’uso dei suoli tra comuni confinanti, gruppi di comuni che condividono le stesse unità di paesaggio, comuni che gestiscono porzioni diverse degli stessi beni naturali (valli, fiumi, coste, montagne).

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