Archivi Categorie: Consumo del suolo

Modugno, Andria, Bari

In queste città, nei prossimi giorni, a cominciare da domani pomeriggio, presenterò la Campagna “Salviamo il Paesaggio”, con la viva speranza che siano tutti incontri vivaci e dove dal confronto (che mi auguro sia costruttivo) possa imparare qualcosa, come mi piacerebbe, non ritenendomi affatto già un esperto delle materie che mi appassionano molto e che sento di dover/voler ancora approfondire.

Ecco, in sintesi, il calendario degli appuntamenti:

– Martedi 26 Giugno, ore 19, presso la Sala Romita del Comando dei Vigili Urbani di Modugno, dialogo con Agostino Di Ciaula, Assessore all’Ambiente di Modugno.

– Giovedi 28 Giugno, ore 17, presso il Chiostro di San Francesco ad Andria, per il Learning Coffee “Una città con più muratori che non costruisce nuove case”. La pagina dell’evento Facebook.

– Domenica 1° Luglio, dalle ore 17 circa, presso il Parco Due Giugno di Bari, per l’iniziativa “A piedi nudi nel parco” promossa dal Gruppo di Bari di Action Aid con l’intento di sostenere la campagna contro i biocarburanti, nei giorni della Conferenza di Rio.

Annunci

Il primo comune pugliese

Ad aver compilato correttamente e quasi completamente la scheda di censimento inoltrato dal Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio (a tutti i comuni italiani), è Alberobello. Finalmente una buona notizia, che infonde ancor più entusiasmo e convinzione nel sottoscritto (e spero in tutto il comitato), a perorare la causa del suddetto Forum affinchè si giunga, non soltanto per un suo precipuo valore culturale o tecnico ma sociale ed economico, ad una vera ricognizione del patrimonio edilizio esistente. Per meglio diagnosticare poi quali immobili degradati sia opportuno rivalorizzare, anche a fini turistici, per una loro dimensione storico-architettonica e quali invece sarebbe meglio demolire (e nel caso ricostruire), sfruttando al massimo, inoltre, gli accorgimenti dell’ultima legge regionale volta proprio a tutelare il patrimonio e il territorio scempiato anche da un elevatissimo abusivismo edilizio.

A Cassano

Non mi sto riferendo ad Antonio Cassano, la stella della nostra Nazionale di calcio che sta brillando in questo anonimo Europeo, ma al paese in provincia di Bari, Cassano delle Murge, dove sono stato martedi scorso per intervenire nell’incontro pubblico promosso dai componenti dell’Associazione “Centro Storico” che in tale occasione veniva presentata ufficialmente alla cittadinanza. Dopo i saluti e l’illustrazione da parte del Presidente della medesima degli obiettivi che questa realtà si prefigge, mi è stata affidata la parola e nel corso del mio intervento ho raccontato come è nato il Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio e la sua prima campagna nazionale “Salviamo il Paesaggio”. L’importanza di sradicare dal passato quel luogo comune in base al quale alla crescita deve sempre associarsi un processo edilizio basato esclusivamente su nuove costruzioni; di debellare dalla nostra condizione di cittadini consapevoli che vogliono essere tali e non sudditi il preconcetto che non si debba chiedere conto ai nostri amministratori di quello che fanno nel nostro nome e di come vengono impiegate le risorse pubbliche. Ho provato a spiegare, spero in modo chiaro, nonostante gli articoli dei webquotidiani locali del giorno successivo non ne abbiano affatto e diffusamente parlato (come si può desumere da qui e qui), come è oggi possibile sottrarsi al ricatto degli oneri di urbanizzazione delineando una visione sostenibile, lungimirante e responsabile nei confronti di chi verrà dopo di noi, sotto tutti i punti di vista, sociale economico culturale. Di come, infatti, sia possibile, per esempio, incentivare fiscalmente la riqualificazione del costruito, tanto più nel e del centro storico di un paese dal grande potenziale turistico e paesaggistico come Cassano, demotivando, contestualmente, la nuova edificazione con il rischio concretissimo di dover poi spendere altre risorse pubbliche, oggi limitate, per dotarle dei minimi servizi imposti pure per legge. Quindi la necessità di avere non solo una fortissima etica pubblica ma anche un ancor più forte coraggio nel voler rompere il legame con quell’imprenditoria perversa che pensa soltanto a drenare risorse pubbliche ma che del bene comune se ne fotte. Detto in italiano corretto. Ho raccontato di come a Senigallia sono state imposte agli imprenditori anche misure compensative di stampo ecologico per avvicinarsi agli standard imposti dal decreto ministeriale 1444/68 che stabilisce che per ciascun cittadino debbano esserci 9 mq di verde pubblico e di come riscoprire la bellezza del proprio centro storico significhi anche e soprattutto rispolverare la propria identità che non può mai andare in crisi. Con la speranza che incontri simili, nonostante tutto, siano sempre più numerosi e che davvero sia possibile creare quella Società del Noi che non viva il Paesaggio come un nemico da abbattere, ma come un amico prezioso da tutelare grazie al quale è possibile essere cittadini migliori.

Il censimento del cemento

Il mio secondo intervento su Lettera43 verte proprio sul tema in oggetto.

Si stabilisce che il processo edilizio deve essere rivisitato prima di tutto culturalmente e nella salvaguardia del paesaggio, limitando il fenomeno del consumo di suolo. Si punta, da un lato, a riqualificare prioritariamente tutto il patrimonio edilizio esistente, anche sfruttando i paradigmi della bioedilizia e della bioclimatica, con la possibilità che vengano demoliti e ricostruiti gli edifici più fatiscenti e degradati (ben sapendo, inoltre, quanto grave sia – dicono i geologi – avere territori massicciamente cementificati che rischiano di aggravare gli effetti del dissesto idrogeologico); dall’altro la possibilità di rivalutare le superfici agricole facendole percepire come un valore aggiunto per tutte quelle comunità che potrebbero giovarsi di un turismo enogastronomico di qualità. Perché, da sempre, l’edilizia – l’ambito grazie al quale i partiti politici, a tutti i livelli, superano i rispettivi ideologismi per compattarsi nell’ideologia e nell’idolatria del capitale – è stata percepita come l’attività umana a più sicura redditività.

«In urbanistica poche idee: solo business e burocrazia»

A perorare questa tesi, in questa intervista al Sole 24Ore, è l’architetto Vittorio Gregotti, il quale rileva come “l’urbanistica oggi è un mercato fondato sul valore economico dei terreni, delle superfici. E quanto vale un terreno dipende da quanto ci si può costruire sopra. E chi è proprietario se può costruire costruisce, anche se non c’è la necessità“. Viene, inoltre, evidenziata la necessità di estendere la dimensione territoriale sottoposta ad attività di pianificazione. “Bisogna riaprire all’idea di comprensorio. Spesso la dimensione comunale non è ragionevole. I confini burocratico-amministrativi sono un concetto astratto. Il territorio, invece, finisce laddove finiscono gli interessi economico-sociali di una determinata collettività“. Sulla piaga della burocrazia dice, invece, che “tutto questo proliferare di regole è la copertura di un’assenza di idee. Non è una questione di più o meno cemento, ma di cosa serve“. Sono in sintonia con il “maestro” Gregotti, in particolare quando critica l’approccio dell’urbanistica negoziata e contrattata che ha concausato moltissimi danni, poichè il tema della rendita fondiaria ha preso il sopravvento nelle agende politiche avvilendo il dibattito sulla missione dell’urbanistica e contestualmente annullando quasi il processo di copianificazione mediante il quale si sarebbero potuti evitare moltissimi scempi ambientali, mediante la valorizzazione di tutte quelle risorse umane interconnesse strategicamente. Il territorio, invece, è stato violentato con la complicità di insipienti e irresponsabili amministratori pubblici che accettavano l’obolo degli oneri di urbanizzazione. Questa una sintesi di un articolo che ho scritto per Il Quotidiano Italiano.

In questi decenni, a Bari come in tutta Italia, si è costruito moltissimo. Troppo. Ovunque. Anche quando non era strettamente necessario. Non sempre, peraltro, in conformità alle disposizioni nazionali e regionali. E quando c’era (c’è) una norma restrittiva come può essere un vincolo paesaggistico (in prossimità, per esempio, di lame, coste, risorse naturali di pregio), ecco che l’ostacolo veniva (e viene, ancora oggi) aggirato corrompendo il personale amministrativo degli uffici tecnici comunali. L’Istat, proprio alcuni giorni fa, ha denunciato come, pur in presenza di una demografia costante o addirittura in riduzione, il costruito, negli ultimi dieci anni, è aumentato esponenzialmente attestando la stima a 14 milioni di edifici. Si parla di stima anche perché in questo Paese mai è stato censito tutto il patrimonio urbanistico esistente. Quanti alloggi o capannoni sfitti, inutilizzati o degradati ci sono? Nessuno lo sa con certezza, a dimostrazione di come la trasversale malapolitica del cemento, manipolata e gestita dalle cosiddette “cricche”, abbia fagocitato il suolo italiano negli ultimi decenni. Negli ultimi vent’anni in Italia è stata cementificata una superficie quasi pari alla Puglia. Ed è anche per queste ragioni che è nato, nel novembre scorso, nel primo comune italiano che ha predisposto una variante urbanistica a “crescita zero”, il Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio. L’intento è quello di condurre una battaglia soprattutto culturale basata sull’assioma che la terra sia un bene comune. Che occorra arginare il fenomeno del consumo di suolo. Ed ecco, pertanto, la proposta: puntare, da un lato, a riqualificare prioritariamente tutto il patrimonio edilizio esistente, anche sfruttando i paradigmi della bioedilizia e della bioclimatica, con la possibilità che vengano demoliti e ricostruiti gli edifici più fatiscenti e degradati (ben sapendo, inoltre, quanto grave sia – dicono i geologi – avere territori massicciamente cementificati che rischiano di aggravare gli effetti del dissesto idrogeologico); dall’altro la possibilità di rivalutare le superfici agricole facendole percepire come un valore aggiunto per tutte quelle comunità che potrebbero giovarsi di un turismo enogastronomico di qualità. Altro obiettivo è quello di emancipare i Comuni dagli oneri di urbanizzazione, mediante i quali si sovvenziona la spesa corrente. Carlo Ratti (architetto e professore al Mit di Boston), il guru delle “città italiane”, condividendo questo approccio tecnico-sociale, ha rilanciato sull’urgenza di predisporre esclusivamente e prioritariamente Programmi di Rigenerazione Urbana. Nazionali e locali.

Troppo cemento in Italia, bisogna riqualificare il costruito

In questo blog, da tempo, provo ad occuparmi di ciò che attiene alla sfera dell’urbanistica, convinto che questa disciplina non possa restare un ambito di pertinenza soltanto dei professionisti, ma che per i suoi notevoli risvolti sociali ed antropologici debbano essere coinvolti quanto più possibile i cittadini, sebbene non sia affatto facile, in quanto rappresentano i fruitori principali dei progetti di pianificazione delle città. Si discute da tempo, inoltre, della gravità degli effetti prodotti dall’eccessiva urbanizzazione dei nostri centri. E di come sia paradossale che non esista un censimento del costruito, ovunque in Italia, a dimostrazione di quanto solido sia il legame tra la politica e il mondo delle imprese del mattone. L’Istat ha fornito, recentemente, dei dati. Come si può evincere da qui, risulta uno stock nazionale di edifici superiore ai 14 milioni, l’11% in più rispetto al 2001. In particolare gli edifici residenziali sono aumentati del 4,3% nel corso del decennio, raggiungendo il numero di 11.714.262. Le abitazioni sono invece 28.863.604, il 5,8% in più del 2001. Di queste, circa l’83% (23.998.381) risulta occupato da persone residenti. Si intuisce, quindi, come indispensabile e non più rinviabile sia sviluppare un Piano Nazionale di Rigenerazione Urbana. Come rivela il Cnappc (il Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori) nelle 100 città italiane è ospitato il 67% della popolazione nazionale e la parte più consistente del patrimonio edilizio è stato costruito nell’immediato dopoguerra quindi è ancora più urgente rigenerare ciò di cui disponiamo perché può rappresentare anche una risorsa dal punto di vista storico-archeologico, oltre alla possibilità che si metta in moto un impressionante indotto occupazionale. E proprio Leopoldo Freyrie, Presidente del Cnappc, nel corso del convegno “RI.U.SO – Rigenerazione Urbana Sostenibile“, tenutosi recentemente a Milano, ha dichiarato quanto segue:

Bisogna attivare politiche ambientali, strumenti urbanistici e finanziari per realizzare un Piano Nazionale per la Rigenerazione Urbana Sostenibile, sul modello del Piano Energetico Nazionale, che abbia come obiettivi la messa in sicurezza, manutenzione e rigenerazione del patrimonio edilizio pubblico e privato; la drastica riduzione dei consumi energetici ed idrici degli edifici; la valorizzazione degli spazi pubblici, la salvaguardia dei centri storici, la tutela del verde urbano; la razionalizzazione della mobilità urbana e del ciclo dei rifiuti e l’implementazione delle infrastrutture digitali innovative con la messa in rete delle città italiane.

Sulla stessa lunghezza d’onda troviamo Carlo Ratti, architetto e professore al Mit di Boston (Usa), guru delle ‘citta’ intelligenti che in questa intervista sostiene l’importanza e l’utilità di avviare un serio processo di rigenerazione urbana, non solo perché il nostro Paese non cresce demograficamente da moltissimo, ma anche per dinamiche ambientali, sociali ed economiche che non possono più essere trascurate. A cominciare dal fenomeno del consumo di suolo che sta fagocitando il nostro Paese, con il contributo e la complicità di una ignorante ed avida classe dirigente, a tutti i livelli.

Se la popolazione non cresce e gli standard abitativi non cambiano, perché costruire nuove case? In un periodo di crisi la superficie delle abitazioni tende a ridursi. Espandere le città é l’errore più grave che si possa fare: significa svuotare gli spazi che già ci sono e condurli alla rovina. Ripensare il vecchio, risistemarlo, modellandolo e plasmandolo.

Progetto pilota a Jesolo per tutelare la spiaggia

Il progetto nasce in America con la finalità di salvaguardare le coste dal fenomeno dell’erosione. Portato in Italia da Save the Beach Italia, la concessionaria europea del progetto americano che ha proceduto alla posa delle reti in un tratto di 600 metri di spiaggia a Jesolo che, dopo la fase di monitoraggio, si è allargata di circa otto metri.

La soluzione all’erosione delle spiagge «divorate » dalle correnti marine? Un bosco di pali e reti in silicone di traverso alla linea di costa. Il loro nome è «Beach Rigeneration System», sono nate in America e ora approdano in Europa con il primo test sperimentale a Jesolo. Il risultato è che in cinque mesi di prova (e installazione) la spiaggia si è allargata di otto metri. Regione e Magistrato alle acque hanno così evitato un ripascimento di circa 60 mila metri cubi di sabbia equivalenti ad un risparmio di quasi 600 mila euro.

Salviamo le Isole Tremiti

Alcuni giorni fa fece scalpore la notizia della vendita – mediante una regolare asta – di alcuni suoli pubblici edificabili da parte del Comune delle Isole Tremiti, uno dei luoghi più belli della Puglia, per fare cassa. L’asta era prevista per ieri, ma è andata deserta. Se da un lato la Regione, con l’assessore Barbanente, ha fatto notare che per quella zona esisterebbe già un progetto di edilizia sociale, dall’altro il commissario prefettizio ha puntualizzato che il bando confezionato è conforme alla normativa regionale. Che occorre vendere questi suoli – è stato detto espressamente – per fare cassa poichè i Comuni non hanno più la liquidità necessaria per erogare i servizi minimi ai cittadini. Il problema, almeno per me, è essenzialmente uno: salvaguardare il paesaggio e il patrimonio naturalistico delle Isole Tremiti, meravigliosamente belle – difese e valorizzate strenuamente nella loro immagine anche da Lucio Dalla – contro ogni forma possibile di speculazione e di cementificazione selvaggia. Non si può deturpare con degli ecomostri queste lingua di terra che attrae ogni anno migliaia di visitatori proprio per la sua unicità. Bisogna riqualificare il costruito. Utilizzando il patrimonio oggi sfitto o degradato. Questa è la soluzione.

P.s.: Anche il Lago di Carezza – nella Provincia di Bolzano – purtroppo, non se la passa tanto bene. Come un patrimonio dell’umanità, per l’Unesco, rischia di essere saccheggiato violentemente.

Incentivi fiscali per chi riqualifica il patrimonio edilizio esistente

Sostiene questa tesi Federico Oliva, Presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (Inu), il quale auspica il varo di una nuova legge nazionale sull’urbanistica che dovrebbe prioritariamente limitare il fenomeno del consumo di suolo.

“Bisogna fissare il principio del contenimento del consumo del suolo. Poi potrebbe intervenire sulla forma giuridica degli strumenti urbanistici, sulle regole per l’esproprio, sulle compensazioni urbanistiche o sulla perequazione. Le città sono forti produttori di ricchezza, oggi sprecata e sperperata. Bisogna redistribuire a livello sociale le rendite. Se un’operazione rende 100, 50 deve tornare alla collettività tramite la realizzazione di opere pubbliche e servizi. Riqualificare oggi costa il doppio che edificare in suolo libero. Solo tramite scelte di fiscalità, che favoriscano le riqualificazioni sul piano degli oneri di urbanizzazione, è possibile rigenerare le numerose aree dismesse delle nostre città”.

Puntate precedenti: L’Italia è fondata sull’abusivismo edilizio?, Censimento del cementoUna legge per limitare il consumo di suoloLa proposta di legge sulla riduzione del consumo di suolo, Amministrare ecologicamente la cosa pubblica è possibile, Per la salvaguardia e la cura dei nostri territoriUna legge per la Riqualificazione urbana.

La corruzione violenta l’urbanistica

La corruzione e la politica, oggi, dolorosamente, sembra siano sinonimi. A Nord come a Sud. Che siano una cosa sola. Che non esista politica, a prescindere dal partito, che sappia distinguersi per onestà e moralità, competenza e tecnica, capacità di rappresentare i sogni e le necessità di un popolo. Da questo paradigma alienante e perverso, Pippo Civati, da tempo, sta cercando di sottrarsi. E con gli amici di Prossima Italia, ormai sparsi su tutto il territorio, sta difendendo l’arte della Politica. Praticandola con valore, sebbene moltissimi ad essa diano un prezzo. Con l’intento di far passare il messaggio che solo chi costruisce una politica orizzontale e paritaria, nella salvaguardia del talento che ciascuno di noi possiede – a prescindere poi da quanto esso venga valorizzato –  può testimoniare di essere “alternativo”, descrivendo, pertanto, un orizzonte diverso sul quale affacciarsi. Quello della Prossima Italia, appunto. Dove, a cominciare dalle parole, bisogna restituire un senso e una misura alle cose. E dove le cose, dopo le premesse e gli annunci, vengano fatte. Per mantenere le promesse. La parola data a chi dovesse credere in quel progetto. Perchè la credibilità e l’autorevolezza si costruiscono lentamente, giorno per giorno, con metodo e scrupolo. Non ci si può improvvisare. Con questa idea di voler continuare a dare il proprio contributo, di voler trasferire con forza l’approccio per cui prima viene il progetto con obiettivi e metodologie e poi le alleanze, dopo “Qualcosa di nuovo” è stata organizzata, “dedicata” a Formigoni e all’ impressionante sistema di potere finanziario e religioso che lo sostiene, “#liberalasedia“. E si è parlato, appunto, anche di corruzione. Dei suoi effetti patologici non solo sull’economia, ma su tutto il sistema sociale che viene alterato perchè viene geneticamente modificata anche la percezione su quelle che dovrebbero essere le priorità di uno Stato di diritto. Ossia preservare, nel nome dell’etica pubblica e dell’etica della responsabilità, chi è onesto e chi assolve al suo dovere civico e professionale, con onore e disciplina, per dirla con la Costituzione. E alla corruzione, peraltro, era stata dedicata la Giornata di Canossa, a cui ho partecipato anche io. Gli spunti emersi poi sono stati ripresi anche da questo protocollo nazionale, valorizzandoli. Sotto il Pirellone, lo scorso fine settimana, quindi, è stato ripresentato il documento elaborato a Canossa, con il contributo di Rodotà e di tanti altri studiosi ed esperti della materia, nel quale è contenuta anche una ennesima proposta tratta dall’esperienza di Desio.

Con il prefetto di Monza e Brianza abbiamo predisposto un protocollo per creare un albo pubblico intercomunale degli appalti, che copra tutta la provincia. È importante che tutti i comuni riferiscano delle loro attività, appalti, subappalti, per poter individuare quali aziende lavorano su tutto il territorio, con quali amministrazioni.

E sulla stessa lunghezza d’onda, almeno fino a prova contraria, pare siano anche i Ministri Severino ed Ornaghi, i quali ritengono che la nuova legge contro la corruzione debba essere collegata alla nuova legge sull’urbanistica (del 1942 sebbene sia stata ampiamente rivisitata e modificata nel corso dei decenni) vista la pervicace cura che hanno avuto e hanno gli spregiudicati palazzinari ed imprenditori edili a devastare, per mero affarismo, quel bene preziosissimo che è il territorio.

I piani urbanistici, che dovrebbero essere garanzia di una corretta ed equa organizzazione del territorio, nonché ispirati innanzitutto dalle esigenze di fruizione degli spazi pubblici (come i parchi e le piazze serviti da una sistema di mobilità efficiente) da parte dei cittadini, diventano strumenti opachi e continuamente rivisti in peggio (le famigerate varianti) per permettere all’ente di far cassa attraverso i permessi di costruire o, in alcuni casi, per alimentare il malaffare. Una legge nazionale innovativa dovrà finalmente stabilire trasparenza e procedure di controllo dei cittadini sulle decisioni che riguardano il loro territorio, in primo luogo la stesura dei piani urbanistici. Infine, una legge innovativa dovrebbe porre un argine concreto al consumo di suolo, vera piaga del nostro paese. A tutto discapito dell’agricoltura (altra eccellenza nazionale) e della sicurezza dei cittadini, visto che più cemento equivale a più rischi. Le continue frane e alluvioni ce lo dimostrano anno dopo anno. Riqualificare le città, rivitalizzare gli spazi industriali dismessi a beneficio delle collettività, piuttosto che costruire il nuovo: questa dovrebbe essere la linea, che presuppone innanzitutto un cambio di cultura.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: