Archivi Categorie: Consumo del suolo

Per la salvaguardia e la cura dei nostri territori

Pippo Civati, in questo vecchio post, riporta la riflessione, che mi sento di condividere, di Arturo Lanzani, geografo e urbanista, Politecnico di Milano, scritta per Il Giornale dell’Architettura.

L’arresto del consumo di suolo e della frammentazione degli spazi aperti, che si realizza prevalentemente sulle terre di pianura più fertili, per molti agronomi, ecologi, biologi, geologi, idraulici è una mossa urgente per non penalizzare ulteriormente il settore agricolo, per non incrementare l’effetto serra, per mantenere l’elevato livello di biodiversità e per evitare quella impermeabilizzazione che assieme a una più attenta gestione del bosco di ritorno sulle terre agricole marginali e a un riordino degli insediamenti esistenti è la misura strutturale per ridurre il dissesto idrogeologico ed evitare i ricorrenti disastri ambientali. Parimenti, alcuni economisti hanno sottolineato come la competitività delle nostre urbanizzazioni passa per una loro ricapitalizzazione, per una loro reinfrastrutturazione e per un loro ridisegno qualitativo e non su una crescita estensiva dell’urbanizzato che porta invece a costi di gestione delle reti sempre più elevate e alla realizzazione d’infrastrutture banali. Alcuni urbanisti e geografi hanno sottolineato come le attuali dinamiche espansive dell’urbanizzazione non siano più legate a una consistente crescita demografica ed economica e a un epocale riassetto della geografia del popolamento e delle imprese. Una spirale alimentata, dal lato dell’offerta, da piani urbanistici che rispondono solo a valutazioni di bilancio e di consenso a brevissimo periodo e, dal lato della domanda, dal riversarsi nell’edilizia di capitali non più reinvestiti in attività industriali competitive, nonché da flussi consistenti di risorse provenienti dall’economia illegale. Per tutte le urbanizzazioni private, ma anche per le opere pubbliche che comportano consumo di suolo, va inoltre prevista una misura di compensazione ambientale sul modello della legislazione tedesca. Per ogni superficie urbanizzata va prevista la cessione o il convenzionamento di pari superfici valorizzate in senso ecologico-paesistico. Nei territori periurbani di pianura queste compensazioni dovrebbero riguardare aree attrezzate ex novo con prati e boschi fruibili, agricoltura urbana e greenways; nelle aree di collina e montagna dovrebbero riguardare un’azione straordinaria di cura e manutenzione dei sentieri, dei boschi e dei prati stabili. Tali compensazioni d’altra parte debbono essere la premessa finanziaria di una progettazione integrata di reti verdi e di reti di comunicazioni, secondo standard europei.

Annunci

Amministrare ecologicamente la cosa pubblica è possibile

Succede a Torre Pallavicina, piccolo comune della Provincia di Bergamo.

Alla difesa del suolo corrisponde una vera e propria buona pratica amministrativa di livello locale e un principio fondamentale sul quale rifondare l’economia di grande e piccola scala: la conservazione delle riserve agronomiche per il futuro. Il meccanismo per definizione con cui si consuma suolo con l’assenso, se non addirittura lo sprono, delle amministratori locali è quello degli oneri di urbanizzazione, di semplice comprensione:  dopo aver inserito nuove aree fabbricabili nel proprio tessuto urbanistico e aver introitato i soldi dal privato come compensazione, gli amministratori dell’ente dovranno impegnare gli stessi proventi per portare strade e reti tecnologiche a queste nuove aree. Per fare in modo che un cambiamento culturale sia possibile e non venga rigettato perché troppo lontano dalle abitudini del contesto in cui lo si propone, si devono rendere partecipi i cittadini e li si deve informare facendo in modo che la propria coscienza civica, il proprio senso del collettivo, crescano. E’ un processo lento, molto impegnativo, ma formidabile.

La proposta di legge sulla riduzione del consumo di suolo

E’ stata formulata dai Radicali. Questa proposta che mi sembra rappresenti un buon punto di partenza per una discussione non solo parlamentare quanto più oggettiva e costruttiva possibile, ha l’indubbio merito di portare all’attenzione di un pubblico via via crescente il fenomeno del consumo di suolo, che si accompagna ineludibilmente a quello del dissesto idrogeologico. Con l’eccessiva urbanizzazione, mossa spessissimo da analisi economiche e finanziarie, che deve essere ridotta drasticamente, a favore di una antropizzazione più dolce e più sostenibile, davvero a favore dell’ambiente e delle future generazioni. Della necessità di predisporre un provvedimento su questa materia, ne avevo già parlato qui.

La strategia tematica per la protezione del suolo, emanata dalla Comunità Europea nel settembre del 2006, indica le principali minacce che incombono sui nostri terreni. Tra queste, non vi è dubbio che l’impermeabilizzazione è una di quelle che maggiormente grava sulla realtà italiana. Una riduzione delle superfici disponibili per l’agricoltura, i pascoli e le foreste conduce infatti inevitabilmente ad una diminuzione della capacità di infiltrazione delle acque, con il progressivo ridursi della ricarica delle falde idriche; tale riduzione impedisce o limita le principali funzioni ecologiche del suolo: stoccaggio di carbonio, capacità di filtraggio degli inquinanti, habitat per una moltitudine di organismi viventi. A tutto questo, com’è ovvio, si aggiunge una graduale perdita di superficie per le produzioni agrarie, con una contemporanea diminuzione delle capacità produttive dell’intero comparto. Molti degli oltre 8.000 comuni italiani, spesso senza alcun coordinamento, stanno utilizzando le varianti ai piani regolatori per “lottizzare” nuovi territori e “fare cassa”. Nascono così, con una velocità ancor maggiore che negli ultimi anni e senza razionale pianificazione e programmazione, numerosi capannoni e nuove unità abitative. Si distrugge, per sempre e in modo miope, una risorsa ambientale, il suolo, che non è possibile recuperare e un valore paesaggistico che è una delle principali ricchezze del Paese. Le “carte di capacità d’uso dei suoli” possono fornire agli amministratori e al decisore politico una via da seguire, con l’obiettivo evidente di ridurre il consumo della risorsa e, in particolare, di limitare l’occupazione di suoli ad alto valore produttivo o naturalistico. Nel caso di nuova occupazione di suolo viene attivata prioritariamente la “compensazione ecologica preventiva”. In alternativa a tale percorso è possibile procedere alle nuove occupazioni di suolo con il pagamento di oneri economici aggiuntivi (che vanno ad alimentare il “fondo di compensazione ecologica”) che pagano il danno subito dalla collettività per la perdita delle importanti funzione che i suoli cementificati svolgevano.

Una legge per limitare il consumo di suolo

E’ quella che Lorenzo Ornaghi, Ministro dei Beni Culturali, vorrebbe presto predisporre per arginare il fenomeno del consumo di suolo del nostro Paese, resosi possibile non solo per una scarsa coscienza ambientale e una indisponibilità ad osservare i limiti imposti dalle leggi statali (anche perchè i condoni edilizi non sono mai stati messi in discussione dai precedenti esecutivi), ma anche perchè il tema della rendita ha preso il sopravvento. E in questo nuovo scenario grandissima importanza l’avranno i Piani Paesaggistici che avranno una valenza strategica per il contesto territoriale a cui si riferiranno più ampio rispetto a quello urbano. E con l’intento di accellerare questo processo 300 scienziati ed esperti di suolo agrario hanno scritto una lettera al Premier Monti.

Il suolo produce beni e servizi non sostituibili: è risorsa fondamentale per la vita sulla Terra, è il supporto alla produzione agraria e forestale fornendo cibo, biomasse e materie prime, è riserva di patrimonio genetico, filtra e conserva l’acqua delle precipitazioni, è custode della memoria storica, nonchè elemento essenziale del paesaggio. È il principale deposito di carbonio delle terre emerse. Nella società italiana l’importanza del suolo è poco percepita ed esso è sottoposto a pressioni ambientali crescenti determinate, e talvolta acuite, da uno sviluppo urbano non più sostenibile, da pratiche agricole e forestali inadeguate, da attività industriali.

 

 

Censimento del cemento

Un mio articolo per il periodico online “Ambiente e Ambienti“.

Il Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio nasce a Cassinetta di Lugagnano a fine ottobre 2011. Nasce su impulso di Domenico Finiguerra, giovane sindaco del piccolo comune della Provincia di Milano, il quale, per la prima volta in Italia, fa approvare una variante urbanistica a “crescita zero”. Ossia si stabilisce che, per mitigare il fenomeno del consumo di suolo, non è possibile realizzare nuove edificazioni su terreno fertile o su suolo agricolo. Dovendo, invece, puntare sulla riqualificazione di tutto il patrimonio edilizio esistente, anche sfruttando i dettami della bioedilizia e le fonti rinnovabili per l’approvvigionamento energetico, senza escludere, inoltre, l’ipotesi della demolizione e della ricostruzione a pari o minore volumetria.

L’obiettivo è tanto semplice quanto rivoluzionario: si punta, infatti, sia a salvaguardare e a valorizzare il paesaggio con le sue risorse naturali – la cui virtuosa gestione potrebbe generare processi di ecoturismo – tutelando e rilanciando, in secondo luogo, la missione dell’agricoltura; sia a smantellare il vincolo oggi strettissimo tra una trasversale politica affascinata dal mattone e quell’imprenditoria edile che finanzia spesso clientelarmente quegli amministratori che accettano di svendere il proprio territorio per avere le risorse minime per erogare servizi alle comunità. Dal 2004, infatti, per una legge statale, è possibile usare il 75% dei proventi degli oneri di urbanizzazione per sostenere la spesa corrente. Non è poco, soprattutto oggi che i Comuni sono a rischio default anche a causa delle severe restrizioni del Patto di Stabilità. Eppure un’alternativa c’è. E Cassinetta lo ha dimostrato. Salvaguardando il bilancio comunale e l’ambiente, senza privare i cittadini dei loro servizi fondamentali. Anche altri sindaci hanno percorso lo stesso tragitto politico, con l’intento di arginare la piaga della cementificazione sregolata e dello sprawl.

La prima campagna nazionale “Salviamo il Paesaggio, Difendiamo i Territori”, partita ufficialmente lunedi 27 febbraio, prevede l’invio agli 8100 Comuni Italiani di una scheda di censimento, predisposta per mesi da cittadini e da tecnici incontratisi sugli appositi forum di discussione, con l’intento di conoscere quello che dovrebbe essere già noto ai cittadini di ogni comune: la consistenza del patrimonio urbanistico esistente. La conoscenza di queste informazioni dovrebbe rappresentare lo stato iniziale da cui partire nella redazione di un Piano urbanistico che punti a risponde alle esigenze dei cittadini. Oggi, cosi non è. Il Coordinamento Provinciale della Terra di Bari, riunitosi nei giorni scorsi per la seconda volta dalla sua costituzione, è consapevole degli ostacoli che questa iniziativa potrebbe trovare, essendo, perciò, già pronto, come tutti gli altri coordinamenti territoriali italiani, a raccogliere le firme per una proposta di legge a carattere popolare volta a salvaguardare il suolo, visto come bene comune, sviluppando una campagna che sia prima di tutto culturale e morale.

L’Italia è fondata sull’abusivismo edilizio?

Inizia, col seguente articolo, la mia collaborazione con Ediltecnico.it, il quotidiano tecnico per i professionisti dell’edilizia e dell’urbanistica curato dall’autorevolissima Maggioli Editore.

Quanti sono gli immobili nel nostro Paese? Quanti, in particolare, gli alloggi? Quanti, tra questi, sono quelli costruiti, nel corso dei decenni, non in conformità alle leggi vigenti? Nonostante ci siano diverse stime – chi dice due milioni, chi dice nove milioni – nessuno può rispondere con precisione a questi quesiti perché mai nel nostro Paese è stato censito tutto il patrimonio urbanistico esistente. Mai i Piani Regolatori Generali (oggi Pug) hanno previsto una simile ricognizione prima della loro approvazione definitiva. Mai i Piani Regolatori Generali sono stati predisposti per elevare prioritariamente la qualità della vita dei cittadini. Il loro benessere. Perché, raramente, la Città è stata considerata un Bene Comune.

Perché, da sempre, l’edilizia – l’ambito grazie al quale i partiti politici, a tutti i livelli, superano i rispettivi ideologismi per compattarsi nell’ideologia e nell’idolatria del capitale – è stata percepita come l’attività umana a più sicura redditività, con la casa considerata il Bene su cui far investire con fiducia i propri risparmi. Lo sa bene pure la criminalità organizzata che da decenni sta investendo nell’edilizia centinaia di milioni di euro accumulati in modo illecito. Questo non avviene più soltanto in Campania, in Sicilia, in Calabria o in Puglia – le regioni del Mezzogiorno dove l’egemonia criminale per alcuni è diventata una tale normalità per cui non ci si scandalizza più – ma anche nel Lazio, nell’Emilia-Romagna, in Lombardia, come non poche inchieste giudiziarie stanno da anni testimoniando.

Si è sempre costruito in Italia, pertanto, perché bisognava farlo nel nome del progresso. Bisognava farlo perché contribuiva a creare occupazione. Nonostante gli allarmi e i suggerimenti dei geologi, si è costruito ovunque, nei posti più impensabili: nei letti dei fiumi, proprio sotto montagne o vulcani, in zone ad alta sismicità, in aree protette o vincolate. Lo si è potuto fare con la complicità di pubblici amministratori ignoranti e disonesti. Con l’omertà e la reticenza di chi doveva controllare e non ha controllato. Perché in questo paese, chi sbaglia, non paga mai.

Negli ultimi quindici anni centinaia sono stati i morti e migliaia i feriti o i dispersi avutisi a causa del dissesto idrogeologico; con danni di diverse decine di miliardi di euro. Con territori cancellati e identità violate. Con patrimoni storici e naturali alienati definitivamente. E che resteranno cosi per chissà quanto tempo visto che, nonostante le promesse politiche, attualmente non ci sono fondi disponibili per ripristinare i luoghi devastati dalla natura. L’uomo che si autodistrugge per il suo egoismo e la sua cupidigia. Un Paese dove la cultura della prevenzione è quasi del tutto assente. Un Paese dove l’etica pubblica, l’etica della responsabilità, la legalità intesa non solo come mero rispetto delle regole ma anche come rispetto delle dignità individuali, scarseggiano. Questo siamo oggi, nonostante rarissime eccezioni e notevolissimi virtuosismi.

La Regione Puglia, la mia regione, per provare, perciò, a mitigare la patologia dell’abusivismo edilizio, su spinta di Angela Barbanente, Assessore Regionale all’Urbanistica, sta predisponendo una legge regionale, il cui disegno è già stato approvato unanimemente dalla commissione consiliare competente, in materia di prevenzione e repressione dell’abusivismo edilizio. È un’iniziativa importante che non ha precedenti in Italia, che ha visto e sta vedendo la collaborazione sia delle associazioni di tutela ambientale sia di alcune Procure della Repubblica. E che si inserisce in un processo normativo di primissimo piano con l’ente che già dispone, da anni, di provvedimenti volti a favorire sia “l’Abitare sostenibile” (Legge Regionale nr. 13/2008) sia la “Rigenerazione urbana (Legge Regionale nr. 21/2008). Nonché di un sistema cartografico sempre più aggiornato e sempre più multimediale, resosi indispensabile per la configurazione orografica e paesaggistica di una Puglia che presenta territori estremamente eterogenei.

Le premesse, pertanto, per cambiare finalmente e definitivamente il paradigma tecnico intorno al quale diverse generazioni di professionisti e pubblici amministratori hanno costruito i propri avvenire, spesso violando le regole, ci sono. Ma le domande a cui si vorrebbe dare risposta esaustiva restano, ad oggi, le stesse di sempre. Quali sanzioni si devono applicare, per esempio, ai responsabili degli uffici tecnici comunali che non assolvono pienamente alle loro funzioni? A chi, insomma, dovrebbe controllare e non controlla i processi edilizi che stanno rendendo le nostre città luoghi invivibili? Perché la Regione non prevede la possibilità di fermare i processi edilizi in quei Comuni che non demoliscono prima tutti i manufatti accertati come abusivi?

Perché, soprattutto, la Regione (o le Regioni) – accogliendo l’appello del Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio – non prevedono l’obbligo per i Comuni di censire tutto il patrimonio edilizio esistente (gli alloggi vuoti, sfitti o inutilizzati sono sicuramente migliaia in tutte le città medio-grandi) nell’ottica di riqualificarlo e di rigenerarlo anche da un punto di vista energetico-bioclimatico? Perché le Regioni, infine, non si impegnano nel contrastare realmente la pratica del consumo di suolo investendo prepotentemente nella prevenzione del dissesto idrogeologico, con la possibilità che questa rivoluzione (che sarebbe anche culturale) produrrebbe nuovi posti di lavoro?

La riduzione del consumo di suolo

E’ possibile. Succede a Senigallia.

Un provvedimento che prevedeva l’esclusione di qualsiasi incremento di aree di trasformazione urbanistica, nonché qualsiasi incremento di superfici utili lorde ovvero di carichi urbanistici connessi con la modifica dei parametri urbanistici ed edilizi. In pratica si trattava di rendere agricole aree produttive e per servizi, che non sono state utilizzate negli ultimi anni. Vengono restituiti a verde ed uso agricolo oltre quaranta ettari di terreni in precedenza edificabili riducendo in tal modo la destinazione edilizia di ampie porzioni di terreno.

Il Diritto alla Città

Giù al Sud è online da qualche giorno. E’ il primo blog comunitario costituito da giovani e diversamente giovani uomini e donne del Mezzogiorno d’Italia. Campani, pugliesi, calabresi, siciliani, sardi, incontratisi in Rete che hanno deciso di fare rete per provare a raccontare un meridione come mai è stato raccontato. Non finto, non voluttuoso, non generosamente altro da quello che viviamo tutti i giorni. Il nostro Mezzogiorno, soltanto. Per come è e per come non è. Per quello che non ci piace, ma anche, soprattutto, per quello che vorremmo diventasse. Un luogo straordinario dal quale non si fuggisse più per paura o per rassegnazione, ma nel quale tornare con fiducia ed entusiasmo per dimostrare quanto utile possa essere per il Mezzogiorno l’apporto delle sue persone migliori. Quello che segue è il mio primo post.

L’Italia è il secondo Paese in Europa per produzione di cemento. Negli ultimi vent’anni, in Italia, sono stati urbanizzati oltre 2 milioni di ettari: una superficie quasi pari a tutta la Puglia, la mia regione. Negli ultimi anni, poi, pur in presenza di un vistoso e quasi uniformemente distribuito calo demografico, si è continuato a costruire. Quando la nostra regione, in particolare, per la sua configurazione orografica, dovrebbe fare essenzialmente della prevenzione l’architrave della sua politica urbanistica. Questi primi dati per raccontare il fenomeno del consumo di suolo e quanto esso rappresenti un’insidia rilevante per la nostra Regione e per tutta l’Italia. Come l’antropizzazione sia stata la causa della devastazione di interi territori, da sempre.

Basterebbe ricordare la condizione in cui versano i territori messinesi e siciliani sventrati dai terremoti del secolo scorso che ancora non sono stati integralmente ricostruiti o quelli dell’Irpinia sbriciolatisi negli anni ’60. Ma torniamo in Puglia e nell’Area Metropolitana Terra di Bari. Entro i suoi confini, nel decennio 1990 – 2000, sono stati consumati più di 3500 ettari di suolo fertile. Dal 2001 ad oggi, è cresciuta ancora del 13,2% con il capoluogo che ha aumentato la sua urbanizzazione del 5,7%. A Bari, inoltre, circa l’80% della superficie urbana procapite disponibile è occupata dal cemento, tra immobili e strade. Il nuovo Documento Programmatico Preliminare (Dpp) al nuovo Piano Urbanistico Generale (Pug), già adottato dal Consiglio Comunale, pare prevedere inspiegabilmente la conferma dei 15 milioni di metri cubi già previsti nel Piano Quaroni del 1976, redatto sulla base della stima che prevedeva per Bari una popolazione di circa 600 mila persone, quando, oggi, è all’incirca di 320 mila.

Fermiamoci a riflettere. E facciamoci qualche domanda. Perché si continua a costruire nonostante la popolazione residente sia in calo? Perché si continua a costruire, anche dove non sarebbe possibile farlo, quando non c’è – soprattutto in questa fase di crisi finanziaria – una consistente e trasversale domanda? Perché nonostante le nuove costruzioni i prezzi delle abitazioni restano alti? Perché l’espansione urbana sta coinvolgendo soltanto alcune porzioni di territorio?

Uno dei capolavori del neorealismo italiano, “Le mani sulla città” di Franco Rosi, in fondo, non ci diceva già tutto? Il “palazzo del potere” non è mai crollato, nonostante le frane e gli alluvioni. Si è soltanto, nel tempo, rinsaldato nelle sue fondamenta. Il connubio tra una certa imprenditoria e una certa politica c’è sempre stato. E l’affarismo spregiudicato è come la mafia. Non guarda in faccia a nessuno. Non c’è una preferenza per una ideologia politica. L’unica ideologia è quella di accrescere i propri capitali. Tutti i partiti, infatti, da sempre, sono sensibili al fascino dell’edilizia perché sostenere e favorire l’attività di un imprenditore significa avere una possibilità in più nell’arena della politica. E questo costruttivismo è sinonimo di clientelismo. Anche a Bari, dove abbiamo due consiglieri comunali che, di fatto, sono due “palazzinari”. E in Consiglio Comunale non ci vanno praticamente mai. Dati alla mano, sono i più assenteisti. Ma partecipano e decidono da fuori cosa e come devono votare i consiglieri che stanno dentro. Sia di maggioranza sia di opposizione.

L’urbanistica non può più essere materia per soli tecnici e professionisti. L’urbanistica richiama fortemente al nostro, individuale e collettivo, Diritto alla Città. La Città, per citare Antonio Cederna, è un Bene Comune. E oggi lo stiamo violentando. Con il cemento. Il grigio del calcestruzzo armato è diventato il grigiore di tutti quei cittadini che vorrebbero consumare la propria quotidianità in posti dove etica ed estetica possano convivere senza traumi. La cattiva urbanistica italiana, peraltro, è fortemente testimoniata dalla sistematica violazione delle regole. La cultura dell’illegalità, spesso perpetrata originariamente negli uffici tecnici comunali dove si annida in parte il cancro della corruzione, si riverbera impietosamente negli effetti catastrofici provocati dal dissesto idrogeologico, ma anche nel dilagante abusivismo. In Italia sono presenti oltre otto milioni di immobili. Il 60% risulta costruito prima del 1976. C’è poco da aggiungere e molto da fare: bisogna fermare – ed è la ragione sociale del neonato Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio – lo sprawl, la cementificazione selvaggia che trasforma quelli che erano tessuti urbani contigui in unici agglomerati. Bisogna investire prepotentemente nella riqualificazione urbanistica di tutto il patrimonio edilizio di cui disponiamo; efficientarlo energeticamente rendendolo poi autonomo nei fabbisogni con le energie rinnovabili e le smart grids; salvaguardare e valorizzare – come suggerisce anche il mai attuato art. 9 della Costituzione – i nostri patrimoni paesaggistici nei quali sono presenti identità storiche – culturali di pregio per un ecoturismo sostenibile da un lato, e per un ritorno all’agricoltura sociale dall’altro.

Si, esiste un Diritto alla Città. E noi dobbiamo pretendere che questo sia rispettato. A Bari, in Puglia, nel nostro Mezzogiorno logorato dalle “cricche” costituite da politici corrotti, imprenditori spregiudicati e mafiosi. È necessario agire subito. È necessario che il Mezzogiorno lanci la sua sfida all’Italia e all’Europa. Per essere il polo di riferimento culturale e sociale, prima ancora che politico o economico, per un ambientalismo euro – mediterraneo di qualità che punti fortemente sulle principali energie rinnovabili di cui disponiamo: la nostra intelligenza, la nostra creatività e la nostra incapacità alla rassegnazione.

Gli oneri di urbanizzazione

Gli oneri di urbanizzazione, sui nostri territori, hanno lo stesso effetto del boia: giustiziano il paesaggio. E’ dal 2004, ossia da quando è stata istituita la norma statale, che mediante tali oneri si sostiene la spesa corrente. Più oneri e più servizi per la collettività, praticamente. Ma più oneri vuol dire, pure, più densificazione edilizia. La possibilità che le nostre città siano sempre meno impermeabili e sempre più vittime del fenomeno dello sprawl. Il Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio è nato anche per questo motivo. Per invertire una tendenza, che è soprattutto culturale. Per dire con fermezza che bisogna puntare sulla riqualificazione del patrimonio edilizio ed urbanistico esistente. Ammettendo, dove possibile, la demolizione e ricostruzione di quegli organismi architettonici fatiscenti sulla base dei più efficienti paradigmi energetici. Evitare che le nostre città siano sempre più grigie a causa del cemento e il grigiore raggiunga gli animi di quanti vorrebbero vivere in contesti urbani dove, nel rispetto delle regole, siano garantite le esigenze della collettività. Dove si attui il Bene Comune.

Condivido, pertanto, il post di Pippo:

Il documento lo trovate qui.

L’utilizzo degli oneri di urbanizzazione per finanziare la spesa corrente è consentito solo fino all’esercizio 2012.

E quindi:

Con il riferimento alla costruzione dei bilanci pluriennali del 2013 e del 2014 non sarà possibile prevedere che una quota di oneri di urbanizzazione venga destinata a finanziare la parte corrente del bilancio.

Non male: la battaglia per ridurre il consumo di suolo prosegue. Speriamo solo che non intervenga, nel corso dell’anno, il solito decreto che cambia tutto. Nello stesso tempo, e va detto a caratteri cubitali, è chiaro che i Comuni devono poter disporre di maggiori risorse, perché sono allo stremo delle forze. Soprattutto quelli virtuosi. E il paradosso, in questo caso, fa molto male. Lasciare l’Imu ai Comuni (e non solo una sua parte, come accade ora) in prospettiva potrebbe essere una soluzione (a proposito di federalismo, oltretutto). Cambiare il patto di stabilità (una buona volta) sarebbe, invece, urgente. Chissà che Monti non ci stia già pensando.

Terra rubata

“Terra rubata – Viaggio nell’Italia che scompare” è il rapporto che alcuni giorni fa, congiutamente, hanno presentato alla stampa il Fai e il Wwf. Oggetto dello studio il consumo di suolo che finalmente, dopo anni di indifferenza e silenzio, inizia ad essere studiato ed analizzato come fenomeno di distorsione e manipolazione del territorio. Un’ indagine molto ben fatta che rivela la gravità della situazione e quanto necessario sia un cambio di passo decisivo per non piangere, dopo ogni frana o alluvione, dei morti dei feriti o dei dispersi. Perchè se oggi le nostre città sono esageratamente antropizzate la colpa è in parte anche nostra che per decenni abbiamo permesso, reticentemente, che un certo potere politico svendesse ad imprenditori incalliti i nostri paesaggi per farne servizi non sempre indispensabili.

Con questa aberrazione, in particolare, che si trascina dal 2004, da quando cioè i Comuni hanno la possibilità di impiegare per la loro spesa corrente il 75% dei proventi degli oneri di urbanizzazione. Bisogna, perciò, fermare questo scempio, questa vergogna e questa aggressione alle risorse naturalistiche e paesaggistiche. L’Ambiente e il Suolo sono dei beni comuni. E come tali vanno tutelati.

75 ettari al giorno. Questa è la superficie  di suolo che viene erosa e consumata ogni giorno in Italia dalle lobby del cemento e del mattone. L’indagine condotta su 11 regioni italiane, corrispondenti al 44 per cento della superficie totale, dimostra che negli ultimi 50 anni l’area urbana è pressoché quadruplicata, attraverso la cementificazione di una superficie grande quanto l’intero Friuli Venezia Giulia. A tutto questo si aggiunga il fenomeno dell’abusivismo edilizio. Dalla nascita della Repubblica ad oggi, si sono registrati 4,5 milioni di casi certificati, 75mila l’anno e 207 al giorno. E ben tre condoni (1985, 1994 e 2003) hanno sanato gli abusi in sostituzione di una politica sulla pianificazione territoriale.

Tra le proposte di FAI e WWF contenute nella road map per fermare il consumo del suolo, ci sono:

– severi limiti all’urbanizzazione nella nuova generazione di piani paesistici;

– il censimento degli effetti dell’abusivismo edilizio;

– dare priorità al riuso dei suoli anche utilizzando la leva fiscale;

– procedere ai Cambi di Destinazione d’Uso;

– rafforzare la tutela delle nostre coste;

– difendere i fiumi;

– farsi carico degli interventi di bonifica dei siti inquinati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: