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Con l’agricoltura si può uscire dalla povertà

Circa 400 milioni di persone. Ad affermarlo l’ex magnate della Microsoft, Bill Gates, oggi impegnato con la moglie Melinda in una Fondazione umanitaria. Tante sarebbero, pare, le persone che potrebbero emergere dalla loro condizione di povertà se avessero la possibilità, con l’aiuto della tecnologia applicata all’agricoltura, di raddoppiare le loro produzioni. Ad opporsi con decisione a questa tesi è Sbilanciamoci che ritiene, invece, necessario prioritario come intervento quello di investire in un diverso e più efficiente know how che renda i contadini sempre autonomi dai vari “poteri”. L’Italia deve favorire l’accesso alla terra per i piccoli produttori di cibo, con la garanzia per questi di poter continuare a produrre senza essere deportati, in difesa dei loro diritti individuali e collettivi fondamentali.

L’agricoltura contadina, attraverso il pianeta e specialmente nei paesi poveri, è quella che produce il 75% dell’alimentazione, ma non è né “datata” né “inefficiente” perché resistono e continuano a produrre, cercando di adattarsi ai cambiamenti economici. Creano ogni giorno innovazione nei prodotti, nei processi di produzione, nella messa al mercato dei prodotti e degli alimenti. Sfamano il mondo e, prima di tutto, i poveri. Si stima che almeno il 60% degli affamati siano contadini, non perché “non sanno coltivare” o “producano in modo inefficiente” ma perché non hanno abbastanza controllo sulla terra di cui vivono, sull’acqua che debbono usare, sulle sementi da spargere nei campi, sulle terre da pascolo o sull’organizzazione del mercato interno nel loro stesso villaggio, comune, regione, paese.

 

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Appello: Portiamo l’acqua a chi non ce l’ha!

Ricevo e pubblico perchè confido nella generosità di tutti quelli che passano da questo blog e possono anche non essere miei lettori abituali, perchè di fronte ai diritti umani siamo tutti cittadini dello stesso Paese.

Grazie

Ciao,

Dal 10 al 18 novembre sarà attiva una campagna di raccolta fondi tramite SMS solidale. Il ricavato sarà devoluto a ACRA, Associazione di Cooperazione Rurale in Africa e America Latina, ONG che da 40 anni opera nel campo della cooperazione internazionale allo sviluppo.

Manda un SMS al 48583 da telefono Tim, Vodafone, Wind e 3 (1 euro) o telefona da rete fissa Telecom Italia (2 euro).

I fondi raccolti contribuiranno alla realizzazione del progetto “Acqua potabile e servizi sanitari di base in 14 villaggi del distretto di Njombe, Tanzania” per la costruzione di un acquedotto di 80 chilometri che distribuirà acqua potabile attraverso 350 fontane pubbliche che disseteranno 42.000 persone.
L’acquedotto verrà gestito direttamente dalla popolazione locale tramite il consorzio intervillaggio che ACRA sta contribuendo a creare. Verranno inoltre costruite 3000 latrine e l’intera popolazione sarà coinvolta in corsi di educazione igienico-sanitaria tesi a diffondere una nuova cultura dell’acqua improntata ai principi dell’accesso, della partecipazione e della sostenibilità.

Il progetto è sostenuto attivamente anche da Zelig e nella trasmissione andata in onda il 10 novembre Claudio Bisio e Vanessa Incontrada hanno lanciato un appello a tutti gli ascoltatori.

Dammi una mano, fai circolare questo messaggio a tutti quelli che conosci.
Insieme possiamo fare tanto!

Se vuoi altre informazioni, vai sul sito www.acra.it

Miriam Makeba, la voce della libertà


Cosa è il blues?, si chiede lo scrittore afroamericano Ralph Ellison. Il blues è quello che i neri hanno al posto della libertà. Dopo aver saputo della morte di Miriam Makeba, mi è subito venuta in mente questa frase. Mama Africa è stata ciò che per molti anni i sudafricani hanno avuto al posto della libertà: è stata la loro voce. Nel 1963 ha portato la propria testimonianza al comitato contro l’apartheid delle Nazioni Unite. Come risposta il governo sudafricano ha messo al bando i suoi dischi e ha condannato Miriam all’esilio. Trent’anni d’esilio.

Da quel momento la sua biografia si è fatta testimonianza di impegno politico e sociale, una vita itinerante, come la sua musica vietata.

Nelle perquisizioni ai militanti del partito di Nelson Mandela vengono sequestrati i suoi dischi, considerati “prova” della loro attività sovversiva. Bastava possedere la sua voce per essere fermati dalla polizia bianca sudafricana. Ma la potenza delle sue note le conferisce cittadinanza universale fa divenire il sudafrica terra di tutti. E soprattutto l’inferno dell’apartheid un inferno che riguarda tutti. Negli anni Sessanta, approdata negli Stati Uniti, Miriam Makeba si innamora di Stokley Carmichael, leader delle Pantere Nere e i discografici in America le cancellano i contratti, perché Mama Africa non combatte con i mezzi della militanza politica ma con la voce. E questo fa paura. Lei arriva alla gente attraverso la sua musica, attraverso successi mondiali come Pata Pata che tutti ballano, che piacciono a tutti, con una forza dirompente e vitale che il governo dell’apartheid come i razzisti di tutto il mondo non sanno come arginare o combattere.


Così, a 76 anni, è venuta a cantare persino in un posto che sembra dimenticato da dio, dove persone solerti hanno organizzato un concerto per portare un po’ di dignità a una terra in ginocchio. E l’altra sera mi hanno chiamato di notte. Checco che aveva seguito l’organizzazione del concerto, mi ha detto che Miriam Makeba non si sentiva bene, “ma la signora vuole cantare lo stesso, vuole il tuo libro nell’edizione americana nel camerino, Robbè, è tosta!”. Quando mi avevano detto che Miriam Makeba aveva accettato di cantare a Castel Volturno nel concerto in mia vicinanza che chiudeva gli “Stati generali della scuola del Sud”, al primo momento stentavo a crederci. Invece lei che per anni aveva lottato e aveva viaggiato cantando per tutta l’Africa e il resto del mondo, voleva venire anche in questo angolo sperduto dove quasi due mesi prima c’era stata una strage di sette africani. Ché per lei erano africani, non ghanesi, ivoriani o del Togo.

In questa idea panafricana che fu di Lumumba e che mai come oggi sembra per sempre purtroppo sepolta. Mama Africa si è esibita a pochi metri da dove hanno ammazzato l’imprenditore Domenico Noviello, un morto innocente, nativo di queste terre, che invece è morto solo, senza partecipazione collettiva, rivolta, fratellanza. La morte di Miriam Makeba, venuta a portarmi la sua solidarietà e testimoniarla alla comunità africana ed italiana che resiste al potere dei clan, è stato per me un enorme dolore. Enorme come lo stupore con cui ho accolto la dimostrazione di passione e forza di una terra lontana come quella sudafricana che già nei mesi passati mi aveva espresso la sua vicinanza attraverso l’arcivescovo Desmond Tutu. Invece, grazie alla loro storia, persone come Tutu o come Miriam Makeba sanno meglio di altri che è attraverso gli sguardi del mondo che è possibile risolvere le contraddizioni, attraverso l’attenzione e l’adesione, il sentirsi chiamati in causa anche per accadimenti molto lontani. E non con l’isolamento, con la noncuranza, con l’ignoranza reciproca.

Il Sudafrica vive una pressione dei cartelli criminali enorme, ma i suoi intellettuali e artisti continuano ad essere attenti, vitali e combattivi. Desmond Tutu stesso definì il Sudafrica “rainbow nation”, nazione arcobaleno, lanciando il sogno di una terra molto più varia e ricca e colorata di un semplice ribaltamento di potere fra il bianco e il nero. Miriam Makeba era e rimane la voce di quel sogno. Se c’è un conforto nella sua tragedia si può dire che non è morta lontano. Ma è morta vicina, vicina alla sua gente, tra gli africani della diaspora arrivati qui a migliaia e che hanno reso propri questi luoghi, lavorandoci, vivendoci, dormendo insieme, sopravvivendo nelle case abbandonate nel Villaggio Coppola, costruendoci dentro una loro realtà che viene chiamata Soweto d’Italia. È morta mentre cercava di abbattere un’altra township col mero suono potente della sua voce. Miriam Makeba è morta in Africa. Non l’Africa geografica ma quella trasportata qui dalla sua gente, che si è mescolata a questa terra a cui pochi mesi fa ha insegnato la rabbia della dignità. E, spero pure, la rabbia della fratellanza.

Omaggio di Saviano alla Makeba, ROBERTO SAVIANO, La Repubblica

La tragedia del Congo, i silenzi sul Darfur

In questo Diario, non solo lunedi scorso, ma appena ne ho la possibilità, ho trattato come argomento “l’Africa” cercando di illustrarne le criticità, le complessità, le bellezze e quanto, nel bene e nel male, oggi è riposta nel cassetto dell’oblio e dell’indifferenza venendo questo riaperto soltanto quando accadono grandi tragedie umanitarie e quando l’opinione pubblica sente il bisogno di fare dello strisciante “moralismo” intorno a cause che neanche conosce.

Le piaghe che stanno dilaniando il presente e il futuro dell’Africa nono sono poche: l’Aids, la mancanza di acqua potabile e corrente, la scarsità di adeguati medicinali per donne e bambini, i bambini – soldato, le donne violentate o quelle a cui vengono mutilati gli organi genitali, le derrate alimentari che spesso vengono sottratte dai militari nei territori in cui le guerriglie sono eterne.

L’Africa meriterebbe maggior rispetto e considerazione da parte di tutti noi, meriterebbe di essere ascoltata, non, cosi come accade, offesa e insultata dalla nostra superbia oltre che dalla nostra villana ignoranza e grettezza.

I Tg italiani, ogni giorno, si contendono la palma di servizio pubblico peggiore sempre indaffarati nel dare la parola ora al “profetico” Papa ora ad un “abbronzatissimo” Premier ora alla “spogliata” Carfagna ora al “patriota” Bossi ora al “l’intelligentissimo” Gasparri ora al “pacato e sereno” Veltroni ora al “velista” D’alema ora al “pallido” Fassino ora al “venerabile” Gelli ora al “sarcofago” Andreotti ora “al gossip” dell’Isola dei Famosi ora al “fenomeno” Ronaldinho..

Quando si parla di Africa, lo si fa con pressapochismo, con pietà, con compassione, come se quello che lì accade a noi non ci competa.

Ma, invece, ci interessa moltissimo quando alcuni nostri impreparati connazionali vengono rapiti o seviziati; ci interessa moltissimo quando le nostre aziende e multinazionali, dietro la falsissima etichetta dello Sviluppo e del Progresso, con uno sfruttamento da epoca coloniale, depauperano certi territori delle loro immense ricchezze naturali e idrogeologiche devastando ambienti incontaminati e avvilendo culture millenarie.

I Riotta, i Mazza, i Fede, i Mentana, i Vespa e tutti gli altri impostori del giornalismo italiano comincino a tremare, perchè la gente è stanca della loro viltà e della loro complicità con i poteri deviati di questa italietta allo sbando.

Il Congo sta vivendo un nuovo dramma, una guerra tra etnie che si sta trasformando in un massacro che non risparmia anziani, donne, bambini.
Il mondo si mobilita. Anche l’Onu, nonostante i soliti colpevoli ritardi, ha provveduto a inviare nuove forze per affrontare la grave crisi. Persino l’Italia ha deciso di partecipare attivamente con un contributo, attivando un fondo di 900mila euro. La somma sarà utilizzata per interventi sanitari e di accoglienza in favore degli sfollati dalla regione del Kivu. I profughi sarebbero già un milione. La situazione appare più grave di ora in ora, l’emergenza umanitaria è ormai al limite e il contingente dei Caschi blu difficilmente riuscirà ad arginare a lungo le violenze. Serve un intervento più concreto e significativo prima che il cessate il fuoco proclamato dai ribelli venga interrotto e riprendano i combattimenti. Il comitato Politico e di Sicurezza dell’Unione europea sembrava pronto ad autorizzare una missione di militari da inviare nella provincia del Nord Kivu, ma la proposta del ministro degli esteri francese Kouchner, non sembra abbia trovato grandi consensi e dalle prime notizie che filtrano da Bruxelles l’Europa dovrebbe garantire solo il supporto per una missione di protezione dei flussi di aiuti. Non possiamo che essere contenti di questa solerte azione comune, anche se si potrebbe fare di più, e ci auguriamo che alle parole seguano a breve i fatti. Ci rimane in bocca l’amarezza per i mancati interventi – più volte annunciati e mai realizzati – per il Darfur. Da mesi l’Unamid chiede 18 elicotteri da poter utilizzare per il controllo del territorio della provincia sudanese, grande quanto la Francia, garantendo così la sicurezza della popolazione darfuriana. Ma ad oggi nessuno dei Paesi che ha a disposizione questi mezzi ha assunto l’impegno di fornirli. E in Darfur continuano a susseguirsi attacchi ai villaggi con centinaia di morti e migliaia di sfollati. Pensavamo che l’epoca dei conflitti di serie A e di serie B fosse finita.
Ci eravamo sbagliati…

La tragedia del Congo, i silenzi sul Darfur, Antonella Napoli, Articolo 21

Ti racconto l’Africa

Apprendo dalle pagine del Corriere di una interessantissima e superba iniziativa lanciata da una rivista sudafricana, Chimurenga, che si prefigge di costituire una biblioteca online grazie alla quale si possa sostenere il diritto all’alfabetizzazione e all’istruzione e favorire l’accesso alla conoscenza e all’informazione in ogni parte del mondo.
Questo attraverso una selezione di testate del passato e di oggi che grazie alla loro natura indipendente e in controtendenza hanno profondamente influenzato la consapevolezza politica, culturale e ideologica fuori e dentro al continente africano.

Il sito della Chimurenga Library è qui.

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